martedì 30 novembre 2010

A lungo, la voce di quella ragazzina...

Non ci si accorge che i morti se ne vanno, una volta che hanno deciso di partire. Non è previsto. Al massimo li si avverte come un sussurro o come l’onda di un sussurro che si placa piano piano. Lo paragonerei a una donna in fondo a una sala conferenza o a un teatro, che nessuno nota finché non sgattaiola fuori. E anche allora, solo quelli più vicini alla porta, come nonna Lynn, ci fanno caso, per gli altri è come una brezza inspiegabile in una stanza chiusa

Quando era uscito mi era sfuggito, o forse, di istinto, lo avevo sottovalutato.

Mi è capitato tra le mani solo qualche tempo fa, quasi per caso, e non l'ho più mollato, meglio, sono state le sue pagine a non mollarmi più. Insomma, l'ho divorato.

E siccome so che un bel libro non si esaurisce con la sua ultima pagina, sono sicuro che a lungo mi risuonerà la voce di questa ragazzina, con tutto l'orrore subito e il suo dono di speranza, nonostante tutto.

E per un bel pezzo consiglierò Amabili resti di Alice Sebold (edizioni E/O) agli amici, a tutti coloro che possono raccogliere il piccolo grande dono di un consiglio per una buona lettura.

E di più non posso dire: perché solo ad anticipare il senso di questo libro mi sembra possa costituire un torto.

lunedì 29 novembre 2010

Rock & Gol con Benedetto Ferrara


I dischi per me sono farfalle che mi volano intorno. Un romanzo invece me lo porto in borsa, lo leggo, poi lo lascio altrove, perché quando ne arriverà un altro io non ne voglio più sapere e non voglio ricordarmi di ciò che mi ha nutrita o che magari mi ha delusa. Poi, certo, i libri si incontrano di nuovo come vecchi amori. Se capita, una ragione ci sarà. E allora magari ci torni un po' sopra col cuore e coi pensieri. Ma le parole non sono come la musica. E' vero. A volte stanno bene insieme nelle tue emozioni, ma non per forza nella stessa stanza


Incontrate parole come queste, in Rock & Gol di Benedetto Ferrara (Cult edizioni).

Incontrate personaggi come persone vive che dicono cose così: e forse siete proprio voi che quel giorno vi siete svegliati male, che non sapete dare un senso alla vostra vita mentre intorno tutto si sbriciola, mentre non resta che aggrapparsi all'emozione di una canzone, giusto quella, o all'attesa della partita della squadra del cuore, la partita della vita, perchè si sa, è facile che certi treni non passino due volte, se la tua squadra del cuore è quella che è...

Potete essere voi, o almeno potete facilmente indossare quei panni, se a cucirveli addosso è uno come Benedetto Ferrara.

Che poi è uno a cui per forza devo essere grato. Per quanto mi riguarda è uno dei migliori giornalisti sportivi in circolazione, e lo dico anche a prescindere dall'ovvia constatazione che tifiamo per la stessa sciagurata squadra, con la sua storia avara, pochi lampi di luce in tanta storia magra.

Gli sono grato anche per la musica, per le sue tante buone dritte da enciclopedista del rock che mi ha fatto arrivare dalle pagine dei giornali come dai microfoni di una radio.

Però posso anche a fare a meno del background, perché in questo libro c'è già tutto questo, c'è ed è inevitabile.

Il calcio, la musica, i sogni, l'immensa capacità di complicarsi la vita. Che poi sono gli ingredienti necessari per continuare a sentirsi ragazzi adulti. Mai davvero cresciuti, malgrado l'anagrafe. Roba da portarsi in palmo di mano. Roba da prendersi a schiaffi.

domenica 28 novembre 2010

Quei ragazzi di un paese che trascura i poeti

Un paese di gente che ignora i suoi poeti, ma anche di studenti che per protestare salgono sui tetti ed esibiscono versi che tutti faremmo bene a non trascurare. Quante emozioni che mi ha destato la lettura sulla Repubblica di ieri dell'articolo di Adriano Sofri Quei ragazzi sul tetto di un paese senza poeti. Solo un pezzettino che parte dal ricordo di Elsa Morante ma che mi sembra abbia anche qualcosa a che vedere con quello che ho provato a trasmettere con Miss Uragano:

Al funerale di Pasolini, morto ammazzato dieci anni prima di lei, Alberto Moravia, che non era uomo di scalpori retorici, gridò: "Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro soltanto, in un secolo". Il poeta dovrebbe essere sacro, protestò Moravia. Aveva ragione. Ora noi pronunciamo più spesso ma senza naturalezza il nome di Italia, come di qualcosa cui ci attacchiamo perché vogliono portarcela via. Presidiamo Risorgimenti mentre si tirano sassate intrepide al monumento di Garibaldi e di Mazzini, ospiti secolari di piccioni. Andiamo a vedere "Noi credevamo" perché abbiamo paura di non credere più, e ci interroghiamo sulla lingua del tempo presente perché l'hanno presa come si prende una ragazza da un marciapiede, e la si scaraventa giù a cose fatte davanti a un pronto soccorso.... 

Eppure questo paese storto che la geografia manda alla deriva nel suo mare come nelle domande trabocchetto appena rinverdite, dove Bari è più a nord di Napoli e Trieste è a ovest di Napoli, e la storia completa l'opera, è soprattutto affare di poeti. Come nel programma di terza, Dante e la canzone di Petrarca e Foscolo in Santa Croce e Leopardi in visita alla tomba di Tasso e le mura e gli archi vuotati di gloria, fino alle canzoni popolari e dei cantautori che ricantiamo senza badare più a che cosa dicono

sabato 27 novembre 2010

Il coraggio dell'editore e la povera Adèle H.

Non temo smentite: ci vuole coraggio, molto coraggio, per gettarsi in un'avventura imprenditoriale nel mondo dei libri. Di questi tempi, poi.

E dunque basterebbe il coraggio, virtù peraltro piuttosto rara, per lasciarmi andare al più sincero brindisi augurale. Figuratevi se, oltre al coraggio, posso intravedere anche una discreta dose di buon gusto, intelligenza, passione per le opere che hanno qualcosa da dire, a prescindere dalle (sempre auspicabili) possibilità di stare bene sul mercato.

Per questo sono contento che la Toscana, regione che negli ultimi anni ha già disseminato buone dosi del coraggio di cui sopra, possa oggi tenere a battesimo una nuova casa editrice, la Menichetti.

Piccola, piccolissima, suppongo. Con un solo titolo per ora all'attivo. Ma un titolo che la dice lunga: Adèle Hugo. La miserabile di Leslie Smith Dow (già vincitrice del premio quale migliore giovane scrittrice canadese).

Per intendersi, ricordate Adèle H. Una storia d'amore, il film bello e dolente del grande Truffaut? Ecco, è questa la storia. La biografia della figlia di Victor Hugo, una triste parabola di vita da Parigi ai Tropici fino ai decenni trascorsi in un manicomio....

Inizia così l'avventura della Menichetti editore, con un libro che pare anche una dichiarazione di intenti per una casa editrice che punta a riannodare i fili della storia e della memoria. Se il buongiorno si vede dal mattino...

venerdì 26 novembre 2010

La saggezza del veleno che diventa medicina

Altre religioni, altri percorsi dello spirito, doni di saggezza che è bello infilare nel nostro bagaglio, qualunque sia il nostro Dio

Trasformare il veleno in medicina, dice il buddismo. Far sì che anche le ineluttabili sofferenze che segnano la nostra vita possano diventare occasione di gioia.

Perché ci può essere gioia malgrado tutto. Malgrado la nostra condizione di mortali, malgrado la necessaria separazione da coloro che amiamo. Ci può essere gioia perfino negli ultimi anni di vita.

Dipende da noi, dipende dalla condizione vitale che riusciamo a pescare negli oceani della nostra interiorità.

Daisaku Ikeda, un maestro buddista contemporaneo ci spiega tutto questo in Gioia nella vita, gioia nella morte (Esperia edizioni), aiutandoci a illuminare le immense possibilità della vita nostra e di chi ci circonda.

Libri che fanno bene, che fanno bene soprattutto in questi nostri tempi, così difficili.

giovedì 25 novembre 2010

Quei monumenti che non permettono di ricordare

E' un libro importante, Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (Neri Pozza), mi verrebbe da dire un libro necessario, un libro che bisogna costringersi a leggere a dispetto della sua mole e di una ritrosia che, per la verità, fa presto a svanire. Io l'ho letto la scorsa estate e ancora lo tengo sul tavolo accanto al computer, consapevole che prima o poi dovrò scriverci sopra qualcosa, solo che ancora non ne ho il coraggio. Tante sarebbero le cose da dire, le emozioni che non si sono ancora sopite. Tanti i problemi a scegliere il filo giusto per cominciare e provare a spiegare.

Prima o poi lo farò, ma intanto queste pagine continuano a bussare alla porta della mia vita. Lo fanno con citazioni che, in qualche modo, danno un senso, o una profondità, ai pensieri delle mie giornate. Per esempio, oggi, mentre riflettevo su alcuni monumenti che ricordano le guerre che ci sono state e i loro morti (scomparsi anche loro, come gli scomparsi del titolo, vite inghiottite di cui rimane solo un nome).

Ecco cosa dice Daniele Mendelsohn

Ancora una volta, come mi accade spesso davanti a monumenti che non recano alcun segno – come potrebbe essere altrimenti? – degli eventi storici di cui sono stati testimoni, avvertii una vaga delusione, un senso di inutilità. Mi era difficile collegare quella piccola costruzione insignificante agli accadimenti raccapriccianti che qui avevano avuto luogo

E' vero, e questo mi fa pensare.

mercoledì 24 novembre 2010

Ancora pagine per sognare con Emilio Salgari

I due viaggiatori
Alla scoperta del mondo con Odoardo Beccari ed Emilio Salgari

C’è Odoardo, l’uomo che abbraccia il mondo con la sua irrequietezza, con la sua voglia di conoscere popoli e continenti, di toccare con mano. Il battito di ali di una farfalla sconosciuta vale più di una cattedra universitaria. Dategli una foresta vergine e si sentirà al settimo cielo. La sua giovinezza è tutta qui.

E c’è Emilio, l’uomo che se ne rimane a casa, però è attratto da tutto quanto è remoto, sconosciuto, distante. Un nome che profuma di esotico è quanto basta per giocare con i sogni. E lui no, ma i suoi personaggi attraversano tutti i continenti, si muovono per spirito di avventura, di scommessa, di sfida.

Odoardo Beccari ed Emilio Salgari. L’esploratore e lo scrittore. Lo scienziato e l’inventore di storie. L’uomo che ha toccato il mondo con mano e l’ufficiale di marina mancato.

Così diversi, ma anche così simili. Il viaggiatore in carne e ossa, che calpesta il mondo con i suoi piedi. Il viaggiatore della fantasia, per cui l’avventura non presuppone uno spazio fisico, ma solo gli orizzonti che la mente può scorgere.

I due modi di viaggiare. E chissà chi è andato più lontano.

martedì 23 novembre 2010

Da qualche parte verso la fine, con Diana

Sono stati scritti libri su libri sulla giovinezza, e ancora di più sulle complesse e ardue esperienze legate alla procreazione, ma non c'è un granché sull'invecchiamento. E visto che ho ormai imboccato da un po' quella strada, (...) mi sono detta: "Perché non provarci?" E quindi ecco, ci provo

Ci ha provato, Diana Athill, straordinaria editor che per oltre mezzo secolo ha lavorato per regalarci le pagine dei grandissimi della letteratura mondiale (Philip Roth, John Updike, Mordecai Richeler, V. S. Naipul, Margaret Atwood.... può bastare?). Ci ha provato ed è venuto fuori questo piccolo grande gioiello, che a me incanta già dal titolo: Da qualche parte verso la fine (Bur).


Diana Athill ha ormai da tempo varcato la bella soglia dei 90 anni, può permettersi di guardarsi indietro e raccontare la sua vita per intero. Ma in realtà non è questo che fa, questo libro non ci squaderna la sua carriera, non indugia più di tanto su incontri con personaggi famosi e su storie personali. Questo libro ha per argomento la vecchiaia, la sua vecchiaia. Raccontata senza piangersi addosso, ma anche senza tanta retorica sulla saggezza dell'età.


Quando si comincia ad accusare l'età è consolante stare con qualcuno che ha i tuoi stessi acciacchi, dice Diana Athill, ma in realtà è come se avesse invitato tutti noi nel salotto di casa, avesse preparato il tè e ora, con molto garbo, avesse iniziato a intrattenerci con le sue parole.

E non ci risparmia niente, questa bella signora. E dunque eccomi qui, nella vecchiaia inoltrata, diretta verso la mia fine inevitabile.... E non c'è nemmeno il conforto della religione, la realtà è nuda e cruda. C'è piuttosto un corpo che ogni giorno perde qualcosa, c'è una vita che si dirada di possibilità, c'è il rimpianto sempre in agguato.

Eppure, eppure, c'è anche il sorriso. C'è la forza di guardare in faccia le cose e poi di viversele. Gustandosi fino in fondo tutto quello che c'è da gustarsi.


Non sono sicura che scavare nel passato in cerca di peccati sia un'occupazione utile per chi è molto anziano, considerato che ormai si può fare ben poco per porvi rimedio. Ho raggiunto una fase in cui si spera di essere perdonati per la concentrazione esclusiva con cui ci si dedica a vivere il presente

E che grande lezione di vita.

lunedì 22 novembre 2010

L'uomo che si sentiva responsabile della bellezza

Ancora una volta mi risuonano quanto l'imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar affermava  in uno dei passi più belli di tutte le Memorie.

Ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo


Sentirsi responsabile, questo è già qualcosa di straordinario. Ma sentirsi responsabile della bellezza del mondo, sentirsi responsabile e tradurre questa responsabilità nella vita delle nostre città, dei nostri quartieri, della piazza e del condominio dove viviamo: questa è una delle poche speranze a cui è necessario non rinunciare.

Come vorrei guardarmi intorno e ritrovare questo senso della responsabilità.

domenica 21 novembre 2010

Lo straniero di Baudelaire, uomo delle nuvole

Domenica mattina, mi risveglio e l'occhio corre verso i Piccoli poemi in prosa di Charles Baudelaire, regalo che mi faccio, per cominciare bene questo giorno di festa. E che bellezza, cominciare con le parole de Lo straniero, l'uomo enigmatico che non si sa da dove arriva e a chi appartenga, se a qualcosa appartiene. L'uomo che in ogni caso sembra stare al di là di un confine invisibile, però ama ciò che più di tutto può permettersi di ignorare i confini: le nuvole.

- Uomo misterioso, dì': chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella, o tuo fratello?
- Non ho né padre né madrené sorella né fratello.
- I tuoi amici?
- Usate un termine il cui senso m'è rimasto fin ad oggi sconosciuto.
- La tua patria?
- Ignoro sotto qual latitudine sia.
- La bellezza?
- Dea e immortale, l'amerei volentieri.
- L'oro?
- Lo odio come voi odiate Dio.
- Eh via, che ami dunque, straordinario straniero?
- Amo le nuvole.... le nuvole che passano... laggiù... laggiù... le nuvole meravigliose!

sabato 20 novembre 2010

Ricordando Anna e la strada che attraversò

Penso spesso alla storia di Anna Ventura e a quella strada attraversata una volta di troppo, che finì per consegnarla al viaggio più lungo e terribile, quello per Auschwitz. Ho provato a raccontare quel viaggio con queste parole

 A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…  
Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze. 
E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada.



(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

venerdì 19 novembre 2010

La leggenda dell'uomo che inventò il libro perfetto

Perché devo sempre scrivere io su questo blog, quando c'è chi scrive cose bellissime e racconta storie di libri  che arrivano dritte al cuore e non lo mollano? Leggete questa storia, che ci regala (pensate, su Facebook) l'amico Francesco Panaro. Bellissima.

Staccate la spina dell’abat-jour, spegnete tutti gli ordigni, accostate le imposte delle finestre e se avete un lumino ad olio accendetelo, sedetevi davanti a questo moderno leggio: questa è la leggenda dell’uomo che amava i suoi non scritti libri e che inventò per gli altri il libro perfetto. Un uomo nato a Trieste nel 1902 e morto a Milano nel 1965. Questa è la storia annunciata pochi giorni fa,  la storia dell’altra mia vita sbiadita in questa. Prima di iniziare a raccontare la leggenda di Roberto Bobi  Bazlen  –  editor silenzioso che stava in punta di piedi, che guidava la mano, la scrittura della miglior parte del Novecento  –  lasciatemi ritornare solo per un attimo ai giorni nostri, lasciatemi dire cosa è necessario più di tutto oggi, lasciatemi sussurrare che non è indispensabile scrivere libri, romanzi per primi e tutta la compagnia stampante poi. Niente, nulla è più importante in questo tempo. Non sono necessari tutti quegli obelischi, quelle colonne di scienza che si vedono in ordine nelle patinate librerie…

Ero questo a diciotto anni e lo sono ancor oggi, meno radicale di Bobi: non pubblicare prima di sessant’anni, prima di quell’età non si può avere niente di importante da dire. La maggior parte degli scrittori, dei filosofi, dei critici e di eminenti cialtroni smentiscono, rinnegano, contraddicono se stessi anche prima dei sessanta. Non c’è solo il rumore di televisione e giornali in giro, c’è anche troppo rumore di carta stampata: tutti hanno da dire qualcosa – forse perché fare lo scrittore o il giornalista è meglio che lavorare – nella maggior parte dei casi sono ovvietà, inutilità: poesie, romanzi, racconti, parabole, consigli a mano larga per tutti. Naturalmente non bisognerebbe inibire solo il poeta, lo scrittore o il filosofo che bolle dentro se stessi, ma anche quello di tanti altri: agite, fondate una squadra di fedeli servitori della letteratura che irrompe nello studio privato di questi dantealighieri  e  jamesjoyce, sequestrate penna, calamaio e carta vergata. Condannateli a non accendere più le polveri del loro fecondo pensiero! Ecco, questo ho pensato tutta la vita.

Eppure, eppure per buona parte del Novecento un altro ha agito allo stesso modo, anzi nella maniera più radicale che si conosca. Solo un taoista consapevole come lui – e un inconsapevole come me – poteva decidere che non avrebbe mai pubblicato niente in tutta la sua vita. E che non avrebbe mai scritto qualcosa in forma di libro. Vi direte, questo è il tipico caso della volpe e dell’uva, questo signore non ha pubblicato mai nulla perché gli editori non hanno voluto pubblicarlo. No, questo triestino era Roberto Bobi Bazlen, ragazzo, poi uomo, antica, silenziosa, vera leggenda sconosciuta, uno degli editor più importanti che l’Italia e il mondo editoriale abbia mai avuto. Ma pochi lo conoscono. Lui di libri suoi non ne ha mai pubblicati ma ha inventato il libro perfetto. 
Non fatevi prendere sottogamba da questo sconosciuto che pigia lettere su una tastiera di notebook per le pagine di Facebook da un luogo che non c’è, come un corsaro, con un occhiale scuro al posto della benda nera sull’occhio, che scrive storielle senza mercato per i propri amici. Questo sconosciuto signore non racconta romanzetti inventati, credetegli sulla parola: Bobi era il revisore segreto, molto segreto all’epoca, di Eugenio Montale e delle sue Occasioni. Montale di Bobi diceva, in maniera quasi distaccata, tipico del poeta, che era «una leggenda cartacea inattendibile, un maestro inascoltato, un confessore inconfessato». Nel dopoguerra si è battuto per la pubblicazione in Italia del pensiero di Nietzsche proprio quando l’Einaudi e buona parte di tutta l’intellighenzia  italiana lo temeva, censurandolo. Con l’aiuto economico della famiglia Zevi e di Roberto Olivetti costruì la casa editrice Adelphi a propria immagine e somiglianza. Mise in moto la pubblicazione di “Robinson Crusoe” di Defoe, le opere di Georg Büchenr, Niccolò Tommaseo, le novelle di Gottfried Keller, Kafka, Musil. Portò con sé il poco più che ventenne che poi sarebbe diventato per tutti Roberto Calasso.

Non starò qui a snocciolare il lungo rosario degli autori che ha portato in Italia e l’infinito archivio dei libri che aveva letto, Bobi Bazlen nel 1925 scrisse a Montale «…vorrei far scoppiare la bomba Svevo con molto fracasso», e così fu. Da noi tradusse e pubblicò per primo Freud. Bobi consigliava e sconsigliava. Non aveva amato il Gattopardo, ne sentiva l’odore di un colto e ricco  scrittore provinciale che voleva far sognare e cullare la borghesia. Non sopportava Vittorini un’antipatia ricambiata. Il film Ladri di biciclette lo aveva liquidato come «…punto più basso nel quale sia caduta l’Italia (…). Stalin è stato scambiato con De Amicis (…)». Aveva anche detto in proposito che persone che piangono per un film di quel genere non possono che ammalarsi di infleunza… E subito dopo Roma, pazza per quel film, fu invasa da una accidentale epidemia. Non scambiatelo per uno che ha lanciato invettive e sentenze gratuite.

I nomi e i titoli usciti in Italia sono veramente tanti, e Roberto Bobi  Bazlen vive in quegli autori. E se c’è poco o nulla di scritto da lui è stata una scelta forse estrema, l’incompiutezza, per pochi, è il punto di arrivo. Io credo che l'esistenza, anche nel nostro piccolo, debba avere le stesse parole che, si dice, ebbe Ljuba Blumenthal per il suo compagno Bobi, perdono per l'accostamento e l'appropriazione: «la sua vita erano le altre persone, quello che lui poteva capire di loro, o fargli capire (…). Lui non cercava di immaginarsi come fosse una persona, lui lo era. E quando ha scoperto  che era questo il suo posto, non ha potuto più scrivere. Aveva capito dove stava la sua forza, e stava nelle persone».

giovedì 18 novembre 2010

Quando gli scrittori sono dietro le sbarre

Come a dire, ancora una volta sfiorando il cinismo, che la reclusione fa bene alla letteratura

Questo lo dice Umberto Eco, nell'introduzione al libro Parole di Libertà pubblicato dal Pen Italia in occasione del cinquantesimo anniversario di Writers in prison, gruppo che si batte per la libertà di espressione nel mondo. Lo dice Umberto Eco e queste pagine gli danno abbondantemente ragione. Tanto che si può tranquillamente condividere anche questo giudizio:

Dalle testimonianze di questo libro emerge che sempre, dopo sofferenze e umiliazioni tali da fiaccare ogni energia, tutti questi condannati sono riusciti a ritrovare l'entusiasmo della creazione letteraria una volta usciti dal carcere, e alcuni di loro lo hanno conservato durante la prigionia, scrivendo in prigionia, scrivendo della prigionia, talora mandando i propri versi a memoria quando non avevano neppure la carta per serbarne traccia.

Tutto vero. Però una volta constatata la forza della creatività, che sa esprimersi malgrado tutto, mi entra anche una grande tristezza. Solo al pensiero che al mondo si possa essere imprigionati per le proprie idee, per le proprie parole. E penso anche che un libro come quello di cui Eco firma l'introduzione in realtà ci fa vedere solo un lato della luna, non il dark side of the moon. Ciò che ha vinto il silenzio, ciò che ha oltrepassato le sbarre. Non ciò che è stato definitamente spento, imbavagliato, sepolto.


Non sto facendo letteratura sulla sofferenza altrui, ammonisce giustamente Eco. Solo che a volte bisogna proprio aggrapparsi alla sua nota speranza. Crederci e volerci credere, perché è giusto. Godere insomma della contraddizione dei tiranni che gettando gli scrittori nelle segrete, affinché tacciano, collaborano ad amplificarne la voce.

mercoledì 17 novembre 2010

Ararat, montagna di parole e miti




Metti una sopra l'altra le sillabe della parola Ararat e ottieni una montagna:

A
RA
RAT

Proprio così, una montagna può non essere solo rocce e dirupi e sentieri che portano in alto. Una montagna può essere fatta anche di parole, di idee, di immagini che prendono forma dai libri letti e a volte danzano per la testa. Con Ararat (Iperborea) Frank Westerman, scrittore olandese di cui ho già avuto modo di apprezzare El Negro e io, ci prende per mano e ci porta in cima a un monte che non è solo un monte, che è più di un monte, è un monte di storie, miti, leggende.

Quante cose che è l'Ararat. A partire dalla Bibbia che con poche parole ne fa un luogo unico al mondo, lo spartiacque (letteralmente) tra la devastazione del diluvio universale e la rinascita della vita: Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'arca si posò sui monti dell'Ararat.

E'questa la montagna sacra che nessuno doveva scalare, nemmeno fosse l'undicesimo comandamento, poco importa che il divieto magari nascondesse solo la possibilità della delusione (Sorgeva il sospetto che lo zelo con cui i sacerdoti impedivano di raggiungere i loro luoghi sacri fosse dovuto a un solo timore: che lì non ci fosse niente)

La montagna culla di civiltà, inizio della storia. La montagna promessa di terra promessa.

Ma anche la montagna frontiera, la montagna che è separazione, confine di eserciti contrapposti. Prima linea della guerra fredda. E da sempre i turchi da una parte e gli armeni dall'altra.

E tutto questo è anche il viaggio di Frank Westerman. Viaggio di letture e suggestioni, prima ancora che ricerca di altezze e aria rarefatta. Un viaggio che è bello fare anche noi, scivolando per queste pagine.



martedì 16 novembre 2010

L'uomo che camminava tra le ombre

Io sono morto. Cammino tra le ombre, vedo il mondo da una finestra invisibile

Con un incipit così non potete certo ripromettervi una lettura disinvolta e senza pensieri, però, chissà, da parole così - parole dure come pietre e roventi come il fuoco, per dirla come la dice Enzo Bianchi in una sua riflessione conclusiva - potete anche aspettarvi qualcosa che rimane, che continua a scavare anche dopo che avete messo via il libro e provato a pensare ad altro, potete aspettarvi qualcosa che fa male e che allo stesso tempo è salutare come una medicina amara.

Che talento che era Giovanni Cenacchi, scrittore innamorato di Dino Campana e degli spettacoli che la natura offre quando i sentieri si fanno impervi e l'aria più rarefatta, sarà che, come diceva, una passeggiata in montagna è già un discorso sulla bellezza o una riflessione sulla vertigine. Che talento, scippato da una malattia crudele e da una morte troppo precoce.

In Cammino tra le ombre c'è tutta la sua storia, dopo che gli piombò addosso una diagnosi che ammetteva ben poche speranze. Tre anni di vita nella morte che non si traducono in romanzo o in diario, ma piuttosto in pensieri abbandonati sulle sponde dei giorni, in aforismi e spunti poetici, in riflessioni che si contentano di poche righe e anzi galleggiano anche sul silenzio.

Momenti di grande sofferenza e momenti di pace ancora più grandi e inattesi, anche sul letto di un ospedale (Sto quasi bene, qui. E' questo morire?). Lampi di ribellione contro un Dio assente (Quando verrà il momento mi aspetto che ci sia Dio in persona ad accogliermi e a farmi le sue scuse) e la quiete di una accettazione che si fa strada (E ora, devo provare a costringermi di pensare che solo il non essere possa consegnarmi al mondo). Il tentativo di dare un senso alla malattia (Serve a rendere sopportabile - quindi desiderabile - l'idea della morte). L'arretramento delle possibilità di vita (Ogni cosa che vedo, è cosa che perdo) Ma poi, di nuovo, l'impossibilità della rassegnazione (Non si crede mai veramente alla propria morte. Si sente forte il diritto al miracolo. La vita non conosce altro che la vita).

Un libro non per tutti. Un libro che è come una voragine che si apre sotto i piedi. Un libro di straordinaria vitalità, malgrado tutto.

Com'è vitale scrivere del morire, e quanto è noioso e sterile scrivere della morte

lunedì 15 novembre 2010

Un Buster Keaton nelle birrerie di Praga

Bohumil Hrabal faticava durante il giorno, però di sera si prendeva il suo tempo in una delle tante belle osterie di Praga e lì si metteva a scrivere pagine che mi immagino inzuppate da tanta birra e ingarbugliate da molte conversazioni sul niente e sul tutto.

Da tutto questo balzò fuori uno scrittore insolito, irresistibile sia nell’umorismo che nella dolcezza surreale e struggente. Una sorta di Buster Keaton della letteratura, mi verrebbe da dire, anche se in effetti Hrabal non lo puoi paragonare a niente che non presupponga il suo essere in tutto e per tutto abitante di Praga.

Treni strettamente sorvegliati è il primo libro che lo ha fatto conoscere anche da noi, grazie anche a un film di Jiri Menzel (nella foto) che da esso è stato tratto: e c'è già tutta la sua forza, la sua inventiva, la sua poesia sbilenca, la sua capacità di strappare un sorriso e un brindisi anche dalle miserie che sono di tutti noi.

Da leggere e volare con la fantasia verso un paese - la Cecoslovacchia - che non c'è nemmeno più.

domenica 14 novembre 2010

Jessie del vento, prima di Miss Uragano

Jessie che impara presto a manovrare le vele, con l’abilità di uno skipper provetto. Jessie che appena può esce in mare aperto. Jessie che da sola raccoglie i venti e si lancia a tutta velocità da un capo all’altro della baia di Southampton, oppure solca le acque che separano il continente dall’isola di Wight, giusto di fronte. Jessie che ride di ogni spruzzo addosso.
Jessie che dal mare ricava le prime impagabili sensazioni di libertà.
È poco più di una bambina, ma è così che trascorre intere giornate. Solo la sera vira verso casa e si abbandona all’ultimo tratto che la separa dall’attracco, a pochi metri dai cantieri. Talvolta il padre la aspetta a riva, tra gli scafi tirati in secco. Lei comincia a salutarlo da lontano, agitando le braccia. Lui risponde con un misurato gesto della mano.
Nessuna parola sciupa l’eterno rumore della risacca.
Una volta un adolescente dai capelli rossi l’ha inseguita con le sue grida. Jessie non ha provato nemmeno a rallentare, ha continuato a correre a vele spiegate. Le parole si sono perse, sono diventate brezza, vento.
La barca saltava sulle onde, quasi volava sulle acque.
Però il ragazzetto non si è arreso. Ha urlato ancora. E l’ha chiamata così: Jessie del vento.
Un soprannome che rimarrà e sarà anche un destino.
Jessie. Jessie del vento.
 Le raffiche della vita, le correnti impetuose della Storia, che presto la ghermiranno.
E lei, lei che volentieri si farà portare lontano.

sabato 13 novembre 2010

Ritrovando il coraggio del pettirosso

Prima di tutto ci sono i sonni agitati e i ricordi di Saverio, figlio di un fornaio anarchico che le correnti della vita hanno strappato alle Apuane, per regalargli una nuova vita nel grembo caldo di Alessandria d’Egitto. Finora il passato non gli ha mai bussato alle porte di un presente placido come un mare senza brezza. Però ora che giace in un letto di ospedale, tra la vita e la morte, quel mare è diventata onda lunga, che lo percuote, lo allaga, lo invade.

Dove sono le sue radici? Quanto hanno scavato dentro di lui? E così il racconto diventa memoria, diventa viaggio a ritroso, diventa ritorno.

Fino a riportare storie antiche capaci di restituire il senso di appartenenza a chi, esule, più di tutti ne avverte il bisogno. Fino a ritrovare quell’unico paese che si sottrae a ogni confine perché si distende nei territori dell’anima. Fino a recuperare, intatto, quel cielo aperto che ha bisogno solo delle nostre ali e del nostro coraggio.

Un libro di Maurizio Maggiani - Il coraggio del pettirosso - che mi è ricapitato sotto gli occhi a distanza di anni dalla prima lettura. E che è riuscito a restituirmi quasi le stesse emozioni: non è davvero poco.

venerdì 12 novembre 2010

Il teologo e il suo compagno di viaggio

Lo diceva Norberto Bobbio, grande filosofo laico del nostro Novecento e amava ripeterlo un religioso della statura del cardinale Carlo Maria Martini:

La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa

Un libro come Disputa su Dio e dintorni si rivolge a tutti coloro che vogliono pensare. A quanti sanno che pensando e ragionando insieme sui nostri pensieri non si può che migliorare noi stessi e il mondo che stiamo abitando. Senza verità da imporre, senza appartenenze da rivendicare. Con la consapevolezza che solo la libertà fa bene alla verità.
E quanti ponti uniscono il teologo Vito Mancuso all'intellettuale - che mi piacerebbe definire illuminista - Corrado Augias. Nel caso, il teologo parla a nome di entrambi:  

Forse mi sbaglio, ma comincio a intuire che in questa nostra disputa su Dio noi ci divideremo soprattutto sull’uomo, perché in fondo la questione dell’esistenza e della natura di Dio si traduce nella questione della natura e del destino dell’uomo 

Dividersi per ritrovarsi, sempre. Per riconoscersi. Ed è proprio vero, non abbiamo bisogno di verità da imporre. Non ne abbiamo bisogno, per dare un senso al nostro cammino. 

Piuttosto abbiamo bisogno di compagni di viaggio. Abbiamo bisogno di parole che scavino. Come queste.


giovedì 11 novembre 2010

Quando Bill vestiva da Superman

Davvero, non sarà uno dei grandi autori della scena contemporanea americana, di quelli che ti sorprendono per lo stile e ti provocano con l'inventiva (e talvolta ti annoiano a morte e ti irritano con la loro presunzione), però che bravo che è sempre il nostro Bill Bryson a incantarti, a destarti curiosità, a coniugare vicende quotidiane con riferimenti alla cultura più o meno alta...

Nei suoi libri c'è (quasi) sempre modo per divertirsi e per riflettere, ma rispetto agli altri titoli in Vestivamo da Superman c'è molto di più: una speciale grazia, molto Amarcord, e poi il piacere di tuffarsi in un mare di parole per cogliere un bel pezzo di immaginario - l'America anni Cinquanta e dintorni - che molto abbiamo coltivato con i fumetti e con i film...

Irresistibile l'episodio della bomba adolescenziale verso la fine del libro, ma è meglio non dire di più...

Da leggere, anzi, da divorare. Uno di quei libri che mi ritorneranno in mente quando mi verrà da dire: avete presente il piacere di leggere?

mercoledì 10 novembre 2010

Perché la rosa non ha un perché


Oggi mi sono capitate sotto gli occhi alcune parole scritte da Enzo Bianchi in occasione dell'ultima edizione di Torino Spiritualità. Che belle che sono:
Apparentemente non c'è spiegazione alla logica del gratuito, proprio come ci ricorda l'aforisma del poeta mistico Angelo Silesius: "La rosa è senza perché". I fiori, segno gratuito posto in mezzo all'efficienza, sono al di là dell'utile e dell'inutile: essi sono e tanto basta per rallegrare l'esistenza.

Fanno pensare queste parole, anche rimanendo al di qua degli interrogativi metafisici che pure destano. Perché il gratuito, nella sua illogicità, si rinnova e si alimenta anche in questa nostra società, in questi tempi che sembrano votati solo all'interesse del mercato.

Aveva ragione, ce l'ha ancora, Oscar Wilde: Oggi si conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.

Però, ecco, mai dimenticarci che in tutto questo oltre al mercato c'è anche il dono. C'è anche dove non si spinge lo sguardo o dove semplicemente è facile distrarsi. C'è perfino qui, nella grande Rete, metafora e condizione della modernità, c'è nell'esplosione di queste tecnologie dell'informazione che sembrano solo appannaggio delle multinazionali, tranne poi accorgersi che anche un blog può rispondere all'idea del dono. 

Illogicamente, certo. Senza ragione come senza ragione è l'esistenza di una rosa.

martedì 9 novembre 2010

Il poeta persiano che alzava la coppa di vino


O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,
Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
E tu su quell’erba fa’ conto d’esser rugiada
Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita

È stato molte cose insieme, forse molte vite simultanee, Omar Khayyam, poeta persiano la cui biografia si perde nella notte della storia e della leggenda.

Poeta, ma anche astronomo, matematico, filosofo. Dicono che fosse raffinato e irascibile, indulgente e pigro, ironico e malato di nostalgia. Riverito da molti, insultato da tanti altri.

E c'è chi lo ricorda come la voce di un Islam tollerante, chi come un miscredente che amava il vino e i piaceri più effimeri, chi come un mistico che, come tutti i mistici, sfugge al giudizio esatto, quello che intende definire e incasellare.

Molte cose, davvero. Ma nelle circa duecento quartine che ci ha lasciato (moltissime altre gli sono state attribuite nel tempo) c’è soprattutto l’uomo che si interroga, l’uomo che si mette a nudo per afferrare il senso del suo cammino su questa terra.

La sua voce ci arriva da lontano e ci accompagna ancora oggi, come quella dell’amico con cui è facile condividere, la parola, il brindisi, il silenzio. Per poi abbandonarsi pacatamente alla vertigine del tempo che passa.

Poiché non sono verità e certezza in nostro possesso,
Non si può con speranze dubbiose aspettare tutta la vita.
Il palmo della mano non deve lasciare la coppa del vino.
In tanta ignoranza dell'uomo che importa esser sobri o ebbri?

lunedì 8 novembre 2010

Amos Oz e la pacifica arma dell'umorismo

Un piccolo grande libro, poche decine di pagine da leggere di un fiato. E anche da rileggere, perché questo libro lo merita. Ed è quanto ho fatto in questi giorni. Più che contento che il grande Amos Oz ci abbia regalato anche questo Contro il fanatismo.

Tra ricordi di vita e digressioni letterarie, è una straordinaria riflessione sul fanatismo, inteso, nella sua essenza, come smania di voler cambiare l'altro, cioé in effetti di annullare l'altro.

E non c'è solo l'analisi, visto che Amos Oz  non manca di suggerirci alcune buone "medicine" utili a debellare un virus che è dentro ognuno di noi.

E allora aiutiamoci con la capacità di guardarci con gli occhi degli altri - sarei potuto essere uno dei miei nemici - aiutiamoci con i buoni libri e l'umorismo - in vita mia non ho ancora visto un fanatico dotato di senso dell'umorismo.

Aiutiamoci con l'arte del compromesso, perché la pace non è un'altisonante dichiarazione di amore, la pace può essere incontrarsi con l'altro a metà strada.

domenica 7 novembre 2010

Quando Josip Brodskij era il poeta parassita

Come osservano i ligi e perfettamente socializzati burocrati sovietici: che tipo di lavoro può essere quello di un poeta?

Ecco, il problema mi sa che è proprio questo, che è per questo che il grande poeta e premio Nobel Josip Brodskij finì sotto processo nella plumbea Unione Sovietica degli anni Sessanta del secolo scorso. Per l'incapacità dei grigi burocrati del socialismo di immaginare che la poesia può essere un autentico lavoro, più che per consapevole volontà di piegare il poeta dissidente.

Tutto questo ora ce lo racconta un libro, Brodskij 1964. Un processo (Medusa edizioni). L'ultimo Tuttolibri ha pubblicato un brano della prefazione di Massimo Onofri. Un'occasione per ricordare il processo per "parassitismo sociale" al grande poeta ebreo russo.

Un'accusa che fu così articolata da un membro dell'Unione degli scrittori sovietici:


Brodskij sviluppa tre temi: primo, il distacco dal mondo; secondo, la pornografia; terzo, l'assenza di amore per la patria e per il  suo popolo. La patria gli è straniera

Spiega Onofri:

E certo, Brodskij non s'aiuta difensivamente, ma aggrava la sua posizione, quando, di fronte all'accusa che quello di poeta non è un lavoro, continua a ripetere che il suo lavoro appunto, è stato quello di comporre o tradurre versi

Evidentemente poteva essere un lavoro mettere le proprie parole al servizio di quegli stessi burocrati, ma la poesia, la poesia vera, genuina, forte del suo stesso coraggio, assolutamente no, quella poesia non cortigiana doveva essere solo l'esibizione di un parassita o di un pornografo.

E così non faccio fatica a pensare ad altri tempi, altre storie.
       

sabato 6 novembre 2010

Con Raymond Carver, un giorno di pioggia

Mi sono svegliato stamattina con
una gran voglia di restare tutto il giorno a letto
a leggere. Ho cercato di combatterla per un minuto.


Poi ho guardato fuori dalla finestra alla pioggia.
E mi sono arreso. Mi sono affidato totalmente
alla custodia di questa mattinata piovosa.


Rivivrei la mia vita un'altra volta?
Rifarei gli stessi imperdonabili errori?
Sì, se appena potessi, sì. Li rifarei.

(Da Raymond Carver, Racconti in forma di poesia, Minimun Fax)

venerdì 5 novembre 2010

Voltiamo pagina o voltiamo pagina?

Voltiamo pagina. Ovvero, come li sfogliamo Accabadora di Michela Murgia o La caduta dei giganti di Ken Follett? Li maneggiamo, li strapazziamo, li macchiamo con il caffé, alla maniera di sempre, oppure li sfioriamo solo fuggevolmente? In altri termini, versione virtuale o di carta?

La domanda non è solo di Mirella Serri dalle pagine di Tuttolibri. In realtà è di tutti noi. Insomma, voltiamo pagina (nel senso di continuare a fare ciò che facciamo da sempre) o voltiamo pagina (nel senso di cominciare un'altra storia)?

Bella domanda. Domanda con cui fare i conti comunque, ora che in Italia gli ebook sono saliti a quota 5 mila. Ora che in parecchi si lanciano in ardite previsioni: ci sarà il sorpasso?

Malgrado tutti gli entusiasmi innescati dai patiti delle nuove tecnologie, fanno riflettere i dati pubblicati da Giovanni Solimine su L'Italia che legge.

I lettori forti in Italia sarebbero sui 4 milioni e (udite udite) sarebbero addirittura in aumento (i problemi sono oltre quei 4 milioni, pensate che nel complesso legge solo il 38% degli uomini). In gran parte è questa la fetta che si contenderanno ebook e libri di carta. E sono pronto a scommettere che in tanti acquisteranno gli uni e gli altri, senza schierarsi per nessuno dei due partiti.

E credo proprio che abbia ragione: Mirella Serri:


Arriva l'ebook, pronto ad affiancare, a collaborare ma non a soppiantare i volumi più tradizionali... Per il momento carta resiste, conta e canta

giovedì 4 novembre 2010

Quando la rapidità non fa male

Forse avete letto anche voi la storia di quel concorso letterario aperto a ogni genere di romanzo, basta che i concorrenti rispettino un solo requisito, averlo scritto in appena 30 giorni. Nel caso, vi riporto quanto ha scritto Raffaella De Santis sulle pagine di Repubblica:

Se Jack Kerouac ha scritto On the road in solo tre settimane, perché non tentare. Centinaia di migliaia di aspiranti scrittori sparsi in tutto il mondo in questi giorni ci sperano e intasano con i loro manoscritti il sito web del National Novel Writing Month

Non so se questo concorso mi piace. Certo, a giudicare dal suo successo, pare essere decisamente in sintonia con i nostri tempi. Tempi dove evidentemente la rapidità - e non la lentezza - pare dote essenziale e imprescindibile. In cui la scrittura è quella veloce, quasi automatica, delle email e non quella di chi distilla le parole su uno schermo bianco o peggio ancora su un foglio di carta. Tempi in cui, peraltro, i libri entrano nelle librerie e ne escono con lo stesso ritmo dei turisti in un villaggio vacanze.

E dunque, pensandoci un po' di più questa idea mi piace ancora meno. Però se insisto a pensarci l'occhio mi casca anche sul titolo dell'articolo: Quei grandi romanzi scritti in pochi giorni.

E allora è giusto ricordarsi di Jack Kerouac e dei tanti altri che volarono sulle pagine. Stendhal che completa La Certosa di Parma in appena 52 giorni tenendo fuori di casa tutti gli scocciatori ("Il signore è a caccia" dice la servitù). Fedor Dostoevskij che impiega solo 26 giorni per Il giocatore. Graham Greene, William Faulkner, Luigi Pirandello che in una manciata di settimane sfornano capolavori.

E allora preferisco sospendere il giudizio. Perché mi sa che non conta quanto si è veloci, ma quanto si ha da dire. Quanto ci si sente a proprio agio in quello che si dice. E sarà banale, ma è proprio così.

mercoledì 3 novembre 2010

Quei momenti di trascurabile felicità


Beh, perché non usare questo blog non solo per i libri che ho letto, ma anche per quelli che voglio leggere? Per le intenzioni di lettura, insomma?

Sono consapevole che ancora devo andare in libreria e acquistarlo e portarmelo a casa e poi sceglierlo dalla pila degli ancora non letti, però questo libro mi tenta, fin dal titolo: Momenti di trascurabile felicità.

E' un titolo accattivante, di quelli che catturano l'occhio, che rimandano a concetti garbati. Per esempio all'idea di una gioia portatile, su misura, che possiamo infilare dentro le nostre giornate così come facciamo con i nostri computer sempre più miniaturizzati.

L'autore è Francesco Piccolo - un cognome che sembra fatto apposta - uno scrittore che è già uscito con titoli quali L'Italia spensierata e Allegro occidentale. Michele Serra, che ne ha parlato qualche tempo, lo etichetta come un provocatore, che può essere anche un bel titolo, inteso come onore.

Cucire assieme spensieratezza, allegria e - addirittura - felicità costituisce un'eccezione quasi scandalosa. 

Così dice e non posso che dargli atto, in tempi così magri. E pensate - questo è il bello - per arrivare a questo non c'è bisogno nemmeno di tanto stucchevole buonismo.

Spero che tra l'intenzione e la lettura questa volta non ci sia di mezzo il mare della mia pigrizia.

Giusto ora mi viene in mente che anche pregustare un libro può essere una felicità trascurabile. Trascurabile e necessaria.

martedì 2 novembre 2010

L'India del signore delle lacrime

Le strade che abbiamo percorso, anche non tante volte ma avendo la piena consapevolezza piena di quel che facevano, si impregnano di noi. Il nostro fantasma continua a batterle, anche se non siamo morti, anche si siamo vivi altrove

Da un grandissimo editor - un punto di riferimento per l'editoria italiana - un libro che non mi attendevo, che è molte cose insieme.
 
Proprio così: Signore delle lacrime di Antonio Franchini (Marsilio) è un libro di viaggio che non è solo di viaggio, è riflessione alta, dialogo con se stessi, tuffo nella spiritualità. Reportage narrativo dall'India che non dimentica la vita quotidiana a casa propria. Abitudini e vizi del turista, ma anche autobiografia. Pantheon induista e materialismo nostrano, con diverse sorprese però. Occidente e oriente e tanto altro ancora.

Un libro che è ricchezza e contaminazione e allergia a ogni schema precostituito. Un libro che non fa sconti e che per questo è ancora di più da leggere.

lunedì 1 novembre 2010

Il vecchio Giappone e il mondo fluttuante

La raccolta del tè in un giardino. Un cappello di paglia abbandonato in mezzo a un viale con le foglie cadute dagli alberi. Tre donne di cui una scrive il pensiero su un paravento, la seconda dipinge un ventaglio, la terza illustra una poesia. Alcuni ragazzini con i piedi a mollo in un torrente che giocano con una piccola tartaruga. Un pruno in fiore ai piedi del quale fanno mostra di sé due fagiani. Un ciliegio e sopra due rondini dal collo rosso. Altre tre donne, inginocchiate sulla riva di una baia, in attesa che si riscaldi il sakè. Un bambino che impara a scrivere, con la madre che gli guida la mano che impugna il pennello....

E quante altre immagini, che chissà quante volte abbiamo visto, riproduzioni di quell'antico Giappone che prima la guerra e poi i tempi moderni hanno quasi del tutto cancellato. Illustrazioni raccolte in libri che è bello tenere in bella vista sul tavolino del salotto, stampe che da sole bastano a riscaldare una casa, a dare un segno di grazia, di bellezza composta ed essenziale.

Molte sono opera di Katsukisha Hokusai (1760-1849), il maestro del mondo fluttuante, quello che per me è soprattutto un quadro (tengo la sua riproduzione nell'ingresso, apro la porta ed è lì), la grande onda che si sta abbattendo sui pescatori, il monte Fuji sullo sfondo, impermanenza ed eternità insieme.

Non ne conoscevo la vita e ho scoperto molte cose leggendo questo libro - a metà tra la biografia e il catalogo - che poi è opera nientemeno che di Edmond de Goncourt (che sorprendente connubio il grande scrittore dell'Ottocento francese e il pittore giapponese). E complimenti alla Luni editrice, che ha avuto il merito di ristamparla.

Hokusai visse da povero, anche perché accettava solo i lavori che gli piacevano. Della povertà andava quasi fiero. Era un uomo bizzarro, non sempre gradevole. A volte si firmava Il vecchio pazzo per il disegno o Il prete mendicante.

Un giorno un incendio gli bruciò la casa e gran parte dei suoi disegni. Riuscì a portare in salvo solo un pennello: la sua vita.

Una volta disse: Se il cielo mi concedesse ancora solo cinque anni di vita... potrei diventare un autentico grande pittore.

Grande pittore, lo era davvero.

Un pittore e un maestro che in punto di morte ci  ha  lasciato una poesia che diceva più o meno così:


Oh libertà, la bella libertà, quando si va nei campi estivi per lasciarvi il nostro corpo perituro!