venerdì 8 luglio 2011

Con pigrizia alle Hawaii, tra musica e vulcani

I nostri voti arrivano quando il Presidente è già stato eletto

Benvenuti alla Hawaii, cinquantesimo Stato degli Stati Uniti di America, la più lontana, diversa (anche se forse oggi un po' meno diversa), inverosimile delle stelle della democrazia stelle e strisce.

Dici Hawaii, ed è un suono rotondo e magico, un sospiro che evoca spiagge e vacanze esotiche. Corone di fiori per saluto e cocktail indolenti. Elvis Presley vestito da marinaio dell'Us Navy e un ukulele pizzicato con malinconia.

E non so se questo immaginario sia più debitore a Hollywood o ai cataloghi dei tour operator, ma se mi fermo a pensarci, allora questo arcipelago del Pacifico svanisce, come una linea di costa nelle nebbie del mattino. Che cosa so davvero delle Hawaii?

Ci voleva un viaggiatore, un viaggiatore scrittore come Alessandro Agostinelli, con Honolulu Baby (Vallecchi, collana Off the Road) per portarmi davvero fin qui. In questo mondo a parte con tutte le sue tentazioni e contraddizioni. Tra vulcani che ancora sfidano il cielo e centri commerciali come a New York. Tra surfisti che agognano la grande onda e indigeni che ancora rivendicano l'indipendenza.

E' andato lontano, Agostinelli. Con pochi dollari e molta curiosità. Con l'idea che una musica hawaiiana può riscattare molte delusioni. Con la consapevolezza che il viaggio si adatta più alla pigrizia che alla frenesia, e ditelo al resto del mondo.

Viaggiare: non ci sono molti altri modi di visitare più da vicino se stessi.

Così comincia Agostinelli, e io sottoscrivo. Anche a Honolulu, ascoltando un ukulele.

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