martedì 20 settembre 2011

I libri di viaggio ai tempi di Google Earth

Davvero la letteratura di viaggio è morta perché ormai siamo stati dappertutto e di tutto si è raccontato? Davvero ormai tanto vale restare a casa, tanto c'è Google Earth e tutto il resto?

Se lo cheide il grande scrittore viaggiatore Paul Theroux nell'articolo L'ultimo viaggio pubblicato nei giorni scorsi da Repubblica. Niente di nuovo sotto il sole: in fondo si tratta di una vecchia polemica, viva anche prima dell'irruzione di Internet nelle nostre vite.

(Susan Sontag nel 1972 poteva scrivere: Quasi certamente scriverò un libro sul mio viaggio in Cina prima di andarci)

Mi piace la risposta che si dà e ci dà Theroux. Eccola:

Il mondo non è piccolo come ce lo raffigura Google Earth. Penso all'area del Lower River in Malawi, all'hinterland dell'Angola, al nord di Burma su cui niente è stato scritto e alla sua frontiera con il Nagaland. Più vicino a noi, penso ad alcune zone d'Europa e degli Stati Uniti. Non conosco nessun libro, per esempio, che parli della vita di tutti i giorni in un quartiere povero di Chicago, o della quotidianità impenetrabile di uno slum o, per quel che conta, dell'antropologia dei musulmani che vivono in un depresso edificio di edilizia popolare nelle Midlands britanniche.

Il mondo è pieno di luoghi felici, ma questi non mi interessano affatto. Detesto le vacanze e gli alberghi di lusso, e non è per niente divertente leggere di ciò. Voglio leggere di luoghi travagliati, inaccessibili o inospitali; di città proibite e di strade secondarie. Finché esisteranno questi, la letteratura di viaggio avrà valore 

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