venerdì 9 settembre 2011

L'Isola del tesoro nel letto di un bambino

C'è sempre qualcosa di sorprendente nella vita di un uomo che a un certo punto del suo cammino decide di vivere di scrittura. C'è sempre, anche nelle storie apparentemente più prevedibili, meno segnate da grandi eventi. Perché anche nelle biografie più rarefatte, c'è quello scarto, quella svolta, quel momento di luce che sta a monte di un grande libro.

Robert Louis Stevenson, per esempio. Scrittore che ci ha portato in dono il brivido dell'avventura, la possibilità di una giustizia che forse riuscirà a farsi largo anche attraverso il cozzo delle armi, l'emozione delle vele che si spiegano al vento per condurci fino ai Mari del Sud.

Com'è che nasce Stevenson scrittore? Lui che apparteneva a una solida famiglia di ingegneri e che avrebbe dovuto seguire le orme del padre, che peraltro faceva una delle cose più belle che possa mai fare un ingegnere, costruire fari.


Non troverete viaggi e imprese, prima dei suoi libri.


Troverete casomai una bambinaia, Alison, dotata di una fervida immaginazione e capace di trattenere l'attenzione dei bambini con una parola capace di dipingere storie. Troverete i tanti giorni che Smout (pesciolino, così lo chiamavano i genitori) era costretto a passare a letto, ammalato, dando briglia sciolta alla fantasia.


Un giorno racconterà di quel letto, in una delle sue poesie:


Per un'ora o giù di lì
guardavo i soldatini marciare variopinti
lungo le lenzuola, su per le colline.
E talvolta mandavo intere flotte
a solcare il lenzuolo 
o tiravo fuori alberi e case,
per creare città all'intorno


Così il letto di un bambino diventò il mondo intero. Così il mancato ingegnere dei fari scoprì la sua Isola del Tesoro.


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