venerdì 22 luglio 2011

Nella sezione suicidi manca la vita

A dirla male, comincerei e finirei così: ci risiamo, un altro francese che mi ha fregato.

Il solito grande successo strombazzato Oltralpe che arriva anche dalle nostre parti quasi schiacciato dalle attese. Volete mettere le copie vendute, i premi vinti, i peana della critica più seria per non dire seriosa?

Antonin Varenne: Sezione suicidi. Idea originale, no? Finalmente un noir dalle parti del mitico quai des Orfévres che si inventa qualcosa di nuovo: una (inesistente) sezione suicidi, per raccontare Parigi e il suo ventre molle, per guardare dentro il caleidoscopio dei vetri che lacerano le anime, per rimbalzare sugli orrori che si annidano oltre gli scintillii delle vetrine.

Intrigante, come no? Peccato che sia come uno di quei film che si reggono solo sugli effetti speciali. Troppo di tutto. Tutto fuorché la vita, quella vera.

Ed è anche facile dire che Antonin Varenne non è la Vargas, anche se entrambi sono signori intellettuali prestati alla scrittura di genere (ma che non vuole essere di genere).

Sarà questo il problema, magari. Pensate a un americano: prende un serial killer, una pistola che prima o poi sparerà, un poliziotto, qualche dialogo che scorre, una strada che porta lontano e una o due bevute all'alba. Mescola ed è capace di regalarci un libro che vale.

All'europeo non basta: deve mostrare che è un gradino più in alto. Perché sorprendersi se gli capita di inciampare e cadere giù?

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