mercoledì 24 agosto 2011

Se la poesia inventa il mondo che c'è

E' come una barca che si è mossa
Dalla costa di notte ed è scomparsa.


E' come una chitarra lasciata sulla tavola
Da una donna che se n'è dimenticata.


E' come lo stato d'animo di un uomo
Tornato a vedere una certa casa

Sono solo alcunui versi tratti da Il mondo come meditazione (Guanda), la raccolta delle ultime poesie di Wallace Stevens, uno dei grandissimi della poesia americana del Novecento, per me un incontro quasi casuale, giusto una copertina che ha reclamato la mia attenzione, girellando in una libreria di un'altra città, mentre aspettavo il treno.

Non è facile la poesia di Wallace Stevens, che peraltro sembra proprio volerci comunicare che non c'è niente di facile, che la vita stessa non è scontata, che semmai è una domanda che si ripropone in continuazione.

Era nato in Pennsylvania, Wallace Stevens, una terra da cui mi aspetterei tutt'altro genere di letteratura. Per tutta o quasi tutta la vita lavorò negli uffici di una compagnia di assicurazioni, una delle occupazioni che mi sembra abbia meno a che fare con  la poesia. Eppure riuscì a distillare parole capace di affondare nel mistero della nostra presenza in questo mondo.

E di più, perché faccio mio ciò che Massimo Bacigalupo afferma nell'introduzione a questa raccolta:

Inventare il mondo che c'è, ecco lo scopo della poesia

Inventare il mondo che c'è, ecco cosa fece per tutti noi Wallace Stevens, poeta riservato, poeta che attraverso la sua opera conosciamo meno. Pensare che quasi ci sembra di riconoscerlo, con la cravatta che non si toglie mai e lo sguardo che ci inchioda con i suoi gelidi occhi blu.

Come le sue parole, che ci inchiodano alla contemplazione dell'assenza, del vuoto, dell'autunno, della vecchiaia. Per poi concederci una possibilità, quasi un nuovo inizio.

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