venerdì 31 dicembre 2010

Gli auguri più grandi con le parole di Rosa L.

Le parole sono di Rosa Luxembourg, tratte da quella bellissima lettera sulla compassione, scritta dal carcere, che i bambini in Germania studiano anche a scuola e che anche noi dovremmo conoscere un po' di più. In realtà una lettera che non è solo sulla compassione, ma anche sulla bellezza della vita, di qualunque vita si tratti. Parole come un grande augurio per tutti voi, per il mondo intero, all'inizio di questo 2011.
(la lettera è pubblicata da Adelphi con il titolo "Un po' di compassione")

Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell'oscurità, della noia, della prigionia invernale - e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità.


E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare. E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta l'orecchio.


In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori.

giovedì 30 dicembre 2010

Sulle tracce degli scomparsi nell'Europa dell'Est

Che cosa sia davvero, non importa: biografia o reportage, libro della memoria o libro di viaggio.

Non importa, non importa davvero, perché più che in altri casi al cospetto de Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (Neri Pozza editore) sento davvero l'insufficienza e anche l'inutilità di ogni classificazione.

Non ne sento il bisogno. Per me, più semplicemente, questo è un libro necessario. Un libro in cui tuffarsi senza paura, senza pregiudizio. Senza farsi spaventare dalle sue dimensioni, dalle sue 722 pagine che un impegno senz'altro lo reclamano.

Con un libro così si inizia con una certa riluttanza - e con la cautela di chi parte per una maratona - ma poi non si ha più voglia di mollare, si arriva in fondo e quando ci si lascia l'ultima pagina ci si sente orfani di qualcosa di importante.

E dunque questa è la storia dello stesso autore - importante critico letterario americano di origine ebraica - che un giorno decide di saperne di più sulla sparizione di un ramo della famiglia completamente inghiottito dalla macchina dello sterminio nazista. Famigliari di cui ormai rimangono solo fotografie sbiadite, nomi riportati in qualche elenco, ricordi vaghi e compromessi dalle amnesie e dagli imbarazzi dei sopravvissuti.

Ma quello di cui si fa carico Mendelsohn non è solo un viaggio della memoria... è una vera e propria Odissea, un ritorno alle proprie radici, là dove le radici sono state brutalmente strappate, in quell'Europa dell'Est dove un intero popolo, con la sua lingua, le sue tradizioni, i suoi villaggi, è stato annientato e oggi è come non fosse mai esistito.

E' un libro straordinario, Gli scomparsi. Insieme tenero ed epico; coinvolgente - come un grande noir - e sconvolgente - perché ancora capace di raccontarci qualcosa di nuovo e terribile sugli orrori di cui l'uomo è capace.

Sono convinto che leggendolo rimetterete al giusto posto anche Le benevole di Jonathan Littel, grande libro, certo, ma che si sostiene con troppi "effetti speciali".

E poi c'è una frase che mi ha colpito, una più di tutte nelle 722 pagine di Mendelsohn, una frase che, nel mio piccolo, mi rammenta cosa anch'io ho provato a fare raccontando la storia della professoressa Enrica Calabresi in Un nome (un nome, appunto, a cui restituire qualche brandello di vita).

E' quando l'autore capisce che in ballo non c'è più solo la comprensione del quando, del dove, del come sono morti i suoi famigliari:

Mi resi conto di aver seguito la pista sbagliata - voler scoprire com'erano morti invece di come erano vissuti

E da queste righe, esattamente a pagina 217 - Gli scomparsi diventa assai di più di un libro sulla scomparsa. Diventa un libro sulla vita che altri uomini hanno voluto cancellare.

Un libro che consiglio di cuore, per comprendere esattamente di cosa si parla quando si parla di dovere della memoria.

mercoledì 29 dicembre 2010

Non lasciarmi, l'incubo di Kazuo Ishiguro

Come dici tu, perché qualcuno dovrebbe mettere in dubbio che voi abbiate un'anima? Eppure devo dirtelo, mia cara, non era così ovvio quando abbiamo cominciato molti anni fa. E sebbene si siano fatti molti progressi da allora, non è ancora così universalmente riconosciuto, neanche oggi

Avrei voglia di raccontarvela tutta la storia di Non lasciarmi, dirvi che cosa succede, cosa si scopre a un certo punto, dopo che per pagine e pagine Kazuo Ishiguro ci ha preso per mano e ci ha accompagnato a conoscere luoghi e personaggi e situazioni che avevano tutta l'aria di essere normali, quasi normali, normali se non per quello strano alone, per quel qualcosa sospeso su ogni parola come un odore che arriva dalla cucina...

Avrei voglia e la tentazione è forte.... ma come rubarvi l'incredibile emozione di quel punto? Quello in cui vi ritrovate davvero dentro la storia e quanto avete letto fin lì va finalmente al suo posto, a partire dagli anni in quel collegio, da quella verde campagna inglese che smette di diventare un paesaggio da cartolina e si deforma in un incubo?

Non posso farlo. Posso dire solo che questo è un libro tenero e agghiacciante, misurato nello stile - come sempre in Ishiguro - eppure sconvolgente in quanto racconta.

Che poi non è esageratamente lontano dal nostro mondo. Magari questa fosse la fantascienza dello sbarco su Marte...

martedì 28 dicembre 2010

Se la panchina è il luogo dell'utopia

Una buona panchina fa sentire al riparo chi vi si siede, e fa apparire il suo ozio come un'attività non soltanto legittima, ma di qualità superiore, da intenditore - un po' come quando al ristorante uno ordina un piatto molto semplice e il cuoco gli fa capire di considerarlo un buongustaio

Che bello questo Panchine. Come uscire dal mondo senza uscire (Laterza, collana Contromano), di Beppe Sebaste, libro leggero e profondo allo stesso tempo, poetico di una poesia che scaturisce in primo luogo da uno sguardo inconsueto sul mondo...

Perché è questo che fa, in buona sostanza, Beppe Sebaste: si siede e guarda davanti a sè, si siede e usa il suo tempo senza ansia e senza pretesa. E lo usa assai bene, perché spesso e volentieri il tempo usato meglio è quello che quasi quasi sembra dilapidato.

Soprattutto oggi, in questo mondo dove pare che si sia posto solo per la rapidità, per gli spostamenti rapidi e ripetuti, per giornate imbevute solo di movimento. E sarà anche per questo che le panchine - avete notato anche voi? - stanno scomparendo dalle nostre città o sono confinate in posti - per esempio le hall dei centri commerciali - dove è chiaro che potrai fermarti solo per tirare il fiato e quindi tirarti su e fare subito quello che devi fare (produci, consuma, crepa...). Il tempo è denaro, come fai a perderlo su una panchina?

E allora questo libriccino non è solo poesia, è anche presa di coscienza, protesta, riappropriazione di giornate e spazi e tempi. Per dirla con Beppe Sebaste:

Stare in panchina, nel elssico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Ma la panchina è l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un'utopia realizzata

lunedì 27 dicembre 2010

Il diario del bisnonno, per tornare a Solferino

Quante cose che successero quel giorno a Solferino e quante vite si consumarono su quel campo di battaglia. Era il 24 giugno 1859, l'Italia forse nasceva lì, in quel gigantesco mattatoio dove si scannarono francesi, piemontesi, austriaci e i soldati di diversi altri popoli nemmeno menzionati (dalle truppe africane di Napoleone III agli slavi degli Asburgo).

Fu tanto il sangue che quel giorno inzuppò la terra, tanta la sofferenza delle carni straziate e amputate. Quella sera, finito tutto, un uomo che sapeva essere visionario e concreto allo stesso tempo immaqinò qualcosa che non c'era mai stato prima. Era uno svizzero, un "neutrale" insomma, si chiamava Henry Dunant e da lì a
qualche anno avrebbe fondato la Croce Rossa.

Quante cose sono successe a Solferino e quante cose oggi non si possono nemmeno intuire, aggirandosi per quei luoghi. Io non ci sono mai stato, ma mi sa che nè le lapidi, né i monumenti e nemmeno gli ossari possono davvero raccontarci cosa successe.

Il tempo è stato come un sipario calato, in un teatro dove il pubblico se ne è andato da un pezzo.

Per questo è bella l'idea di Ulrich Ladurner, giornalista di Merano che a Solferino ci è tornato senza accontentarsi dei suoi occhi di uomo dei nostri tempi. Raccontandoci poi tutto in Solferino. Storia di un campo di battaglia, pubblicato da Il Mulino.

Aveva un tesoro in casa, Ulrich Ladurner, e a lungo nemmeno lo ha saputo: il diario del bisnonno, combattente di Solferino e sopravvissuto a quel giorno terribile.

Un diario rispuntato da un baule. L'unica cosa che di quell'uomo, un calzolaio tirolese, si è salvata.

Ed è perfino curioso, che di un'intera vita rimanga proprio ciò che appartiene a un solo giorno, votato allo scempio.

Ma insomma, intrigante tornare su quel campo di battaglia con gli occhi di un uomo che c'era. Viaggio, ma viaggio nel tempo, con uno sguardo diverso. Come è giusto, come è necessario.

domenica 26 dicembre 2010

Quando Dio cominciò ad annoiarsi

- Lei non ha mai pensato all'eternità? chiede Dio.
- No, non ho tempo. Perché?
- L'eternità non è divertente, e so di cosa sto parlando. Ho voluta risparmiarla agli uomini


Sì può coniugare teologia e umorismo, ragionamenti affatto banali sul senso della creazione e situazioni da pubblicità del caffé Lavazza? Questo piccolo leggero libro pubblicato dalla Vallecchi ci dice che sì, si può fare. Senza clamore e senza provocazioni, abbandonandosi con disinvoltura a una lettura che di tanto in tanto può persino arrestarsi di fronte a qualche scintillio di sorprendente verità.

Un Dio annoiato - la noia è un po' il filo dell'intero libro - e un po' deluso da quanto ha creato bussa alle porte di una grande azienda, a caccia di lavoro. Il suo curriculum è senz'altro impressionante - chi altri può vantarsi di avere creato il Creato? - ma  domande e test psico-attitudinali del direttore del personale sono una bella gatta da pelare.

Forse non poteva che essere un uomo come Jean-Louis Fournier, autore televisivo e scrittore comico molto popolare in Francia, a inventarsi un libro come questo. Ma attenzione, alcune frasi ve le porterete dietro e non vi abbandoneranno tanto facilmente.

- Mi viene da chiedermi se ciò non sia gettar le perle ai porci. I miei cieli stellati hanno un indice di gradimento molto basso. Quanti sono quelli che la sera ancora contemplano il cielo? Quasi tutti guardano la televisione...
Il direttore concorda

venerdì 24 dicembre 2010

Le parole di Beatrice sono auguri per tutti voi

Dalla mia Beatrice, una manciata di parole che mi suonano come un canto di amore per la vita e per la poesia. Parole che mi piacciono come un grande augurio di buone feste per tutti.


Le parole mi scorrono dentro, libere, mi attraversano e mi prendono.
Sono sangue, sono vita. In esse, professore, mi c’interno. E con esse ritorno fuori e abbraccio il mondo.
Non sono rincitrullita e lo so che le parole scritte resteranno scritte in eterno, e che le mie parole, invece, sono come nebbia nel vento che scappa, sono fumo che sale al cielo.
Ma la parola detta, la parola cantata, è bella perché è unica, perché è tutta piena di melodia.
E questa melodia conta più di me e persino più di lei, professore.
Perché la bellezza è fiore che sfiorisce e poi ritorna.
Perché la poesia è bellezza e la bellezza dura per sempre, anche quando sparisce. Perché è gioia che rimane, splendore che aumenta. E se gli altri se ne scorderanno alla svelta, noi le troveremo sempre un posticino indisturbato, come una pietra preziosa in uno scrigno.
E sarà dolce sogno, carezza di ricordo, salvezza.
Dove sono allora i canti della mia giovinezza?
Vorrei illudermi, dire che sono un’eco che vibra ancora su questi nostri monti. Magari è davvero così.
Perché questi versi sono i fiori incolti di questa terra.
Fiori che nascono e muoiono senza che nessuno debba curarsene.
Muoiono ma la primavera dopo sono di nuovo qui a rallegrarti.

giovedì 23 dicembre 2010

Nuvole e città, il libro di viaggi del poeta maledetto

E dunque, ancora i Piccoli poemi in prosa di Charles Baudelaire.

In queste pagine troverete davvero tutto il poeta maledetto, e non importa che questa non sia poesia, sia prosa, prosa poetica. E potrete misurare l'abisso della sua esistenza, la sua incapacità di vivere, di accettare, di legarsi. L'uomo è ciò che gli manca, dirà di lui Georges Bataille: e qui ne capirete la ragione.

Mi era sfuggito che questo, a suo modo, è anche un libro di viaggi. Un libro con una sua geografia, perfino dichiarata da Baudelaire, quando parla del suo sogno di creare una prosa poetica:

Quest'ideale ossessivo nasce anzitutto dalla frequentazione delle città enormi, dall'incrociarsi dei loro innumerevoli rapporti

Un libro sull'impossibilità di cambiare la vita, forse sulla fatica del cambiamento. Un libro che scruta orizzonti necessari, desiderati, auspicati per cui quasi certamente non si partirà mai, anche se quello che conta è andare fuor del mondo, non importa dove.

A me sembra che starei sempre bene là dove non sono

Libro che respira l'aria della grande città. Libro, allo stesso tempo, che salva solo le nuvole.

- Eh via, che ami dunque, straordinario straniero?
- Amo le nuvole.... le nuvole che passano... laggiù... laggiù... le nuvole meravigliose!

Le città e le nuvole. Ciò che è più solido e ciò che è più impalbabile. Ciò che rimane e ciò che se ne va.

mercoledì 22 dicembre 2010

Che fine, per gli "happy few" di Shakespeare...

We few, we happy few, we band of brothers.... Noi pochi, noi felici pochi, noi banda di fratelli....

Ecco qui il mito che si fa parola e diventa a sua volta alimento per dare sostanza al mito. Un rigo, nemmeno, ma un rigo di William Shakespeare, mica scherzi, un rigo dal grande monologo del suo Enrico V, tanto di cappello... Un rigo ed è quanto basta per far sventolare alta ancora oggi l'Union Jack, orgoglio e amor patrio che si tengono stretti stretti l'evento che si perde nei secoli.

Qualcosa come quasi 500 anni sono passati, eppure come dimenticarsi di quella battaglia unica tra le tante della Guerra dei Cent'Anni? Di quel manipolo di soldati inglesi, stanchi, stremati, decimati, che ad Agincourt affrontò e sconfisse i francesi, contro ogni logica dei numeri.... Gli happy few.... La banda dei fratelli contro un intero esercito....

E oggi gli storici  (per di più inglesi), dopo aver esaminato montagne di documenti, quel mito lo hanno proprio maltrattato: gli inglesi non erano così pochi né disastrati, erano un discreto numero di veterani ben addestrati e ben equipaggiati...

Mannaggia.... e le parole di Shakespeare?

Meno male che la letteratura, soprattutto la grande letteratura, a volte può anche riscrivere la storia, ma sempre o quasi sempre ne può anche prescindere.

martedì 21 dicembre 2010

Un libro per ragionare su se stessi

Quante volte ci riempiamo la bocca di parole che suonano alte ma che non sappiamo bene quali concetti si portano dietro. Verità, giustizia, libertà....

Parole importanti, che spesso sono consegnate all'esercizio retorico o alla riflessione filosofica, ma che in realtà hanno a che vedere con la vita, con quanto fa sì che l'uomo sia davvero uomo. Come in quella gran pagina di Shakespeare dove Antonio, di fronte al cadavere di Bruto che si è appena suicidato, esclama: “Questo era un uomo!”. E Bruto era addirittura il nemico...

Essere un uomo, cioè essere autentico. E con La vita autentica (Raffaello Cortina editore) Vito Mancuso non ci offre una lezione di teologia, ma ci stana, ci provoca, esige da noi di interrogarci.

Autentico, cioè che riguarda noi stessi. Ma cosa effettivamente ci riguarda?

Che risposte importanti, che si colgono tra queste pagine. Che la condizione della autenticità è la libertà. Che la libertà è una conquista e una sfida. Che la libertà non è vuota, ma ha bisogno di una vocazione, di una missione, di qualcosa comunque più grande di noi...

Un libro che fa bene, un libro che ci dà profondità....

lunedì 20 dicembre 2010

Mettendosi in cammino con T. S. Eliot

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d'ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l'insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono...
Oh, non chiedere "Cosa?"
Andiamo a fare la nostra visita.

Ecco, sono ricascato su queste parole... I primi versi de Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock, opera del grande T. S. Eliot (mi sono sempre piaciute quelle due lettere maiuscole seguite dal punto, credo che abbiano davvero qualcosa a che vedere con la poesia di Eliot).

Non so quante volte mi è capitato di leggere questi versi, quante volte mi capiterà ancora di ritornarci. So solo che, senza che nemmeno coglierne davvero il senso, arrivano sempre dritti al cuore.

Parole come scintille, come mani che scuotono.

E non so perché, ma con queste parole io mi metto in cammino. Come se T.S. Eliot (che bello scriverlo in questo modo) dicesse proprio a me: Andiamo.

Come se la poesia in fondo fosse solo questo: parole per mettersi in cammino.

domenica 19 dicembre 2010

Sandokan e il coraggio di legarsi alla sedia

Com'è che si viaggia davvero? E quanto si va lontano con la fantasia e con i sogni? Il centenario di Emilio Salgari sarà una bella occasione per chiacchierare intorno a temi come questi - che poi sono anche i temi del mio I due viaggiatori....,  ma intanto in vista dell'anniversario si annunciano le prime uscite editoriali.

Qualche giorno fa Ernesto Ferrero - lo stesso autore di N. - ha annunciato la prossima uscita per Einaudi del suo Disegnare il vento, un libro che mi sembra di capire sarà a metà tra il romanzo e la biografia del grande Emilio, capitano di lungo corso mancato. Dal suo intervento pesco queste sue parole, bellissime, sul coraggio della fantasia e della scrittura.

Oggi la nostra fantasia è tutta appiattita su immagini patinate e virtuali che lasciano poco all'invenzione. Il grande artigiano ci insegna che si possono costruire interi mondi sui libri e con i libri, senza muoversi di casa; che il coraggio più grande non è quello un po' sventato di Sandokan ma quello di Vittorio Alfieri che si fa legare alla sedia, che si impone regole e misure, progetti da sviluppare con dedizione rigorosa. Si può fare tante con poco, ancora e sempre

sabato 18 dicembre 2010

Aldo Nove e la vita salvata da Hegel

Voi dite, come si fa a salvarsi la vita con Hegel? Come si fa non dico a cogliere nei rigori della sua filosofia un orizzonte, una possibilità, un'alternativa che abbia a che vedere con i nostri giorni, non dico questo, ma solo a trovare tra le sue pagine un porto sicuro, l'ombra di un sollievo?

Non mi verrebbe mai in mente. Hegel sono le interrogazioni da evitare al liceo. Gli sbadigli per prepararsi a quelle stesse interrogazioni. L'idealismo tedesco da rifuggire come la peste, tanto sono elevate e distanti quelle idee, idee tanto idee che assomigliano alle pareti dell'Himalaya.

Eppure sentiti che racconta a Tuttolibri uno come Aldo Nove, scrittore che voglio conoscere di più, vita che ha conosciuto altre vite - immagino sciagurate - prima di quella dello scrittore affermato:

Allora l'eroina sembrava una forma di vita alternativa a differenza della cocaina che aiuta a integrarti, a lavorare. C'era anche la musica a farmi compagnia: i Joy Division, The Cure, Lou Reed e David Bowie. Ascoltavo e mi immergevo nei Paradisi artificiali di Charles Baudelaire, nelle Confessioni di un mangiatore d'oppio di Thomas de Quincey, mi gustavo  Timothy Francis Leary, il guru delle droghe psichedeliche, e Aldous Huxley, gran sostenitore degli allucinogeni e "padre spirituale" del movimento hippie. Però ero anche innamorato della filosofia di Hegel, delle sue bellissime pagine sulla natura. E proprio questo interesse mi portò fuori dalla tossicodipendenza

Non so voi, ma queste parole mi hanno gettato una nuova luce su Hegel. Ora sto scrutando i suoi ritratti con una certa curiosità. Con una certa gratitudine, anche. Come se le sue pagine fossero una delle migliori dimostrazioni  - se anche con Hegel ci si riesce... - che i libri, davvero, i libri possono cambiarci la vita, mica scherzi...

venerdì 17 dicembre 2010

L'uomo che per mestiere ascolta e non si mostra

Si deve ascoltare quello che si legge e sentire che la storia abbia una voce. La voce è il timbro, la cifra di un autore

Però, che bella l'intervista che su Repubblica Antonio Gnoli fa a Severino Cesari - un uomo che pochi sanno chi è e cosa faccia, perchè non è uno che semina in giro la sua firma, piuttosto è uno che per contratto lavora dietro le quinte. Un uomo che vive facendo l'editor, più precisamente l'editor della collana Stile Libero di Einaudi.

Faccio un mestiere invisibile, spiega Cesari, nell'intervista che mi piace già dal titolo: Il rabdomante di storie.

Quella di Gnoli non è intervista sulla collana, ma un'intervista all'editor, il professionista che non si vede, appunto, il professionista che deve mettere nel libro qualcosa che viene prima della tecnica e della scelta editoriale.

Difficile dire cosa sia. Probabilmente proprio questa capacità di ascolto. Questo sentire la storia, questo riconoscere la voce dell'autore.

Cos'è un editor? Per me è solo uno che legge e che ascolta ciò che legge. Non ci sono rfegole, discipline da seguire: c'è solo la tua mente che risuona di parole altrui

 Bello. Bello e invidiabile.

giovedì 16 dicembre 2010

Ma c'è bisogno degli "scrittori di viaggi"?

Fino a ieri leggevo gli "scrittori di viaggi" - e anche sugli "scrittori di viaggi" - e l'unica cosa che non mettevo in discussione era proprio questa espressione: "scrittori di viaggi". Qualcosa a metà tra una seria classificazione nel mare magnum della letteratura e un titolo onorifico da invidiare. Una sorta di segnalibro per tracciare una distesa di parole a me congeniale.

Poi ho cominciato a leggere Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi), un libro che, lo dico subito, fin dalle prime pagine mi sembra promettere molto. Ed ecco il dubbio come un macigno:

Il turismo ha generato un rispettabilissimo numero di attività subordinate. Tour operator, albergatori, guide, direttori di resort, naturalmente, ma anche quegli esseri che è uso definire, con un'etichetta a dir poco lugubre, "scrittori di viaggi". La cultura tecnocratica preferisce infatti far seguire la qualifica di "scrittore" da un aggettivo, a garanzia del fatto che l'individuo in questione non è un ciarlatano, cioé un povero disgraziato con una sua voce, e soprattutto non è, orrore degli orrori, uno scrittore e basta. Il bello è che "scrittore di viaggi" lo si diventa d'ufficio, appena pubblicato un rigo avente per oggetto una città straniera

Dubbio, allora: abbiamo davvero bisogno degli "scrittori di viaggio"? Voi che ne pensate?

mercoledì 15 dicembre 2010

Baudelaire e la poesia senza poesia

Mio caro amico, vi mando un'operetta di cui non si potrebbe dire, senza ingiustizia, che ha né capo né coda, giacché, all'opposto, tutto in essa è capo e coda a un tempo, in modo alterno e scambievole

Così Charles Baudelaire scriveva a Arsène Houssaye, direttore editoriale de La Presse, il giornale che avrebbe pubblicato i suoi Piccoli poemi in prosa.

Un giorno, si sa, sarebbe diventato il grande poeta de I fiori del male, i cui versi non mancano nemmeno nelle antologie scolatische. Però furono proprio questi "poemi in prosa" la sua sfida più grande, la rivoluzione della parola che avvertiva come l'opera della vita.

La ragione è già in questa stessa lettera, in una domanda che poi ci accompagna pagina dopo pagina:

Chi di noi non ha sognato, nei suoi giorni d'ambizione, il miracolo di una prosa poetica, musicale senza ritmo e senza rima, duttile e irregolare, abbastanza da adattarsi ai moti lirici dell'anima, alle fluttuazioni della fantasia, ai sussulti della coscienza?

Baudelaire a questo sogno dà sostanza con la forza delle parole. E leggendolo si intuisce davvero qualcosa del miracolo della poesia. Come se certi misteri potessero svelarsi, almeno in parte, solo grazie all'assenza.


La poesia senza la poesia. La poesia dove non c'è poesia. Bellissima.

martedì 14 dicembre 2010

Quella storia di eroi delle piccole cose

L'altro giorno con Javier Cercas, scrittore spagnolo dei nostri tempi, si parlava di "eroi del tradimento" a proposito del suo ultimo libro, Anatomia di un istante. Oggi, con un autore che appartiene al cuore straziato del nostro Novecento, mi viene di parlare di "eroi delle piccole cose". Per dire che ci sono vite di smisurato coraggio, senza il bisogno di esibire il petto nudo di fronte ai cannoni.

L'autore si chiama Hans Fallada - anche se in realtà si tratta di uno pseudonimo tratto da una fiaba dei fratelli Grimm, scelta, tra l'altro, piuttosto incongrua, considerata la vita di questo scrittore tedesco trascorsa tra prigioni, manicomi, cliniche per disintossicarsi. E' un autore piuttosto dimenticato, ed è un peccato, perché ha scritto alcuni libri piuttosto belli, che incrociano storie di vita particolari con la storia tragica della Repubblica di Weimar e poi della Germania nazista.

Tra tutti mi piace Ognuno muore solo, libro dove traduce in forma di romanzo l'inchiesta con cui la Gestapo individuò e arrestò due coniugi berlinesi che a nessuno verrebbe mai da qualificare come eroi della resistenza. Non lo erano, niente affatto. Anna e Otto Quangel erano solo due persone comuni, miti e anche piuttosto rassegnate. Di età avanzata. Vita di lavoro, vita discreta, appartata. Solo che quando il loro unico figlio morì in guerra qualcosa scattò in loro. E il loro modo di dire no fu cominicare a impostare una serie di cartoline scritte a mano.

Non era una gran cosa e finì male. Per i due poveretti non ci fu scampo e nemmeno pietà. Furono decapitati.

Qualcuno potrebbe chiedersi: servì a qualcosa?

Vorrei rispondere: comunqe era l'unica cosa che potevano fare. E servì, come no, non fosse altro perché poi arrivasse un altro uomo, Hans Fallada, a raccontare tutto questo in una manciata di giorni tra fine della guerra e la sua stessa morte.

Servì per regalare a tutti noi una storia di coraggio. Di coraggio e di speranza.

lunedì 13 dicembre 2010

Il giornalismo che non ha paura della grande Rete

Il punto non sono le tecnologie, è il modo in cui le persone le stanno utilizzando

Attacchi questo libro, un po' timoroso di doverti sciroppare una lettura impervia, buona per gli addetti ai lavori, e invece ecco subito una frase che inquadra il problema. E che ti fa capire che il problema non è solo degli addetti ai lavori, appunto. E' di tutti, perché tutti, volenti o nolenti, sono e saranno obbligati a interrogarsi sulla società dell'informazione, su quello che saremo e che diventeremo nel mondo della Rete, delle tecnologie digitale, dei social network.

Perfino i libri: che diventeranno i libri che finora ho accumulato sui miei scaffali, scaffale dopo scaffale, con istinti compulsivi? e che diventerà la lettura?

Solo per dire, naturalmente, perché non c'è cosa, presumibilmente, che nei prossimi anni non starà dentro il mutamento.

Da un po' di tempo mi intriga in particolare cercare di capire cosa ne sarà il giornalismo, in un mondo invaso, anzi direi alluvionato, da informazioni di cui i giornalisti non sono più i produttori. Insomma, cosa ne sarà del giornalismo, inteso come professione che qualcuno dà già per morta, non senza qualche compiacimento?
Beh, tra tutti i libri che sul tema ho letto fin qui, Giornalismo e nuovi media. L'informazione al tempi del citizen journalism  di Sergio Maistrello  (Apogeo edizioni) è senz'altro il migliore. Serio, documentato, concreto e anche rassicurante, ma solo grazie alla forza dei fatti.

E una volta messo via, credo che ci rimarranno impressi almeno tre punti. Che guardare all'indietro non serve a niente, è come opporre una linea Maginot contro la rivoluzione tecnologica (cioé perdere senza nemmeno combattere). Che il futuro risiede nella capacità di sintonizzare il giornalismo dei professionisti con il giornalismo dei cittadini. Che il giornalismo come mestiere saprà sopravvivere nella misura in cui difenderà la qualità, contro tutto e tutti.

Bello, però. Chiudono i giornali, i giornalisti vanno a casa. Però si può provare anche a dire, con Mark Briggs: Non c'è mai stato un momento migliore per essere giornalisti.


Basta saper raccogliere la sfida.

domenica 12 dicembre 2010

Raymond e i consigli per scrivere onestamente

Non ho niente da insegnare, e non voglio fare prediche. L'unica cosa che so è che voglio scrivere più che posso, e con la maggior accuratezza possibile

Beh, se volete Niente trucchi da quattro soldi è anche un libriccino furbo, di quelli che mettono radici all'ombra di un grande nome, garanzia di qualità, prendendo brani e citazioni in qua e là.

Però questa volta la cosa funziona e ci permette di entrare davvero nell'"officina" di uno dei grandi del Novecento americano, che poi è tra coloro che amo di più, Raymond Carver.

Funziona al punto tale che una volta terminato a me è sembrato di volere ancora più bene al grande Raymond.

Non so se questi "consigli" aiuteranno qualcuno a scrivere meglio, però credo che a tanti serviranno ad amare di più la lettura, grazie a questa lezione di sincerità, rigore, semplicità: la lezione più difficile.

Una lezione che si annuncia già dal sottotitolo: Consigli per scrivere onestamente. Pe poi trascinarsi con parole come queste, parole che non sono solo parole, anche se trattano di parole

Non lo so quanti libri uno si può portare dietro nella tomba, ma comunque bisogna sforzarsi di fare del nostro meglio, altrimenti che senso ha?

sabato 11 dicembre 2010

Tacito e il barbaro uguale a noi

Rubare, massacrare, rapinare, questo i Romani, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono d'aver portato la pace

Che parole che sono queste, forse le più famose, le più citate, del più grande storico romano. In altri tempi ho penato sulle pagine di Tacito, ma i tempi del liceo e delle traduzioni sono lontani, e ora posso solo ammirarne la grandezza.

Tacito, lo storico che con un giudizio secco, nell'economia di un rigo o poco più, sa scolpire un'epoca, un evento, uno snodo della storia. Ma anche l'uomo profondo conoscitore dell'uomo, scrittore morale che indaga le passioni e gli interessi che muovono noi tutti.

La vita sotto quel regime di spie che fu l'impero di Domiziano?

Avremmo perduto persino la memoria, insieme con la voce, se fosse in nostro potere il dimenticare quanto il tacere

Ma sono soprattutto le parole del capo barbaro Calgalo, pronunciate nell'imminenza della battaglia con i romani, a commuovermi. Là dove hanno fatto il deserto...

A commuovermi perché il grande storico fa quello che si dovrebbe chiedere a tutti gli uomini: prova a immedesimarsi nel nemico, gli restituisce la voce.

La Vita di Agricola, allora, ancora di più de La Germania, dove pure non trattiene l'ammirazione per quei barbari semi nudi e feroci, ma anche dotati di un'integrità che ormai manca ai romani dell'impero.

Ancora di più: perché rende i barbari uguali a noi.

venerdì 10 dicembre 2010

Con Borges, il rimorso per qualsiasi morte

Riflettendo sul tempo, riflettendo sui crimini e i furti della Storia (sì, proprio la storia dei libri di testo), riflettendo su un libro così importante che è un pezzo che su di esso non riesco a scrivere nemmeno una riga (Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn), oggi l'onda di un ricordo mi ha sospinto di nuovo verso le poesie di Jorge Luis Borges. Questa in particolare: Rimorso per qualsiasi morte. Una poesia su cui fa bene meditare.


Libero dalla memoria e dalla speranza,
illimitato, astratto, quasi futuro,
il morto non è un morto: è la morte.
Come il Dio dei mistici,
al Quale si devono rifiutare tutti i predicati,
il morto ubiquamente estraneo
non è che la perdizione e assenza del mondo.
Tutto gli abbiamo rubato,
non gli abbiamo lasciato né un colore né una sillaba:
qui è il patio che non condividono più i suoi occhi,
là è il marciapiede dove fu in agguato la sua speranza.
Perfino ciò che pensiamo
potrebbe stare pensandolo anche lui;
ci siamo spartiti come ladri
il flusso delle notti e dei giorni

giovedì 9 dicembre 2010

Quando leggere tiene in piedi il mondo



A volte ci sentiamo persino in colpa, quando sottraiamo tempo al nostro tempo (ma che significato ha il nostro tempo?) per consegnarlo alla lettura. Può far bene, allora, leggere queste parole di Beppe Sebaste, scovate in un libriccino bello e singolare (Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne) di cui nei prossimi giorni intendo parlare. Ma intanto questo passo.

L'altro giorno ero nella fase finale della lettura dell'ennesimo mastodontico giallo svedese - libri che da qualche tempo prediligo per la loro lussuosa lentezza. Dopo quelli di Henning Mankell, ora sto dedicandomi a quelli di Stieg Larsson. Dovevo lavorare (cioé scrivere, lavoro reso difficilissimo dalla quasi totale assenza di un capufficio), ma me la godevo troppo a continuare a leggere il giallo svedese, a lasciare scorrere il tempo senza fare nient'altro che quello, continuare a seguire la storia dei personaggi che erano in quel momento la mia famiglia e i miei amici. E improvvisamente mi è venuta per la prima volta l'idea che non era vero che non stavo facendo niente, e non era vero nemmeno che ero da solo mentre leggevo. Ho pensato anzi che leggere sia un benefico e generoso lavoro collettivo, o comunque fatto anche per gli altri, come i riti e le preghiere. Avevo l'idea che il mio leggere facesse andare avanti il mondo, che in qualche modo lo tenesse in piedi, e comunque tenesse in piedi il mondo del libro che stavo leggendo. Senza di me, cioé se avessi smesso di leggere, che ne sarebbe stato della storia e dei suoi personaggi?

mercoledì 8 dicembre 2010

Quando viaggiavo in compagnia di Emilio Salgari

Ecco, così inizia I due viaggiatori (Mauro Pagliai editore), parole per sognare con il grande Emilio.


Come da piccolo, quando una febbre vera, oppure dichiarata e generosamente riconosciuta, mi liberava dalla scuola. Non erano brutte giornate, quelle, però non filavano mai. Le ore erano un cargo appesantito che risale la corrente e chissà se e quando arriverà a destinazione.

Chiunque l'abbia detto aveva ragione: i decenni volano via, sono certi pomeriggi che non finiscono più.
E la televisione non era mica come ora, che a ogni momento c’è il cartone animato, il supereroe alle prese con i mali del mondo, la partita del campionato brasiliano. A parte L’isola dei Gabbiani e Avventura – da brividi la sigla, Joe Cocker con She came in through the bathroom window – tutto era di una noia mortale. Corsi di tedesco per principianti, lezioni sui principi della termodinamica, documentari sulle api o sul baco da seta, cose così insomma.
Meno male che c’erano i libri. Meno male che c’era Emilio Salgari.

Se il tempo passava e non passava, per farlo passare meglio avevo molti amici che si erano raccolti intorno a me per tenermi compagnia. Sandokan e quella simpatica canaglia di Yanez. Tremal-Naik e tutti i tigrotti di Mompracem. Il Corsaro Nero e la bella Jolanda.

Leggevo, in giornate così. Leggevo finché la testa faceva male, le righe ballavano sotto gli occhi, le pagine diventavano una macedonia di lettere. Se perdevo il segno era un problema ritrovarlo, perché la pagina girata si confondeva con quella ancora non letta. Tanto era un pezzo che la storia aveva abbandonato il libro.
Oppure no, ero io che avevo abbandonato quella stanza e già veleggiavo verso Maracaibo, sempre che non mi fossi perso tra i coccodrilli del delta del Gange.

A un certo punto il libro scivolava dalle ginocchia, le palpebre si abbassavano a saracinesca. Me ne andavo via, sul serio.
A volte mi portavo dietro una manciata di parole. A volte erano loro a inseguirmi, come un’eco. Parole tipo quelle del fratellino Yanez.

Noi non siamo uomini da condurre una vita tranquilla. Siamo invecchiati fra le urla di guerra dei malesi e dei dayachi ed il fumo delle artiglierie, e rimpiango sempre Mompracem.

Sapete, hanno continuato a risuonarmi anche molti anni più tardi, queste parole. Anche quando mi sono ormeggiato a una scrivania con computer e ho insediato la mia Tortuga in una bella casa di un quartiere residenziale. Noi non siamo uomini da condurre una vita tranquilla. Anche quando ho messo su pancetta e famiglia, quelle parole.

E come è vero, rimpiango sempre Mompracem.
La rimpiango e la cerco ancora sulla mappa dei miei sogni.

martedì 7 dicembre 2010

Gli interrogativi del dolore innocente

Sono circa 8 mila, calcola Vito Mancuso, i bambini che ogni giorno nascono con una forma di handicap, quasi 3 milioni ogni anno. Ma se la sorgente della vita umana è Dio, che senso ha tanto dolore inflitto alla creature più innocenti?

E' questa la terribile domanda a cui prova a rispondere Vito Mancuso, uomo che sente profondamente che la cultura non può essere solo erudizione, perché la cultura deve fare bene alla vita, deve crescere con la vita, - altrimenti a che serve?

Uomo ma anche teologo che si interroga sul dolore, anzi, sul dolore degli innocenti: che poi è interrogativo che spesso e volentieri proprio la teologia ha rimosso o trattato con imbarazzo.

Questo libro, Il dolore innocente, varrebbe anche solo per questo: per la tensione etica che chiede di porre il problema e poi di spremere tutte le risposte che sono dovute, senza ipocrisie, senza scorciatoie. Tensione che ne fa lettura importante anche per chi, come il sottoscritto, di teologia non si è mai occupato.

E che riflessione sul dolore, che scaturisce da queste pagine. Un atto di accusa contro il dolore colpevole, contro il dolore necessario. Ma anche una riflessione utile a tracciare un orizzonte dove dignità, rispetto, sentimenti puliti sonodavvero le sole cose a contare davvero.

Ps: fino all'Ottocento il portatore di handicap era designato con il termine mostro. Mostro, dal verbo latino monstrare. Diceva Cicerone: I mostri sono chiamati mostri proprio perché mostrino qualche cosa che deve avvenire. Anche su tutto questo ci sarebbe di che dire....

lunedì 6 dicembre 2010

L'ampio fiume che pullula di inizi

Vorrei dirvi che parole come queste sono un buon modo per iniziare questa domenica un po' grigia. Ma in realtà vorrei che quanto ci scrive qui Diana Athill,  in una pagina trattaDa qualche parte verso la fine, ci accompagnassero sempre. Buona domenica a tutti...

Tendiamo a convincerci che tutto peggiori semplicemente perché così succede entro i confini del nostro mondo. Un po' alla volta diventiamo meno capaci di fare cose che ci piacerebbe fare, sentiamo di meno, vediamo di meno, mangiamo di meno, soffriamo di più, i nostri amici muoiono, sappiamo che anche noi faremo presto la stessa fine... Non c'è da sorprendersi, forse, se scivoliamo in un facile pessimismo generalizzato nei confronti della vita, ma è un attitudine molto noiosa e rende gli ultimi, tristi anni di una vita ancora più tristi. Se invece intorno al nostro mondo ci sono persone appena 'agli inizi', persone per cui gli anni a venire sono ancora lunghi e pieni di chissà cosa, questo ci rammenta - anzi, ci permette di sentire ancora - che non siamo semplici puntini alla fine di esili linee nere proiettate verso il nulla, bensì facciamo parte dell'ampio e variegato fiume che pullula di inizi - ne siamo ancora parte integrante, e lo sarà anche la nostra morte, così come lo è la giovinezza di questi ragazzi. E allora, finché abbiamo la forza e la capacità di capirlo, non perdiamo tempi a piangerci addosso

domenica 5 dicembre 2010

Visto che la letteratura è fatta di parole "scelte"

Non è una scrittrice che mi entusiasma e non mi ha veramente coinvolto nemmeno con quello che è reputato il suo capolavoro - Lo scialle - però è bello quello che dice Cinthia Ozick nell'intervista pubblicata ieri su Repubblica - a firma Susanna Nirenstein - a proposito del rapporto dello scrittore e della scrittura con le parole (in realtà parla di molte altre cose, però è questo che mi ha colpito di più).

Per dire, vi si trovano ragionamenti come questo:

Ogni anno escono migliaia di romanzi senza qualità, un tanto al metro, puoi prendere e tagliare dove e quando vuoi. Ma la letteratura è fatta di parole "scelte": scelte con l'orecchio, la lingua, il respiro, per amore della cadenza, il tono, la risonanza. Ed è anche fatta di spazi vuoti, silenzi da vagliare quanto i vocaboli. E di virgole, punti, punti e virgole... che sono la musica delle frasi. E di lunghezze e brevità delle proposizioni che cambiano, oscillano, saltano, rallentano. Se non hai tutto questo sulla punta delle dita non sei uno scrittore

Già, cos'è uno scrittore, nel suo rapporto con le parole?

sabato 4 dicembre 2010

Quando entrano in gioco gli "eroi del tradimento"

E se lo scrittore, almeno di tanto in tanto, riuscisse ad arrivare dove gli storici non arrivano? Se fosse proprio lui a finire nel vortice della storia e a lasciarsi portare lontano, là dove lo sguardo può spingersi fino a cogliere la verità che ad altri sfugge?

Io ne sono convinto, sono convinto cioè che a volte la verità della storia si schiuda più facilmente grazie agli strumenti della letterarura. E di questo ho tratto qualche conferma leggendo la bella intervista che Roberto Brunelli ha fatto a Javier Cercas (Io, Javier Cercas, un narratore nel vortice della storia, pubblicata su L'Unità del 2 dicembre).

 Cercas non è solo uno dei migliori scrittori spagnoli (di cui consiglio in particolare lo splendido Soldati di Salamina), è anche uno scrittore che narra la storia, perfino la storia dell'altro ieri, come ha fatto ora con Anatomia di un istante (Guanda), storia, storie e retroscena del golpe del tenente colonnello Tejero, il 23 febbraio 1981,  ultimo sussulto della Spagna franchista.

Nell'intervista Cercas parla di Adolfo Suarez, l'uomo di regime che si è messo al servizio della democrazia (il paragone è con il generale Della Rovere del film con De Sica). E ciò di cui si parla, in realtà, sono gli "eroi del tradimento": quelli che hanno il coraggio di voltare le spalle (vi ricorda qualcosa?).

Dice Cercas:

Siamo giustamente abituati a pensare alla lealtà come a una virtù, ma ci sono momenti in cui è molto più difficile tradire che essere leali

E allora, vi immaginate uno storico a fare discorsi così?

La storia cerca una verità fattuale, cosa successe a certi uomini, in certi luoghi in un dato momento. La letteratura cerca una verità morale. In questo libro io cerco due verità opposte allo stesso tempo. In questo senso, il libro è un ossimoro. Sì, è un libro impossibile. Ma sono i libri impossibili gli unici che meritano di essere scritti

Aggiungo: non so se sono impossibili, ma utili lo sono senz'altro

venerdì 3 dicembre 2010

Rileggendo "Anywhere out of the world"

Questa vita è un ospedale dove ogni ammalato è posseduto dal desiderio di mutar di letto. Questi vorrebbe soffrire di fronte alla stufa, e quegli crede che guarirebbe accanto alla finestra.
A me sembra che stare sempre bene là dove non sono, e questo problema dello sgombero è uno di quelli che discuto senza requie con l'anima mia

Di tanto in tanto mi imbatto ancora in queste parole, con cui Charles Baudelaire attacca l'ultimo dei suoi Piccoli poemi in prosa. Mi imbatto in esse e, a distanza di tanto tempo dalla prima volta, non me le lascio scorrere alle spalle, non le accantono con l'indifferenza che forse potrei anche meritarmi.

Perchè non si tratta solo degli anni che sono passati. Tante cose sono successe nel frattempo. E in qualche modo hanno fatto sì che mi guardi indietro e classifichi certi sentimenti come intemperanze o malesseri da ventenne. Soprattutto questo romantico bisogno di altrove, sempre e comunque, questo altrove che non ha niente a che vedere con la voglia di scoprire, conoscere, diventare che è proprio del viaggio. Che piuttosto richiama un'umanissima incapacità di accettarsi.

Oggi, più di prima, sento che il viaggio non è fuggire da me stesso, ma scoprire me stesso - e anche questo sarà un parlare banale, però vero. Sento questo, eppure le parole del poeta francese mi scuotono ancora. Ancora sono dita che si stringono sul cuore:

Alla fine, l'anima mia sbotta e saggiamente mi grida: "Non importa dove! non importa dove! purché sia fuori di questo mondo!"

giovedì 2 dicembre 2010

Se la parola è un cucchiaino per svuotare il mare

La parola in sè è stata lodata troppo. Gli scrittori che più ci convincono sono quelli che sanno, con Beckett, che ogni scrivere è rubato al silenzio

Fa riflettere, e non poco, il bell'articolo che Tim Parks (scrittore e quindi uomo che vive di parole) ha pubblicato sul supplemento domemicale del Sole 24 ore. Fa riflettere perchè scuote diversi luoghi comuni, sfida certezze. E a tutti gli adoratori del verbo (questo anche il titolo dell'articolo) pone una grossa domanda. Che più o meno suona così.

Siamo fin troppo abituati a sentire gli scrittori lodare la parola... E se invece parola, lingua e letteratura stessero più dalla parte del problema che della soluzione? 

Perché le parole sembrano così vere, così immediate, così connaturate che sembrano siano lì solo per usarle, per usarle al meglio.

Riflettiamo. Inventate, inesistenti nel mondo naturale, le parole ci riempiono le orecchie non appena usciamo dal grembo materno. La testa piena, cominciamo a ripeterle. I suoni giusti nelle sequenze giuste fanno sì che otteniamo quello che vogliamo. Ben presto queste formule ci sembrano naturali quanto il respiro. Il famoso flusso di coscienza non è altro che un flusso di parole

Ma che succede se qualche guastafeste non si accontenta più della parola?

Cosa succede se le parole non bastano più a dire quello che davvero si vuole dire?

Se sono un cucchiaino per svuotare il mare dei significati? Se si capisce che tramite loro è dura arrivare alla profondità delle cose?

mercoledì 1 dicembre 2010

Cèline e la tragedia del medico che non fu creduto

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del dottore Semmelweis. Credo molto pochi: e quei pochi, se ci sono, credo proprio lo debbano a questo gioiello di Louis-Ferdinand Céline, peraltro il primo e forse il meno conosciuto dei capolavori del grande e discusso scrittore francese.

Il dottor Semmerlweis, libretto nato come tesi di laurea, è la storia del medico ungherese che nella Vienna imperiale combatté e vinse la guerra contro la febbre puerperale che all’epoca sterminava migliaia di donne in tutta Europa.

Semmelweis non era un grande scienziato, ma un uomo che si preoccupava del suo lavoro, guardandosi intorno. Per questo, semplicemente, vide quello che gli altri non vedevano.

La sua intuizione, per certi versi geniale, ebbe il dono della più estrema semplicità: sarebbe bastato che negli ospedali ci si lavasse le mani prima di toccare le partorienti, per salvare loro la vita.

Cèline ci racconta la tragedia di un uomo che, non creduto, fu osteggiato fino alla pazzia e alla morte. E una volta giunti all’ultima pagina non si dileguerà tanto facilmente il ricordo di questo medico coraggioso, di questo medico che seppe mettere in discussione l’organizzazione degli ospedali sfidando la meschinità e l’invidia dei molti.