giovedì 30 settembre 2010

Amicizie e amori dei grandi Macchiaioli

Diceva Giovanni Fattori: L'arte è un sentimento, non un mestiere. Stato d'animo, insomma, non tecnica.

Lo diceva lui che probabilmente era il più grande, ma mi piace pensare che questo possa valere per tutti i Macchiaioli, quel gruppo di pittori che nell'Ottocento rappresentò davvero qualcosa di dirompente sulla scena italiana.

Respiro europeo e radici ben piantate in terra. Plein air e una luce come finora non s'era mai vista. Allergia per ogni accademia e ideali respirati a pieni polmoni, il Quarantotto e gli studenti in prima linea, Garibaldi e l'Italia che si andava facendo.

Nelle Lettere dei Macchiaioli, curate da Lorella Giudici per Abscondita, si coglie qualcosa di tutto questo. Non è un libro essenziale, come quasi sempre non lo sono le raccolte di lettere private. Eppure è un piacere vedere che cosa c'era dietro quadri tante volte visti al museo o sulle copertine.

Amicizie e conti in tasca, ambizioni e trattative con mercati d'arte. E perfino qualche caduta di stile per così dire.

Leggete cosa Federico Zandomenighi scriveva a Diego Martelli, a proposito proprio di Fattori:
La pittura di Fattori non esiste sotto nessun punto di vista nè come mestiere né come arte. E' una pittura triste come la fame e rivela un'ignoranza assoluta per parte di chi l'ha commessa

Come dire, che insieme si poteva fare anche notte al caffè, ma poi se non la lingua almeno il pensiero si scioglieva liberamente sulla carta: e non sempre veniva fuori il meglio.

mercoledì 29 settembre 2010

Viaggiare alla frontiera per decifrare il mondo

Da Vladivostock a Tirana, dal Golfo Persico all’Indocina, dal Bangladesh al Sudan, più viaggi che in realtà sono un viaggio solo, il viaggio dell’uomo che vuole capire e raccontare.

Ed è questo che fa Federico Fubini, giornalista che ha macinato migliaia di chilometri per decifrare il cambiamento del mondo, per dare un senso a ciò che è sempre più complesso, intrecciato, instabile. E che poi ci ha raccontato tutto questo in Destini di frontiera (Laterza).

Quante cose che ci sono in queste pagine. Frontiere che spariscono e altre che si innalzano, anche a dispetto dei confini della geografia politica. Dinamiche economiche che cancellano tradizioni millenarie, creano fortune e più facilmente infliggono disastri. Paesi che ignoriamo a cuor leggero, con l’incoscienza di chi chiude gli occhi alle possibilità e alle minacce che riguardano tutti.

Quante cose. Le donne al timone dell’economia vietnamita che applicano la saggezza del buddismo con i più grandi e cinici banchieri, perché questo aiuta a trovare il miglior potenziale negli altri. Singapore che sta allargando i suoi confini creando terre artificiali con la sabbia portata via alla Cambogia. La pace sociale che certi stati arabi riescono a garantirsi facendo dell’Indocina il granaio dell’Impero. I risciò del Bangladesh e i disastri che in questo paese stanno provocando i cambiamenti climatici.

Gli eventi della globalizzazione e i destini individuali. Ben legati insieme: ed è precisamente di questo che abbiamo bisogno, se vogliamo dare un senso a questo mondo.

martedì 28 settembre 2010

Quanto è depressa l'America di Franzen


In Italia uscirà solo a febbraio, eppure se ne parla di già molto, con quel senso di attesa che spetta solo ai capolavori annunciati. Quasi sempre la delusione è appena dietro l'angolo. Però se l'autore si chiama Jonathan Franzen è doveroso concedere il massimo del credito. Per quanto mi riguarda mi porto ancora dietro le emozioni che questa estate mi ha regalato la lettura de Le correzioni. E dunque non posso non aspettarmi molto anche da Freedom (a proposito, come si tradurrà questo titolo in Italia, se si tradurrà?)
E dunque, ho letto la riflessione che David Brooks fa su questo libro che sta appassionando e dividendo. Pare che ancora una volta venga fuori un'America popolata da gente infelice e spiritualmente immatura. Pare che la storia sia piena di personaggi che hanno vite lasciate a metà (e in effetti non c'è niente di nuovo in questo, bisogna davvero essere bravi per usare questi ingredienti: ma Franzen senz'altro lo è)

Ed ecco la riflessione di David Brooks: Freedom è più rivelatore della cultura letteraria americana che dell'America in sè.

Il ragionamento dovrebbe essere questo: ormai è scontato che l'America raccontata nei libri debba essere un'America depressa, cinica, infelice. Fatta di periferie e sobborghi dove la vita è desolazione, di posti di lavoro dominati da una competizione assassina, di uomini pubblici falsi come i trucchi dei maghi televisivi.

Questo è quello che da un bel po' di tempo passa la letteratura americana, da così tanto che non possiamo immaginarci altro. Per esempio lo sport: c'è sempre un ambiente marcio e casomai un eroe solitario - giocatore o allenatore - che vince contro tutto e tutti. Provate a trovare un libro (o un film) che si limita a esaltare i valori dello sport in America (nel caso, forse, non ci sarebbe nemmeno la storia, ma questo è un altro discorso).

Conclude David Brooks: Freedom è un libro brillante ma nonostante ciò intrappolato in un cul de sac intellettuale, il suo sguardo sulla vita americana è troppo feroce.

La pulce nell'orecchio è servita.

lunedì 27 settembre 2010

Il Leopardi che leggeva e diventava quel libro

La cosa essenziale, dice Leopardi, non è essere uno scrittore, ma un lettore. E lui legge di tutto e diventa ogni volta il libro che ha letto e non c'è fine a questa incessante trasformazione

Che belle queste parole, che Pietro Citati – e dico poco – consegna ad Antonio Gnoli, in una bella intervista in cui presenta la sua ultima impressionante fatica, Leopardi (Mondadori). Libro che mi fa un po' paura, lo ammetto, ma che certamente finirò per comprare e per leggere, intrigato da Leopardi, ma sicuramente anche dalla consapevolezza che un'opera di Citati è sempre una miniera che arriva a profondità insospettate, di sorpresa in sorpresa.

In attesa del libro, quanti spunti in questa intervista su un poeta che è troppo facile confinare ai versi che ci insegnano a scuola e inchiodare ai vari stereotipi dell'infelicità e della solitudine.

Grazia a questo libro riuscirò a saperne di più di questo uomo che ci lasciò detto che le uniche cose sopportabili sono le cose che non sono. Che sapeva essere moderno detestando la modernità. Che diventava tutti i libri che leggeva e per questo si considerava solo uno scrittore di tentativi. Che nella sua sofferenza sapeva anche essere meno ombroso di quanto vorremmo presupporre (leggo nell'intervista che si divertiva anche a dare i numeri del lotto che gli chiedevano in quanto gobbo)

Un uomo che riesce a parlarci ancora, perché, come spiega Citati, da quel lembo di provincia italiana che era Recanati è riuscito a porsi fuori del tempo e quindi a parlare a tutti i tempi.

L'Italia non ha più prodotto nessun altro grande moderno


E con  queste parole a me non rimane altro che meditare su ciò che è veramente moderno.

domenica 26 settembre 2010

Il coraggio del libraio e i libri da sbirciare

Sabato mattina, un giorno di sole come solo una giornata di settembre ti sa regalare, col cielo più limpido, i colori più brillanti. Giornata perfetta per abbandonare questo computer, uscire, magari girellare per i mercatini.
Senza averlo messo in conto mi ritrovo dentro una delle librerie del mio quartiere. Una di quelle librerie - per la cronaca si chiama Puntifermi ed è nata da non molto - che fanno sentir bene solo a dare un occhio alla vetrina, perchè si capisce che i titoli scelti hanno un senso, che rispondono a un gusto, anche personale, piuttosto che alle classifiche, che esprimono amore per i libri, prima di tutto.

Punto il libro della Diana Athill - quello di cui ho già scritto qualcosa pregustandone la lettura - e mi metto in fila alla cassa: giornata di acquisti, oggi, magari fosse sempre così. Dietro di me un signore di una certa età sbircia il libro che ho tra le mani: "Bello", si lascia scappare. Cominciamo a discutere.

Ma poi la mia attenzione si sposta sulla conversazione che si è accesa davanti a me, sul libro dell'Avallone. Sono tentato di dire la mia. Non lo faccio, ma è questo il pensiero che mi balena: qui sto proprio bene.

E anche domenica scorsa, a Poggibonsi. La notizia dell'apertura di una nuova libreria, Il mondo dei libri, mi spinge a vincere la pigrizia. Abbandono il divano, prendo la macchina. Ha vinto la curiosità: prima ancora che per la libreria, per le persone che hanno avuto il coraggio di imbarcarsi in tutto questo. Di questi tempi, poi.

Scopro una libreria bella, luminosa, ricca di titoli per niente scontati. Scopro librai entusiasti, uno spazio di incontri da levarsi il cappello, la voglia di essere assai di più di un negozio che vende libri.

E poi qualche giorno fa, mentre me ne sto andando in bicicletta. Ecco che passo davanti a una libreria storica di Firenze, anch'essa non troppo lontano da dove abito. Scopro che una settimana fa è rinata a nuova vita, grazie a diversi lavori e a qualche buona idea.

Oggi è la Libreria Caffé il Parterre, un posto con 10 mila libri, ma anche con i tavolini per il caffé, i dolci fatti in casa, la musica, i giornali in lettura.

E ora mi viene in mente di mettere in fila tutto questo e mi dico, per prima cosa: che bello scommettere ancora sui libri.

Poi mi viene anche di riattizzare la "polemica", e penso a tutti gli amici che già stanno celebrando la morte del libro, seppellito dalla potenza tecnologica del digitale, cosa che, inequivocabilmente, dovrebbe segnare anche la morte delle librerie.

E a costo di passare un'altra volta per l'uomo del neolitico chiedo: avete idea di cosa rischiamo di perdere?

Per quanto mi riguarda avrò ancora bisogno di posti dove sbirciare i libri altrui, farmi consigliare, scambiare quattro chiacchiere con quello sconosciuto che solo per il fatto di trovarsi lì mi fa ben sperare.

sabato 25 settembre 2010

La volta che Jack Kerouac non voltò pagina

Mi procurerò un rotolo di carta da infilare nella macchina da scrivere e scriverò le cose il più veloce possibile, esattamente come sono successe

L'avete riconosciuta? Questa è una delle storie più belle e incredibili tra tutte le storie che si potrebbe raccontare su libri tenuti in un cassetto o pubblicati, dimenticati o destinati a lasciare un segno. In questo caso, un'opera che ha rappresentato e rappresenta assai di più di un bel romanzo: Sulla strada di Jack Kerouac.

Ancora oggi se mi imbatto in questo titolo il cuore mi balza in gola e poi la mano del rimpianto lo strizza ben bene. Rimpianto di che non lo so poi. Di un'America che non ho mai attraversato se non nella fantasia? Di una generazione che non era la mia?

Non lo so, ma ci sono stati anni in cui Sulla strada - io preferivo chiamarlo On the road - era un libro da portarsi dietro immaginando strisce di asfalto che tagliavano interi continenti e notti insonni illuminate dal jazz e dalle più strampalate chiacchiere.

Al mio affetto per Jack Kerouac il tempo ha fatto meno male che ad altre passioni, per non dire di tante convinzioni. Ma insomma, la storia più bella forse è proprio questa.

Jack Kerouac che questo libro lo vuole scrivere tutto di getto, senza interrompersi, nemmeno per cambiare foglio. Che per questo si procura i rotoli di una telescrivente e li unisce col nastro adesivo. E che poi si rintana nella sua casa di New York, aziona il cronometro (questo lo dico io) e parte.

Tre settimane per scrivere il romanzo che saluta e incarna una nuova epoca. Cento parole al minuto per riempire 36 metri di carta, un papiro dei tempi moderni.

Poi ci vollero sei anni per arrivare alla pubblicazione e il testo originale - che ora viene ripubblicato dalla Mondadori - dovette sopportare diverse modifiche. Pare che all'inizio il libro fosse un unico fluviale paragrafo e che diversi punti, diverse virgole siano state aggiunte solo in seguito (tutto questo viene ben spiegato da Tommaso Pincio in un recente articolo).

Ma questo è secondario. In tempi di scuole di scrittura, di libri costruiti come prodotti di laboratorio, è bello ritornare a quella pazzesca esplosione creativa.

Ps: non c'entra, ma ho letto che On the road è il titolo più rubato nelle librerie americane. Ancora oggi. E non so se stupirmi dell'esistenza di classifiche come questa. O se piuttosto non interrogarmi sulle eventuali connessioni tra la natura dell'opera e la sua propensione a farsi portare via senza passare dalla cassa

venerdì 24 settembre 2010

Il crespucolo di Maugham, scrittore infelice

Willie - mio zio William Somerset Maugham l'ho chiamato così fin da bambino - era certamente il più famoso scrittore vivente. E probabilmente il più malinconico

Ecco, comincia così Conversazioni con zio Willie (Adelphi) un libro che ho preso soprattutto per fedeltà a uno degli scrittori a cui più tengo.

Pensavo fosse più o meno una biografia scritta dal nipote Robin (nipote ma anche discreto scrittore, autore tra l'altro de Il servo, il testo da cui Joseph Losey trasse un memorabile film con Dirk Borgade).

Una biografia, o qualcosa del genere, dedicata a uno degli autori più (meritatamente) fortunati del nostro Novecento. E invece non mi vado a imbattere fin dal terzo rigo in quella parola, malinconico?

E' così: Willie, nel ricordo di Robin, è ormai un fragile vecchietto, con la faccia solcata da una rete di rughe e una balbuzie sempre più accentuata. Un'anima persa a cui non bastano nè la fama nè una superlativa ricchezza che gli permette di vivere in una lussuosa villa a Cap Ferrat.

Willie è semplicemente un uomo disorientato dal presente e timoroso del futuro, che cerca qualche conforto nel passato. Un uomo, soprattutto, che ha paura di morire.

Sfortunatamente, il solo beneficio che talento e successo non avevano dato a Willie era la felicità


Pranzava su piatti di argento, William Somerset Maugham, ma tutto questo contava poco o niente.

Sei il più famoso scrittore vivente. Sarà pur qualcosa, provava a confortarlo Robin.
E lui, tetro: Vorrei non aver mai scritto una parola.

Che sorpresa. Tante volte mi sono imbattuto nel male di vivere nei libri. Assai raramente - e certo non in autori quale Maugham - in qualcosa spinto fino a mettere in discussione anche il senso della scrittura e la sua possibilità di salvezza. O almeno di consolazione.

PS: il libro è comunque pieno di sulfureo humour britannico - e questo sì che me l'aspettavo. Il Maugham di battute così:
Alla mia età capita che amici e conoscenti ti muoiono attorno come mosche. Ma forse c'è il suo lato buono. Diminuiscono i rischi di querele

giovedì 23 settembre 2010

I romanzi di tre righe di colui che scelse il silenzio

A 80 anni la signora Saout, di Lambézellec, nel Finistère, cominciava a pensare che la morte si fosse dimenticata di lei. Così ha aspettato che sua figlia uscisse, e si è impiccata.

Nel liceo di Amiens inaugurato un medaglione a Louis Thuillier, morto in Egittpo, dove era andato a studiare il colera. Che lo ha ucciso.


Ecco, erano così, i Romanzi in tre righe che ogni giorno, per anni e anni, Félix Fénéon pubblicava sul quotidiano Matin, con una perseveranza che non riuscì a dimostrare in nient'altro.

Tre righe, tre righe appena per raccontare un'intera storia. Per aprire una finestra su un mondo, per illuminare una vita quasi sempre riacciuffata dalla fine, per disegnare i confini di una tragedia familiare o di un fattaccio di cronaca nera.

Tre righe e un meccanismo implacabile. Un rigo per circostanziare personaggi e ambientazione, un rigo per narrare la vicenda, un rigo per chiudere a effetto. Non una lettera più del necessario. Tutto il resto, superfluo.

Qualche tempo fa Adelphi ne ha pubblicato una selezione in un bel libretto, che io consiglio soprattutto per un testo di Matteo Codignola che racconta chi era Félix Fénéon: straordinario personaggio che solo la Parigi fine Ottocento poteva partorire.

Anarchico, ma impiegato modello al ministero della Guerra.

Processato per un attentato e difeso da personaggi come Stéphane Mallarmé, secondo il quale l'unica cosa pericolosa che poteva maneggiare era la letteratura.

Autore di un libriccino di appena diciotto pagine (la brevità era evidentemente un suo imperativo) che di fatto consegnò al mondo gli Impressionisti.

Personaggio pubblico interamente dedito alla falsificazione, non di banconote ma di identità, una vita nascosta sotto pseudonimi (anche le lettere private le firmava con altri nomi)

Direttore di riviste che si permettevano di avere Gide come critico letterario e Debussy come critico musicale, ma in fondo smanioso di rovesciare tutte le parole in un grande buco nero di silenzio.

Ecco, il silenzio. Félix Fénéon, dice Matteo Codignola, era l'equilibrio perfetto fra la parola e il suo contrario. Uno degli intellettuali francesi più importanti - e decisamente meno in vista - era semplicemente celui qui silence. Colui che se ne sta zitto.

mercoledì 22 settembre 2010

L'America e quel coraggio nonostante tutto

Insomma, così stanno le cose: la fortuna non esiste, come non esiste la sfortuna, del resto. Esistono difficoltà, semmai, esistono opportunità: e la differenza tra le une e le altre sta solo nello sguardo che su di esse si esse si posa. Perchè sta solo a te reagire e ripartire, oppure lasciarsi andare.

Questo ci insegna Mario Calabresi, senza farci la paternale, senza pestare più di tanto sui tasti dei buoni sentimenti, senza giocare al pastore di anime, ma semplicemente facendo il suo mestiere, e facendolo bene, il mestiere di giornalista.

Ma prima di tutto La fortuna non esiste è un reportage nell'America di oggi, l'America della depressione economica dopo la sbornia finanziaria, del disastro che ha cancellato intere città e annientato le sicurezze di milioni di famiglie.

Ma anche nell'America di Obama, della speranza malgrado tutto, della scommessa sul futuro.

Storie di disastri, storie di gente che rialza la testa.

Un libro che fa bene, perchè non è solo un'iniezione di facile ottimismo. Un libro per tempi difficili perchè questi tempi non li nasconde, ma anzi, li mette spietatamente a nudo.

martedì 21 settembre 2010

Miss Uragano, la ragazza inglese che fece l'Italia

Fu cospiratrice al servizio di Mazzini, infermeria delle camice rosse in quasi tutte le campagne di Garibaldi, poi anche scrittrice e giornalista, corrispondente per alcune delle più grandi testate internazionali e, prima in Italia e tra le prime donne al mondo, anche inviata di guerra. Venerò Mazzini come maestro, si lasciò conquistare da Garibaldi come uomo e come eroe, ebbe come amici intimi personaggi del calibro di Agostino Bertani e Carlo Cattaneo, ma fu con un altro protagonista di quegli anni e di quelle battaglie, Alberto Mario, che intrecciò una lunga e travolgente storia di amore: forse la più bella del nostro Risorgimento, sbocciata in carcere e capace di durare fino alla morte.

Mi piace parlare di lei. Mi piace, non perchè devo parlare del mio ultimo libro, ma perché questa figura di donna mi ha conquistato anni fa e ancora me la porto dietro. Come succede con le persone di cui racconto la storia finisco in qualche maniera per rivolgersi a esse con il tu, in un dialogo immaginario che non viene meno.

Il suo vero nome era Jessie White, ma tutti avevano imparato a chiamarla Miss Uragano, scherzando bonariamente sul suo carattere imprevedibile, sul suo barometro umorale in continua oscillazione, sulle sue uscite da pasionaria. Fra i tanti inglesi che nell’Ottocento offrirono un contributo alla causa italiana, lei fu quella che offrì di più: una vita intera, trascorsa soprattutto a Firenze, la città che scelse per vivere e per morire, ma anche a Pisa, Genova, Napoli, Palermo, Roma.

Nei suoi confronti l’Italia è stata senz’altro assai meno generosa. Oggi il ricordo di Jessie White è confinato solo a qualche studio specialistico. Pensare che la sua vita è come un romanzo, ricco di colpi di scena e passioni, dal tempo delle barricate e delle imprese dei Mille a quello delle proteste e del giornalismo impegnato, lei che è stata la prima donna in Italia a distinguersi per le grandi inchieste sul campo, per le testimonianze coraggiose sull’inferno delle carceri e dei manicomi, dei bassi napoletani e delle zolfatare.

La sua storia, tutta da raccontare, è anche la storia dell’entusiasmo che ha accompagnato l’Italia da fare e delle tante, troppe delusioni dell’Italia fatta. La storia del nostro paese, visto con lo sguardo di un’inglese particolarmente eccentrica.

E sempre più mi accorgo che guardare indietro è un buon modo per guardare ai nostri tempi e a volte anche per guardare avanti.

lunedì 20 settembre 2010

Una mischia per capire cosa siamo diventati

Beh, ne sono davvero convinto: per raccontare cosa è un paese - cosa è diventato un paese - non c'è bisogno di saggi ponderosi, di analisi sociologiche complessive e complesse.

A volte bastano storie quotidiane, sguardi in tralice, vicende che si dipanano dietro la rete di un campetto da calcio di periferia o nel chiuso di un condominio. Personaggi ed eventi come quelli raccontati in questo piccole intenso libro che ci propone l'editore Cult.

E no, non è una storia di calcio. Semmai la storia di un ragazzino che gioca a calcio e di un padre che su di lui investe tutte le sue ambizioni, tanto per compensare la sua vita di frustrazioni.

Ma anche questa è solo una parte di una storia bella e ben raccontata da Alberto Schiavone, una storia che a mio parere perde qualcosa solo sul finale.

Una storia che ci racconta, appunto, cosa è diventata l'Italia: un paese povero di idee e di valori, razzista, violento, cafone.

Ma noi dove eravamo? Perché ce ne siamo accorti troppo tardi?

domenica 19 settembre 2010

Il lento passo dopo l'altro di David Mitchell

Ammetto di non avere letto niente di David Mitchell, autore di culto paragonato a mostri sacri quali Tolstoi, Nabokov e Joyce (eccessi a cui peraltro si sottrae il diretto interessato, persona che si dice particolarmente modesta). Però da un po' di tempo a questa parte gli scrittori – la loro vita, la loro storia – mi interessano quasi più delle loro stesse opere. La stessa pulsione, ritengo, che mi sta spingendo verso i libri che parlano di libri.

E dunque mi è piaciuto l'articolo che Wyatt Mason ha dedicato a David Mitchell e soprattutto al modo con cui David Mitchell “un lento passo segreto dopo l'altro” è diventato scrittore.

Pensare che non ci avreste scommesso su di lui, su questo ragazzo che con la parola ha incontrato diverse difficoltà (inizia a parlare a 5 anni per scoprirsi balbuziente).

A un certo punto della sua adolescenza David Mitchell comincia a vivere dentro se stesso. Divora libri con una inquietante propensione ai temi più apocalittici e paranoici, ma all'università capisce che i libri sono una cosa, la vita un'altra:

Anche quando mi concentravo sui libri, non avevo nessuna voglia di passare il mio tempo leggendo del Mississippi di Mark Twain. Volevo passare il tempo "lungo" il Mississippi di Mark Twain

Ricorda il suo docente di lettere:

Aveva la tendenza a fuggire dalle realtà esattamente al momento sbagliato... Nella mia utopia, c'è uno spazio speciale per un sognatore del suo calibro

Che è un bel dire.

Un giorno sceglie di vivere in Giappone, si mette a scrivere sul serio, sforna un romanzo che si infrange su un muro di rifiuti. Solo un editor, Mike Shaw, gli presta attenzione:

Non avevo mai visto niente di tanto estremo... Bruttissimo per certi versi, ma estremamente promettente per altri

Lo convince a buttarlo via – due anni di lavoro – e a ricominciare. Miracoli dell'umiltà.

Oggi David Mitchell è David Mitchell. Un autore che può dire a Wyatt Mason:

Non sopporto di vivere in questo immenso, bellissimo mondo, senza tentare di riprodurlo e imitarlo meglio che posso

sabato 18 settembre 2010

La Patagonia e il nostro deserto dei Tartari

Alle volte mi viene da chiedermi cosa sia stato il viaggio per Chatwin.  Da ragazzo amavo passare ore intere davanti al mio mappamondo. Tracciavo itinerari di viaggi immaginari. Erano sempre le terre estreme a imprigionare la mia fantasia. La Patagonia, assieme alla Terra del Fuoco era sempre in mezzo. Giochi di un ragazzo che, tuttavia, nascevano dal bisogno di scoprire il mondo là dove il mondo sembrava finire.


Tito Barbini è uno scrittore-viaggiatore (o un viaggiatore-scrittore?) che spero tutti abbiamo modo di conoscere, perché è un piacere usare i suoi libri come tappeti volanti per arrivare lontano. È anche un amico, con cui spesso ho parlato di libri e di viaggi. Per esempio della Patagonia che lui conosce come le sue tasche (giusto così, è un posto che si portava nel cuore fin dall'infanzia) e che io ho annusato solo attraverso le pagine scritte. Oppure di Bruce Chatwin, che a entrambi piace, e che pure a entrambi desta qualche perplessità.

Ora, sul suo bel blog, Tito mi lancia un altro spunto, che non posso non raccogliere, perché non solo parla di Chatwin, ma lo incrocia con uno dei libri che  da sempre porto con me (pensate, letto per la prima volta per l'esame di terza media, velo pietoso sugli anni passati): ovvero Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.

Non ci avevo mai pensato, ma la suggestione funziona e la Patagonia si arricchisce di incanto di nuovi nomi: il tenente Giovanni Drogo, la fortezza Bastiani... pensare che il film che Valerio Zurlini ha tratto dalle pagine di Dino Buzzati regala le sabbie e il vento dell'Iran...

Scrive Tito, raccontando anche la sua Patagonia:

Come Chatwin il tenente Giovanni Drogo arriva in una terra estrema. Un’esplorazione fatta di lucide visioni, di ombre, di sussulti e misteri, di miti avulsi strappati a qualsiasi riferimento storico, universali perché fuori da ogni tempo. La Patagonia come la fortezza Bastiani. La fortezza è un avamposto al confine con il deserto. La Patagonia è il deserto. E come Drogo, Chatwin arriva in quella solitudine convinto di ripartirne presto. È sicuro di sé, di avere tutta la vita davanti. Trascorreranno molti anni prima di rendersi conto che il tempo è fuggito e con esso la sua idea iniziale di Patagonia. Ho pensato spesso al bellissimo racconto di Buzzati. Vale la pena rileggerlo in queste terre, per riflettere e guardarsi dentro.

Non avevo mai pensato che le sconfinate distese della Patagonia potessero essere l'equivalente dell'avamposto che guarda altre distese, quelle che non attraversi, ma da cui un giorno potrà arrivare qualcosa (o qualcuno) che ti cambierà la vita.

Non ci avevo pensato, ma fa bene pensarci, fa bene capire che anche il viaggio può essere attesa, che dietro tanto movimento si può nascondere una strana vertiginosa inquietante immobilità.

venerdì 17 settembre 2010

L'usignolo dell'Alabama e il buio oltre la siepe

Che vi dice il titolo To kill a mockingbird?

A me fino all'altro giorno niente, nemmeno a volerlo tradurre alla lettera, Uccidere un usignolo. Poi mi è capitato tra le mani un intrigante articolo di Stefano Pistolini (D di Repubblica, 11 settembre), così ho scoperto che questo era il titolo originale di Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Ovvero, di uno di quei libri che sembrano fatti apposta per scioglierti il cuore e renderti un po' migliore.

Mi ricordo di averlo divorato una di quelle interminabili estati da studente che ho trascorso inchiodato in città. Leggevo in giardino, ma con la testa volavo in quella cittadina nel cuore dell'Alabama, provincia rurale torpida e segregazionista. Fino a quel momento i miei eroi di carta dovevano impugnare armi, guidare rivoluzioni, affrontare plotoni di esecuzione. Ora avevo con me Atticus Finch, l'avvocato che prima di tutto era una brava persona, l'onesto professionista che nell'America del Ku Klux Klan non esitava a difendere l'”uomo nero” accusato ingiustamente contro tutta una comunità che ne pretendeva il linciaggio.

Più tardi avrebbe acquistato il volto di Gregory Peck, come dire l'America più buona, idealista, rassicurante, prima del Vietnam.

Quanto a Harper Lee, ignoravo persino che dietro quel nome si celasse una donna.

La sua storia me la racconta ora Pistolini: quella di una donna che arriva fuori proprio da quella cittadina, la stessa di un'altra persona che lascerà il segno nella letteratura mondiale, Truman Capote, suo vicino di casa e compagno di giochi. Il babbo, un avvocato come Atticus, in quell'America che niente pare riuscire a smuovere dai suoi pregiudizi.

Un giorno scappa a New York, ma anche lì è un pesce fuori dell'acqua. Lavora in una biglietteria aerea, nel tempo libero si accanisce su una macchina da scrivere senza tirare fuori quello che sente nelle sue corde. Avverte la possibilità del capolavoro, ma la vita la tira da ogni parte, le pagine non prendono forma, la carta appallottolata riempie il cestino. Una versione del romanzo viene gettata dalla finestra, e allora non è che si ristampa un'altra copia dal computer. Gli amici si autotassano per regalarle un anno di stipendio, una sorta di sabbatico per continuare a scrivere.

Nell'estate 1960 finalmente il libro esce, senza grandi aspettative. Però è un gran bel libro ed esce al momento giusto, quello di un'America che vuole scrollarsi di dosso molte cose e guardare avanti, senza ripiegarsi più su se stessa.

Oggi in Italia è un libro che si dimentica, ma in America, 30 milioni di copie vendute dopo, è una lettura quasi obbligatoria, preferirei dire necessaria, a scuola. Un libro che insegna a “vedere le cose dal punto di vista degli altri”.

Quanto a Harper Lee, è stato il primo e ultimo romanzo. Mi fa riflettere anche questa cosa degli scrittori di un unico grande libro. Ma questo un'altra volta.

giovedì 16 settembre 2010

Chiacchierando con un amico del futuro dei libri

E' da quest'estate che su Facebook ne discuto con un amico che non ha dubbi: lui è l'uomo delle nuove tecnologie, io, è chiaro, il tradizionalista. Entrambi abbiamo cercato di dare fondo alle nostre buone ragioni.

La digitalizzazione dei libri, ha detto lui, rende tutto più facile, comodo e accessibile.
Vuoi mettere con la bellezza dei libri, ho replicato io, con i sensi che vengono messi in movimento, anche l'odorato e il tatto, e poi quelle care vecchie biblioteche, che è un piacere guardarle?

Il supporto è mera tecnologia, ha ripreso lui,  non impatta sul contenuto. E basta con i rimpianti da conservatori...
E io:  guarda, lo dice anche Umberto Eco, il libro, come lo conosciamo, è l'invenzione più duratura della storia dell'umanità, più vecchia della ruota, una ragione ci sarà.

Figurati, è sbottato lui, come se Gutemberg fosse vissuto  nel neolitico.  E poi tutto sarà molto più democratico, ha incalzato. Con gli eBook si abbassano i costi materiali di riproduzione delle opere, tutti possono scaricarli. Prima se stavi in una capanna in Etiopia o anche a in mezzo alla Maremma comprare un libro era un'avventura costosa. Ora basta una connessione, un click e qualche euro.

Sugli ebook in Etiopia qualche perplessità ce l'ho, ho ripreso, ma soprattutto siamo sicuri che tutto questo si traduce in democrazia e pluralismo e trasparenza e tutto il resto? E come si regolerà il diritto di autore? Solita pirateria, tanto chi scrive o traduce vive d'aria? E i profitti a coloro che hanno le tecnologie? E ancora, è proprio quello che vogliamo, rinunciare alle librerie come spazio di socialità e incontro e al libraio come interlocutore?

E così via. Ora stiamo riprendendo fiato, però è chiaro, ci siamo lasciato dietro solo i primi round.

Magari finirà che anch'io comprerò uno di quei lettori (o tavolette o come diavolo si chiamano). Oppure no. Non credo, cioè, ma forse un tempo lo dicevo anche per i cd e invece...

Intanto mi conforta l'idea che sia io che il mio amico i libri li leggiamo. Qualche volta siamo in grado di suggerirci anche un buon titolo.

mercoledì 15 settembre 2010

Il pittore e quel balordo del cacciatore

Com'è accaduto che Manet, così spirituale, sia giunto a fare il ritratto di questo zotico dallo sguardo spento?

Ci sono libri che nascono da una nota in fondo a una pagina, oppure da uno sguardo distratto a un quadro.

Libri che non hanno alle spalle nient'altro che un moto di curiosità. Pare poca cosa, però è per questo che riescono a procedere lievi. E vanno avanti ad ampie falcate, liberi di scegliersi il loro cammino, senza bagaglio sulle spalle.

Ed è così, Un cacciatore di leoni di Olivier Rolin (Barbès edizioni)

Pensare che l'ho trascurato a lungo, nella pila riservata ai libri da leggere "prima o poi", più poi che prima però, tanto che sarà mai, roba per i patiti di storia dell'arte. Abbandonato lì, per questo pregiudizio e anche per un difetto di memoria. A Olivier Rolin, infatti, dovevo già un'altra bella lettura a sorpresa, Port Soudan. Uno di quei libri di cui a distanza di anni serbi un buon ricordo cassando il nome dell'autore, succede anche questo.

E che sorpresa anche questa volta. Questo è un libro che ti fa girare la testa da quanto racchiude. Come un albero carico di frutta matura che non resta che cogliere a piacimento. Prova provata che davvero può bastare quel moto di curiosità, basta per partire, perché poi tutto il resto si trova per strada. E' nell'ordine delle cose: connessioni che non si vedono solo per scarsa immaginazione.

E dunque c'è Edouard Manet, pittore  tra i grandissimi del grandissimo Ottocento francese. C'è la Parigi Secondo Impero, decoro e affari, onorificenze e bordelli, colazioni sull'erba e fumi di assenzio. C'è la guerra con i prussiani e il sogno della Comune, le barricate e le fucilazioni. Ci sono albe livide, risvegli difficili, partenze che sono strappi al cuore. Ci sono le colonie di un mondo disegnato a uso e consumo di poche potenze europee, materie prime e riserve di caccia, missionari e avventurieri di ogni risma, ragion di Stato e richiami del basso ventre. E c'è la Patagonia, prima di Bruce Chatwin, anzi, prima ancora che il genocidio delle popolazioni indigene sia portato a compimento con la più grande disinvoltura.

Poi c'è questo Eugène Pertuiset, il soggetto del ritratto, l'uomo che attraversa tutte le storie. Il sedicente cacciatore di leoni. L'uomo che insegue la fortuna e si appiglia a quello che trova. Il fanfarone. L'uomo che vorrebbe fare la storia e si accontenta di tirare avanti. Come può. Senza troppi scrupoli di coscienza: i conti semmai li farà più tardi, come si fa a fine mese col negoziante sotto casa.

Manet ascolta, divertito, queste inezie gonfiate. Peccato, pensa, che non si possano dipingere i discorsi. Non potendo dipingere le parole, dipingerò un giorno la bocca che le proferisce

Ci riesce benissimo, il pittore. Poi arriverà Rolin e lo dipingerà con le parole, quest'uomo il cui lignaggio non è nobile, ma antico sì, perché mi porta dalle parti del Plauto e del suo miles gloriosus.

Quest'uomo che forse è addirittura un po' migliore di come si presenta, perchè l'arte, almeno l'arte l'ha annusata. Ha incrociato le vite degli artisti come un elefante in un negozio di porcellana, in realtà senza nemmeno sapere cosa sia l'arte, ma ha comunque avuto abbastanza sensibilità da ammirarla, da lontano, come chi contempla un paesaggio.

Insolito balordo a cui mi sento più vicino di quanto vorrei.

Brava la casa editrice Barbès, bravo il curatore e traduttore Tommaso Gurrieri, per il coraggio e l'intelligenza con cui ci hanno proposto queste pagine.

martedì 14 settembre 2010

La bellezza nel libro che non ti convince

Mi è piaciuto o no? Mi ha deluso oppure mi ha convinto?

Ci sono anche i libri che ti lasciano così, in questa sospensione del giudizio, in questa incertezza che poi per certi versi è anche salutare, perché con la domanda che rimane per aria anche il senso di quella lettura non viene archiviato una volta per tutte.


L'amore, un estate di William Trevor (Guanda edizioni) per me è stato uno di questi libri.

E certo, già porsi domande del genere non è il massimo. Eppure, a pensarci e ripensarci,  ne sono sicuro: anche in queste pagine trovo del bello. Come no.

Per esempio: questa Irlanda di almeno mezzo secolo fa, pascoli e pub, chiacchiere e moralismo all'ennesima potenza; questa relazione che non si sa se c'è, se inizia, se terminerà prima di iniziare, in una nube di incertezza, di indeterminazione, che spesso è come va davvero la vita; questo senso di attesa di qualcosa che dovrà pur succedere e non succede mai: e certo spesso la vita è anche questo, un'attesa che non si scioglie, qualcosa che si attende all'orizzone del nostro Deserto dei Tartari, e quasi sempre è solo un miraggio.

E poi questo giovane senz'arte nè parte, che ora tenta di fare il fotografo e ora non crede più nè a se stesso nè alla fotografia.

Ma soprattutto la casa dove abita, una bella vecchia casa che fa tanto campagna inglese (anche se siamo in Irlanda), questa casa che era dei suoi genitori e che ora, dopo la loro morte, si trova a vendere, vendendo con essa anche le sue radici, il suo passato, le testimonanze e gli affetti.

Magari la bellezza di un libro si trova dove non si cerca, nella direzione opposta e contraria alla quale sembra portarti.

Come qui: non in un'evanescente storia (storia?) di un amore che dura (dura?) un'estate, ma in questa casa che, prima di essere venduta, si svuota di fotografie, di soprammobili, di quadri, di oggetti che un tempo servirono per cucinare o per riscaldare le camere.

Malinconico drenaggio di intere vite. Conferma, l'ennesima, che anche nei libri che non ti convincono c'è sempre qualcosa che merita.

PS: William Trevor è comunque un grandissimo scrittore, uno dei migliori della fertile Irlanda. Consigliatissimo.

lunedì 13 settembre 2010

Azar e quella libertà che scorre nelle vene

Leggevo sotto le coperte, con la borsa dell'acqua calda. A pancia in sotto. Abbracciavo i libri, mi ci scaldavo

Poi c'è chi dice che sono solo libri. Che magari sono un buon modo di ammazzare il tempo, di farlo in modo perfino elegante, però insomma, c'è ben altro nella vita. Se ne può prescindere, no? Anche per arredare il salotto ormai funzionano meno.

A chi così dice vorrei trasmettere tutta l'emozione che a mia volta è riuscita a trasmettere la bella intervista di Giovanna Zucconi a Azar Nafisi, pubblicata da Tuttolibri con un titolo che già la dice molto lunga:  I libri? Sono la libertà che corre nelle vene

Azar Nafisi forse non è un nome conosciutissimo in Italia, ma per quanto mi riguarda è lei che mi ha regalato una delle letture più intense e commoventi degli ultimi anni: Leggere Lolita a Teheran (Adelphi). Un libro che mi ha fatto capire più di tante altre cose che leggere può essere pratica di libertà, battaglia di dignità, possibilità di dare parola alla parte migliore di noi stessi.

Azar Nafisi è nata a Teheran, è stata la prima donna eletta nel Parlamento iraniano e ha anche insegnato all'Università prima di esserne espulsa.

Nella sua intervista a Giovanna Zucconi parte dalla scoperta, fatta insieme al babbo, della parola scritta:

Quando ero piccolissima, avevo forse tre anni, mio padre alla sera si sedeva accanto al mio letto e mi leggeva Ferdusi, il grande poeta epico iraniano di oltre mille anni fa. E' la poesia, la nostra identità

Abbiamo bisogno di voci così, pulite e coraggiose. Abbiamo bisogno di atti di amore per i libri.

domenica 12 settembre 2010

Un insegnante ancora là, dove l'aria è migliore

Avevo ventitré anni, leggevo dalla mattina alla sera, speravo che nei libri ci fosse tutto ciò che mi mancava: e quello che trovavo, subito lo comunicavo ai miei studenti, come un bene prezioso da condividere. Ero convinto che la bellezza, la poesia, la ricerca di senso riguardassero tutti gli adolescenti del mondo: che serve avere sedici anni se non si guarda in alto?

Non è solo uno dei migliori scrittori italiani, Marco Lodoli, è anche un bravo insegnante, che il suo mestiere, si capisce, lo ha sempre fatto con grande passione e motivazione. Per questo mi hanno trasmesso una grande tristezza i pensieri che ha messo nero su bianco l'altro giorno su Repubblica  (titolo, La vera lotta di classe).

Racconta come sono cambiate le cose nei suoi 30 anni di insegnamento, Marco Lodoli. E le sue parole dipingono qualcosa di simile a un cambiamento antropologico, che va ben oltre i tagli di questo o quel governo, oltre le varie dissennatezze e ipocrisie ministeriali.

C'è tutto un mondo che è cambiato, che ha cambiato i ragazzi, che ha cambiato lo stesso modo di stare in aula e la capacità di comunicare di un insegnante che di questa capacità si faceva un vanto. Quel ero convinto suona davvero molto simile al Noi credevamo del film di Martone sul Risorgimento.

Ai ragazzi parlo di letteratura, ma ormai è una lingua perduta, come il latino o l'aramaico... I miei studenti di periferia... odiano il cinema perché bisogna stare due ore zitti e al buio, non fanno sport, chattano, passano il sabato nei centri commerciali. Ho alunni che spediscono trecento sms al giorno, tranquillamente

E la conclusione, è ovvio, potrebbe davvero suonare come una diagnosi infausta:

Trent'anni di disprezzo per la cultura – roba da poveracci, da infelici – hanno portato a questo: a un paese povero e infelice

Vero, maledettamente vero. Meno male che ci rimangono tre righe, le ultime, a cui aggrapparsi dopo il naufragio:

Ma io non mollo, continuo a indicare ai miei studenti un punto più alto, dove l'aria è migliore, dove si vede meglio il mondo

Beh, bisogna ringraziarlo, Lodoli. Finché ci saranno insegnanti come lui (e lo so che sono tanti), insegnanti sempre pronti a riemergere dalle carte della burocrazia per offrire le parole di Dante o di Melville, di Pavese o di Tolstoi, finché ci saranno questi insegnanti malgrado tutto, insomma, questo paese avrà ancora futuro.

sabato 11 settembre 2010

Ma voi sapete cos'è un classico?

Quante volte c'è capitato di sentirlo e anche di dirlo: è un classico.  Come dire, su questo autore, su questa opera non si discute. E' un classico: e tanto basti.

Così perentoria, questa affermazione, da impedire qualsiasi ragionamento anche a monte: ma insomma, cosa si intende per classico?

Ecco, io non ho mai ben capito cosa sia un classico, anche se so che ci sono libri che per forza lo sono, che non riesco a non considerare tali, basta la parola per evocarli. Zola, Tolstoi, Dickens, Verga... I promessi sposi, ma anche Delitto e castigo...

Magari chi studia queste cose sa dare risposte fondate. Personalmente mi verrebbe da escludere che la definizione di classico abbia a che vedere automaticamente con la qualità e piuttosto la collegherei alla sua “durata”, alla sua capacità di parlare alle persone al di là delle epoche e delle circostanze. Cosa che tra l'altro aiuta a coltivare qualche legittima perplessità sull'etichetta di classico assegnata disinvoltamente a opere di ieri e dell'altro ieri.

Però non so, davvero.

Mi sa che un tempo era anche più facile capire quali libri potevano essere annoverati tra i classici (e che io abbia qualche idea a proposito dice qualcosa anche sulla mia anagrafe). Anche questo oggi è più complicato, sicuramente più complesso.

Per dire: possibile che i classici siano tutti francesi, o russi, o tedeschi, italiani naturalmente, sporadicamente inglesi o spagnoli?

La geografia della letteratura e quella della storia che vanno a braccetto, come quegli atlanti che ti mostrano due volte lo stesso pezzo di pianeta, il primo con i rilievi montuosi, il secondo con i colori che staccano uno Stato dall'altro.

Ma possibile che non mi venga in mente un classico che viene dalla Cina o dalla Turchia, e nemmeno dai paesi nordici? Possibile che ci debba perlomeno pensare? 

venerdì 10 settembre 2010

Una cosa divertente che non farò mai più

E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato.
Ho visto spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo. Ho visto in completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato "Mister" in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l'Electric Slide.


Comincia così Una cosa divertente che non farò mai più (Minimun Fax) di David Foster Wallace, osannato e rimpianto talento della letteratura americana, che il New York Times ha chiamato un Emile Zola post-millennio e qualcun'altro ha salutato come la mente migliore della sua generazione, aggiungendo paragoni scomodi e tutto sommato non necessari con autori come Thomas Pynchon, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges.

E allora metto le mani avanti: non sono un grandissimo conoscitore di David Foster Wallace e in genere della più recente letteratura americana, quindi il mio può essere anche l'entusiasmo del neofita. Mi dicono anche che questo libro appartiene al Wallace "minore" (ma cosa vuol dire?) rispetto ad altre sue opere.

Sarà, e sarà anche che per quanto mi riguarda trovo congeniale il reportage narrativo piuttosto che la fiction pura. In ogni caso questo libro me lo tengo stretto come un gioiello.

Sette giorni e sette notti di crociera di lusso nei Caraibi raccontati da un grandissimo. Crociera tutto compreso, ma anche tutto sviscerato, anatomizzato, inchiodato e tagliuzzato da parole affilate come bisturi, da parole sulfuree, irriverenti, grottesche, divertenti, sconsolate, parole che ci aiutano a capire come la nostra civiltà sta proprio affondando - anche in una crociera di lusso.

Parole che allo stesso tempo ci sono preziose come ciambelle per aggrapparsi in mare aperto.

Lettura per riflettere, fosse solo per sviscerare i misteri del Sorriso Professionale. Lettura obbligatoria, e preventiva, per chi accarezza il sogno di una crociera che tutto promette come uno spot lungo una settimana.

giovedì 9 settembre 2010

Com'era buono il pane di Enzo Bianchi

Ai tempi in cui la vendemmia era una festa e non ci si sedeva intorno a un tavolo, ma si stava a tavola per condividere un pasto e le parole di un pasto.

Ai tempi in cui non c'erano nè televisione nè Internet ma non mancava la possibilità di una chiacchiera per strada.

Ai tempi in cui c'era anche più silenzio, magari ritmato dal rintocco di una campana...

Sì, è vero, il pane di ieri può essere buono anche il giorno dopo, anzi, se è ben fatto lo è senz'altro. E Enzo Bianchi ce lo spiega, con Il pane di ieri (Einaudi), un libro che forse non sarà un capolavoro, ma che si fa forte della semplicità che ho colto nelle pagine di Rigoni Stern.

Nessuna dissertazione teologica, nessuna avventura intellettuale nei territori dei sensi ultimi delle cose.

Tanto le cose il loro senso ce l'hanno di già: e non lo nascondono, se solo ci si sappia abbandonare a esse...

mercoledì 8 settembre 2010

Da Primo Levi a Maus, obbligo di memoria


Ci sono libri, che sono biglietti per il viaggio più difficile che la letteratura può regalarci e a volte obbligarci a fare. Libri che sono ferite aperte: ed è bene che sia così, perché è giusto essere richiamati al dovere della memoria.

Quando penso agli orrori della nostra storia più o meno recente, finisco sempre per tornare a Hitler e a una frase di Art Spiegelman, l’uomo che con Maus ci ha regalato una straordinaria storia a fumetti sulla persecuzione degli ebrei: la nostra civiltà – diceva - dopo Auschwitz, è come un personaggio dei cartoni animati che va avanti nel vuoto del canyon anche quando non ha più terreno sotto i piedi, e va avanti senza accorgersene. Tranne precipitare quando se ne accorge.

Non so se sono parole esagerate, però è sicuramente vero che la memoria è qualcosa di indispensabile, qualcosa che serve a ciascuno di noi, per capire meglio chi siamo e che cos’è l’uomo, nel bene e nel male.

Per la memoria abbiamo bisogno di parole. Di parole vere, di parole importanti. Abbiamo bisogno di persone come Primo Levi.

E parlare di Primo Levi, come degli altri testimoni, significa misurarsi con una domanda che può aggiungere sofferenza a sofferenza: è possibile raccontare? Ci sono parole per spiegare davvero cosa è successo?

Non tutti sanno che Primo Levi per anni non riuscì a pubblicare il suo capolavoro, Se questo è un uomo, poi stampato da una piccola casa editrice e venduto solo in qualche centinaia di copie, anni prima del successo mondiale.

Ma non è questo il punto. Il problema era essere davvero creduti.

Essere creduti, tanto più che la verità da raccontare è già una mezza verità, cioè la verità dei sopravvissuti, di coloro che si sono salvati. Non la verità di chi non si è salvato ed è per questo condannato al silenzio, assieme a tutti gli altri “sommersi”, come li chiamava Primo Levi.

Come spiegarlo a chi non c’è stato? Nei lager era proprio questo che i criminali dicevano alle loro vittime, predisponendosi per tempo a ucciderle una seconda volta: nessuno avrebbe loro mai creduto, dicevano così. E più si va avanti con gli anni, più quella lugubre profezia pare diventare vera.

Dicono che Primo Levi un giorno di primavera, più di 20 anni fa, si sia ammazzato gettandosi dalla tromba delle scale. Dicono che tutto questo abbia pesato sul suo gesto estremo.

E sul suicidio, in realtà, qualche dubbio rimane. Però è una cosa è sicura: c’è ancora bisogno di parole, di tante parole, per ricordare Auschwitz come qualsiasi altro mattatoio, dalla Cambogia alla ex Jugoslavia. C’è bisogno di storie, c’è bisogno di vite raccontate.

Primo Levi lo diceva in questo modo:

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre

Ed è vero: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Magari con la stessa consapevolezza del premio Nobel Eli Wiesel, che diceva:

Dopo Auschwitz siamo tutti ebrei

martedì 7 settembre 2010

Marco Lodoli e quella donna in fuga


E' così, un libro di Marco Lodoli, come una persona che non hai troppa smania di incontrare, tanto di lui sai già tanto, forse troppo, ma che se lo lasci fare ti sorprende con una pacca sulle spalle, con una parola che non ti aspettavi.

Come con questo piccolo romanzo - Sorella (Einaudi)- e questo singolare personaggio di Suor Amaranta, donna che ha preso i voti non per imperativo di fede ma per desiderio di fuga dal mondo, donna che ora vive nel dubbio e nell'impossibilità di donarsi.

Ma come cambiano le cose con quel bambino che entra nella sua vita come un lampo dal cielo. Come cambiano con solo tre parole incerte, insensate, non necessarie...

Beh, forse non è un libro ad alta intensità emotiva, però, come succede con Lodoli, sono pagine che depositano qualcosa nel fondo del cuore, come una vibrazione che rimane a lungo nell'aria dopo che la musica è finita.

lunedì 6 settembre 2010

Le barzellette dell'editore della memoria

Ancora un libro di barzellette ebraiche?

Non sono io a insinuare il dubbio, ma  lo stesso autore nella sua prefazione. Autore, poi: quando mai le barzellette hanno davvero un autore  riconosciuto?

Nessuno sa chi inventa le barzellette: questo è uno dei misteri insondabili dell'universo. Che sia Dio stesso? Forse per consolarci dell'essere nati.

E dunque, dopo aver confuso le acque, la domanda resta. Ancora un libro di barzellette ebraiche? Non bastava Moni Ovadia, tanto per fare un nome?

Assolutamente sì, io direi. Questo è un libro, anzi un libriccino che ci voleva. E non solo perché nelle pagine di Le mie migliori ne troverete di straordinarie, di quelle che almeno un sorriso proprio lo strappano.

E' che questa volta è proprio il nome dell'autore che ci dice qualcosa di significativo. Perché Daniel Vogelmann non è un noto umorista.

Si tratta dell'editore della Giuntina, la piccola prestigiosa casa editrice specializzata in letteratura ebraica, per intendersi, quella di Elie Wiesel e Liana Millu (e per inciso, anch'io ho avuto l'onore di essere ospitato nel suo catalogo con due titoli, Un nome e Una famiglia, ma questo è un altro discorso).

Una realtà a cui tutti dobbiamo essere grati, non solo per i grandi libri pubblicati, ma anche per il rigore con cui è stata coltivata la memoria delle persecuzioni razziali, quell'orrore che Daniel ha profondamente inciso nella vita.

L'altro giorno, in una intervista a Mario Lancisi del quotidiano Il Tirreno, Daniel ha usato queste parole:

E' difficile cancellare l'esperienza dell'Olocausto. Come figlio di un sopravvissuto me la porto ancora dentro. Ho pubblicato anche un libro sui figli dell'Olocausto. Qualcuno ha scritto che la depressione è un lutto non elaborato. Se mi capita di essere spesso malinconico è perché non credo sia possibile elaborare la morte di sei milioni di ebrei

Finora di Daniel conoscevo le poesia per Sissel, la sorellina di otto anni uccisa ad Auschwitz. Ora mi terrò care anche queste barzellette. Che ha lasciato così, con queste parole che sono come un messaggio in bottiglia affidato alle correnti:

E forse un giorno qualcuno, trovandosi in mano questo libretto, potrebbe dire: è Daniel Vogelmann, che l'ha scritto; era un malinconico piccolo editore di libri ebraici, che ha pubblicato anche qualche piccola poesia, ma forse il meglio di sé lo dava quando raccontava le barzellette

Non so se è proprio qui che Daniel ha dato il meglio di sé. So che anche questo mi suona come una lezione di vita cui essergli grati.

domenica 5 settembre 2010

La vita tranquilla di Salgari, capitano mancato

No, io non ero nato né per imitare il mestiere di mio padre, né per condurre una vita tranquilla, troppo tranquilla

Ancora una volta sono tornato a leggere le lettere e le note autobiografiche di Emilio Salgari, uno scrittore, ormai lo dovreste sapere, che per me è stato assai più di uno scrittore, perchè a lui devo i miei sogni di ragazzino, i primi e più emozionanti viaggi della mia vita di esploratore di carta.

E come ti si stringe il cuore, ad andare oltre i romanzi per cogliere la storia della sua vita. Non che la sua sia stata una vita tranquilla. Però non è stata comunque la vita sognata, quella in cui avrebbe dovuto essere un capitano di lungo corso, un esploratore, un avventuriero.

Lui che scriveva:

Fin dalla più tenere età io avevo una passione bizzarra incomprensibile, cioé quella di farmi marinaio, di avere un giorno una nave da comandare, un equipaggio sotto di me, di scorrere gli ampii mari in cerca di avevnture, di burrasche, di vere emozioni

Le uniche emozioni invece furono quelle vissute sulla carta. Però ci credeva: questo era il suo dono e la sua condanna.

E lo so che ha ragione Silvino Gonzato, autore di una delle più belle biografie dedicate a Emilio:


Era uno di quei predestinati all’errare randagio nell’universo senza limiti della fantasia, che per lui cominciava là dove l’Adige, sboccando nel mare, incontrava i pantani coperti di crema vegetale della Malesia, le tempestose acque dello Stretto di Bering, le placide lagune dei Caraibi, e le navi condotte da capitani coraggiosi che continuavano a battere gli oceani con l’unica preoccupazione di fermarsi una volta l’anno per raccontare le loro avventure

Ha ragione, perché se nella vita di Emilio non risultano scorribande a cavallo, assalti lancia in resta, glorie di ussari e cavalieri, questo è solo quello che si dice noi: bene o male è come se ci siano state.

sabato 4 settembre 2010

L'Argentina dei libri e l'Argentina degli emigrati

Non sono mai stato in Argentina, ma se un giorno riuscirò ad andarci sono convinto che la confonderò facilmente con il sogno dell'Argentina che mi accompagna da molti anni. Un'Argentina quasi esclusivamente letteraria, anche se non manca certo una buona colonna sonora. Le pagine di Jorge Luis Borges, ma anche quelle del mio amico Tito Barbini. Le storie di Magellano e degli ultimi indios. I racconti sul calcio e dintorni del grandissimo Osvaldo Soriano, che sapeva trasformare le parole di calcio in poesia, cosa del resto che faceva anche Maradona in campo. Qualche pennallata di Corto Maltese e poi anche le sottili inquietudini metafisiche di Julio Cortàzar. E così via.

Non avevo messo a fuoco - colpa mia - l'Argentina dei nostri emigranti. L'Argentina che per diversi anni è stata un'altra "Lamerica", forse migliore dell'altra, quella che accoglieva, si fa per dire, a Ellis Island. Storie comunque di fatica, sudore, emarginazione, non solo di speranza.

Ci ho pensato l'altro giorno, leggendo il libro di Erri De Luca Il giorno prima della felicità. Ci sono alcuni passi bellissimi su questa Argentina, fissati attraverso il racconto di uno dei personaggi, Don Gaetano: vent'anni di Sudamerica di cui riesce a rammentare quasi esclusivamente il viaggio, l'oceano.

I viaggi sono quelli per mare con le navi, non coi treni. L'orizzonte dev'essere vuoto e deve staccare il cielo dall'acqua. Ci dev'essere niente intorno e sopra deve pesare l'immenso, allora è viaggio. Qualcuno piangeva, pure nella miseria, che lo costringeva, gli rimordeva la perdita. Tranne pochi e peggiori, nessuno aveva spirito di avventura. I soldi del biglietto erano stati raccolti dai risparmi di varie famiglie. Erano il loro investimento nel futuro. Sarebbero stati rimborsati dalla riuscita del loro parente. Il compito schiacciante, l'obbligo di fare fortuna, sgomentava come la vastità del mare. A chi piangeva, dicevo che così allungava l'oceano con altra acqua salata. Il viaggio doveva servire a dimenticare il punto di partenza. Durava quasi un mese e alla fine sbarcavano uomini pronti, con il naso per aria

Poi l'Argentina è il passato che viene tagliato, una nuova vita che non si sa, ma che sarà comunque diversa: 

In Argentina ho dimenticato. Ogni cosa nuova che imparavo ne cancellava una della vita di prima

Un'opportunità, comunque, sul tavolo verde della vita. Fa bene ricordarsi tutto questo oggi.

venerdì 3 settembre 2010

Le Eolie del mito e il mare di pietra

A volte mi sorprendo a pensare un pensiero che è più o meno questo: è bello vivere su un'isola, soprattutto su un'isola sufficientemente piccola, perché questo deve regalare particolari abilità: saper scrutare lontano, per esempio. Saper lanciare lo sguardo oltre la linea del promontorio conosciuto e riuscire a cibarsi di orizzonti.

A questo ho pensato ancora una volta, leggendo Il mare di pietra di Francesco Longo, un altro splendido libriccino della collana Contromano di Laterza, che ci porta sulle sette isole Eolie (e pensare che io non ci sono mai stato davvero), intese come altrettanti luogi dello spirito. 

Isole filtrate attraverso una lettura originalissima, frutto della consuetudine, della curiosità, delle infinite suggestioni della letteratura e del cinema. Dentro queste pagine c'è tutto, anche troppo, dall'Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson a Stromboli di Roberto Rossellini. Ma c'è anche il mito, uno sguardo originale che viaggia per la tangente, che illumina e trasfigura, che inventa e che si sente a casa.

A un certo punto capisci che il viaggio è soprattutto un viaggio di carta - i libri sono viaggi, appunto - e c'è questa frase, bellissima:

All’interno di ognuno di questi libri che raccontano di isole, ci sono ulteriori piste, indicazioni per capire le Eolie: le isole come rifugio, come reclusione, come utopia, come fuga, come mistero, come uscita dalla realtà, come viaggio dentro se stessi, come viaggio nel passato, come incontro con l’altro e come incontro con se stessi, isole come lotta per la sopravvivenza e come luogo adatto per la scoperta di Dio, luoghi di amore e di terrore verso la forza della natura, isole come isolamento, riposo, ritorno ad uno stato selvaggio, alternativa alla nostra società, luogo della fantasia, paradiso terrestre, impossibilità a crescere. Fascino, erotismo, pace assoluta. 

E mi sembra che dentro ci sia già dentro tutto. E' detto così bene che a me basta copiarlo.

giovedì 2 settembre 2010

Leggere e camminare con Dino Campana

Se c'è un'operazione che risulta inutile alla comprensione dei Canti Orfici, - dice Cenacchi - questa è paradossalmente proprio l'esercizio della critica letteraria. Basterebbe forse leggere e camminare, camminare e leggere fino a confondere la prosa dei testi e quella del cammino, fino a non poter più distinguere la linea dei versi da quella dei propri sentieri

Amava le montagne, Giovanni Cenacchi, le amava e sapeva tradurle in parole e immagini che arrivavano al cuore di tutti, anche di coloro che già in collina cominciano a sentirsi fuori posto. Se n'è andato via troppo presto, Giovanni Cenacchi, portato via da una malattia che, tra le altre cose, ci ha privato di nuovi libri da tenere cari.

Come I monti orfici di Dino Campana (Polistampa), un libro che mi è capitato tra le mani quasi per caso (non credo nemmeno che sia di facile reperibilità). L'ho cominciato con l'idea di leggiucchiarlo e magari lasciarlo lì. Invece mi ha catturato, spiazzato, inchiodato a diverse riflessioni.

Beh, non capita tutti i giorni di imbattersi in un saggio letterario che è anche una singolare guida per avventurarsi in passeggiate per i monti. O se preferite, in un libro sulle meraviglie dell'Appennino meno conosciuto che è anche una formidabile biografia poetica.

Perché è questo che fa Giovanni Cenacchi, uomo innamorato della montagna che sceglie di camminare a fianco di un altro uomo, Dino Campana, per cui la montagna è stata maledizione (lui montanaro, come sperava di conquistare il mondo della cultura, lontano giù in città?), ma anche rifugio e consolazione.
Con un Dino Campana che conosciamo meno perché ha prevalso il mito del poeta maledetto e pazzo, relegato in manicomio: mito che poi è doppiamente fuorviante, perché il Campana del manicomio non è più il Campana poeta, è già un altro uomo.

Come parlare allora della sua poesia, senza le sue montagne? Forse c'è un altro modo: e si può cominciare lasciandoci dietro le biblioteche e i computer, mettendoci uno zaino in spalla, avventurandosi per gli stessi sentieri che lui stesso un tempo calpestò.


Leggere e camminare, camminare fino a riconoscersi nelle parole di Dino Campana:
E' così dolce sentirsi una goccia d’acqua una sola goccia ma che ha riflesso per un momento i raggi del sole

Camminare e leggere, appunto. Camminare e ascoltare la poesia.

mercoledì 1 settembre 2010

Erri de Luca e la felicità in agguato

E' così che fa uno scrittore? Non deve fare così. Lo scrittore dev'essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell'abbondanza che trabocca oltre lo scrittore

Sì, mi sa che è proprio così che fa uno scrittore, almeno uno scrittore capace di donarci libri così. Erri De Luca la domanda la pone, ma poi sa anche rispondere. Non solo in teoria, perché poi la vera risposta è questo libro nella sua interezza.

E' proprio così, Il giorno prima della felicità, l'ultimo libro di Erri De Luca che mi è capitato di leggere (non l'ultimo uscito): una storia che scappa da tutte le parti, appunto, una storia che è come un cucchiaino in una zuppiera di macedonia, che cala e raccoglie, ogni volta qualcosa di diverso.

E il gusto dell'abbondanza è il gusto di molte cose: frammenti di educazione sentimentale e storie di Napoli in guerra, odore di salsedine e giochi di carte, lame di coltello e partite in porta.

Eppure c'è qualcosa che indugia e lievita pagina dopo pagina: l'attesa del giorno prima, la felicità in agguato. Non si sa come, non si sa perchè. E' il popolo di Napoli che scende per strada e caccia i nazisti il giorno prima che arrivino gli Alleati. E' un ragazzo che aspetta la domenica e il suo sogno di bambino. E' l'amore che sfida la verità del sangue e non ha più paura di fiorire.

Di Erri De Luca non è nemmeno il libro più bello. Eppure lo cominci e la sua parola fa subito il suo lavoro. Evoca, risuona, colora. E non te ne stacchi più.