martedì 31 agosto 2010

Bruce Chatwin e le note a margine della moglie


Succede quasi sempre così con i miti, non ci sono mezze misure. Quando vengono meno, non si limitano a scivolare via in punta di piedi. Di solito cadono facendosi male, tanto più quanto più in alto sono arrivati. E anche se non c'è la caduta rovinosa, la strada è faticosa e costellata di situazioni più o meno sgradevoli.

Succede più o meno così, con Bruce Chatwin. Per anni e anni prototipo dello scrittore-viaggiatore, o del viaggiatore-scrittore (che non è esattamente la stessa cosa), autore da infilare nello zaino o da leggere e rileggere sognando orizzonti lontani. Autore imitato, anche, nei pensieri, nei gesti, nei tentativi di scrittura. E quante moleskine che si sono vendute, sperando che potessero accogliere pensieri degni del grande Bruce...

Da qualche tempo però il vento è girato. Non so se i suoi libri si vendono come prima, ma è chiaro che è stato messo nel mirino. Dopo è arrivata la risacca delle invidie, delle critiche, dei risentimenti. E delle accuse, compresa la peggiore per uno come Chatwin: aver trasfigurato, se non falsificato, la realtà. Accusa che se salva lo scrittore – che altro è la letteratura? - mette senz'altro più in difficoltà il viaggiatore.

E dunque, ecco ora una nuova botta, assestata dalla pubblicazione del suo epistolario, curato da Nicholas Shakespeare. Il problema non sono le lettere. Sono i commenti scritti ai margini delle lettere dalla moglie Elizabeth Chanler (ebbene sì, Chatwin era sposato). Sorta di controcanto che sembra studiato apposta per smentire, dissentire, precisare, riportare con i piedi per terra. Ne parla oggi Gabriele Pantucci su Repubblica.

Per esempio, ecco che Chatwin scrive di un'enorme festa organizzata per il fidanzamento. E la moglie gelida: non abbiamo mai dato nessun ricevimento. Oppure c'è lui che racconta di aver declamato ai russi i sonetti di William Shakespeare, pur avendo trangugiato più vodka di loro. La moglie aggiunge che in realtà ha vomitato sulla sua vestaglia.

E non lo so, mi sembra che anche questo non faccia bene al Chatwin che vogliamo nomade irrequieto. Però succede anche questo, succede che in questo modo mi stia anche più simpatico.

lunedì 30 agosto 2010

Un po' come Macondo, solo che c'è il mare

Perchè se di Scauri non ci interessa poi molto, ci piace tanto, ma proprio tanto, attribuire un valore esorbitante, sfacciato, fuori luogo alla provincia, in qualsiasi declinazione, che ci ha cresciuto

Dedicato a tutti coloro che a Scauri non ci sono mai stati e che forse non sanno nemmeno dov'è. Non importa. con Spiaggia libera tutti Chiara Valerio ci racconta Scauri e il fazzoletto di terra intorno (luoghi che è bene conoscere, in ogni caso. Per dire: Terracina, Sperlonga, Formia, Gaeta...), ma soprattutto ci racconta un mondo, che sa di salsedine e di provincia, di nostalgia e di orizzonti aperti.

E io che da queste parti ci sono stato diverse volte, per vacanze, ma anche per libri, non ho sentito affatto il bisogno di riconoscere questo o quello, di condividere un giudizio, di innescare una particolare complicità. Nemmeno tutto questo importa. Come mi successe anni fa leggendo un libro decisamente ponderoso (Prateria di Least Heat-Moon), tutto dedicato a un paesino del Kansas, nel centro del centro degli States, poche anime un bar e un distributore di benzina che mai avrò il piacere di conoscere. Però lì dentro c'era tutto, compreso il sottoscritto.

Allo stesso modo con Spiaggia libera tutti. Che non so bene cosa sia davvero, come succede spesso e volentieri con i libri di Contromano della Laterza (e questo mi piace, parecchio). Non so, perché è moltissime cose insieme: guida alternativa e memoir, divagazione letteraria e lessico famigliare, diario e quasi romanzo corale.

Non so bene cosa sia, però inizia così:
Scauri è un po' come Macondo. Solo che a Scauri c'è il mare

E poi continua e ci sono Virginia Woolf, Evelyn Waugh, Winston Churchill, Fabrizia Ramondino...


E così si capisce che i veri viaggi sono proprio questi, mica catapultarsi in Thailandia, piuttosto tuffarsi in altre pagine: e in questo modo ritrovare volti, sapori, amici. Ritrovare radici.

domenica 29 agosto 2010

La mattina in cui Raymond Carver si alzò presto

Di Raymond Carver tanti hanno letto, ammirato e a volte equivocato i suoi splendidi racconti. Meno conosciute forse le sue poesie, per me una fedele compagnia negli anni. Ce ne sono di più o meno belle, ovviamente, ma complessivamente per me rappresentano uno squarcio di sereno in un cielo che fino a pochi istanti prima era chiuso da una nuvolaglia grigia.
Stamattina mi sono svegliato presto e mi sono ritrovato nei versi di Almeno (da Orientarsi con le stelle, edizioni Minimum Fax. Spero che parecchi di voi abbiano condiviso questi stessi sentimenti.


Una mattina vorrei alzarmi presto,
prima dell'alba. Perfino prima degli uccelli.
Voglio lavarmi il viso con l'acqua fredda
e mettermi al tavolo da lavoro
appena il cielo schiarisce e il fumo
comincia a salire dai comignoli
delle altre case.
Voglio vedere le onde infrangersi
su questa costa rocciosa, non solo sentirle
come ho fatto tutta la notte nel sonno.
Voglio rivedere le navi
che attraversano lo Stretto, provenienti
da tutte le nazioni marinare del mondo...
vecchi, sporchi bastimenti che appena si muovono
oppure navi da carico nuove e veloci
dipinte di tutti i colori dell'arcobaleno
che tagliano l'acqua quando passano.
Voglio tenerle d'occhio.
Anche la barchetta che fa la spola
tra le navi
e la stazione di piloti vicino al faro.
Voglio vedere quando sbarcano un uomo
e ne prendono un altro a bordo.
Voglio passare la giornata a osservare questi eventi
e arrivare alle mie conclusioni.
Detesto sembrare troppo avido - ho già tanto
per cui essere grato.
Ma vorrei alzarmi presto un'altra mattina, almeno.
E andare al mio posto con un po' di caffé, per mettermi in attesa.
In attesa di vedere quel che accadrà.

sabato 28 agosto 2010

Il silenzio è il lievito delle parole

L'altro giorno erano le maiuscole, l'epidemia di maiuscole che tanto fa male alle parole. Ma José Saramago dice anche cose molte belle sull'eccesso di parole. E sulla grande cura per liberarsene, il silenzio.

Il silenzio, per sua definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, analizza, osserva, pondera e valuta. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è la terra scura e fertile, l'humus dell'essere, la muta melodia sotto la luce solare. Su di esso cadono le parole. Tutte le parole. Parole buone e parole cattive. Il grano e la zizzania. Però solo il grano dà il pane.

Sono assolutamente d'accordo. In genere le cose si dicono meglio per sottrazione, non per accumulo.

Le parole, dunque, sono seme che cade nel solco arato del silenzio. Ed è vero, se sono buone parole da esse cresce il grano che dà il pane. Aggiungo: anche dopo, il silenzio serve, perchè è il lievito delle parole.

Non ci sarebbe discorso, senza il silenzio. Così come non ci sarebbe musica senza le pause.

venerdì 27 agosto 2010

Le ultime parole famose degli scrittori famosi

In Italia ancora non è stato tradotto, però mi sa che lo sarà presto e che magari finirà anche per riscuotere una certa attenzione. Opera di Terry Breverton, si chiama Last Words e raccoglie le parole pronunciate in punto di morte da centinaia di personaggi famosi, in gran parte scrittori e artisti. Insomma si tratta davvero delle ultime parole famose, quelle con cui si esce di scena.

Spizzicando in qua e là, dall'ultimo Venerdì:

Anton Cechov: E' passato tanto tempo da quando ho bevuto l'ultima volta champagne

Robert Louis Stevenson: Che cosa vi succede? Vi sembro strano?

James Joyce (più o meno sulla falsariga di Stevenson): Qualcuno capisce quanto  mi accade?

Salvador Dalì: Non credo alla mia morte

Che poi quasi sicuramente è la migliore. Sta tutta nel personaggio, l'assenza di domanda.

giovedì 26 agosto 2010

Agatha Christie e i gialli nati dal grande caos

I numeri dovrebbero essere questi, almeno a quanto riporta l'ultimo Venerdì di Repubblica: quattro miliardi di copie vendute e 6.500 traduzioni in 100 lingue. Cifre da capogiro, che permettono di misurare l'entità del sucesso planetario di Agatha Christie, ma non di spiegarne le ragioni. Su cui in diversi si sono interrogati, e non da ora.

E dunque, c'è chi lo spiega con il vocabolario usato dalla signora del giallo, un vocabolario limitato e garbato, senza alcuna asperità: leggere Agatha Christie, insomma, è come pedalare lungo una bella ciclabile tutta in piano.

E c'è chi la spiega con la forza della trama, tutta colpi di scena, ritmo, tempi azzeccati: leggere Agatha Christie, allora, è come avventurarsi in una giungla di emozioni.

Comunque la si voglia vedere, se ci portiamo dietro personaggi come Hercule Poirot e  Miss Marple, o storie come quella di Dieci piccoli indiani o Assassinio sull'Orient-express è perché tutto pare ben congegnato, attentamente studiato e disposto sulla pagina.

E allora mi ha sorpreso la notizia del ritrovamento dei settanta quaderni in cui Agatha Christie fissò trame e abbozzi di romanzo. In realtà, una montagna di carta dove il disordine regna sovrano, la calligrafia è illeggibile, ogni spunto si perde tra un'infinità di altre cose,  l'idea per un libro si mescola al conto della spesa, all'appuntamento deal parrucchiere, al compleanno da festeggiare.

Non sembra possibile, ma John Curran, lo studioso che ha scovato questo "retrobottega", la spiega così:

La sua mente dava il meglio di sé nel caos, che la stimolava più dell'ordine

Mi piace che proprio dal quel caos siano venuti fuori libri come meccanismi a orologeria.

mercoledì 25 agosto 2010

Della passione di sbirciare i libri altrui

Non credo di essere l'unico, anzi, credo che sia un'abitudine frequente tra tutti coloro che amano i libri. E' un piacere, insomma, dare una sbirciatina alle letture degli altri. Una bella curiosità da coltivare con la sensazione che anche le cose più piacevolmente inutili sono importanti.

Non dico dell'irresistibile attrazione che esercitano le librerie anche (soprattutto?) in case in cui entro per la prima volta, come se quei titoli, quelle costole sistemate una accanto all'altra, potessero spiegarmi molto del loro legittimo proprietario (e una libreria, in effetti, ha qualcosa del diario personale).

Parlo delle sbirciatine occasionali ed estemporanee. Quelle indirizzate alle letture di perfetti sconosciuti. Di chi si è conquistato un posto a sedere in un bus affollato e ora ha aperto il suo libro. Oppure di chi si è seduto al tavolino di un bar tuffandosi in pagine che lo estraniano dal mondo intero.

Ci sono situazioni che rendono irresistibile questo voyeurismo libresco - per esempio le letture da spiaggia - e piccole grandi soddisfazioni che si possono raccogliere - a me succede quando all'estero vedo qualcuno che legge un libro a me caro tradotto in qualche altra lingua.

Leggo ora che anche l'abitudine alla sbirciatina è entrata nell'era delle nuove tecnologie, come tutto o quasi tutto del resto. Pare infatti che sul sito di una biblioteca inglese online, Book depository, sia disponibile un'applicazione che consente di vedere chi ha comprato un certo titolo, quando e dove. Tutto questo con una delle solite mappe virtuali, su scala planetaria.

Lì per lì ci sono rimasto male. Volete mettere con i tempi in cui si doveva dimostrare un occhio ben allenato e a volte si incappava in qualche equivoco? Nell'epoca dell'ebook incombente non poteva che succedere anche questo.

Poi però mi sono detto. Qui è virtuale l'esercizio della curiosità non il libro. E tantomeno l'acquisto del libro.
In fondo aspetto di vedere se anche qualcuno in Italia si inventerà qualcosa del genere.

martedì 24 agosto 2010

Bella e perduta, quei giovani che fecero l'Italia

Non una voce stanca e nostalgica, ma quella di un giovane, allegro e lievemente incantato, dovrebbe raccontare le avventure e gli avvenimenti che hanno portato al risorgimento dell'Italia. La favola bella di un tempo non lontano, quando i protagonisti erano quasi tutti giovani, come i personaggui appassionati e avventurosi di Ariosto, di Tasso, delle fiabe di Lafontaine e Perrault o i narratori e attori del Decamerone, accomunati da vicende drammatiche e tragiche, ma con il desiderio della vita, della rinascita, della difesa della loro giovinezza

Da leggere, questa storia del Risorgimento di Lucio Villari, da leggere fin dal titolo che già dice molto, Bella e perduta (parole dal Nabucco di Giuseppe Verdi),e con l'introduzione che già vale da sola, con le sue parole che ci scompigliano antiche certezze: per esempio che il Risorgimento sia cosa solo di austeri e tristi padri della patria, e non di giovani generosi ed entusiasti che a un certo punto presero e partirono.

Un bel libro, davvero, che non si rivolge agli specialisti ed è costantemente sostenuta da una passione intensa e pulita. Buono per scoprire - meglio tardi che mai - che sui banchi di scuola non ce l'hanno raccontata giusta, che il Risorgimento non è solo la noia di nomi da imparare a memoria, gli stessi dei monumenti e delle lapidi, non è solo la retorica di discorsi, alti, troppo alti, e infarciti di maiuscole.

Al contrario, tutto questa è una storia che potrebbe diventare epopea, solo che l'abbiamo maltrattata, se non ignorata. Avrebbe bisogno ancora oggi di buona letteratura, di buon cinema, di televisione che sappia fare il suo lavoro. Avrebbe bisogno di storie raccontate, di personaggi da fare propri, di emozioni (è quello che anch'io ho provato a fare con la storia di Jessie White, garibaldina inglese che racconto in Miss Uragano, in uscita in questi giorni, ma questo è un altro discorso)

Non fosse altro che per rivivere l'epopea di quei ragazzi. E magari dividere con loro la stessa nostalgia, la stessa amarezza per un'Italia fatta che non era esattamente la stessa  che avevano per la testa mentre la facevano.

lunedì 23 agosto 2010

L'allergia alle maiuscole del grande Saramago

Per dirla meglio: il male di coloro che pensano con maiuscole è che quelle maiuscole occupano troppo spazio: mezza dozzina di esse intorpidiscono e intasano del tutto o per sempre qualsiasi cervello anche geniale. Questo fa sì che io sia un nemico sfegatato delle maiuscole: mi piacciono (eccome!) le parole,  ma vorrei renderle piccolissime, in modo che ce ne possano stare molte altre. E vorrei anche che fossero dense, cariche di significato, di senso, di forza, di capacità di azione

Che belle queste parole di Josè Saramago, che poi sono tra le ultime cose che ci ha lasciato il grande scrittore portoghese, perché è un testo scritto per un'importante iniziativa del Pen italiano che si terrà il prossimo novembre per il cinquantesimo anniversario del comitato Scrittori in prigione.

Anch'io sono decisamente insofferente all'abuso delle maiuscole, e non credo che si tratti solo di una questione di forma. O almeno, la forma in casi come questi è anche la sostanza.

Si rovesciano maiuscole, per aggrapparsi a concetti svuotati di senso e infarciti di retorica. Oppure con esse si innalzano piedistalli di parole, o addirittura barricate di parole, che dovrebbero mettere in risalto e procurare rispetto e omaggi a qualche autorità.

La burocrazia usa molte maiuscole, non a caso. Le istituzioni, quanti più sono lontane e distratte, fanno ricorso a frasi pompose e gridate fitte di maiuscole. Uno squallore per l'intelligenza, dice Saramago.

I grandi scrittori, no, non ne hanno bisogno. I grandi scrittori sanno pesare le parole. Sono i primi a sapere che le parole non sono bolle di sapone che si dissolvono in aria. 

Ps: il Pen Club è un'associazione internazionale di scrittori impegnati nella difesa della libertà di pensiero ed espressione in ciascuna circostanza. Se non mi sbaglio, da una sua costola, nel 1961, è nata Amnesty International. Che è tutto dire. 

domenica 22 agosto 2010

Le parole qualunque del poeta dei Rom

Quando i tempi si fanno duri è facile andare a caccia di capri espiatori. E loro, poi, capri espiatori lo sono da sempre. Fin troppo facile, con gli zingari. C'è anche chi, come Nicolas Sarkozy, senza ricordare diversi politici nostrani, ne fa un sicuro cavallo di battaglia per sospingere quotazioni elettorali non precisamente brillanti.

Per quanto mi riguarda, non mi piace fare di ogni erba un fascio. E se c'è chi addita un popolo intero, allora come antidoto è utile anche la poesia. Perchè tra i Rom ci sono stati e ci sono ottimi poeti, come ottimi musicisti.

Ce ne sono di belllissime, ma tra tutte mi piace questa poesia di Rasim Sejdic (poeta di cui francamente ignoro tutto), poesia di parole qualunque che chiamano in soccorso parole qualunque. Parole che servono a tutti.

Sono rimasto in bilico
sulla lama di un coltello
Sono rimasto gelato come la pietra.


Il mio cuore tremò
sun caduto sul filo del coltello.


M'è rimasta la manodestra
e l'occhio sinistro
ho versato lacrime
ad Auschwitz dove son rimasti gli Zingari.


La lacrima è scesa
la mano ha preso la penna
per scrivere paorle qualunque.

sabato 21 agosto 2010

Margherita Hack e la professoressa Enrica

L'ho vista cacciare dalla scuola da un giorno all'altro a causa delle leggi razziali. Questo mi ha aperto gli occhi su cosa può fare una dittatura.

Ecco, Margherita Hack, la grande astrofisica, ricorda così la sua professoressa al liceo, donna innamorata di scienza che ha tanti ha trasmesso l'amore della scienza.  La professoressa Enrica Calabresi. Una donna minuta e taciturna, segnata profondamente dal dolore. Una scienziata cacciata dalla ricerca e dall'insegnamento perché ebrea.

Della sua professoressa Margherita Hack ha già parlato diverse volte, con una fedeltà che trovo commovente. Lei, la scienziata affermata. Torna ora a parlarne in una conversazione con Daniela Gross pubblicata su Pagine ebraiche, con un titolo che forse è la cosa più bella: Ho scelto la libertà nel nome di Enrica.

Margherita Hack incontrò per l'ultima volta la sua professoressa in una via del centro di Firenze, quando ormai si era scatenata la grande caccia all'ebreo. Mi parve un animale braccato. Di lì a poco l'arrestarono e si suicidò nel carcere di Santa Verdiana, alla vigilia di quel treno che la avrebbe dovuto consegnare ai forni di Auschwitz.

Di Enrica Calabresi fino a qualche anno fa era rimasto solo il nome, che non era facile collegare nemmeno all'orrore delle persecuzioni razziali. Sono contento di aver scritto un libro, Un nome appunto, che racconta la storia di Enrica Calabresi. Sono contento che Margherita Hack dimostri ancora una volta che scrutare le stelle non è un buon motivo per ignorare le storie degli uomini.

I professori che valgono hanno sempre buoni allievi. E viceversa.

giovedì 19 agosto 2010

Guardando con umiltà ai nostri antenati

Risalire di generazione in generazione, dare un nome, un volto, un qualsiasi aggettivo a coloro da cui discendiamo. I nostri antenati. Coloro con cui condividiamo geni e molecole, ma forse anche parole e qualcosa di ancora più profondo. Oltre i nostri nonni e bisnonni, più lontano, dove le linee si confondono, i numeri crescono, l'idea di una parentela diventa quasi un arbitrio. Ci penso spesso, come credo tutti voi, e pensandoci poche volte sfuggo a un senso di vertigine. Ma c'è una persona che tutto questo lo ha scritto e scritto bene: Marguerite Yourcenar, che tutto questo ha messo al centro di  libri come Archivi del Nord (Einaudi)

E' lei che una volta ha detto:

Naturalmente, sia pure nel breve scorcio di alcuni secoli, è impossibile ritrovare tutti quei nomi, o dare un volto a tutti quegli esseri. Essi sono irrimediabilmente perduti, tranne che in noi. Ma si può cercare di spingersi il più lontano possibile in quei mondi...

Quest'avventura l'ho tentata all'età di circa sessant'anni. Se la vita ce ne concede il tempo credo che arrivi sempre il momento in cui si tenti di tirare le somme, di fare un po' il punto; in cui ci si chieda che cosa si debba a certi antenati sconosciuti, o quasi, a certi casi o vicende da tempo dimenticate, forse perfino (ed è in fondo lo stesso) ad altre vite

Una dimostrazione di vanità? Non credo: in un bisogno come questo non intravedo la smania dell'albero genealogico, la presunzione del quarto di nobiltà. Piuttosto faccio mia un'altra grandissima frase che ci regala la Yourcenar:


In questo ritorno ai milioni di esseri di cui siamo fatti, vedo, al contrario, l'origine di una grandissima umiltà

E credo che proprio in questa umiltà risieda uno dei più importanti segreti di una buona vita.

mercoledì 18 agosto 2010

John Fante e quel padre insopportabile

Era una ghenga di strambi, irascibili, duri individui da previdenza sociale: gente ringhiosa, frontale, vecchi bastardi maligni e aspri, che però se la spassavano col loro spirito crudele e i modi profani del loro cameratismo. Non filosofi, non vecchi oracoli che si pronunciavano dalle profondità della loro esperienza della vita; ma soltanto vecchi che ammazzavno il tempo, in attesa che l'orologio si scaricasse. Mio padre era uno di loro

Tenero dissacrante irresistibile John Fante...

E che grande libro che è La confraternita dell'uva, canto del cigno di uno scrittore che forse non ho coltivato come avrei dovuto, convinto, chissà perchè, di trovarmi di fronte a una delle innumerevoli voci della letteratura americana, una delle tante, confusa tra le tante.

E invece come si stacca da tutto quanto ho letto negli ultimi tempi, questa elegia del padre, impastata di malinconia di affetto di risentimento di rabbia di umorismo... e quante cose che ci sono in questo libro che scolpiscono un ritratto indimenticabile di un uomo irascibile violento alcolizzato ignorante dissipatore quasi sempre insopportabile, un uomo che è un padre padrone. Che porta su di sè tutte le ferite e le miserie di un italiano emigrato nell'America che non era il grande sogno per tutti.

E tuttavia un uomo che con le sue mani di lavoratore ha fatto meraviglie, lui che ha costruito una mezza città a forza di sudore e sputi e bestemmie. E in fondo un artista.

Un amico unico per la sua confraternita di beoni e giocatori. E sì, un uomo unico, anche lui come tutti indispensabile. 

Da leggere, assolutamente.

martedì 17 agosto 2010

Quel corvo in volo nella Cornovaglia di Re Artù

Ha cominciato il suo volo nella stagione indefinita del mito, quando il suo corpo è diventato l'involucro che ripara l'anima di re Artù. E', si dice, la ragione per cui i corvi volano per il cielo d'Inghilterra indisturbati, nessuno li tocca, ignorando quale di loro sia il mitico sovrano che un giorno tornerà in fattezze umane a regnare sul paese

Che bello il viaggio immaginario che sull'ultimo numero di Tuttolibri Marta Morazzoni dedica a una delle terre che più di tutte pare svanire dietro le nebbie dei tempi remoti e delle leggende, la Cornovaglia. Dimostrazione, ancora una volta, che ci sono molti modi di viaggiare; e che uno dei migliori è senz'altro conquistarsi un posto sul tappeto volante dell'immaginazione.

Non mi sono mai spinto in quella punta estrema dell'antica Britannia, protesa nell'Atlantico con la determinazione di un Occidente che non accetta niente oltre di sé: e prima o poi, voglio sperare, riuscirò a colmare questa lacuna. Eppure in Cornovaglia mi pare di essere stato molte altre volte, sfidando gli scogli battuti dall'Oceano e molte altre insidie. Ho inseguito re Artù senza mai sospettare che potesse essere un corvo che volava alto. Mi sono accompagnato ai cavalieri della Tavola Rotonda. Ho cercato la mia Camelot, reggia fantastica che è un po' il Santo Graal dei castelli.

Per quello che valgono i buoni propositi, questo inverno voglio anche rituffarmi nei romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, così da ritrovarmi con vecchi amici quali Lancillotto e Percival.

E insomma, vedremo: ma è bello che esistano terre straordinarie anche solo per ciò che evocano.

Ps: a proposito di corvi e di Cornovaglia, come non dimenticare anche Gli uccelli di Daphne du Maurier, da cui il grande Hitchcock trasse ispirazione per uno dei più terribili incubi cinematografici? Ci sono molti modi per viaggiare, ma anche molti modi in cui i sogni possono declinarsi...

lunedì 16 agosto 2010

Che fine ha fatto il popolo dei poeti?

Non c'è più posto, nell'Italia di oggi, per chi voglia scrivere versi? Davvero la poesia è migrata altrove?

Così si interroga un grande poeta come Valerio Magrelli sulle pagine di Repubblica di qualche giorno fa. Per poi snocciolare alcune cifre che, nel bene e nel male, mi hanno decisamente impressionato.

E dunque, si calcola che circa un milione e mezzo di italiani avrebbe composto durante la sua vita almeno una raccolta di versi (tra di essi almeno un giovane su tre nell'età compresa tra i 15 e i 20 anni). Si stima anche che i "poeti praticanti" (non so bene, in effetti, cosa si intenda con questa espressione) siano tra i 15 e i 20 mila. Niente male, no?

E allora, la prima cosa che viene in mente è che è una gran bella cosa, questo esercizio diffuso della poesia (non a caso l'intervento di Magrelli ha per titolo Un popolo di poeti). Ma la seconda è una domanda che mette il dito nella piaga: ma insomma, dove finisce questo bisogno di poesia?

Perché la realtà è anche questa: si scrive ma non si legge; le vendite dei libri di poesia restano irrisorie e magari limitate ai grandi che si studiano a scuola e a pochi altri; nella nostra cultura lascia più il segno un testo di una canzone (che può essere poesia, beninteso) che una grande raccolta di versi.

Ed è evidente che non è un problema di ora, che non è solo la concorrenza dei cantautori. Già Dino Campana, rinchiuso in manicomio, scriveva righe così:
 
La mia vita scorre monotona e tranquilla. Leggo qualche giornale. Non ho più voluto occuparmi di cose letterarie stante la nullità dei successi pratici ottenuti. Il mercato librario in Italia è assolutamente nullo per il mio genere

Forse in qualche misura il problema è connaturato alla stessa poesia. Magrelli stesso, per esempio, sottolinea una sorta di paradosso della poesia, che è capace di negarsi alla mercificazione quotidiana della parola, ma proprio per questo poi ha difficoltà a farsi acquistare:

Ma se la poesia rappresenta la negazione dell'oggetto di consumo, come ampliare il consumo di poesia? Come ampliare, cioé il consumo di negazione?

Qui il discorso si fa difficile, però mi sa che si può fare comunque di più, per dare luce e visibilità al "popolo dei poeti".

Oggi abbiamo anche una possibilità in più, la Rete, con il suo esercito di siti, blog, gruppi di discussione. Possiamo permetterci qualche goccia di ottimismo: ai tempi di Campana era perfino peggio.

domenica 15 agosto 2010

Quei giorni da bambino con i miei cartoni animati

Non so se sfuggirò a un pigro zapping televisivo in un pigro giorno di ferragosto. 
Forse sì, o forse no, e magari capiterò su uno dei vecchi cartoni animati che mi incantavano da bambino. Non lo so, ma visto che ci sto pensando, ecco qui cosa dico a proposito in una pagina di Una domenica come le altre.
Buon Ferragosto a tutti!

Qui va bene, qui mi fermo.
Perché ci sono i personaggi dei Looney Tunes, i beniamini della mia infanzia. Gatto Silvestro che ancora non si è stufato di dare la caccia a Titti l’insopportabile, Bugs Bunny faccia tosta, quell’altro eterno perdente di Vil Coyote, uno che ti strappa un tifo da curva mentre macina idee e chilometri dietro Be-Beep, solo per finire inesorabilmente in fondo a un canyon o sparato in cielo.
Ci sono ancora, i miei vecchi amici. Non sono stati annientati dai guerrieri galattici carichi di armi di distruzione di massa, dai mostriciattoli verdi versati in arti marziali, dagli scheletri ambulanti e dalle altre creature dell’oltretomba. Resistono bene, anche se hanno perso qualcosa della magia di un tempo. Ormai basta cercarli su uno dei canali, uno dei mille canali, appunto. Con ragionevole certezza ci si può imbattere in loro a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Vuoi mettere quando un cartone di tre minuti era un avvenimento?

sabato 14 agosto 2010

Che fine fanno i personaggi di un libro

Succede solo per i libri più importanti, quelli che continuano a risuonare dentro anche una volta che li abbiamo riposti sullo scaffale. I personaggi che hanno preso vita dalla pagina non è che si congedano e spariscono, ombre tra le ombre. Rimangono, in qualche modo, si tratti del Corsaro Nero, di Emma Bovary oppure del maggiordomo Jeeves. Continuano ad accompagnarci e a volte riusciamo anche a intavolare dei dialoghi immaginari.

E se vale per i lettori, figurarsi per lo scrittore che quei personaggi li ha creati. Arriva un momento in cui li lascia andare come una nave che molla gli ormeggi?

A questo proposito dice cose bellissime Marguerite Yourcenar In Ad occhi aperti, il libro intervista con Matthieu Galey.

I personaggi sono sempre lì, costantemente presenti? chiede l'intervistatore. E lei, la donna da cui hanno preso vita personaggi indimenticabili come Adriano e Zenone:

Sono tutti presenti, come sono presenti anche i vivi che amo o che mi interessano, presenti o passati. la conosco molto poco ma, quando se ne sarà andato, anche lei sarà presente. Credo di non rinunciare mai a un essere che ho conosciuto, e in nessun caso ai miei amici

Bello, i personaggi come amici a cui non si rinuncia mai. Ma anche gli amici sono come i personaggi, possibilità alternative della nostra vita

Attraverso loro, ho vissuto delle vite parallele. Lo stesso avviene con i miei amici in carne e ossa... Ogni simpatia e ogni comprensione accordate a degli esseri, appartengano al passato o al presente, nascano dalla nostra mente, ci accompagnino o incrocino la nostra strada nella vita, moltiplicano le nostre occasioni di contatto con la realtà

Non avevo mai pensato così, alle amicizie, di carta o in carne e ossa che siano, come alla moltiplicazione della nostra vita: le tante alte vite che discendono dalla nostra, stradario di una mappa immaginaria e possibile.

Ora ci penso e mi piace.

venerdì 13 agosto 2010

L'uomo di cinema e l'unico viaggio possibile



C'è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore.
Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta.
Così come non credo che si viaggi per tornare.
L'uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito,perchè, nel frattempo, lui stesso è cambiato.
Da sè stessi non si può fuggire.
Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio.
Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza.
In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico.
Ovunque vada è la propria anima che sta cercando.
Per questo l'uomo deve poter viaggiare. 

 Mi piacerebbe che tutti coloro che in questi giorni sono in viaggio potessero farsi accompagnare da queste parole.  Ce le ha lasciate un grande uomo di cinema che sapeva scavare nell'anima, Andrej Tarkovskij.

giovedì 12 agosto 2010

Quelle conversazioni nella veranda sull'Atlantico

E quello che succedeva in Asia, quelle spaventose carneficine... non me ne sono accorta che molto più tardi. Ma non c'è un mattino, da tanti anni a questa parte, in cui, alzandomi, io non pensi prima di tutto allo stato del mondo per partecipare, condividere per un istante la sofferenza universale. Pure, a volte, nonostante questo, si riesce a essere felici, ma è un'altra specie di felicità

Diffido, in genere, dai libri intervista agli scrittori. E pensare che questo è anche piuttosto corposo, altro che pochi capitoletti giusto per fissare un cammino intellettuale, una visione del mondo o una giratina più o meno frettolosa nel laboratorio di scrittura di un autore.

Ma Ad occhi aperti -  volume (edito da Bompiani) che raccoglie le conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar - è molto di più e ci restituisce pienamente il fascino, la complessità, la singolarità di questa scrittrice. Conversazioni appunto. E sembra quasi di vederli, i due, nella veranda di Petite-Pleasance, la casa dell'isola dell'Atlantico, davanti alla costa del Maine, che la Yourcenar aveva scelto di abitare. Casa di silenzi, di gesti antichi come fare il pane in casa, di parole distillate dalle letture.

Quasi impossibile non trovare in questo libro spunti capaci di alimentare la nostra curiosità o la nostra riflessione.

E così, spizzicando in qua e là:

La convinzione che anche per una grande scrittrice non è facile essere compresa dai suoi lettori: Sono sicura del contrario. Certi lettori si cercano in ciò che leggono e non vedono altro che se stessi

La consapevolezza che scrivere non è una sofferenza: E' un lavoro, ma è anche quasi un gioco, e una gioia, perché l'essenziale non è la scrittura, è la visione

E i personaggi dei propri romanzi che continuano ad abitare la vita: Sono tutti presenti, come sono presenti anche i vivi che amo o che mi interessano, presenti o passati

Le ragioni di una sana reticenza: Molti si raccontano meno di quanto non si ripetano

L'idea curiosa che gli scrittori sono portati a situare avvenimenti e personaggi nelle stagioni contrarie a quelle in cui scrivono (lo aveva già notato Jean-Jacques Rousseau, a lei è successo sia per le Memorie di Adriano che per L'opera in nero)

Ma soprattutto quel sorprendente senso di compassione.

Basta qui, sono già andato "lungo", ma di questi spunti e altri voglio continuare a parlare qui.

mercoledì 11 agosto 2010

Quando anche Isaac Newton perse se stesso

Mi sembra di essere stato solo un ragazzo che gioca sulla riva del mare, divertendosi a trovare ogni tanto un ciottolo più levigato o una conchiglia più bella delle altre, mentre il grande oceano della verità si stendeva tutto da scoprire davanti a me

Che bella questa citazione di Isaac Newton, che ho trovato all'inizio di La lettera di Newton di John Banville (Guanda editore).  Parole inattese dall'uomo che ha gettato le più solide fondamenta della scienza moderna, una scienza fatta di rigore, forze meccaniche, corrispondenza di cause ed effetti, numeri. Gravitazione universale, calcolo differenziale, leggi dell'ottica, tanto per dire.

Eppure, anche, lui chi è se non un ragazzo che gioca in riva al mare e raccoglie ciottoli o conchiglie di verità? Altro che mela che cade (ma è proprio vero?) ed è come se l'universo intero si fosse messo d'accordo per comunicargli una delle più entusiasmanti verità.

 Isaac Newton, si sa, non è stato solo lo scienziato lucido, metodico, convinto dei suoi mezzi. A un certo punto arrivò anche a un esaurimento nervoso molto vicino alla follia. Ai suoi amici, in particolare a John Locke, scrisse lettere deliranti, dense di terribili accuse (si dice che a questo stato non fosse estraneo il mercurio che impiegava per i suoi esperimenti).

Ed è da qui che parte il libro di Banville. O meglio, da un gioco di corrispondenze e rimandi tra Isaac Newton, il grande scienzato che a un certo punto perse il senso del suo lavoro e delle sue scoperte, e l'io narrante che dopo sette anni di fatiche finisce in un vicolo cieco con la sua biografia sullo stesso Newton.

Poi, sinceramente, il i libro non mantiene fede a tutte le aspettative: gira un po' a vuoto, la "storia" rimane lì - non che ci debba essere per forza - insomma, non si sa bene dove voglia andare a parare.

E alla fine non so se ho trovato più piacere per una scrittura svelta ma capace di affondare nei personaggi o nelle situazioni o più irritazione per un piccolo capolavoro mancato.

Però quanto fa pensare il vicolo cieco del grande scienziato, così come la resa dello scrittore che perde il bandolo della matassa, dopo averla sbrogliata per un'infinità di tempo. Magari solo perché un giorno il cielo era più azzurro del solito.

Quasi a provare l'innocenza delle cose, appunto, la loro non complicità con i nostri affari

martedì 10 agosto 2010

Ma esistono davvero le isole dei Mari del Sud?

A guardare sulle pagine di un atlante o fotografati da un satellite, gli arcipelaghi dei Mari del Sud fanno pensare ai disegni delle costellazioni. E i primi navigatori che, lasciatisi alle spalle Capo Horn, si avventuravano nell'insondabile vastità del Pacifico, non sono forse stati gli uomini reali più simili, per coraggio e amore dell'ignoto, ai cosmonauti dei romanzi di fantascienza?

Inizia così il bel pezzo di Emanuele Trevi che sull'ultimo numero di Tuttolibri ci porta nei Mari del Sud attraverso le pagine di alcuni dei grandi dell'Ottocento, da Herman Melville a Robert Louis Stevenson.

Inferno e delizia, queste immense distese d'acqua, queste poche terre strappate all'oceano. Profumi di spezie e vulcani agitati dalla notte dei tempi, libertà e tabù, indolenza e violenza.

E mi chiedo quanto di tutto questo è entrato nel mio immaginario di soppiatto, grazie alla penna di uno di questi grandi. Quanto queste isole dei Mari del Sud sono reali - ma esistono davvero o appartengono al regno della mia fantasia? - e quanto mi sono entrate di contrabbando, grazie alle pagine di un romanzo di pirati e avventurieri.

Poi penso che solo l'altro giorno ero al Museo degli Scrittori di Edimburgo, un museo piccolo piccolo, poco frequentato rispetto agli altri di questa splendida città, per questo più accogliente, più indulgente con i tempi interiori.

Una stanza è tutta dedicata a Stevenson, sulle pareti spiccano splendide foto in bianco e nero di quelle stesse isole dove cercò scampo alla sua malattia del corpo e forse anche a un'altra malattia più impalpabile.

Vita vera, non romanzo, laggiù.

Mi hanno fatto bene, quelle fotografie. Un'iniezione di realtà che a volte fa bene, contro ogni tentazione di costruirsi un immaginario troppo su misura, buono fino a che non metti via quel libro, o non cedi a qualche allergia.

lunedì 9 agosto 2010

Rileggere Cuore o Lord Jim per non voltare la testa

Dal pugile che a Milano massacra una donna - a caso, la prima che ha incontrato - senza che nessuno dei passanti muova un dito al massacro di Srebenica sotto gli occhi dei soldati olandesi che non fanno niente per proteggere gli inermi.

E noi, nell'uno e nell'altro caso cosa avremmo fatto? Ci chiediamo mai: cosa avremmo fatto se... ? Con quanta indifferenza, o piuttosto, con quanta paura, ci troveremmo a fare i conti?

Mi ha colpito quello che Adriano Sofri ha scritto ieri, sulle pagine di Repubblica. Mi hanno colpito soprattutto le ultime righe - che vi ripropongo qui sotto - in cui tra i tanti consigli che si potrebbero dare offre proprio questo: rimettere in mano ai ragazzi libri come Cuore o Lord Jim.

Solo effetto nostalgia? E se invece pagine come quelle di Edmondo de Amicis o di Joseph Conrad ci aiutassero a seminare di nuovo il senso della responsabilità e persino del coraggio?

A ciascuno di noi, specialmente se ha appena finito di commemorare Srebenica e di dedicare il suo sarcasmo a un ministero olandese, o di commentare l'orrenda storia dell'altroieri a Milano, vien fatto di chiedersi: che cosa avrei fatto se fossi stato un ufficiale olandese, un passante a Milano? E' la domanda che si fa chi legge Primo Levi, soprattutto se è un ragazzo e non è ancora indurito, la domanda per cui Primo Levi e altri che erano tornati da lì non vollero più vivere.
C'è una differenza fra le tante, i cinquant'anni che separano Auschwitz da Srebenica. Le cose infatti continuano a succedere. Si possono ascoltare molti consigli, e andare in palestra, e portare non so quale spray nella borsetta. Però non mi sembrerebbe inutile che i bambini e i ragazzi leggessero qualcosa che somigliasse al libro Cuore o a Lord Jim. O anche alla storia del giovane uomo maschio che si trovò a passare proprio nel punto in cui stavano per lapidare un'adultera.

domenica 8 agosto 2010

Una domenica mattina e quella poesia sbucata fuori

Domenica mattina che comincia così e così, domenica di lavoro, altro che mare, c'è un computer che mi aspetta. C'è di peggio e l'umore è quello che è, non il top dell'entusiasmo, si capisce da come indugio prima di uscire di casa, piantato davanti alla libreria, per l'ennesimo censimento dei libri letti e dei libri che classifico "in attesa".

Ecco, questi sono i due scaffali di poesia - un'isola a parte in una libreria tutta ordinata per case editrici, a me viene meglio così. Guardo e rimugino. Ci sono Raymond Carver e T.S. Eliot (e chissà perché a lui gli si lasciano sempre solo le iniziali), Bukowski e Majakovski (che fanno rima in modo in altri tempi sospetti), i crepuscolari e i lirici greci, Pessoa, Borges e tutti gli altri, che senz'altro meriterebbero più tempo di quanto gli dedico.

Ma guarda, ho tempo e inerzia sufficiente per aprire un'antologia. E ci sono questi versi che sbucano fuori, questi versi che riesco perfino ad acchiappare, farfalle per cui ho il necessario retino. Sono di un grande poeta polacco, Czeslaw Milosz, vai a capire perché mi piacciono questi poeti polacchi dai nomi impossibili, tipo Wislawa Szymborska (e insomma, ho appena ricordato due premi Nobel)

Si intitola Il dono, questa poesia.

Un giorno così bello.
La nebbia s'è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c'era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno d'essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l'ho dimenticato.
Pensare che una volta ero lo stesso non mi imbarazzava.
Nel corpo non sentivo alcun dolore.
Quando raddrizzavo la schiena, vedevo il mare azzurro e le vele.

E non so dirvi perché, la poesia funziona così, ma subito dopo ho preso e sono uscito di casa. E il mondo mi è sembrato più largo e più vivo di quanto potessi presumere dal balcone di questo schermo.

sabato 7 agosto 2010

Hiroshima e lo scrittore nato dalla bomba

Alcuni attimi prima dell'esplosione l'amica di mia madre aveva cercato riparo dai raggi roventi del sole estivo dietro un massiccio muro di mattoni. Da lì aveva visto due bambini che stavano giocando all'aperto disintegrarsi in un batter di ciglia....

Benché allora non fossi in grado di cogliere pienamente la portata di tutto ciò, sento che è stato quel racconto terrificante a suscitare in me il bisogno impellente di diventare scrittore.

Nel sessantacinquesimo anniversario della bomba su Hiroshima, mentre ancora il mondo non è riuscito a liberarsi degli arsenali atomici, è bello, intenso, importante l'intervento del grande scrittore giapponese Kenzaburo Oe che la Repubblica ospita oggi.

Mi ha colpito pensare che tra le infinite e imponderabili conseguenze di quell'atto criminale che fu l'atomica sul Giappone ci sia stata anche la scelta di un uomo di vivere di parole. Mi ha colpito, qualche riga più tardi, il suo rimpianto:

Mi ossessiona il pensiero di non essere mai stato in grado di scrivere un "grande romanzo" su chi ha subito quel bombardamento e sui successivi cinquanta e più anni dell'era atomica che ho vissuto. Oggi penso che scrivere quel romanzo fosse l'unica cosa che veramente volevo fare.

Quel romanzo lo attendo anch'io. E chissà che le parole nate dalla bomba non possano aiutare davvero a cancellare la possibilità di altre bombe nel nostro futuro. Ci credo perché credo nell'immensa potenza delle parole.

venerdì 6 agosto 2010

Campana a morto per la cara vecchia libreria?

Era piuttosto inquietante, e anche triste, la notizia pubblicata ieri su Repubblica, sulla crisi della Barnes & Noble, la grande catena di librerie americane – un gigante assoluto del settore – messo in ginocchio dall'eBook. Brutta notizia, almeno per chi crede nel valore delle librerie.

Campana a morto per le care vecchie librerie?

Così sembrerebbe a considerare la storia di questo gigante, senza dimenticare tutto quello che in questa estate si sta sentendo a proposito di libri digitali e dintorni.

Ma insomma, a leggere meglio e fino in fondo, non dobbiamo deprimerci troppo. E non solo perché la crisi delle librerie non è crisi di lettori. In realtà anche in America pare che a entrare in crisi siano stati  i grandi magazzini del libro. Pare che anzi si stiano aprendo nuove opportunità per le librerie indipendenti, magari dove non ci sono mai state: e questa è davvero una bella notizia.

Nuove idee di librerie, che non solo scaffali per librerie in vendita. Che si fanno forti del rapporto diretto, ravvicinato, imperniato sulla competenza e la fiducia.

Ma la cosa più bella è che sono proprio le nuove tecnologie a dare una mano alla cara vecchia libreria. E così Angelo Aquaro conclude il suo pezzo da New York:

Su quell'iPhone da cui puoi scaricare tutti gli eBook del mondo, uno di quegli apparecchi che dovrebbe segnare la fine del libro, è comparsa un'applicazione che sia chiama “IndieBound”: e ti aiuta a trovare le librerie indipendenti più vicine. Dove un libraio gentile ti spiegherà che sì, va bene l'ultimo di Nora Roberts, ma se cerchi una bella storia d'amore...

giovedì 5 agosto 2010

Quando in gioco è la felicità a oltranza


Forse più importante di quello che dice è come lo dice, con la sua parola sincera e stralunata, incline alla digressione e micidiale nel catturare le emozioni al volo. E non è davvero poco. La differenza quasi sempre è tutta lì.

Mi piace Ugo Cornia. Mi piace questo volumetto che per me è stata un'altra bella sorpresa della Sellerio.

 Mi piace fin dal titolo: Sulla felicità a oltranza.

Proprio così: la felicità a oltranza è promessa di resistenza, possibilità di riscatto, sguardo rinfrancato, allegria di naufragi e biglietto staccato per una nuova partenza.

C'è il tempo che passa e tutto cancella, in questo libro, ci sono i cari che spariscono, lutti improvvisi e devastanti come colpi di mazzuolo. Però tutto questo non è solo occasione di pianto, perché dal dolore fiorisce la rinascita, dal distacco la sorpresa di una presenza rinnovata (che poi in effetti quello che è provato a esprimere anch'io in Una domenica come le altre). Voci, radici, incanti.

Quasi un'operetta morale, tonificante prima ancora che rassicurante, generosa di quell'energia che solo la magia della leggerezza può donare.

mercoledì 4 agosto 2010

Elvira Sellerio, l'editore che ci mancherà

Ne sono sempre stato convinto, ma oggi lo sono ancora di più, con la consapevolezza che ti infligge il peso di una scomparsa a cui non ti eri preparato: ci sono libri che, necessariamente, non sono solo dei loro autori, che portano, indelebile, anche l'impronta dei loro editori.

Sempre che si tratti, è ovvio, di editori intelligenti, coraggiosi, innovativi. Che amano il loro lavoro, che sanno che i libri non sono solo dei prodotti da piazzare. Che difendono la loro impresa – uso questo termine per richiamare sia gli obblighi dell'economia che il senso dell'avventura – sicuri che in primo luogo si tratta di difendere un'identità.

I libri della Sellerio erano in realtà i libri di Elvira Sellerio. E oggi mi manca Elvira Sellerio, una donna che non ho mai incontrato di persona, ma che credo di aver conosciuto attraverso le sue scelte editoriali.

Proprio domenica scorsa, una domenica piacevolmente oziosa, ho indugiato a lungo su tutti i libri della Sellerio che anno dopo anno ho acquistato (sono fatto così, nella mia libreria i titoli sono ordinati per casa editrice). In particolare di quella fantastica, immensa, imprescindibile collana che è La memoria: quei piccoli grandi libriccini che sono una macchia di blu, con la carta vergata e la riproduzione di una pittura al centro della sovraccoperta. Una gioia solo a guardarli. 

E quello che c'è dentro poi, perché non è solo eleganza. Spesso con loro in libreria sono andato sulla fiducia, confidando sulla scoperta: un marchio di qualità.

Ed è in questo modo che nella mia vita sono entrati Gesualdo Bufalino e Andrea Camilleri, due nomi per andare sul sicuro, perché poi non si contano i viaggi che ho fatto grazie a queste pagine: sono stato alle Azzorre con Antonio Tabucchi e a Sarajevo con Adriano Sofri, sulla strada di Sintra con due autori portoghesi che mi sa oggi non dicono niente a nessuno e nell'antica Grecia con Aristotele che si improvvisa detective.

Domenica guardavo quell'esplosione di blu, due scaffali pieni. E mi sono detto: per loro devo trovare altro posto. 

E anche questo è un modo per essere grati.




martedì 3 agosto 2010

Pietro Grossi e quell'impercettibile gesto del barman

- Ho sempre sognato di fare una cosa come quella.
- Di che parli, Franck?
- Quella cosa lì, quell'impercettibile cenno al barman, come se lo conoscessi da sempre e vi intendeste all'istante 


E dunque, premesso che dei libri che ho letto di Pietro Grossi quello che mi è piaciuto di più è ancora il primo, i tre racconti di Pugni, tanto di cappello alla sua capacità di scrittura, al modo con cui sa sbozzare personaggi, raccontare storie, affrontare temi complessi con pochi tratti e un'economia di parole che rimanda ad alcune grandi lezioni della letteratura americana.

A volte, lo ammetto, sembra anche una scrittura furba, smaliziata, compiacente (più che compiaciuta), ma questo, mi sa, è il pregiudizio di chi è in animo di spaccare il capello in quattro e non vuole ammettere con se stesso che si può anche giocare con le situazioni e i generi senza riuscire affatto banali.

E' questo il caso di Martini, ultimo lavoro pubblicato per Sellerio. Poche pagine - più un racconto che un romanzo - la sensazione di cose già viste - penso proprio in qualche film americano, magari in bianco e nero - una trama esile e diluita nel tempo, scandita da gesti inchiodati dalle parole (vedi l'impercettibile gesto del barman).

E in tutto questo una riflessione non banale sui temi della vocazione letteraria, sul difficile rapporto tra autenticità e successo, sul significato che la scrittura o l'affermazione tramite la scrittura possono avere per riscattare o meno un'intera vita. E quanto ci sarebbe da scrivere, in realtà, su tutto questo...

Una lettura rapida, ideale per chi sotto l'ombrellone poi potrà chiudere gli occhi per andare lontano con i pensieri...

lunedì 2 agosto 2010

La Siberia e quel piccolo grande uomo della taiga

Ieri sera - una domenica molto pigra, lo so - mi è capitato di vedere in televisione qualche immagine della Siberia. Così è stato più che naturale ripensare a un piccolo grande abitante della Siberia protagonista di un film straordinario, che io identifico spesso con quella sterminata terra. Di lui parlo in questo brano, tratto da Caduti dal Muro, scritto per Vallecchi con Tito Barbini.


Questa la tua Siberia. E la mia?
La mia è essenzialmente un film di una trentina di anni fa, opera del grandissimo regista giapponese Akira Kurosawa, che mi è entrato nel cuore e non l’ha più abbandonato.
Titolo impenetrabile come una formula alchemica: “Dersu Uzala”. Che poi è il nome di un uomo delle praterie, un cacciatore della taiga.
Siamo ai primi del Novecento, allo stesso modo dei “visi pallidi” nelle praterie americane, i russi si stanno spingendo avanti. Verso est, e non verso ovest, ma questo poco importa. Hanno i soliti metodi brutali di ogni civiltà che si sente superiore, tanto superiore da poter avanzare senza guardare che cosa le rimane tra i piedi.
I russi travolgono e cancellano i popoli che da sempre vivono in Siberia. Cercano metalli preziosi e intanto fanno fortuna con le pelli degli ermellini e degli altri animali dalla taiga.
Dersu Uzala si trova ad accompagnare due spedizioni scientifiche, a distanza di qualche anno l’una dall’altra. I russi, e soprattutto il loro comandante, il dottor Arseniev, sono conquistati da quel “piccolo grande uomo”. Ne ammirano l’incredibile capacità di orientamento e l’infallibilità nel tiro, ma a incantarli sono soprattutto la semplicità, la taciturna dolcezza, la singolare forza d’animo.
Dersu Uzala è un figlio della taiga, un figlio che non ha voltato le spalle a chi gli ha dato la vita. E la sua vita ha qualcosa del respiro universale: Dersu Uzala in realtà è la taiga, appartiene alla taiga.
Dopo la seconda spedizione il dottor Arseniev decide di portarselo con sé in città. L’uomo delle praterie non può più vivere da solo, la taiga è cambiata, lui stesso è cambiato: i suoi occhi sono ormai troppo deboli, per cacciare, per difendersi. E’ un suo amico: vivrà con lui, assieme alla sua famiglia.
Però la vita di città non fa per lui. Dersu Uzala  trascorre le sue giornate a intristirsi davanti a un camino acceso. No, non fa per lui quella prigione dorata.
Tornerà alla sua taiga, ai suoi spazi sconfinati, alla sua libertà di nomade. Tornerà per farsi ammazzare, fragile vecchio che del mondo intravede ormai solo ombre. E non lo vedi, ma l’ultimo suo istante te lo immagini consegnato a un sorriso lieve e alla gratitudine di una preghiera. 
Dersu Uzala: una storia vera. Una storia che non mi aspettavo. Una storia di libertà che, mi pare, ci aiuta a comprendere che non ci sono terre più o meno buone, siamo solo noi a illuminarle o a stendervi ombra con la nostra vita, noi a farne qualcosa di simile a un paradiso o a un inferno.
Perché anche la Siberia è, potrebbe essere, un buon luogo da abitare. Perché no?

domenica 1 agosto 2010

Con Lansdale nella polvere del Texas

Avevo voglia di un libro come Tramonto e polvere, un libro di quelli che si leggono di un fiato, perché raccontano una storia, perché riescono a metterti sotto gli occhi personaggi e scene nemmeno fosse un film, perché è come se ti prendessero per mano e ti portassero dentro le vicende, e non sarai il protagonista, non sarai nemmeno un comprimario, però ci sei dentro, e finché resterai aggrappato a quelle pagine è come se tutto fosse vero, perfino le peggiori esplosioni di violenza, perfino le possibilità di salvezza.

Non conosco bene Joe R. Lansdale e forse la letteratura americana che frequento di più ha radici che affondano d'altre parti - New York e la Costa atlantica oppure la California. Meglio così, però: per me è stata una bella scoperta.

Siamo nel Texas (Il Texas è uno stato mentale, dice Lansdale), negli anni della Grande Depressione. Ed è inevitabile, mi sa, il confronto con un grande, grandissimo libro che racconta quegli anni, Furore di John Steinbeck.

La c'era la speranza consegnata a un altrove - una famiglia che cerca la fortuna all'ovest - qui non andiamo oltre un villaggio di disgraziati nato intorno a una segheria e ai primi pozzi di petrolio. Là la miseria intravede una possibilità di solidarietà, qui c'è il coraggio di una donna che prova a riscattare il suo destino e a farsi carico di un'intera comunità. Nell'uno e nell'altro libri, comunque, manca ancora un Roosevelt capace di tracciare una nuova strada: e si vede.

Ma questo non è un libro da raccontare. E' un libro da godere, abbandonandosi alla forza dei dialoghi, al susseguirsi dei colpi di scena che non tolgono niente alla potenza descrittiva di pagine che raccontano il Sud nella sua interezza, dal Ku Klux Klan agli appetiti scatenati dal petrolio.

Sì, mi ci voleva proprio un libro così.