lunedì 10 gennaio 2011

Cercare Shangi-Là e trovare noi stessi

Da Atlantide a Shangri-Là, cosa vorrà dire questa costante ricerca di un luogo dell'utopia, di una valle incantata, di un'isola fuori dal tempo e dalla storia?

Non è che finora ci abbia pensato molto, però l'altro giorno mi sono imbattuto in una frase de Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi), che è stata come un raggio di luce:

Per secoli, occidentali e affini hanno cercato valli nascoste, regni perduti e isole scomparse: e civiltà estinte. Non so se indiani e giapponesi soffrano delle stesse ossessioni, e se per esorcizzarle viaggino. Ma se così non è, se questa patologia si deve considerare unica, allora ritengo dica qualcosa su di noi che ne siamo affetti

E non so se è vero, come lui sostiene, che tutto questo riguarda noi europei, noi occidentali, quasi in esclusiva - Comunque, la smania di vedere coi propri occhi un frutto dell'immaginazione credo sia una forma di pazza tipicamente occidentale. O no? - ma so che dietro questa smania, che è insieme voglia di redenzione e di fuga, c'è  qualcosa che aiuta a capire meglio noi stessi. E non è poco.

4 commenti:

  1. Sull'argomento ho letto un articolo in "Medioevo", veramente interessante!

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  2. No, anche tu leggi Medioevo? Prima non l'avrei mai detto, ma è una bellissima rivista....

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  3. Ogni mese, appuntamento fisso. Non solo la leggo, ma mi piacerebbe anche tanto lavorarci!

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  4. Anche per me è lo stesso... sono contento che nel triste panorama editoriale di oggi ci sia posto per una rivista come Medioevo.... A presto! paolo

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