sabato 25 giugno 2011

Se la lingua è la prigione del traduttore

Lo sapete, il mestiere del traduttore mi ha sempre affascinato, sarà che personalmente ho sempre zoppicato con le lingue, sarà che mi sembra di cogliere nel passaggio di un libro da una lingua all'altra qualcosa che sa allo stesso tempo di magia e di invenzione.

Ora su Tuttolibri mi sono imbattuto su una bella intervista di Alberto Papuzzi a Lodovico Terzi, scrittore ma, nel caso, soprattutto grande traduttore di classici inglesi (Defoe, Stevenson, Swift, per dirne solo alcuni).

E' un modo per entrare nel retrobottega di questo mestiere e magari per capire come tradurre possa diventare davvero un mestiere. Dice Terzi che la sua prima traduzione de L'isola del tesoro la fece da ragazzo, dopo aver conosciuto una coetanea inglese, tanto per addestrarsi all'uso della lingua. Pensate, se oggi possiamo godere delle sue traduzioni forse lo dobbiamo solo a una cotta estiva....

E questo mi piace. Ma il passo più interessante dell'intervista ha a che vedere con quella che è di fatto una battaglia di libertà. Dice Terzi:

Siccome ogni lingua è un universo che non coincide mai con l'universo di un'altra lingua, una cosa importante che ho imparato traducendo è che una lingua non è soltanto un meraviglioso strumento per esprimersi, ma anche una prigione, un vincolo, un limite all'espressione. Il lavoro del traduttore è di trascendere questo limite, di aprire questa prigione

Bella questa idea di una lingua come di un universo e allo stesso tempo come di una prigione. Bella l'idea che il traduttore sia la persona che può offirci la chiave per aprire quella prigione e consegnarci a quell'universo.

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