sabato 31 luglio 2010

Troppo pessimista per fare jogging nel parco

Curioso, questo dibattito estivo su Emil Cioran, il filosofo e scrittore rumeno (o forse meglio dire apolide) che a buon ragione può ambire al titolo continentale (se non planetario) di pessimismo. Per dire, un intellettuale che vedeva nell'idea del suicidio l'unica cosa che rende sopportabile la vita.

Non sono tra coloro  che cercano effetti anestetizzanti nella lettura, ma Cioran è un po' troppo anche per me ed è un bel pezzo che non più il coraggio di aprire le sue pagine. Però qualche tentazione ha fatto capolino, ora che il grande pessimista viene accusato di aver fatto cose "troppo" normali nella sua vita, e magari di essersele fatte anche piacere.

Insomma, dicono, da non credere ai propri occhi. Cioran meditava notti intere sul suicidio ma poi la mattina andava a fare jogging a Parigi, nel Jardin du Luxembourg. Distillava sentenze irrevocabili come L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti, prima di tutti coloro che si ama, ma poi sapeva costruire una piacevolissima relazione con una donna più giovane di lui.

Possibile? Ammissibile? Ma insomma, fermo restando che c'è di meglio di cui discutere, fermo restando che Cioran, mi pare, silimitava ad assimilare l'"idea di suicidio" a una sorta di libertà intellettuale, non so, ma mi sembra che serva davvero poco giudicare un'opera dalla vita del suo autore.

Come se dovessimo liquidare i versi di Giacomo Leopardi una volta scoperto che il diretto interessato non disdegnava banchetti e amanti.

Insomma, sono con Antonio Gnoli, che oggi di Cioran scrive:
Scopriamo, così, che il maestro dello sconforto, fuori dalla sua mansarda parigina, amava scherzare sul proprio pensiero. Che resta nondimeno grande. Al dispetto del suo lato sconosciuto e delle polemiche di mezz'estate.

E mi verrebbe da aggiungere: se davvero ci scherzava sopra, mi sa che la persona mi sarebbe piaciuta più di un maestro che diceva cose così:  Non vi è che questo pullulare di moribondi affetti da longevità, tanto più detestabili in quanto sanno organizzare così bene la loro agonia. Aiuto!

venerdì 30 luglio 2010

Philip Roth e quel libro scritto proprio per te

Non conosco molto bene Nathan Englander come autore - di lui credo di aver letto solo Per alleviare insopportabili impulsi - ma ieri, sul paginone centrale di Repubblica, ha scritto una cosa molto bella, che mi piace condividere con voi.

Englander parla di Philip Roth, ma soprattutto di come Philip Roth è entrato nella sua vita; di come riuscì a mettere le mani su Lamento di Portnoy nascosto in un cassetto da sua madre (donna molto religiosa ma anche amante della buona letteratura, che come si sa non è sempre moralmente impeccabile); di come scoprì un altro libro, Addio, Columbus, che lo scosse profondamente.

E' a proposito di quest'ultima lettura che dice:

Non sono più religioso per quanto riguarda la religione, ma sono profondamente religioso per quanto riguarda i libri. E vi dico che ci sono momenti di scoperta in cui capisci - non come metafora, non come esagerazione - che la storia che stai leggendo è stata scritta appositamente per te. Da qualche parte uno scrittore dà alle stampe qualcosa, e lo fa perché tu solo possa trovarlo.

Sa di miracolo, ma è così. Vale anche per tutti noi, anzi, per ognuno di noi, preso singolarmente. Perché la magia della lettura è proprio questa. Provare la sensazione che quel libro, precisamente quel libro, sia stato scritto proprio per noi. Non importa in quante copie sia stato stampato. In realtà quello scrittore ha bussato alla nostra porta ed è la sua voce ora che ci parla.

Capita di rado, ed è bene che sia così. Ma credo che se si continua a leggere è proprio per poter provare qualche altra volta nei nostri giorni una cosa così.

Quando Beatrice ci regalava ancora il suo canto

Ripenso spesso al canto di Beatrice e a queste parole, tratte dal mio libriccino. Ve le  ripropongo, perché penso che possano valere per tutti noi

Mi sembra un sogno, ancora un sogno, che proprio io, Beatrice Bugelli, la pastora, abbia cantato in piazze gremite, che signori e letterati se ne siano rimasti a pendere dalle mie labbra. Ma questo gliel’ho già detto.
L’altro giorno mi son destata con questo pensiero: fossi stata sempre muta, a questo punto la mia sorte non sarebbe diversa. E di me non serberà comunque memoria il tempo.
Non fosse per persone importanti come lei, tutto quanto ho vissuto e fatto mi parrebbe una fantasia.
E io lo so, professore, che vorrebbe farmi una domanda che più o meno suona così: vale davvero qualcosa, la poesia, se non può essere ricordata?
Vale la pena?
E a me vien da risponderle così, professore, per come la intendo io.
Le rispondo che la poesia è come le sere quando fuori nevica e in casa c’è il paiolo sul fuoco, il legno brucia e scoppietta, il fumo sale e per un po’ tutto tace e per aria si spande una quiete che è un miracolo. E che allo stesso tempo è una folata, è vento di tramontana, solo che non è gelido, piuttosto caldo come un tizzone.
Le rispondo che la poesia è acqua fresca che scaturisce dalla roccia e ci disseta, che è ninna nanna con cui si appisola beato quell’unico paese tutto nostro che è il cuore. Ed è il placido conversare di fanciulle al fresco di una sera d’estate, quando si vagheggia di amori che non si vedono ma si portano nel cuore.
Io non so cosa si provi a lasciarle scritte, le parole, non so nemmeno cosa siano davvero quelle formichine nere che le persone istruite lasciano sui fogli.
Le parole mi scorrono dentro, libere, mi attraversano e mi prendono.
Sono sangue, sono vita. In esse, professore, mi c’interno. E con esse ritorno fuori e abbraccio il mondo.
Non sono rincitrullita e lo so che le parole scritte resteranno scritte in eterno, e che le mie parole, invece, sono come nebbia nel vento che scappa, sono fumo che sale al cielo.
Ma la parola detta, la parola cantata, è bella perché è unica, perché è tutta piena di melodia.
E questa melodia conta più di me e persino più di lei, professore.
Perché la bellezza è fiore che sfiorisce e poi ritorna.
Perché la poesia è bellezza e la bellezza dura per sempre, anche quando sparisce. Perché è gioia che rimane, splendore che aumenta. E se gli altri se ne scorderanno alla svelta, noi le troveremo sempre un posticino indisturbato, come una pietra preziosa in uno scrigno.
E sarà dolce sogno, carezza di ricordo, salvezza.
Dove sono allora  i canti della mia giovinezza?
Vorrei illudermi, dire che sono un’eco che vibra ancora su questi nostri monti. Magari è davvero così.
Perché questi versi sono i fiori incolti di questa terra.
Fiori che nascono e muoiono senza che nessuno debba curarsene.
Muoiono ma la primavera dopo sono di nuovo qui a rallegrarti.

giovedì 29 luglio 2010

Alla festa di compleanno di Claudia Severa

 Claudia Severa alla sua Lepidina, saluti. Ti invio un caloroso invito a venire da noi l’11 settembre, per la mia festa di compleanno, in modo da rendere il mio giorno ancora più piacevole grazie alla tua presenza. Porgi i miei saluti al tuo Ceriale. Il mio Elio saluta te e i tuoi figli.
Ti aspetto, sorella. A presto, mia cara

Che dite? Parole così potrebbe averle scritte una vostra amica? Certo che sì: questo è un invito di compleanno quale ciascuno di noi ha ricevuto o potrebbe ricevere, non importa se con un biglietto o per posta elettronica non importa. Claudia Severa per la sua cara Lepidina.

E dunque, se per una volta non parlo di un libro, ma di una manciata di parole come queste, è perché nessuno me le ha indirizzate. Le ho trovate qualche giorno fa in Inghilterra, camminando lungo il Vallo di Adriano, l'estremo confine settentrionale degli antichi romani (di qua l'Impero, di là i barbari della Scozia).


E' un posto bellissimo, il Vallo di Adriano, anche se da noi italiani ingiustamente ignorato. Pieno di possibilità di sorprese, anche.

La più bella è stata questa. In questo posto di frontiera, ai confini del mondo conosciuto, in questo posto di brughiere, tribù ostili, inverni gelidi, proprio qui sono state ritrovate le "tavolette" (writing tablets) che sono le prime testimonianze scritte nella storia della Gran Bretagna. E quell'invito a una festa di compleanno è la prima cosa scritta tra due donne nella storia di Roma (e quindi anche  nella storia della nostra Europa). La prima, ovviamente, tra quante sono arrivate sino a noi.

In queste tavolette non c'è il latino degli scrittori. E' una lingua semplice, comune, non priva di errori. Una lingua che racconta la vita di tutti i giorni: acquisti da fare, pranzi da organizzare, punizioni da evitare, raccomandazioni da richiedere (usava anche allora...).

Ma tra tutte sono le parole di Claudia Severa ad avermi destato una strana commozione. E' un po' che me le porto per me, assieme al ricordo di una donna di secoli e secoli fa finita davvero in un altro mondo, o al confine del suo mondo. Di una donna che può invitare a una festa di compleanno usando le parole di una donna di oggi.

Quell'antica romana oggi mi sembra viva, in  qualche modo. E pensare a lei è pensare, ancora una volta, allo straordinario potere delle parole. Anche quando quelle parole non finiscono in un libro.






 

mercoledì 28 luglio 2010

Viaggio al centro di una stanza

Certo non la vedo così nera come Blaise Pascal, con il suo terribile atto di accusa contro la smania del viaggio:
Tutta l'infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli in una camera.

Semmai mi piace vederla come Erri De Luca, che nello starsene fermi vede comunque una possibilità di viaggio, il sale dell'esperienza piuttosto che il pericolo sventato:
Se anch'io sono un altro è perché i libri più degli anni e dei viaggi spostano gli uomini

Ed è vero, ci si può muovere anche così, usando le pagine dei libri come un tappeto magico. I buoni libri - a volte anche i meno buoni - ci portano quasi sempre lontano.

Assai più rari sono i libri che ci raccontano di itinerari che si compiono rimanendo fermi. Per questo sono contento che l'ultimo numero di Tuttolibri, con un articolo di Gianandrea Piccioli, abbia riacceso l'attenzione su Xavier De Maistre (di lui ho già parlato in un altro post mesi fa), un autore che mi è caro per due libriccini di viaggio a mio parere unici. Viaggio intorno alla stanza e Spedizione notturna intorno alla mia camera.


Doveva essere proprio questo scrittore semidimenticato, vissuto a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, fratello di uno dei più grandi reazionari del pensiero politico europeo, a rammentarci che un viaggio può consumarsi tutto anche all'interno di una stanza.

Diciamo così, è un pensiero che mi consola, ora che sono rientrato dalle mie vacanze in giro per il mondo. Ed è una bella consolazione caricarsi sulle spalle alcune delle sue parole.


Nei normali viaggi che ho fatto tra gli uomini ho notato che a furia di essere infelici si finisce col diventare ridicoli. In quei momenti tremendi non c'è niente di meglio del nuovo modo di viaggiare di cui avete appena letto la descrizione


Parole con cui intendo viaggiare a lungo.

martedì 27 luglio 2010

Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Ti ricordi di me?
Mi vedi?
Ero la cosa peggiore che ci si possa immaginare. Ero normale.
Ero quasi invisibile, vero?
E forse ero la persona più felice che tu potresti aver incontrato



Mattias è fatto così, è una persona che si è sempre tenuto lontano dalla luce dei riflettori. Gli piace essere invisibile, comunque non arrivare mai primo. Ci sono persone così al mondo. Sono strane, in un mondo dove l'importante è vincere, non partecipare, ma ci sono. Sono strane perchè pretendono di essere normali e lo sono.

Mattias da ragazzino era uno di quelli che non si siedono al primo banco, non alzano la mano per primi, non trovano mai le parole giuste per attaccar discorso con la compagna di classe che gli piace. Quando ha scoperto di avere una straordinaria predisposizione per il canto non ha cominciato a sgomitare per guadagnarsi un posto al sole.

Da sempre fantastica sulle avventure spaziali, ma il suo eroe non è Neil Armstrong, il "primo" uomo sulla luna, è Buzz Aldrin, il "secondo" uomo sulla luna, quello di cui nessuno si ricorda, e che, per inciso, era il più esperto e capace tra i due. Mattias guarda la luna ma sa farsi bastare un pò di terra per il suo lavoro di giardiniere.

Non è un libro sulla luna, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea) di Johan Harstad, giovane autore norvegese. O forse lo è, anche se tiene i piedi ben piantati sulle terre dei mari del grande Nord. Lo è perchè bisogna sempre andare lontano per ritrovare se stessi, e questo è il viaggio che racconta Harstad, il viaggio più difficile.

Norvegia e poi le Faroe, isole distanti da tutto, sferzate dal vento e dal mare. Perdersi e poi ritrovarsi. La difficile battaglia della solitudine per investire in autenticità e poi riscoprire i legami.

Non tutti hanno bisogno del mondo intero.
Io volevo solo stare in pace


E un nuovo inizio che forse avrà il colore di altri mari, il calore dei Caraibi. Prima inseguiti leggendo e rileggendo una guida fino a consumarla, poi possibilità, vita che svolta, capitolo che comincia. Imbarcazione che lascia il suo molo:


Le Faroe erano ridotte a una parentesi nell'oceano e noi eravamo scomparsi

E fai fatica a scioglierti da questo viaggio di 450 pagine e accettare la separazione. E magari vorresti gettarti in acqua e raggiungere Mattias e i suoi amici, nemmeno ti sentissi già in colpa per non essere partito con loro.

Ps: Consiglio su consiglio, questo è un libro che metto idealmente accanto a un altro di qualche anno fa, altra scoperta, libro per me davvero necessario. La scoperta della lentezza di Sten Nadolny. Altra storia di anomala normalità o di normale anomalia, di saggezza che procede per la tangente, di vittorie che rovesciano il buon senso e le attese.

lunedì 26 luglio 2010

Chi era Gafyn Llawgoch? La parola a chi sa

Chi era davvero? Come erano i suoi libri e dove sono finiti? Quali altre cose ha scritto senza pubblicare, o perchè non ha trovato un editore o perché non lo ha nemmeno cercato? E poi, è davvero esistito? Che ne so, io? Come potrò saperlo?

Quante domande che mi sono posto l'altro giorno, recuperando un vecchio ritaglio di D di Repubblica in cui Giacomo Papi tratteggia la biografia di tredici ghost-writers. Parola, quest'ultima, riferita non tanto a persone che hanno prestato ad altri la loro penna e la loro testa (anche se in fondo sì, anche loro hanno prestato le loro parole, a tutti noi), ma a scrittori che sono spariti come spettri, inghiottiti dalla vita e dalla fatica di vivere, dal tempo e dalle sue offese.

Ecco, leggete la prima "vita", una ventina di righe che mi hanno spalancato una voragine di curiosità.
Gafyn Llawgoch. Il più grande pensatore anarchico del Galles di tutti i tempi nacque a Cardiff il 30 novembre 1900, lo stesso giorno in cui a Londra moriva Oscar Wilde. Era l'unico figlio di Gareth, minatore, e Fynn, cameriera. Per tutta la vita si rifiutò di lavorare, guadagnandosi da vivere scommettendo con intelligenza e misura alle corse dei cani. Si racconta che abbia scritto i suoi unici due libri - Manifesto per un mondo che non c'è (1926) e Beauty is beauty (1931) - sul retro dei tagliandi delle puntate non andate a buon fine. Le scommesse incassate e il conseguente ritiro dei tagliandi da parte dei bookmaker sarebbero, invece, all'origine delle frequenti lacune e salti logici tipici della sua prosa. Lasciò Cardiff soltanto due volte. Nel 1927 per un doppio soggiorno in Urss e negli Usa che consolidò i suoi istinti anarchici. E nel 1953 per il Giappone, dove frequentò il poeta e teorico dei media Junichiro Kawasaki con cui compì un memorabile viaggio a Kyoto in motocicletta e sidecar che ispirò quello di Alberto Granado e Ernesto Che Guevara in Sudamerica. Morì di polmonite nell'autunno del 1967 in una Cardiff che non riconosceva più. Le sue ultime parole furono: "Vivere sarebbe bellissimo, se solo riuscissimo a essere vivi".

Ecco, proprio lui: chi era Gafyn Llawgoch? Ho provato a cercare sulla grande Rete dove si trova tutto e il contrario di tutto, ma nel caso l'ho trovata sorprendentemente avara di notizie.

Quanti scrittori si sono persi così? Quanti libri sono spariti dalle nostre librerie, dalla nostra memoria?
Ma soprattutto come ha vissuto uno scrittore che alla fine ha saputo dire solo questo: Vivere sarebbe bellissimo, se solo riuscissimo a essere vivi?


Coraggio, chi sa qualcosa?

domenica 25 luglio 2010

Cercare il passato per sopportare il presente

Reduce da un viaggio di diversi giorni in cui ho camminato lungo il Vallo di Adriano - estremo confine dell'Impero romano - e non ho certo lesinato il mio tempo in musei dedicati all'antica Britannia, siti archeologici, rovine di terme e castelli, ho finito per infliggermi qualche domanda di troppo. Che cos'è tutto questo guardarsi indietro? Un altro tentativo di fuga da un presente che non proprio il massimo?

Così ancora una volta devo ringraziare Marguerite Yourcenar, scrittrice che quasi sempre mi ha portato in dono la pagina o la frase di cui avevo bisogno.

Sul suo libro intervista Ad occhi aperti (una lunga conversazione con Matthieu Galey, pubblicata da Bompiani) ero capitato a caccia di qualcosa sull'Imperatore Adriano, personaggio storico che come un'ombra l'ha seguita per tutta la vita. E che ovviamente intriga molto anche a me.

Su Adriano non ho trovato molto, ma questa frase valeva da sola:

Quando si ha parla dell'amore per il passato, bisogna fare attenzione: si tratta dell'amore per la vita; la vita è molto più al passato che al presente. Il presente è un momento sempre breve, anche quando la sua pienezza lo fa sembrare eterno. Quando si ama la vita, si ama il passato perché esso è il presente qual è sopravvissuto nella memoria umana.

Ecco, proprio così. Non riesco a immaginarmi il nostro presente senza il suo passato. Guardare al passato mi aiuta a stare nel presente.  Mi aiuta a sopportarlo. E come aiuta, anche questa consapevolezza.

sabato 24 luglio 2010

L'America come sa raccontarla Bob Dylan

Con la mente in grande fervore, avevo perfino covato il desiderio di andare a West Point. Mi ero sempre immaginato che sarei morto in qualche eroica battaglia

Come cambiano le cose della vita, come rimbalzano sogni e ambizioni sul panno verde dove si gioca il nostro futuro. In ogni caso colpo fortunato, questa volta. Il mondo ha perso un ufficiale dell'esercito americano, ma Bob Dylan è diventato Bob Dylan, a vantaggio di tutti noi.

Conoscevo il musicista, conoscevo il poeta (perchè per me Bob Dylan poeta è sempre stato, piaccia o non piaccia la sua musica, degno candidato al Nobel per la letteratura), con Chronicles ho scoperto un altro lato ancora, quello di uno scrittore capace di scrivere un'autobiografia che non è un'autobiografia, di raccontarsi senza mettersi su un piedistallo, perfino di mostrarci un'intera epoca senza nemmeno provare a rispettare le sequenze degli anni.

Perché questo è Chronicles, un libro buono anche per chi non sopporta le canzoni di Bob Dylan, un libro che si fa leggere per molte ragioni.

Io ci ho ritrovato la storia di un ragazzo che sa cogliere il tempo che cambia e raccontarlo come pochi altri hanno saputo fare. Altro che latte e miele, altro che canzoncini su cuori infranti, motivetti orecchiabili e ballabili, anestetico per ogni coscienza.

Immorali distillatori di liquori clandestini, madri che affogavano i loro figli, Cadillac che avevano benzina solo per cinque miglia, alluvioni, incendi nelle sedi dei sindacati, buio pesto e cadaveri sul fondo dei fiumi non erano roba per i radiofili. Non c'era niente di allegro nelle canzoni folk che cantavo io. Non cercavano di piacere a nessuno e non trasudavano dolcezza. Non si facevano gentilmente portare a riva dalle onde

Quanta grande letteratura americana mi ricorda tutto questo... L'America di Woody Guthrie e delle dure battaglie sindacali, delle praterie e delle metropoli che crescono, dei padroni e dei vagabondi. L'America del Greenwich Village a cui approda un Dylan giovanissimo, ricco solo della sua chitarra. L'America di Jack Kerouac, di Allen Ginsberg, degli altri poeti irrequieti e stralunati della Beat generation.

E c'è Bob Dylan che in tutto questo è assai diverso dall'icona che ci è stata trasmessa, che non è il provocatore, non è il contestatore di professione, non è l'artista che vive ai margini nè sopra le righe, non è né il menestrello nè la rock star. Semplicemente lui, un uomo che mette su famiglia e che parla volentieri di sua moglie.

Quante cose, in questo libro.

venerdì 23 luglio 2010

Omero, il poeta cieco che è in noi

Lo diceva Victor Hugo:
Il mondo nasce, Omero canta. È l’uccello di questa aurora

Omero, dunque. O meglio, l’uomo che abbiamo imparato a chiamare Omero. L’antico greco che ci ha regalato i poemi con cui inizia la storia della nostra letteratura e forse della nostra bellezza. Il poeta cieco, che non aveva occhi per guardare, ma che proprio per questo sapeva guardare più lontano di chiunque altro e staccare dal suo silenzio parole che risuonavano a lungo nel cuore degli uomini.

Tutto questo è Omero: la grandezza dei versi dell’Iliade e dell’Odissea e, nel ricordo di molti di noi, il busto di un anziano dall’espressione saggia e solenne, e poi magari le traduzioni e gli studi dei tempi di scuola.

Penso spesso a lui, credo che si sia in diversi a farlo. Eppure, cosa si sa davvero di Omero?

Già nell’antichità si erano moltiplicate le biografie, le vite immaginarie, le leggende. E già allora non si contavano le città che si contendevano il vanto di avergli dato i natali, da Atene a Rodi, da Argo a Chio e Smirne. Città, per inciso, quasi tutte dell’Asia Minore, tanto per destarci il sospetto che la nostra poesia in effetti sia arrivata da lontano, dall’Oriente.

Qualcuno assicurava che Omero era nato pochi anni dopo la guerra di Troia, altri che era nato parecchio dopo. Anche sul significato del suo nome ci si accapigliava: discendeva da una parola con cui i greci si riferivano ai non vedenti o dalla parola che indicava, più misteriosamente, un ostaggio?

Ce n’è voluta per iniziare a convincersi che forse Omero non è mai esistito. Anzi, che non è mai esistito perché in realtà di Omero ce ne sono stati centinaia, migliaia.

Infiniti Omero prima di Omero che hanno raccontato di Achille e di Ettore, del re Agamennone e dell’astuto Ulisse. Infiniti poeti che hanno cantato nelle feste e nei banchetti, hanno improvvisato versi che poi sono passati di bocca in bocca, hanno tramandato la memoria delle gesta, delle imprese e delle miserie dei loro eroi.

Così la più grande poesia della nostra letteratura è nata dalla parola leggera, imprendibile, evanescente di tanti poeti senza volto e senza nome.

Ed è bello pensare a tutto questo e poi pensare ai nostri nonni e ai nostri bisnonni, alla nostra Toscana contadina dove si passava le sera a veglia alzandosi in piedi per una rima, per un’ottava improvvisata da chi non sapeva né leggere né scrivere. Credo che sia per questo che qualche tempo fa mi è venuto di scrivere Beatrice: un modo per provare a saldare qualche debito di gratitudine.

È bello pensare a tutto questo, perché permette a ognuno di noi di ritrovare il dono della parola. Perché aiuta ognuno di noi a sentirsi un po’ Omero.

Pensate, ognuno di noi come il grande poeta cieco.

mercoledì 21 luglio 2010

Le storie di Odessa, crocevia della Russia

Odessa è molte cose, naturalmente. In primo luogo un nome che evoca un fascino lontano, qualcosa di esotico, direi, se poi non fossimo abituati a localizzare i luoghi dell’esotico in qualche altro angolo del pianeta.


Odessa è un crogiuolo di popoli affacciato sull’immensità asiatica, è la culla di un cosmopolitismo per predilezione, prima ancora che per vocazione, è la memoria della vecchia Russia bianca che guardava all’Europa, con i tè all’aperto e le dame con le crinoline, è il porto da cui salpavano le navi cariche di cereali con i suoi rudi lavoratori, avvezzi alla fatica e alla vodka. Le terme frequentate dall’aristocrazia e il sogno del riscatto sociale.


Isaac Babel, figlio di Odessa, quel sogno se lo fece suo per intero e prima ancora che scrittore fu militante bolscevico. Negli anni eroici della rivoluzione prestò servizio nel controspionaggio, lavorò come traduttore per la Cheka – cioè per la polizia politica istituita da Lenin – e si occupò della requisizione dei viveri. Nel 1920, quando ancora infuriava la guerra civile fu assegnato all’armata a cavallo che provò a esportare la rivoluzione fuori dalla Russia e arrivò fin quasi a Varsavia, per essere poi ricacciata indietro.


Da questa esperienza venne fuori il suo capolavoro, L’armata a cavallo, appunto. Oggi è giustamente considerato uno dei libri imprescindibili del Novecento, ma allora la pubblicazione gli costò cara. C’era troppa verità, nella guerra che raccontava, ovvero troppa brutalità.


Altro che romanticismo rivoluzionario, ideali che volano alto: nelle sue pagine c’erano lo sporco e il sudore, i corpi sbudellati e i rivoli di sangue, la ferocia gratuita e la follia dei comandi.


Si fece molti nemici, il povero Babel, ma dopo fu assai peggio. Arrivò Stalin, arrivo il plumbeo terrore degli anni Trenta. Gli orrori della guerra lasciarono il campo agli orrori di una collettivizzazione di un regime che aveva tradito se stesso.


Babel si distaccò ogni giorno di più dalla vita pubblica e dalla speranza che l’aveva animato negli anni precedenti. Ma questo ritrarsi non bastò a procurargli la quiete. Cominciarono a criticarlo per il suo “estetismo”. E’ un’accusa che oggi potremmo prendere per un complimento e in ogni caso accogliere come un legittimo esercizio di critica letteraria. Ma in Unione Sovietica, in quegli anni, essere bollati come “esteti” non era lieve: entravi di diritto nella poco raccomandabile schiera dei borghesi decadenti e irredimibili.


Nel 1934, al primo congresso dell’Unione degli scrittori sovietici Babel si strappò dalla bocca parole pesanti. Stava diventando il “maestro di un nuovo genere letterario”, proclamò: il “genere del silenzio”.


Poi ci volle poco perché tutto precipitasse.


“Ora verranno a cercarmi”, scrisse dopo la morte di Maksim Gorkij, lo scrittore nelle grazie del regime che finora era riuscito a proteggerlo. E così fu. Babel venne arrestato nella sua casa di campagna, portato alla Lubianka, processato, condannato.


Lo fucilarono agli inizi del 1940, anche se ufficialmente lo si disse morto in un campo di prigionia in Siberia: la vedova ci mise 15 anni per scoprire la verità


Dopo la morte di Stalin venne completamente riabilitato: per quanto potesse significare, a quel punto. Quanto ai suoi manoscritti, sequestrati dalla polizia segreta, non vennero mai più restituiti.


Che cosa c’era tra quelle carte? Qualche altro capolavoro?


Nessuno, temo, ci potrà più rispondere. Però una cosa è sicura: è solo un potere criminale, quello che ruba le vite, e con le vite la bellezza della vita, quella bellezza che emerge anche da una pagina scritta.


E pure questi sono crimini contro l’umanità.

(da Caduti dal Muro, scritto con Tito Barbini, Vallecchi editore)

martedì 20 luglio 2010

Benedetta e le parole che riempiono l'assenza

Sì, per prima cosa devi provarti a misurare con quel vuoto.

- Che cos'hai?
- Mancanza

E non hai parole, perché ci sono solo parole come queste (da Il Cielo sopra Berlino di Win Wenders), parole che sono una resa, un sipario calato, una lingua intraducibile.

E questo vuoto, questa mancanza, sono di una vita intera, dopo che una vita intera è stata rubata. Perchè Benedetta Tobagi si era appena affacciata alla vita quando la follia criminale dei terroristi gli portò via il padre.

Non è facile andare oltre quel vuoto, riempirlo di parole, di emozioni, di riflessioni. Non è facile nemmeno raccontare, quell'uomo che è stato sempre un'irrimediabile assenza, inchiodato a un ruolo pubblico, giornalista del Corriere, sindacalista, morto ammazzato per strada una mattina che sapeva di primavera.

Raccontarlo senza farsi imprigionare dalla gabbia che attende il famigliare della vittima, una persona che vive di luce, pardon, di assenza riflessa, e pare scontato che esista solo per piangere, reclamare giustizia, onorare l'uomo strappato all'affetto, partecipare a convegni e commemorazioni. Solo che Benedetta, anche in questo libro, vuole essere Benedetta, non solo la figlia di...

Non ho ricordi di mio padre da vivo: è morto troppo presto. In compenso sono cresciuta assediata dall'immagine pubblica di Walter Tobagi

E ancora:

Il sentiero per allontanarmi dal vuoto l'ho tracciato un passo per volta costruendo la mia vita e cercando al tempo stesso un modo vitale di ricongiungermi a mio padre.

Quanta fatica che deve essere costato tutto questo. A volte anche solo per indugiare davanti allo specchio: Gli occhi sembrano così uguali, ma il suo sguardo, com'era?

E che poesia, che ogni tanto squarcia il dolore:

Nella mia fantasia, come ci arriva la luce delle stelle dopo migliaia e milioni di anni, così, forse, in direzione opposta, le onde sonore di tutte le parole pronunciate sulla Terra continuavano a vaggiare nello spazio per sempre. Vedevo i cerchi allargarsi e salire sempre più su, fino a liberarsi nello spazio infinito. Da qualche parte, molto molto lontano, pensavo, galleggiano ancora le tracce delle parole del mio papà


E quanto interrogarsi sugli "uomini vuoti" capaci di cancellare altre vite come se niente fosse.

Pensare che Benedetta riesce a ridare vita, con le sue parole:

Rimpiango tutto quello che non abbiamo potuto fare insieme. Tutta la vita che ci è stata rubata. Vorrei che tu avessi conosciuto le persone che ho amato, i miei amici. Non abbiamo mai potuto litigare e fare la pace. Ma hai seminato così tanto, che ho potuto sentire ancora la traccia calda della tua impronta nel mondo, nella luce che accende lo sguardo di chi ti ha conosciuto

Da leggere, assolutamente.

Quando Raymond Carver non incontrò Edward Hopper

Se potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E' dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.

Sono d'accordo con te. E' quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c'è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende.


Ecco qui, in poche parole si schiude il senso del lavoro di due dei grandi artisti del Novecento americano, il pittore Edward Hopper e lo scrittore Raymond Carver. Parole di un dialogo che non c'è mai stato, perchè non è mai esistito un loro incontro. Però poi è arrivato un altro scrittore, Aldo Nove, di un'altra età e di un altro paese, e questo incontro se lo è immaginato ed è arrivato a raccontarlo: e qualcosa vorrà dire, è come consegnare un passaporto per la realtà.

In ogni modo io a questo libriccino non avrei mai rinunciato. Guarda caso, Hopper e Carver: due artisti che hanno un posto particolare nel mio cuore, nel mio immaginario americano.

Non saprei vedere l'America senza la luce di Hopper, senza le sue strade e le sue case, senza i suoi sguardi che invadono le stanze spogliate dal sogno americano e catturano istanti in bilico, su qualcosa che non si saprà mai. Senza questi quadri che da tempo si sono impastati con le parole di Carver, con le sue storie che quasi sempre non portano lontano, e non lo devono, con questi altri istanti sospesi quasi sempre tra un disastro e una nuova possibilità. E vi confesso, mi dice poco e mi serve ancora meno la polemica sul Carver "autentico", al netto dei tagli del suo editor.

Insomma, poi arriva Aldo Nove e ci porta per un pomeriggio in California, sulla sponda del fiume Butte Creek. E' il 1958, un bel giorno di sole, ore indolenti per pescare e per scambiare qualche parola. Qualcosa si accende tra Hopper, pittore ormai affermato, e Carver, ragazzo di 20 anni, che ha sognato di far fortuna in Messico e ora sogna di fare lo scrittore.

Ragionano d'arte, i due. E dice Carver, "parlo della capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa"
"Qualsiasi?" domanda Hopper.
"Ad esempio un frigorifero", dice Carver.
"O un muro vuoto - replica Hopper - che poi con la luce vuoto non è mai".

Ecco, mi piace pensare che l'arte sia questa, la capacità di restare a bocca aperta, la forza che cresce dalla meraviglia.

Mi piace pensare che quell'incontro ci sia stato. Che da lì siano discese molte cose.

domenica 18 luglio 2010

Guido Gozzano tra l'India e la nostalgia

Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo, scriveva Guido Gozzano, e sarà anche, io so solo che con i suoi versi teneri e malinconici questo ragazzo piemontese ci ha fatto un dono straordinario, che è bene tenersi stretto.

E' dai tempi del liceo, quando l'antologia di italiano mi ha fatto planare verso questo poeta "crepuscolare", che mi tengo stretto il suo mondo di care piccole cose, tanto decenti quanto di gusto discutibile, come i soprammobili nel salotto buono di una vecchia zia. Invece non avevo ancora letto le lettere che scrisse non da uno borghesissimo studio del Piemonte fin di secolo (intendendo l'Ottocento) ma niente di meno che dall'India. Sarà che da uno come lui nemmeno mi immaginavo che un giorno potesse partire e andare così lontano. 

Eppure è proprio così, Gozzano in India arriva nel 1911, non come uno scrittore in cerca di materiali per un suo libro, ma come un giovane avvocato torinese malato di tubercolosi, in cerca chissà di che cosa, forse di un'aria migliore, forse di un'altra vita. Di una guarigione comunque, che chissà, forse ha meno a che vedere con i suoi polmoni che con le inquietudini della vita. Qualcosa che alla lontana sa di Tiziano Terzani, insomma.

C'è chi ha scritto che Guido Gozzano è il viaggiatore che vede e racconta quasi soltanto se stesso, ma in ogni caso sono belle le sue lettere dall'India, prima pubblicate sul quotidiano La Stampa e poi raccolte nel volume Verso la cuna del mondo (oggi riedite da Edt). Belle anche se ho fatto fatica a riconoscere nel poeta dei salotti borghesi l'uomo che parla di Bombay metropoli ospitale oppure di Goa, peraltro, all'Emilio Salgari, già visitata con la fantasia, cento volte con la matita, durante le interminaboli lezioni di matematica. 

Poi però ho trovato queste righe, sulla nostalgia: e ho ritrovato davvero Guido Gozzano:

E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia!... La nostalgia, il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili all’ansia e al rimorso!

sabato 17 luglio 2010

Quando Anna attraversò quella strada

Una strada attraversata una volta di più portò all'arresto di Anna Ventura, nel terribile periodo delle persecuzioni razziali in Italia. Pochi metri di troppo, da un marciapiede all'altro, ma anche da una storia all'altra. Passi che la separarono dalla famiglia e la condussero prima a Fossoli e poi ad Auschwitz. E' una storia che ho raccontato in Una famiglia (edizioni Giuntina), ma su cui più e più volte anche in queste settimane sono tornato a pensare. Anzi, non ci riesco a non pensare, e allo stesso tempo a non pensare agli intrecci tra la volontà degli uomini e le circostanze. Inizia così, il capitolo che racconta di quella strada attraversata.


A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…
Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze.
E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada.

venerdì 16 luglio 2010

Tempo di Tour de France, tempo di Gianni Mura

Tanto la corsa langue, e c'interessa di più sapere dove vanno a finire i poeti, quando muoiono

I Tour de France di Gianni Mura stanno tutti in frasi come queste, perché una tappa non è solo una tappa, è molte altre cose che solo alla fine porteranno una ruota davanti alle altre a tagliare il traguardo, sono sciabolate di poesia, indugi enogastronomici, riflessioni morali, citazioni colte, piaceri dei sensi e quant'altro.

Solo un piccolo assaggio:

Si va avanti per un assaggio, e per bere Calvados, naturalmente, come farebbe il commissario Maigret. Devo confessare che continuo a frequentare posti che avrebbe frequentato Maigret e che mangio cose che piacevano a lui e del resto, senza farlo apposta, piacciono anche a me: spezzatino con piselli, una parte del vitello che si chama onglet, in italiano non so, con gli scalogni, e trippe alla maniera di Caen,e caraffe di vino sfuso (non sempre però). Solo girando per le strade piccole e sostando in strani bar-tabaccherie-ristoranti-alberghi, magari con tre camere, si ha la sensazione di capire la Francia, o almeno di capire Simenon, mi voglio rovinare, uno dei più grandi scrittori del secolo. Qualcuno arriverà a dirlo fra cent'anni

Poi c'è anche la corsa, ovviamente, soprattutto la corsa, in questa antologia uscita per Minimum Fax dei più bei pezzi scritti da Mura inviato speciale. C'è tutto il Tour, sublime e spietato, poesia e fatica, gloria e bassezza.

Per chi ama il ciclismo, un libro necessario. Per chi ama la Francia, una sorpresa. Per tutti gli altri, un libro che è un piacere leggere sognando i campi di lavanda della Provenza o l'aria pulita dei Pirenei.

giovedì 15 luglio 2010

Le citazioni che accompagnano un viaggio

Viaggiare, ma anche riflettere sul senso del viaggio, sui cambiamenti della "geografia dell'anima" che accompagnano gli spostamenti sulle mappe del mondo. E servono, come no, le pagine dei libri. I libri che uno si porta dietro, i libri che riemergono come reminiscenza, emozione ridestata, citazione, mentre si va avanti, un passo dopo l'altro.

Da alcuni giorni, lo sapete, sono lontano da casa: un bel viaggio tra l'Inghilterra del Nord e la Scozia. Mi sono portato dietro uno zaino pieno di libri, ma anche un bloc notes dove alcune pagine raccolgono le citazioni di viaggi precedenti.

Ecco tre citazioni che mi fanno compagnia, anche se con la semplice ragione è difficile incastrarle in un ragionamento unitario e coerente (ma a che serve, del resto?)

E allora, Claudio Magris da L'Infinito viaggiare:

Molte cose cadono, quando si viaggia; certezze, valori, sentimenti, aspettative che si perdono per strada – la strada è una dura ma anche buona maestra. Altre cose, altri valori e sentimenti si trovano, si incontrano, si raccattano per via. Come viaggiare, pure scrivere significa smontare, riassestare, ricombinare


Il cinico Fowler di The Quiet American di Graham Greene:

Io non sono un giornalista. Sono solo un fottuto reporter: non faccio analisi, racconto quel che vedo – o quel che mi lasciano vedere

E un antico detto tuareg:

Mettiti in cammino anche se l’ora non ti piace. Quando arriverai l’ora ti sarà comunque gradita

mercoledì 14 luglio 2010

Quando il poeta Gigetto imparò a leggere

Dopo Beatrice, Gigetto del Bicchiere, un altro poeta della montagna, un altro poeta che non ha affidato il suo nome ai libri. Parlo di lui in L'ultimo dei poeti, un libro in cui mi interrogo sulla sorpresa, se non il miracolo, della poesia in un uomo che fino a 20 anni non sapeva nemmeno fare la sua firma. Qui sotto un piccolo passo che prova a raccontare un momento di svolta nella vita di Gigetto, quello in cui le parole sulla carta cominciano a prendere forma e significato.

All’origine di tutto ciò che posseggo c’è l’alfabeto.
Questa è una frase che mi piace, il primo rigo di Bella gente d’Appennino di Giovanni Lindo Ferretti, uomo dei nostri tempi che dopo tanto girovagare ha saputo tornare alle sue radici sulla montagna. Penso che una frase del genere abbia a che vedere anche con la storia di Gigetto.
L’alfabeto per lui non è più solo forma, traccia sulla carta. Come le orme lasciate da un animale sulla neve le lettere indicano una direzione. Ma sono anche di più, sono le lenti attraverso cui Gigetto può guardare. Con le lettere ora può vedere. E quello che gli si spalanca è un mondo nuovo.
I libri non gli sono più una cosa estranea. Non sono privilegio dei signori, appannaggio dei letterati. Perfino lui può coglierne il senso e la bellezza.
Cerca anche di farseli prestare e li legge davvero. Qualche opera di poesia addirittura l’acquista. Pensate cosa significa per un montanino abituato a tirare la cinghia, a farsi sempre i conti in tasca. O anche per un povero fante, nell’Italia di quegli anni.
Che cosa rara, un uomo come Gigetto che investe in cultura. Che si dà daffare per procurarsi cibo di parole.
Ricchezza di cui tenere di conto, da non scialacquare come si fa con i soldi per le bevute nei giorni buoni. Da depositare nel cuore, dove nessuno potrà sottrarla. Magari da tenere quanto più possibile a mente, perché si sa, i libri oggi ci sono, ma domani vai a sapere. Vale anche per il mestiere, che nessuno potrà mai togliere, a differenza della casa e del campo. Saggezza contadina, capacità che viene da lontano. Non è difficile imparare a memoria i versi più belli.
Quando ci sarà l’occasione, potrà ripeterli. Nel caso, mescolando quello che ha letto a quello che riuscirà a inventare. Perché è così che si fa. Anche questa è saggezza montanina, le parole ricevute non si tengono per sé; le parole si restituiscono. Allo stesso modo dei semi che ritornano alla terra.

martedì 13 luglio 2010

Lo scrittore svizzero e il suo requiem per il giallo

Metti una piccola cittadina della Svizzera e uno scrittore di gialli che, all’uscita di una conferenza, accetta il passaggio in macchina di un anziano commissario di polizia… Metti che dopo qualche imbarazzo il silenzio tra i due lasci il posto al racconto di un caso di omicidio che risale a ben 40 anni prima…

Comincia così, La promessa - Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Durrenmatt (che si scrive con la dieresi sulla u, lo so, solo che non la trovo sulla tastiera), scrittore svizzero che amo con fedeltà che resiste agli anni (sarà che lo frequento con garbo, senza strafare) per un piccolo grande libro, sconvolgente per lucidità, asciuttezza, capacità di dissacrazione.

No, non è un giallo, perché tutti i gialli esigono un omicida, una soluzione acclarata e condivisa… E qui se non ci si arrende è solo per una promessa fatta a se stessi, una promessa che è un’esigenza giustizia, e poco importa se per essa ci si perderà in desolati paesaggi morali, se si dovrà stare attenti ad abissi di insensatezza…

Un libro a cui ritorno, per vaccinarmi contro l'idea che nella letteratura, soprattutto nella letteratura di genere, sia stato già detto tutto. Fa bene ogni tanto leggersi un libro che fa saltare convenzioni e attese. Come fa questo libro, dichiaratamente fin dal sottotitolo, per sovvertire i luoghi comuni del giallo. E sembra che ne seppellisca anche la possibilità: e invece no, invece regala nuova linfa.


E' un libro che ha i suoi anni, ma che fa bene tener ben presente ogni qual volta si grida al nuovo grande autore di gialli, alla novità che scaccia tutto quello che c'è stato prima. Una buona cura contro il legittimo disamoramento.


Ma anche un libro che con le sue domande ci porta al centro delle nostre esistenze. Basterà mai un’indagine di polizia a restituirci la verità? Interrogativi così non implicano solo un investigatore, un delitto, un omicida.

lunedì 12 luglio 2010

Con Umberto Eco chi spera ancora nei libri

Libri consumati nelle fiamme di incendi appiccati e libri che resistono alle tempeste del grande oceano di Internet; libri censurati, proibiti, cancellati e libri che sfidano tenaci e impudenti ogni volontà di soppressione; libri trasmessi di generazione in generazione come il testimone di una staffetta e libri risucchiati dall'oblio, legge spietata ma naturale di una cultura che è fatta anche di ciò che sparisce, non solo di ciò che rimane 

 Libri, libri, libri: e con essi due innamorati di libri, Unbero Eco (a sinistra) e Jean-Claude Carrière, autori di Non sperate di liberarvi dei libri (Bompiani)

Due "bibliomani" che chiacchierano a ruota libera planando su un'inattesa varietà di argomenti. Con eleganza, con passione, con l'ottimismo di chi sa che i libri nella loro lunga vita ne hanno già sopportate di tutte, figurarsi se sarà Internet a farli fuori.

Perché il libro è come la ruota o le forbici: Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio

Lettura salutare per tutti colori che di questo sono convinti, ma cominciano a nutrire qualche timore per il futuro.

sabato 10 luglio 2010

Con Filippo, dopo che tutto era successo

Capita che i personaggi dei libri ogni tanto tornino a bussare a sorpresa alla tua porta,come un amico che non rivedi da tantissimo tempo, che forse si è addirittura trasferito in un'altra città. A me oggi è successo con Filippo Pananti, un poeta toscano "minore" a cui qualche anno fa ho dedicato un piccolo libro (Il Poeta e i pirati, edizioni Polistampa), più noto forse per essere stato portato schiavo ad Algeri dai pirati del Mediterraneo che per i suoi versi. Mi piace ricordarlo con una pagina che racconta la sua vita dopo la liberazione.


Gli anni che gli restano da vivere sono ancora molti, ma Filippo il tempo sa bene come ammazzarlo, sa come esorcizzare il male di vivere, come scampare alle ambizioni, agli impegni che ti impigliano e ti stritolano, allo stesso modo di Charlie Chaplin catturato dalle ruote dentate di Tempi Moderni. La sua è una lunga, dolce eutanasia.
Così lascia sfilare i giorni come i libri che divora uno dietro l’altro, esempio concreto di quello che Montesquieu diceva della lettura quale pigrizia travestita. Quando non legge inganna le ore riempiendo fogli e fogli di piccole prose.
Sono pagine in cui prende le difese del riso che, per dirla con Buffon, è la qualità distintiva dell’uomo, e per dirla con Yorick, allunga d’un dito la misura della nostra esistenza; dello sbadiglio, che annunzia il placido sonno, il dolce risvegliamento, il salutare appetito, la felice sazietà; della notte, benefattrice di tutto ciò che respira, che per gl’infelici è il fine delle fatiche, per i felici il cominciare dei piaceri; del vivere in campagna e del perdono.
Alcune cronache, però, ce lo ricordano impegnato soprattutto a ravvivare brigate di amici per intere serate, una battuta dietro l’altra, un verso improvvisato che scappa e uno che gli va dietro, e così a trascorrere le ore, magari davanti al fuoco di un caminetto, magari con qualche castagna a cuocere e parecchio vino da spartirsi. E' quello che ha sempre voluto, con i cari amici al caro loco viver temprando il verno al proprio fuoco.
Sono le veglie di uno zio un po’ stravagante, accattivante già nell’aspetto, con il suo naso acquilino, gli occhi vivacissimi, i capelli crespi che prendono sempre la piega sbagliata, gli abiti che più semplici non si può, con l’unico vezzo di un fazzoletto bianco sempre avvolto intorno al collo. Scapolone tanto sciolto di lingua, quanto impacciato nei doveri del tran-tran quotidiano, con la sua memorabile distrazione, lui che non riesce mai a segnarsi o a ricordarsi una data, e che talvolta si dimentica persino di firmare le proprie lettere.
Il tempo, da parte sua, gli concede di riflettere lungamente sulla vita, sul bene e sul male che questa gli ha portato e che lui ha colto. Può predisporsi alla morte con tutta calma, privilegio raro, dispiaciuto solo di non saperne in anticipo l'ora.

La morte sarebbe allora come una cosa lungamente meditata... arriverebbe allora come un viaggiatore, a cui si è preparato il letto.

Non ne ha mai saputo nulla, ma sono sicuro che gli sarebbe piaciuto da matti il passo leggero con cui monaci e poeti giapponesi attraversano il mondo fluttuante. Sostituite il sakè con un buon Chianti, gli aceri con i castagni: allora le parole di Ryoi, letterato all'altro capo del mondo, sono le sue parole, la vita che ha chiesto e che alla fine ha avuto.

Volgersi alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere saké, consolarsi dimenticando la realtà.

venerdì 9 luglio 2010

Un raggio di luce con la compassione di Rosa

E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità. E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa.

E magari sulla scelta dei brani che in Un po' di compassione (Adelphi) accompagnano la lettera della grande, immensa Rosa L. ci sarebbe anche da discutere, ma sulla lettera no, questa lettera andrebbe semplicemente fotocopiata, distribuita, appesa davanti al proprio computer, portata nel portofoglio e tirata fuori e letta, riletta ogniqualvolta la realtà ci sembra troppo buia e deprimente, ogni qualvolta ci assale il virus dell'indifferenza.

Rosa L. è in carcere, fuori impazza il mattatoio della guerra mondiale, nessuna luce in fondo al tunnel, nessuna forza che riesca a levarsi in piedi e urlare le ragioni della pietà. E lei anche nello spazio tetro di questa cella riesce a percepire la gioia della vita, che è anche la forza della vita...

Di più: oltre i milioni di morti ammazzati coglie la sofferenza di un povero bufalo maltratto e ne avverte compassione fino a condividerne la sofferenza. Fratello chiama quel povero animale... e siamo ben oltre ogni lettura esclusivamente animalista ante litteram, siamo alla grande lezione di vita...

In Germania questa lettera è nei libri di testo, viene studiata a scuola. Farebbe anche a noi far circolare queste pagine.

giovedì 8 luglio 2010

Le vacanze nel Baltico della signora Elizabeth

Su una splendida isola del Baltico un giorno arriva Elizabeth, per un viaggio lento a piedi e in carrozza, in compagnia solo del cocchiere e della cameriera. Un viaggio che ai tempi - siamo all'inizio del Novecento - solo poche donne, e notevolmente emancipate, avrebbero messo in programma.

Non mancano davvero i motivi di fascino, in questo Elizabeth a Rugen, pubblicato da Bollati Boringheri: le attrazioni di terre e mari del Nord che aiutano a ritrovare una dimensione più genuina, le descrizioni di un turismo di altri tempi ma già decisamente petulante e aggressivo, lo spaccato di un certo tipo di società colta, mondana, elegante...

Comincia come un diario di viaggio, ma poi il libro diventa ben altro, dopo il colpo di scena dell'incontro con una cugina persa da diversi anni e poi con il marito di quest'ultima. Crisi coniugali, passioni intellettuali, disavventure varie segnano un itinerario dove non manca mai l'arguzia tipica di certe signore di cultura britannica di altri tempi.

La Von Arnim, ricordiamolo, è la stessa che ha scritto Un incantevole aprile, libro da cui anni fa venne tratto un film gioiellino.Le sue qualità emergono anche da queste pagine: una lettura non imprescindibile, ma piacevole, curiosa.

mercoledì 7 luglio 2010

Prima di domani, così era la Groenlandia

Siamo in Groenlandia, più o meno verso la metà dell’Ottocento, prima che gli europei abbiamo fatto la loro irruzione nel millenario mondo delle tribù inuit. Prima del domani, appunto: il titolo di questo bel libro del danese Jorn Riel, pubblicato da Iperborea.

Uomini e donne che da sempre vivono in condizioni che a noi piace classificare proibitive. Esistenze dure sostenute dalla forza di piccole comunità che sanno trarre il meglio da una natura avara e dal succedersi delle stagioni e concedersi persino la tregua della bellezza.

Poi arrivano loro, i bianchi sterminatori. E di un’intera comunità non sopravvivono che una donna anziana e un suo nipotino, flebile possibilità di futuro.

Sullo sfondo di una vicenda poco conosciuta, quella dell’orribile massacro degli inuit, ecco una storia intensa, dolorosa e poetica.

Una storia “possibile”, raccontata da uno scrittore che per tanti anni ha vissuto in Groenlandia (prima di finire, per chissà quale singolare contrappasso, in Malesia), a partire da due crani che tanti anni fa ha ritrovato in queste terre dell’estremo nord: di una donna e di un bambino appunto,

Riel è magistrale nel raccontarci il mondo degli inuit prima del devastante impatto con gli europei. Una rara penna capace di usare al meglio tutti i colori del crepuscolo.

martedì 6 luglio 2010

In Germania, cercando le cose ai confini

Wolfgang Buscher è uno di quei giornalisti viaggiatori che non cerca mai un viaggio semplice e disinvolto, che piuttosto si carica sulle spalle un bel bagaglio di inquietudini e perplessità. Mi era già capitato di fare la sua conoscenza, grazie a un bel libro nel quale raccontava un suo viaggio a piedi da Berlino a Mosca. E ora lo ritrovo, in queste pagine che racchiudono un nuovo impegnativo viaggio, questa volta tutto in Germania.

Non un paese esotico, ma va bene così, anzi: è un pezzetto che mi piacciono i viaggi dietro casa, mi sembra che in genere abbiano di più da raccontare, che presuppongano uno sguardo meno banale.

E sicuramente non è affatto scontato il viaggio di Buscher. Tutt'altro, perché il suo è un modo singolare di andare al fondo delle cose sfuggendo per la tangente.

Che poi è quanto fa davvero, perché il suo viaggio non si inoltra nel cuore della Germania, ma si srotola per intero lungo i suoi confini: 3.500 chilometri balzando da un lato all’altro della frontiera, lungo le sponde di fiumi, boschi e montagne, città rase al suolo dalla guerra e oggi trasformate in strani bazar.

Un viaggio per certi versi assurdo, incomprensibile, importante però, perché ci dimostra che è dalla periferia che si può comprendere il centro.

Dal vuoto il pieno: dal paese che non c’è o che sta per svanire ecco ciò che è stato, è e forse sarà la Germania.

lunedì 5 luglio 2010

Quel luogo a cui a un giorno arriviamo

Ha detto una volta Antonio Tabucchi: 

Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati

Sono d'accordo: quel luogo non è mai solo quel luogo. Quel luogo è quello che ci portiamo dentro. E' l'altrove che sta dentro il nostro immaginario, l'approdo di ciascuno di noi, la terra che ci appartiene o a cui apparteniamo.

Per Antonio Tabucchi è facile che quel luogo siano le Azzorre. Per altri sarà la Patagonia - mi viene in mente Tito Barbini - oppure la Mongolia - ricordo ciò che di questa terra ha scritto Giovanni Lindo Ferretti. Altri ancora coltiveranno il loro altrove in una baitina di montagna o nella pineta al mare di sempre. E ci sarà pure anche chi - forse il sottoscritto? - guarderà a Mompracem o piuttosto a qualche altra isola che non c'è.

L'importante è tenerne di conto, di quel luogo. Di non smarrirlo. Di non consentire che il tempo lo spazzi via con la sua terrificante capacità di amnesia.

domenica 4 luglio 2010

Quelle romantiche piogge di Inghilterra

Innanzitutto un annuncio personale: domani parto per alcune settimane in Inghilterra del Nord e per la Scozia nel corso del quale, tra le altre cose, intendo percorrere a piedi tutto il Vallo di Adriano, da mare a mare. Mi porterò con me le Memorie di Adriano della Yourcenar (utile rilettura per meditare ancora sulle questioni del potere e della felicità), camminerò il più possibile. E dico la cosa più banale (un po' meno banale per gli inglesi, che si sa, di questo parlano molto): spero che il tempo mi assista.

Proprio oggi (sarà un caso? O i libri si danno da fare per bussare alla porta della tua vita proprio quando occorre?) l'occhio mi è cascato su una pagina del grande Mario Praz. Un suo articolo, Ville inglesi, anno1958. Sentite cosa dice a proposito di certe idee romantiche sulla meteorologia con annesse predilezioni da turista o viaggiatore.

Quella di vedere i paesi nella loro stagione tipica era un'idea romantica di Théophile Gautier: bisognava vedere la Spagna d'estate e sentire la terra scottare attraverso la suola delle scarpe, e la Russia d'inverno e strofinarsi il naso contro il gelo. Nel 1923 dovevo ancora essere sotto l'influsso di simili idee romantiche, perché non mi sarebbe affatto dispiaciuto vedere a Londra la grande nebbia: non era la "ciudad de las nieblas" secondo uno scrittore spagnolo che allora godeva di una certa fama?
Tuttavia, per quel che riguarda l'Inghilterra, una volta che uno ha veduto che miracoli possano produrre in quel paese il cielo azzurro e la bella stagione, non potrà non considerare con pietà il punto di vista romantico alla Gautier

Anch'io sono piuttosto propenso a respingere questa idea romantica. Sono convinto che la poesia del Lake District o dello Yorkshire mi arriverà meglio, senza scarponi bagnati e umido nelle ossa. Che Giove Pluvio mi assista.

sabato 3 luglio 2010

Che futuro per il paese che maltratta le biblioteche?

Metto le mani avanti: questa non è una lamentazione da tipo di biblioteca. Non passo le mie giornate tra archivi e tomi polverosi, non sono un addetto ai lavori. Ma di questo sono assolutamente convinto: una paese che non cura le sue biblioteche, che non ne tiene di conto con la massima attenzione, è un paese che ha poco futuro (e direi anche un futuro che mi piace assai poco).

Vale per la biblioteca di paese e di quartiere, che rappresenta in ogni caso uno straordinario "investimento in umanità", vale per realtà che sono vere e proprie istituzioni che racchiudono, tutelano, promuovono, consegnano al futuro (o almeno dovrebbero fare tutto questo) la nostra cultura.

Eppure che cosa è rimasto della Biblioteca Nazionale di Firenze ce lo ha raccontato in questi giorni Laura Montanari, sulle pagine di Repubblica:

I libri non li spolverano più da quattro anni perché mancano i soldi per farlo. Per la stessa ragione hanno cancellato decine di abbonamenti a riviste e tagliato gli acquisti di volumi stranieri. Da tempo è anche sospesa la conversione del catalogo da cartaceo ad elettronico col risultato che, di sei milioni di libri, soltanto due e mezzo sono i titoli online. Gli altri si ricercano come nel secolo scorso, scorrendo a mano gli schedari. Il declino della Biblioteca Nazionale di Firenze è scritto sui muri di certi corridoi, dove l'intonaco porta ancora l'ombra delle luci al neon levate dieci anni fa. Nei magazzini di questa che è la più grande biblioteca italiana giacciono parcheggiati 200mila volumi che aspettano di essere catalogati dal personale che non c'è perché, dei 500 dipendenti che lavoravano qui negli anni Novanta, di economia in economia, oggi ne sono rimasti 195 con un'eta media che vira ai sessanta...

Può bastare? Aggiungo solo che ora anche la stessa direttrice, Antonia Ida Fontana, ha deciso di andarsene, in sostanza per disperazione.

E lo so che c'è la crisi, che i soldi non ci sono, che tocca tagliare, che è dura scegliere tra un asilo di nido, un ospedale e una biblioteca. Ma che rabbia, in questo paese di sprechi, di appalti gonfiati, di tasse evase, di lavori inutili, che rabbia: magari riusciremo a pagare il ponte sullo Stretto, ma non saremo in grado di costruire nessun ponte per consegnare il nostro futuro, il nostro presente, ai giorni che verranno.

venerdì 2 luglio 2010

Quando c'erano i poeti sulla montagna

Si chiamava Gigetto del Bicchiere, aveva poca voglia di lavorare e molta invece di fare festa, è stato l'ultimo grande poeta improvvisatore della mia montagna. Domani, sabato 4 luglio, l'Appennino pistoiese gli dedicherà una giornata intera per l'anniversario della sua morte (e il quindicesimo anniversario della compagnia di canti e balli che prende il suo nome): sarà l'occasione anche per le prime due presentazioni, all'Abetone e a Cutigliano, del mio libro L'ultimo dei poeti (Sarnus), dedicato appunto a Gigetto.

Qui sotto un piccolo brano dal libro:


E i letterati arrivavano nei borghi, mandavano a chiamare questo o quello, se ne stavano assorti ad ascoltare. Annotavano, commentavano. Ma proprio non capivano. Pareva che questa gente non avesse fatto niente per meritarsi il dono della parola elegante. Come facevano senza aver studiato?
Si sbagliavano, naturalmente, perché c’è scuola e scuola. Glielo ricordava Beatrice, che di tutte era la più brava: "la montagna l’è stata a me maestra". Lo spiegavano anche altri. E in realtà non ce ne sarebbe stato nemmeno bisogno.
I letterati riempivano i quaderni e poi scendevano a valle, alle loro lezioni, alle loro accademie. I montanini rimanevano e c’era sempre un’altra sera da passare a riscaldarsi insieme, con il fuoco e con i racconti. C’era sempre una donna con la sua ninna nanna e un uomo in piazza con le sue ottave.
Insomma, c’era addirittura poesia sulla montagna. Anzi, si sprecavano i poeti, sulla montagna, buoni per ogni occasione. Non importava scrivere o saper scrivere, importava levarsi in piedi al momento giusto, chiedere ascolto, attaccare il verso.
Quanti ce n’erano, ai tempi. E sarà perché le parole non costavano niente ed erano sollievo, a volte addirittura salvezza. Sarà perché non c’era altro modo per passare il tempo. Però le cose erano andate sempre così. Perché non avrebbero dovuto andare così anche in futuro?

giovedì 1 luglio 2010

Una penna e un quaderno nel bagaglio


Moleskine e zaino in spalla, alla Bruce Chatwin. O più semplicemente penna e quaderno. Nel mio immaginario del viaggiatore c'è anche questo: gli strumenti della scrittura, parte essenziale del bagaglio leggero di chi si muove per scoprire, vedere, cambiare se stesso attraversando il mondo. Itinerari che si trasformano in parole, prima ancora che in ricordi. Sere pigre o affaticate concluse tracciando qualche pensiero sulla carta.

Luciano Del Sette ha scritto in Quella volta che in viaggio... Piccole storie dai diari di un turista:

C’erano una volta, ma non è passato neppure molto tempo, una penna e un quaderno che amavano moltissimo finire nelle tasche di chi si metteva in viaggio. La penna cominciava a scorrere sulle pagine bianche del quaderno e ne riempiva ogni spazio... cronache, aneddoti, fatti, pensieri, riflessioni. Riparare al torto, restituire a penna quaderno il loro nobile ruolo è ancora possibile. C’è bisogno che ciascuno di noi accetti di nuovo la bellissima fatica di far scorrere l’inchiostro sulla carta e si rimetta a pensare in proprio. C’è bisogno che ciascuno di noi cominci di nuovo a raccontare, perchè il racconto è l’anima del viaggio. E la penna e il quaderno ne sono, da sempre, l’unica vera espressione.

Mi chiedo se si continua a scrivere in viaggio. Se usano ancora i diari di viaggio. Se la vecchia penna è stata sostituita dal portatile, con tanto di Internet e posta elettronica. Se tutto questo sta cambiando - e come - la letteratura di viaggio.