martedì 19 aprile 2011

Indro Montanelli e il nonno che non ci credeva

Ci ricordiamo ancora, giustamente, di Indro Montanelli giornalista, il grande fustigatore, il grande scontento, la penna che scorrazzava sulle colonne dei quotidiani per inseguire le miserie della politica e i vizi degli italiani. Aveva una parola precisa e secca come uno schiocco di frusta, Montanelli, una parola che era un po' come la sua silhouette, allampanato e all'osso com'era.

Pochi però si ricordano del Montanelli dei racconti e dei bozzetti, l'altro Montanelli, con la sua bella lingua toscana riposante come un pomeriggio sull'amaca del giardino, con i suoi morsi di nostalgia, con gli odori della terra e i giochi inconsapevoli dell'infanzia.

Mi è ricapitato di rileggerli ora, nell'antologia Indro Montanelli racconta la sua terra, pubbicata dalla Fondazione che porta il suo nome e che anima la vita culturale della cittadina dove è nato, Fucecchio. Che belli che sono.

Tra tutti, l'ultimo che, tra le tante cose, racconta dei suoi primi passi di cronista. Racconta cioé di come in casa entrasse solo uno dei pochi giornali su cui lui non avrebbe mai scritto. Di come il nonno, che prendeva proprio quel giornale come il Vangelo, non lo prendesse sul serio. E di quanto ci rimaneva male lui, il ragazzino che sarebbe diventato uno dei più grandi inviati speciali della nostra storia.

Il successo, che nemmeno il nonno avrebbe più potuto mettere in discussione, arrivò troppo tardi.

E nelle parole di Indro c'è tutto il rimpianto che, per altri motivi, è cosa di ognuno di noi:

E penso con  malinconia quanto ci corbelli la Gloria: ci mettiamo alla sua ricerca sognando di vedercela riconoscere in famiglia da giovani, e invece ci vien tribitata negli anni della vecchiaia, quando (forse) non c'interessa più


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