lunedì 3 gennaio 2011

L'inviato speciale fatto fuori dalla velocità

Oltre al mito del giornalista vaggiatore si è (quasi) volatilizzata anche la figura del reporter che si immerge nella realtà in cui è stato catapultato.
Una volta ne aveva il tempo. Restava settimane o mesi sul posto. Oggi la velocità implica anche la fretta

E' dedicato alla "professione reporter", l'ultimo numero del Venerdì di Repubblica. E sono in particolare riflessioni come queste di Bernardo Valli che suonano come una sorta di campana a morto per l'inviato speciale, per il corrispondente di guerra, per il giornalista che, in ogni caso, partiva e arrivava lontano, per raccontarci luoghi ed eventi del mondo, professionista che ci metteva a disposizione il suo sguardo, la sua parola, la sua curiosità, la sua voglia di capire.

Che ne rimane, ora, nel mondo della fretta, dei bilanci in rosso dei giornali, delle nuove tecnologie?

Un tempo il reporter doveva trovare la notizia, oggi la notizia viaggia con lui, ricorda Valli. Se va bene, viaggia con lui.

E quante cose che sono cambiate, in questo senso, anche per chi ama i libri di viaggio, perchè è indubbio che una bella fetta di libri di viaggio sono opera proprio di giornalisti, grandi giornalisti che si trovavano più a suo agio in una capitale straniera o su una linea del fronte che sulla sedia di una redazione. Da Indro Montanelli a Tiziano Terzani, da Luigi Barzini a Oriana Fallaci. Ve li immaginate ancora nell'epoca del turismo di massa?

Però... però... anche Bernardo Valli alla fine apre più di uno spiraglio sul futuro del caro vecchio reporter:


Ha perduto da tempo il talismano della notizia, ma ha conservato quello più sofisticato, più prezioso, dell'analisi della notizia. 

E quello del racconto. Gli è riservato un compito meno popolare, ma più essenziale. Che non richiede tanto l'educazione delle scuole di giornalismo, quanto un'esperienza che non dipenda dal teleschermo e dalla memoria informatica. Ma di qualcosa di più vivo. Di più autentico

1 commento:

  1. Ciao Paolo, tutto vero. Verissimo. Più che volatilizzata la figura del reporter, si è però volatilizzata l'utilità del suo occhio, della sua esperienza, della sua capacità di cogliere e interpretare le cose oltre, semplicemente, di vederle e riportarle. Tutte cose che, ha ragione Valli, non si imparano nè alle scuole di giornalismo nè nel ronzio delle redazioni, ma sul campo, in diretta.
    Come sempre, tuttavia, il mio ottimismo è sotto la media. Perchè se tutto quanto sopra è vero e se è vero che il racconto è l'unica cosa inalienabile che resta al reporter, la mia domanda è: ma a chi interessa il suo racconto, il suo approfondimento? A quale lettore? E, aggiungo: a quale editore, giornale, a quale direttore?
    Morale: il reporter è diventato un giornalista nobile, ma inutile. Un vecchio da rispettare, ma inabile al lavoro. Un pensionato precoce.
    Non gli resta che scrivere libri. Una cosa bellissima, ma lontana mille miglia dall'adrenalina che ti dà essere sul posto, toccare, annusare, cogliere, guardare, chiedere, annotare.

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