martedì 29 giugno 2010

Le domande senza risposta della poetessa


Ci sono viaggi per conoscere, per scoprire, per rivelare con cui non si devono fare chilometri. Si rimane dove siamo, ma si va oltre, si scende. Di solito sono i viaggi più difficili: quelli nel cuore e nella testa delle persone. Quando si prova a inoltrarsi nei silenzi, a decifrare gesti, a far calare maschere.

L'altro giorno mi sono di nuovo imbattuto in questa poesia della grandissima poetessa polacca Wislawa Szymborska. Nemmeno una dozzina di versi per darci il senso di tutto ciò che si vorrebbe sapere e non si sa, per misurare tutto il non detto e il non fatto che si impiglia nella gigantesca rete delle relazioni umane.

Mi piace quando la poesia quando sa esprimere cose enormemente complesse con questa semplicità. Non a caso questa si intitola semplicemente ABC.


Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all'ultimo non mi abbia perdonato.
Perchè C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c'ero, lì accanto,
avesse un qualunque significato
e J. per K. e il restante alfabeto.


(Wislawa Szymborska - Due punti - Adelphi)

Pessoa e quella nave che lascia il molo


Viaggiare? Per viaggiare basta esistere, diceva il grande Fernando Pessoa, uno che ha viaggiato più con la fantasia che con il suo corpo - pur trascorrendo un bel pezzo di vita in Sudafrica - ma che comunque conosceva bene i sentimenti che si associano al viaggio, dall'inquietudine alla sorpresa, dalla nostalgia alla possibilità di inventarsi sotto un altro nome, un'altra storia.

Il viaggio è anche distacco, concetto che richiama un movimento della mente e del cuore, ma che può essere anche tremendamente concreto. Il distacco di un aereo dalla pista, il distacco di una nave dal molo a cui era attraccata.

Un momento che non è propriamente quello dell'attraversamento della frontiera di cui ho parlato l'altro giorno. Un momento che può vivere proprio con alcune parole di Fernando Pessoa. Eccole.

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s'è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un'angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l'alba,
e mi avvolge come il ricordo di un'altra persona
che fosse misteriosamente mia


(da Ode marittima)

domenica 27 giugno 2010

Tutto in una stanza il viaggio di De Maistre


Il mio viaggio iniziò alle otto precise di sera. Il tempo era buono e prometteva una piacevole notte.
Avevo preso le mie precauzioni per non essere importunato da visite - del resto rarissime, data l'altezza dell'alloggio e considerando le circostanze in cui mi trovavo all'epoca - e per rimanere solo fino a mezzanotte


Credo che ben pochi abbiamo avuto modo di conoscere Francois-Xavier De Maistre (foto a lato), fratello del ben più noto Joseph, uno dei più geniali e radicali reazionari di tutto il nostro Ottocento e dintorni.

Francois-Xavier era assai diverso e non è entrato nella storia del pensiero politico della nostra epoca. Meriterebbe però di essere conosciuto per almeno due libriccini, Viaggio nella mia stanza, in cui si inventa tutto un viaggio consumato tra le pareti di una stanza dove era stato rinchiuso e, anni più tardi, Spedizione notturna nella mia stanza, che è una sorta di bis o sequel della prima fortunata opera.

Sono contento che l'editore fiorentino Barbès abbia avuto il fiuto e il coraggio di disseppellire questo testo, moderno, stravagante, ironico e commovente allo stesso tempo, capace soprattutto di spiegarci che non è vero, non è assolutamente vero che per viaggiare si debba oltrepassare la soglia di casa.

Ci sono molti altri modi: per esempio con un buon libro.

Tradurre una lingua che non fa rumore


Forse l'ho già detto, di tutti i mestieri che ruotano intorno al mondo del libro e della scrittura è quello del traduttore che mi intriga di più, sarà che sono uno che non riesce a leggere in lingua originale, che peccato, sarà che nella fatica del tradurre scorgo comunque la capacità della creazione. Sull'ultimo Tuttolibri a questo proposito c'è un bellissimo articolo di Elena Lowenthal, in realtà una recensione a Sul tradurre di Susanna Basso, una delle grandissime traduttrici italiane, per intendersi la traduttrice "di" gente come Alice Munro, Ian McEwan, Martin Amis. E proprio su quel "di" c'è subito una riflesione interessante.

Quel "di" genitivo non va inteso come un passivo possesso, anzi. Tanto è vero che, quando parla del suo bellissimo mestiere, un traduttore ti spiega quali sono i "suoi" autori

Insomma, sono più gli autori a essere posseduti dal traduttore che viceversa: e questo cambia la prospettiva, come no.

Perché tradurre è anche e soprattutto "possedere" un testo, in termini se non erotici certo amorevoli. E' qualcosa, per intenderci, di molto diverso, quasi opposto al leggere: per come si entra, si affonda, si percorre, si esplora la pagina.

E quante domande poi. Come risuona la lingua che sta solo sulla pagina e non fa rumore? Che invidia desta quel testo nel traduttore? Capita mai di volersi sostituire all'autore fino a reinventare consapevomente quello che sta traducendo?

E noi lettori? Noi lettori siamo spesso così ingrati, che nemmeno ci accorgiamo el tremendo lavoro che c'è dietro.

Perché quando si traghetta un libro da una lingua all'altra, ogni parola, ogni virgola significa una decisione presa e migliaia di altre scartate.

Almeno saperlo.

venerdì 25 giugno 2010

Franzen e l'amore che si tiene a distanza


Ci sono libri belli di cui ti vien voglia di scrivere fiumi di parole, fosse solo per condividere il piacere di quella lettura. Ci sono libri bellissimi di cui invece non ti senti capace di dire praticamente niente, sarà che dovresti dire troppo, sarà che ti sembra di sciupare qualcosa, sarà che in effetti non c'è niente da aggiungere e l'unica cosa che puoi fare davvero è un'opera di sottrazione, per lasciare che parli solo il libro, direttamente, senza filtri.

Le correzioni di Jonathan Franzen per me è un libro così. Un libro che mi ha regalato emozioni che da tempo non provavo e di cui non riesco a parlare, sarà che per parlarne in realtà dovrei parlare di me stesso.

In queste pagine ho visto la mia vita e la vita di tante persone che mi sono vicine. Ci ho trovato il mondo di oggi, la sua economia, la cultura che va per la maggiore. Allo stesso tempo sono entrato prepotentemente dentro la storia di una famiglia, inferno e squarci di tenerezza.

Pensare che per anni è rimasto dalle parti basse della pila di libri "in attesa di lettura", come una pratica burocratica che si cerca di non evadere, rimandandola alle calende greche. Una volta l'avevo perfino attaccato, due o tre paginette di approccio e poi l'immediata resa, per pigrizia: troppe pagine, caratteri troppo fitti, e poi che sarà mai, solo un altro buon scrittore americano.

(a dimostrazione che ogni libro ha il suo tempo. Mi era successo anche con l'Ulisse di Joyce)

Poi ho scoperto che Le correzioni aveva la dimensione ideale per un viaggio in aereo e una vacanzina in bicicletta. Ora l'ho finito da qualche giorno ed è sempre qui, accanto al mio computer. Non ho il coraggio di rimetterlo sullo scaffale.

Rifletto sulle "correzioni" del titolo, sulle traiettorie che non sempre sono quelle di una palla di biliardo, sui diversi movimenti che a volte dovremmo imprimere alle nostre vite, sulla triste constatazione che quasi sempre non siamo noi a correggere la vita, piuttosto è la vita che ci corregge: refuso da cancellare, variabile dipendente, discolo da rimettere in riga.

Ma soprattutto mi lascio ancora accompagnare dai personaggi di questa famiglia che Franzen racconta per quasi seicento pagine fitte fitte. Sono ancora con me i figli, Gary, Chip, Denise, sono con me la madre Enid, il padre Alfred. Soprattutto quest'ultimo direi, l'arcigno, impenetrabile, insopportabile Alfred, l'uomo chiuso nella torre d'avorio dei suoi principi e allo stesso tempo inerme nella sua malattia.

Ricordo una frase:

Quelle erano sere, e ce n'erano state centinaia, forse migliaia, in cui nulla di così traumatico da lasciare era accaduto al nucleo famigliare. Sere di semplice intimità alla vaniglia sulla poltrona di pelle nera; dolci sere di dubbio tra notti di squallida certezza. Gli venivano in mente adesso, quei controesempi dimenticati, perché alla fine, quando si stava cadendo in acqua, l'unica cosa solida a cui aggrapparsi erano i figli

E soprattutto un'altra (buffo, leggendo qualche commento su Anobii, in diversi hanno pescato proprio queste due righe nelle seicento pagine, qualcosa vorrà dire)

La strana verità su Alfred era che l'amore, per lui, non era questione di avvicinarsi, ma di tenersi a distanza


Quanta verità, in questa strana verità. Ma qui mi fermo, perché di questo libro sto già parlando.

Cosa si prova a varcare una frontiera


Estate, tempo di viaggi (per chi se li potrà permettere), tempo di confini varcati. Confini non più come separazione, ma come passaggio e possibilità, come porta per un altrove. E quasi sempre la testa guarda a quell'altrove, solo a quello.

Però quanto è importante proprio quel momento in cui portandoci dietro il nostro bagaglio di cose ed emozioni ci spingiamo avanti per attraversare.

Per tutti coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, per quanti potranno viverla solo sui libri, valgano le parole del grande Ryszard Kapuscinski, giovane giornalista che sta per abbandonare per la prima volta la Polonia per cominciare la sua straordinaria avventura:


Mi chiedevo cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinariamente emozionante. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Che aspetto aveva? A che cosa somigliava? Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile. In fin dei conti il mio massimo desiderio, quello che più mi tentava e mi attraeva era di per sé estremamente modesto: la pura e semplice azione di varcare la frontiera

giovedì 24 giugno 2010

Il "partigiano dell'Infinito" e il suo mistero


Ci sono parabole di vita che sfuggono, che intrigano proprio perchè sfuggono. Che alimentano curiosità, attenzione, non necessariamente simpatia, proprio perchè non ci appartengono o addirittura bussano alla porta dei nostri giorni solo per allungarci qualche domandina vagamente imbarazzante. E magari per far vacillare alcune convinzioni che ci accompagnavano da un pezzo.
Giovanni Lindo Ferretti. Partigiano dell'Infinito da Togliatti a Benedetto XVI di Luca Negri (Vallecchi editore) racconta una di queste parabole, quella appunto di Giovanni Lindo Ferretti, l'ex cantante dei CCCP-Fedeli alla Linea - punk filosovietico, quello di Spara Juri per intendersi - che negli anni si è scoperto fedelissimo di papa Ratzinger.

E dunque, forse è stata proprio la curiosità la molla che mi ha fatto avvicinare a questo libro. Il mistero di un approdo o piuttosto la sorpresa per un cammino che non è solo evasione o cedimento. Tanta curiosità, fin da quel sottotitolo, Partigiano dell'Infinito, che mi sa dice già molto di Giovanni Lindo Ferretti, uomo di contraddizioni, uomo però anche fedele a se stesso.

Mi è sempre piaciuta la sua musica - così come più tardi mi è piaciuto il suo modo di scrivere, che sembra appartenere ad altre epoche, altre voci - e tutto questo senza che nemmeno dovessi trovarmi in sintonia con idee e convinzioni varie.

Ma questo non è un libro (o non lo è solo) per i fan dei vari gruppi di Lindo Ferretti, nè un ragionamento sulla sua scrittura. E' un bel libro che dà il senso di un viaggio: nell'interiorità di un uomo che cerca, tra inquietudini e fame di assoluto; e anche in almeno mezzo secolo di storia italiana, nelle speranze, nelle tensioni, nei fallimenti di questo paese.

Alla fine, era chiaro, non ho capito cosa è successo. E chissà, forse le cose sono successe solo in superficie, perché qualunque cosa si potesse percepire sotto il palco dei suoi concerti Lindo Ferretti non è mai stato quello dell'ortodossia sovietica, è evidente: la gente ballava con Spara Juri ma lui cantava anche Emilia paranoica, perfino allora cercava verità, anelava stabilità e condizioni irrevocabili.

Chissà cosa è successo: ma questo libro è un buon modo per continuare a domandarcelo.

mercoledì 23 giugno 2010

A passi incerti verso una nuova vita


Lunedì. Ricomincia una settimana fatta di nulla e di attese. Attese di cosa? Se la sua vita si svolge tra quattro pareti di cui conosce ogni sfumatura di colore, ogni crepa, l'intonaco scrostato, le macchie.

Ecco, comincia così, A passi incerti di Grazia Frisina (edizioni Mauro Pagliai), un libro da tenersi stretti, accogliendo le sue parole come gocce di acqua che spazzano la siccità e restituiscono vita. Un libro che sa regalare forza e consapevolezza, che ci fa guardare con occhio nuovo il dolore, che ci permette di capire che tra la rassegnazione e il sogno di evasione ci può essere anche un'altra strada, che sta dentro la realtà, che accoglie la realtà per trasformarla. Anche se il prezzo da pagare è alto e non si fanno sconti.

Emilia, questa è la protagonista, è inchiodata tra quelle quattro pareti, una vita in una stanza, una storia di solitudine e di reclusione (termine duro, ma che può essere vero anche per una famiglia che protegge e prova pena) cominciata con una terribile diagnosi.

Comincia così, questo libro, ma se quelle quattro pareti sigillano, allontanano, nascondono, possono essere anche molto altro: per esempio un atlante di terre, di isole e di oceani, sul quale sognare i viaggi che le gambe non permettono di fare.

Solo il primo paragrafo e un'infinità di emozioni e riflessioni. Prigionia e fantasia, la possibilità di viaggiare lontani benché il corpo sia come un albero avvinghiato alla sua terra. Non ci sono stati anche scrittori che hanno raccontato di viaggi compiuti tutti in una stanza?

Ma Emilia ha anche altro, Emilia è più ricca di quanto lei stessa sospetti. Ha trovato Internet per inoltrarsi nel mondo che non ha mai calpestato, lo schermo del computer è una finestra, una porta che sta a lei aprire, il web è un terreno che fa fiorire nuove possibilità.

E se la comunicazione on line a volte è solo l'ombra di un vero dialogo, se è parola amputata di profondità, Emilia può coltivare un'altra parola, capace di scavare e riportare in superficie. La parola della poesia, che lei ha scoperto tardi, grazie a un libro di Emily Dickinson (Emilia ed Emily, dunque) che le è stato donato (e quanto può cambiare la vita, allora, il dono di un libro...).

Di vicenda in vicenda, quello che si fa strada e rimane è proprio il sentimento della poesia, quella poesia che è anche cura, promessa di redenzione, possibilità di attingere a risorse interiori nemmeno sospettate. Perché è questa la storia di Emilia, personaggio complesso e complicato, contraddittorio come in fondo lo siamo tutti (e diffido da chi non lo è o peggio dichiara di non esserlo...), solo che più di altri ha smesso di credere a se stessa.

Insomma, una storia di rinascita attraversato le parole, raccontata da Grazia con dolcezza, non con affettazione, con sentimento, non con sentimentalismo a buon mercato.

Ieri ho avuto la fortuna di presentare questo libro e questa autrice. Grazia ha detto, a un certo punto: Ho capito che il dolore può essere una possibilità, ho capito attraverso il dolore il senso della reciprocità.

Almeno, questo era il senso. E se in fondo questa storia ruota intorno al dono di un libro, quello della grande Emily Dickinson, un dono è anche quello che ci ha fatto Grazia, con pagine che arrivano a restituire la leggerezza della poesia perfino alle pietre (e questo non lo dico io, lo potete leggere in una delle pagine più belle).

martedì 22 giugno 2010

Davanti al mare con parole nuove


Un'estate che sa di Mediterraneo, un villaggo di pescatori sulla costa francese, villeggianti che vivono la vita spensierata che si poteva vivere negli anni Trenta, prima che tutto succedesse. Una coppia perfino troppo bella per essere vera, leggerezza e sensualità al posto giusto, nel posto giusto. Vacanze e corpi che si attraggono, notti di bevute e canti, e il mare che c'è sempre, ora risacca, ora odore, ora idea.

Già, tutto troppo bello per essere vero, qualcosa deve per forza succedere. O non succedere, che può essere ancora peggio, quando si deve dare un altro senso al gioco dei sentimento, quando ci sarebbe bisogno di gesti per fermare il gioco delle emozioni, rimettendole sul binario giusto. Quando si attendono parole che non verranno.

E' un libro che sembra scritto in anni molto più vicini a noi, Davanti al mare di David Vogel, ebreo russo nato alla fine dell'Ottocento e morto in un campo di concentramento dopo una vita inquieta e fuori dai ranghi tra Vienna e Parigi.

Un libro che sta sulla superficie delle cose, delle parole, delle situazioni solo per farci capire che la superficie è sottile, fragile, è polvere che può essere spazzata via. Che il puzzle delle certezze può essere sconvolto da un colpo di vento, e chissà come ce la caveremo con quel mucchio di tessere, non sempre c'è una seconda volta.

E forse tutto questo sta anche nel segreto della scrittura di Vogel, un segreto che noi, nella traduzione italiana, non riusciremo mai a percepire. Vogel scriveva in una lingua che non parlava, in una lingua che proprio allora cominciava a prendere le misure con la modernità e a entrare nella vita quotidiana delle persone, a trovare parole per chiamare cose, emozioni, relazioni.

Scriveva in ebraico - Vogel - non in yiddish, in tedesco, o in francese. E lo possiamo considerare tra i primi scrittori moderni che fanno una scelta del genere.

Ho scritto poco, però bisogna riconoscere che, come scrivo io, finora in ebraico non ha scritto nessuno. Così pare abbia sostenuto un giorno. Questo racconto lungo - o romanzo breve - può essere una testimonianza a suo favore.

lunedì 21 giugno 2010

Le camere d'albergo di Cees Nooteboom



Indugi sulle sue pagine e non puoi non pensare alle parole di un filosofo arabo del dodicesimo secolo, Ibn al-Arabi:

Non appena vedi una casa dici: voglio restare qui, ma appena arrivato lì la lasci di nuovo per metterti in cammino


Perché è proprio così, Cees Nooteboom è uno dei grandissimi scrittore europei dei nostri anni, ma soprattutto è un nomade caparbio, appassionato, incapace di darsi tregua. Lui stesso ci racconta che un giorno si è messo sulle spalle lo zaino, ha salutato la madre, è saltato su un treno ed è diventato una freccia puntata sulla lontananza.

Da allora non si è più fermato, però ci ha messo un po’ più di tempo e di esperienza per capire che in un posto comunque è rimasto sempre: proprio quel posto dove è solo con se stesso.

Ripenso spesso a Hotel Nomade (Feltrinelli), libro particolare di un viaggiatore particolare.

Le infinite stanze di albergo del suo errare diventano le stanze della sua anima: e lui le apre per farti entrare e accoglierti.

Magari con parole come queste:

Forse le cose stanno così: il vero viaggiatore si trova sempre nell’occhio del ciclone. Il ciclone è il mondo, l’occhio è ciò con cui lui guarda il mondo. La meteorologia ci insegna che nell’occhio si sta tranquilli, forse quanto nella cella di un monaco

domenica 20 giugno 2010

Storia di Laika, la cagnetta nello spazio


Però non c’era solo Gagarin.
C’era anche Laika, la cagnetta rinchiusa nello Sputnik e catapultata nello spazio. Quanto ci ho pianto, da bambino.

Solo qualche anno fa, però, ho conosciuto la sua vera storia, grazie alla penna di uno come Vittorio Zucconi. Una delle tante verità riemerse dagli anni della guerra fredda, dopo i profluvi di bugie. Cominciava più o meno così quel pezzo, da maestro del giornalismo: Il cane che rincorse le stelle avrebbe di molto preferito continuare a rincorrere gatti e ciclisti per le strade di Mosca, se avesse potuto decidere lei, ma Laika non era un cane qualsiasi.

Laika non era più una bastardina catturata dagli accalappiacani di Mosca e trasferita alla Houston sovietica. Era diventata, ci spiega Zucconi, un soldato, una bandiera, un latrato di battaglia, un monumento che l’Urss voleva costruire a se stessa.

Insomma, anche lei uno strumento, e una vittima, dello scontro planetario tra le due superpotenze. Nikita Kruscev le aveva cantate all’Occidente, senza troppe perifrasi: In dieci anni vi seppelliremo. E anche Laika serviva all’uopo.

Oggi sappiamo che Mosca ha mentito anche sulla povera cagnetta. La sua non fu una morte indolore, un appisolarsi trasognato nelle vastità del cosmo. Lo Sputnik non fu una culla sparata a velocità orbitale.

No, la dolce povera cagnetta che ho imparato ad amare grazie a una foto in bianco e nero, un muso che spunta da un’ogiva, morì di una morte atroce: incatenata in uno spazio angusto, incapace di muoversi, straziata da temperature estreme, il cuore schiantato da pressioni insopportabili.

Povera Laika: pensare che gli strateghi della propaganda la vollero arruolare tra gli eroi del socialismo, un eroe a quattro zampe ma sempre al servizio della giusta causa. Si disse che era morta nell’adempimento del suo dovere, come un soldato in guerra, in guerra dalla parte giusta, certo, e invece più probabilmente morì di terrore, di solitudine: questa la uccise, prima ancora che le tremende sollecitazioni del volo spaziale.

Per lei non era stata previsto nessun rientro alla base, da salutare con fazzoletti al vento e ghirlande di fiori.

Laika è davvero l’altro lato della luna, quello che ci è nascosto. Laika, e dall’altra parte Gagarin. Quando penso a lei mi chiedo quali sacrifici possano essere messi in conto per il progresso della scienza.

A volte portiamo l’asticella molto in alto: accettiamo pure un bel tributo di vite umane, magari senza essere pienamente consapevoli di quanto significa ognuna di esse.

A volte però ci basta una cagnetta, una bastardina che mai vorremo tra i piedi: e tanto basta, anzi, è troppo.
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(da Tito Barbini-Paolo Ciampi, Caduti dal Muro, Vallecchi editore)

sabato 19 giugno 2010

Dai Tuareg all'Abetone, la poesia dei pastori


A volerla percorrere fino in fondo, questa è una storia che sembra fatta apposta per incantare e sedurre.

Una storia meravigliosamente generosa, che ci regala suggestioni a non finire: la poesia e la pastorizia, un sottile filo che si snoda attraverso i millenni. Non mi riferisco alle tante pagine che nel tempo si sono offerte a chi ama cibarsi di letteratura, dai lirici dell’antica Grecia ai cantori di tante finte Arcadie del nostro Seicento, fino al pastore errante dei versi di Leopardi, con il suo dolce canto notturno.

No, questa poesia è parola viva, parola che scappa via, parola di pastori veri. Poco importa che si trovi tra le rocce degli Abruzzi oppure tra i deserti solcati dalle carovane dei Tuareg. La domanda del poeta di Recanati – Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? – appartiene a tutti loro. È fatta delle loro vite, segnate da albe rarefatte e da irrimediabili distanze, dalle fatiche della transumanza e dall’immobilità di meriggi infuocati.

Il pastore ha tempo per immergersi nel tempo universale, vive nel silenzio che a volte è maestro nello scolpire la parola.

C’è chi accosta la poesia dei pastori, in ogni caso la poesia popolare, a una non meglio precisata poesia naturale che i bambini, soprattutto loro, possiedono e talvolta manifestano. Viene in mente cosa Piero Citati raccontava di Tolstoi. Una volta lo scrittore russo si ritrovò a scrivere per ore e ore sotto la dettatura di due contadinelli che stava cercando di strappare all’analfabetismo. Gli pareva di scorgere il talento creatore, che era abituato a immaginare in Omero e in Puskin, personificato per la prima volta in due ragazzetti contadini: la poesia stava davanti ai suoi occhi; ed era una grande emozione vedere esteriorizzata questa terribile forza, che tante volte aveva sentito agitarsi dentro di lui.

Bello, come no. Però non mi pare un granché spacciare la poesia popolare, la poesia non scritta, per una sorta di bambinata. Il verso del pastore emerge dal lavoro e dalla meditazione. E poi perfino l’improvvisazione non si improvvisa, se così si può dire. Ha bisogno di una maestria che non si inventa, anche se difetta dell’istruzione che vantano i “veri” intellettuali.
Semmai preferisco pensarla come Ermolao Rubieri, nell’Ottocento autore di una storia della poesia popolare italiana.

Gli uomini prima di avere scritto, certamente parlarono. E anche la poesia… dee aver cominciato dallo essere popolare per poi diventare letteraria… Se i letterati possono perfezionare le favelle, quelli che le formano sono i popoli, e non è possibile che i popoli per cantare aspettassero il cenno dei letterati.


E il cenno dei letterati non serve, quando c’è da cantare il lavoro e la festa, il sudore e le stagioni, il riposo e la tavola.

Sono le voci di un coro che racconta la vita di milioni di uomini senza volto, senza nome: gocce di un fiume generoso.
Voci che rompono il silenzio, che restituiscono la parola a chi la sorte assegnata per nascita vorrebbe senza parola.
Voci di un mondo che, apparentemente, sembra da sempre uguale a se stesso e impermeabile a qualsiasi cambiamento.
Stornelli e rispetti, ninne nanne e ballate: un mondo di poesia che arriva da tempi remoti e che solo gli scempi delle ultime due o tre generazioni hanno provato a spazzare via. Forse non ci sono riusciti.

Da Paolo Ciampi, Beatrice. Il canto dell'Appennino che conquistò la capitale, Sarnus edizioni

giovedì 17 giugno 2010

Quando il viaggiatore non è un cinico


Ho già parlato del libriccino di Andrea Semplici In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire (Terre di Mezzo), una manciata di pagine che consiglio a chiunque sta per partire come si raccomanda l'antimalarica per certi paesi, lettura breve ma capace di alimentare molte e molte riflessioni che fanno bene. Eccone una, per esempio, che parte dal giornalismo - il mestiere di reporter del grande Kapuscinski - per abbracciare lo spirito che dovrebbe appartenere a tutti coloro che distendono le vele e salpano per il mondo.

Chi sei, Kapu? Una volta hai detto (ed è una delle tue frasi più famose e ripetute): "Un giornalista non può essere un cinico, non può dimenticare la sua umanità e quella delle persone che incontra". Ho provato a sostituire la parola "giornalista" con la parola "viaggiatore", e ho scoperto che il racconto (compresa la cronaca giornalistica) e il viaggio sono fratelli. Forse, anzi, sono sorelle, perché vi intravedo un'anima femminile. Il viaggiatore deve avere le stesse qualità di chi si mette in movimento per scrivere. Non può essere cinico o sbruffone. Deve essere "buono". Deve provare "benevolenza" verso l'umanità

mercoledì 16 giugno 2010

Quel poeta sbruffone nelle birrerie di Praga


Vi dice niente il nome di Hrabal? Per quanto mi riguarda è una delle persone che con le sue pagine mi ha fatto volare più lontano.

Pensando a lui mi è sempre venuto in mente una sorta di Buster Keaton della letteratura, anche se in effetti Hrabal non lo puoi paragonare a niente che non presupponga il suo essere in tutto e per tutto abitante di Praga.

Hrabal faticava durante il giorno, però di sera si prendeva il suo tempo in una delle tante belle osterie di Praga e lì si metteva a scrivere pagine che mi immagino inzuppate da tanta birra e ingarbugliate da molte conversazioni sul niente e sul tutto.

Da tutto questo balzò fuori uno scrittore insolito, irresistibile sia nell’umorismo che nella dolcezza surreale e struggente.

Nei suoi libri c'è molto di Praga e molto della vita di un uomo che si proclamava apprendista sbruffone, estimatore del sole nei ristoranti all’aperto e bevitore della luna che si specchia nel selciato bagnato. Con più malinconia del solito, complice le ferite del tempo e la stanchezza di una vita operaia...

Non dico che sia una lettura facile, ma trovatela una voce come la sua, densa, irriverente, stralunata, così generosa di una incomprensibile vitalità...

E stupitevi della sua forza, della sua inventiva, della sua poesia sbilenca, della sua capacità di strappare un sorriso e un brindisi anche dalle miserie che sono di tutti noi.

martedì 15 giugno 2010

L'ultimo dei poeti e la sua montagna


Ma poi chi dice che tutto è finito? Niente finirà, almeno finché ci sarà un ricordo, finché ci saranno giorni in cui si proverà a ripetere una vecchia ottava o si tenterà il passo della quadriglia. Sapete, a volte basta davvero poco, un suono lontano, un ritornello nel giorno del patrono, gli odori che si alzano dalla cucina di una sagra, lo sguardo di una donna che sa di antico. Allora se conoscete la storia di Gigetto può anche sembrarvi che il tempo non sia mai scivolato via o che un qualche sortilegio sia capace di spingerlo indietro. Le possibilità dell’immaginazione fanno il resto. E allora è suo quel volto che spunta tra i tanti che si sono dati appuntamento, sua quella voce più alta, quell’ombra che si allunga.

Beh, questo è il mio ultimo libro, L'ultimo dei poeti, che esce per Sarnus nei prossimi giorni. E' la storia di Luigi Ferrari, detto Gigetto del Bicchiere, ultimo grande poeta improvvisatore della montagna toscana. E con lui la storia di una civiltà secolare cancellata dai grandi cambiamenti dei tempi moderni. Cancellata, ma non del tutto, perché ancora oggi resiste la voglia di poesia e di bellezza.

Insomma, con queste pagine ritorno alla montagna e alla poesia che racconto con Beatrice. Anche se sono già anni diversi che stanno cambiando un mondo rimasto immobile per secoli. Un mondo in cui irrompe il turismo, dove le carrozze sono progressivamente sostituite dal treno e dalla corriera, dove si inizia addirittura a sciare...

Ne potremo parlare insieme sabato 3 luglio, in un'intera giornata che la Montagna pistoiese dedicherà a Gigetto del Bicchiere e ai suoi canti, con appuntamenti all'Abetone, al Bicchiere, a Cutigliano e a Ponte Sestaione.

lunedì 14 giugno 2010

I tre uomini in bici del buon Jerome



Quel che ci occorre – disse Harris – è un diversivo


L'avete riconosciuto? Trattasi dell'immarcescibile attacco di Tre uomini a zonzo, uno dei miei libri cult da ragazzino. Quello con il trio di amici, già protagonista della più nota vacanza in barca giù per il Tamigi, che ritiene di meritarsi un altro periodo di licenza dal lavoro e dalla famiglia. Così comincia a mettere a fuoco l'opportunità, anzi, l'urgenza di un viaggetto in bici per la Germania.

L'ho riletto in queste settimane: domani partirò anch'io per un viaggio in Germania in bicicletta. Non è stato difficile constatare che anche a distanza di anni le pagine di Jerome Klapka Jerome mantengono intatta la forza del suo inglesissimo umorismo.

Meno travolgente forse di Tre uomini in barca (per non parlare del cane, che qui manca), forse è più pungente e cattivello nella sua satira di costume, che prende sistematicamente a bersaglio i poveri tedeschi.

Del resto dopo che in tante altre pagine aveva conciato per le feste i suoi connazionali, Jerome se lo poteva permettere.

Quanto alle disavventure su due ruote spero di non dover sperimentare quanto la penna di Jerome racconta così:

Dalle informazioni assunte nel paese, doveva essere una di quelle strade su cui è impossibile smarrirsi. Credo che tutti conoscano questo genere di strade. In generale, riconducono al punto dal quale si è partiti; quando non è così, lo si rimpiange amaramente. Per lo meno, ritrovandosi al punto di partenza, si sa dove si è.

domenica 13 giugno 2010

La signora dei libri e l'arte della vecchiaia



Un'autrice che mi dispiace di non aver avuto mai modo di conoscere e un libro, scritto da una signora di 93 anni, che mi riprometto di fare mio quanto prima.

Beh, su di me ha avuto davvero un buon effetto il titolo presentato sulla Repubblica di ieri da Leonetta Bentivoglio. Pensare che spesso solo alla parola "recensione" ci si tira indietro: più o meno sensatamente, credo. E invece quell'articolone su doppia pagina mi ha permesso di prendere confidenza con Diana Athill, inglesissima signora del libro nata, pensate, nel 1917 (l'anno di Lenin e di Caporetto), donna che ha attraversato il secolo con il suo lavoro di editor (ha lavorato tra gli altri con Philip Roth, Norman Mailer, Mordecai Richler, Margaret Atwood, Simone de Beauvoir, può bastare?).

Leggo che oggi Diana Athill si è ritirata in una casa di riposo piena di splendidi amici, così dice lei; che è un po' sorda e che cammina con un bastone. Ma evidentemente ha ancora molto da dirci e lo fa con un libro, Da che parte verso la fine, che la Bentivoglio racconta così:

Lei, che dopo i settant'anni ha cominciato a firmare saggi e critiche letterarie, riferisce di averlo scritto, già ultranovantenne, su precisa indicazione dell'editore. "Mi disse che avrebbe voluto leggere qualcosa sull'essere vecchi". Da quell'impulso è fiorito questo volumetto che è un po' autobiografia, un po' collage di prospettive esistenzialie un po' raccolta di riflessioni sul momenti dell'addio. Un testamento che si lascia assaporare come un piccolo-grande viaggio capace d'illuminare la giornata a chi lo sta leggendo e d'inculcargli la voglia di regalarlo alle ersone a cui vuole bene...

Come un bel regalo è quello che ci fa Diana, con la sua arte della vecchiaia.

Diana è diversa. Lieta dell'essere, del non rammaricarsi, del non cavillare, del non invidiare, del godere in pieno di se stesso, per questo va ringraziata.

sabato 12 giugno 2010

Borges e l'umiltà del grande scrittore


E' uno degli autori che negli anni ho più letto e amato, Jorge Louis Borges, e tra le cose che di lui mi piacciono c'è anche l'umiltà. Non è lo scrittore che si piazza sul piedistallo e pontifica. Se proprio, preferisce sentirsi una sorta di bibliotecario che il destino ha messo in grado di giocare con le parole di altri, di pescarle e di ricombinarle a piacimento. E chissà chi scrive davvero cosa (A volte trovo testi scritti da altri e penso che siano miei).

Di lui sto leggendo in questi giorni una raccolta di interviste proposta da Datanews, Io, poeta di Buenos Aires. Tra le tante c'è questa frase che mi ha colpito.

Io non scrivo pagine definitive. Mi sembrò così strano quando Enrique Larreta pubbicò un libro, La gloria de Don Ramiro, e scrisse 'edizione definitiva'. Come poteva sapere che il giorno dopo non gli sarebbe venuta la voglai di mettere il punto dove aveva messo punto e virgola, come se ne poteva difendere, come poteva accettare tutti gli aggettivi, tutta la punteggiatura di quel libro, come poteva non pensare che sarebbe stato meglio scrivere color rosso dove aveva messo color carne, come poteva dire edizione definitiva, le edizioni definitive si fanno quando uno eè morto, allora certo che sono definitive, ma prima tutto è correggibile, migliorabile...

Lezione importante, soprattutto per quanti si sentono nei paraggi della perfezione.

venerdì 11 giugno 2010

Al Maracanà, dalla parte degli sconfitti


C'è quel pallone beffardo, un tiro sbagliato che va dove non deve andare, anzi, che non è nemmeno un tiro, così fiacco, sbilenco, inoffensivo. C'è quel portiere che si gira e lo vede troppo tardi, quel pallone, quando ormai ha superato la linea di porta per regalare il più sorprendente e il più inatteso dei gol. E ci sono molte vite che cambiano, con quel tiro finito proditoriamente in rete e che condanna il Brasile alla più cocente delle sconfitte, la sconfitta con l'Uruguay ai Mondiali del 1950, davanti ai duecentomila del Maracanà.

Cambia soprattutto una vita, che Darwin Pastorin ci racconta in L'ultima parata di Moacyr Barbosa, un libro inaspettatamente poetico, dolce come il ricordo delle figurine Panini e dolente come può esserlo un'ingiustizia che affonda la lama nei sentimenti.

Moacyr Barbosa (a lato nella foto), e chi lo ricorda oggi in Italia? In Brasile ancora oggi è l'uomo della sconfitta, il disgraziato che si distrasse e rese possibile l'impossibile, ovvero che il Brasile - quel Brasile - potesse perdere una partita che non aveva storia. Figurarsi era anche nero, in un ruolo che finora aveva visto in nazionale solo bianchi. E se fino al giorno prima Moacyr era stato accolto anche nei ristoranti più esclusivi - la pelle contava meno - figurarsi dopo.

E avanti così, fino alla morte, senza un gesto di indulgenza, senza nemmeno il soccorso dell'oblio. Per un solo, misero gol.

Ci voleva un poeta del giornalismo sportivo come Darwin Pastorin, per me un Guido Gozzano applicato alle care vecchie cose del calcio, per pagine come un atto di riparazione. E diciamolo: Moacyr Barbosa, il portiere messo in croce e dannato in eterno, è stato anche il più grande portiere mai avuto dal Brasile.

C'è spazio per un'altra straordinaria figura in questo libro, di cui hanno parlato anche Eduardo Galeano e diversi altri scrittori. L'uomo che quel giorno portò alla vittoria il suo Uruguay, il capitano Obdulio Valera. Che personaggio... Quando la sua squadra entrò nella bolgia dello stadio disse ai suoi, che tremavano come un gregge, di non alzare nemmeno lo sguardo, come se il pubblico non esistesse. Lottò, imprecò, strattonò i suoi, li prese per mano e li spinse avanti.

La sera, quando tutto era finito, si stancò dello champagne, lasciò l'albergo e i festeggiamenti, iniziò a girare per le strade di Rio de Janeiro, metropoli di un paese dove in parecchi infartarono per la sconfitta o si tolsero persino la vita (non mi sembra vero, ma ho letto che fu addirittura proclamato il lutto nazionale). Si dice che entrò in un bar e cominciò a bere con i tifosi brasiliani. Che abbia passato la notte con gli sconfitti.

Storie di calcio, storie di umanità che fanno bene in questi giorni di Mondiali. Cultura del rispetto. Rispetto prima di tutto per gli sconfitti.

E' un bel libro, quello di Darwin Pastorin, un libro che dimostra che alla fine non conta cosa si scrive - può essere bello parlare anche di un gol fortuito di 60 anni - ma come, con quale cuore.

mercoledì 9 giugno 2010

Della straordinaria impresa di vendere libri


Ho scritto diverse cose sul libro di Romano Montroni, Vendere l'anima. Il mestiere del libraio. Ho dimenticato giusto questa piccola poesia, dello scrittore tedesco Felix Dahn (1834-1912), che mi pare colga davverio il segno (e occhio, tra l'altro, alla data di morte, evidentemente nemmeno prima era l'età dell'oro).

Scrivere un libro è facile
occorrono soltanto
una penna, l'inchiostro e la carta
la quale con pazienza subisce qualunque sopruso.
Stampare libri
è già più difficile
perché spesso il genio s'esprime
con illeggibile calligrafia.
Leggere libri
è ancora più difficile
a causa della minaccia del sonno.
Ma vendere un libro
è il compito più arduo
al quale un essere umano
possa dedicarsi.


Poesia che forse sarebbe da dedicare ai poveri librai e al loro improbo compito, in un paese dove è più facile sentirsi scrittori che lettori e il libro deve (quasi) sempre arrivare in omaggio (per inciso, non sembra anche voi che "ciò che è gratis" - che è cosa diversa da "ciò che è in dono" - finisca per sminuirsi?).

Ma no, lasciamo stare i librai, sarebbe come rigirare il coltello nella piaga.

Piuttosto, visto che è cosa così rara, siamone grati. Che bellezza quel momento in cui qualcuno entra in libreria, si aggira tra gli scaffali e le pile di volumi, quindi sceglie e decide di fare suo proprio quelle pagine, quelle parole, quel pezzo di vita che qualcun'altro - quasi sempre uno sconosciuto - ha riversato lì dentro.

Apprezziamo questa decisione, questa possibilità di vita, che è un ponte tra uomini diversi che la volontà, e non il caso, ha deciso di far camminare insieme, almeno per il tempo di quella lettura.

Buoni libri aspettando il Mondiale


Magari c'è anche chi vive l'attesa nella più completa indifferenza o - addirittura con una crescente irritazione - ma i Mondiali del Sudafrica incombono e ogni giorno quotidiani, settimanali, supplementi vari ci stanno seppellendo sotto montagne di parole. Però ci sono anche diversi buoni libri per chi non intende fare il gran rifiuto ("mi rifugerò nella mia casetta di montagna, senza televisione") coltivando allo stesso tempo il piacere della letteratura. Questi alcuni miei consigli (rimando a un altro post per Azzurro tenebra di Giovanni Arpino)

Osvaldo Soriano, Fùtbol. Storie di calcio, Einaudi
Era un buon centravanti, Osvaldo Soriano, scrittore argentino scomparso troppo presto, mai troppo rimpianto per quello che è stato e per quello che avrebbe potuto donarci. Giornalista divenne quasi per caso, perché lui per la testa aveva il calcio. Era un discreto centravanti, ma poi non basta avere i piedi buoni, ci vuole anche fortuna. La sua carriera gli venne stroncata da un incidente. Da allora il calcio divenne una possibilità di letteratura. Passione distillata in parole, capace di inventare personaggi, raccontare storie, accompagnare miti. Si parli del grandissimo Diego Armando Maradona oppure di sconcertanti partite in Patagonia. Di campioni, ma anche di oscuri portieri, arbitri improbabili, allenatori in pensione

Darwin Pastorin, Lettera a mio figlio sul calcio, Oscar Mondadori


Il calcio vive di passioni vissute in un attimo, nello spazio di una partita, in un dribbling, una finta, un fallo in area. Ma non sarebbe così importante, se non vivesse anche di ricordi, se non si sapesse tradurre in memoria, da conservare come cosa cara. Vive di questo, il calcio, di emozioni che non si dileguano, che restano nel cuore dopo aver impresso anni anche lontani, quasi sempre dalle parti dell'infanzia e dell'adolescenza (che non è mai solo un'età anagrafica). Le figurine Panini e quella prima volta allo stadio. L'impresa della squadra del cuore e quel gol che mai e poi mai potrà essere replicato. E poi i nomi che popolano i sogni e le fantasie, non necessariamente di grandi campioni, perché va bene anche una vita da mediano. Per un genitore non sarà mai facile trasmettere tutto questo al figlio. Eppure quale investimento in complicità, in possibilità di condividere bellezza, passione, gioco.

(di Darwin Pastorin ho letto in questi giorni anche un altro piccolo grande libro, che ci porta dalle parti del Mondiale 1950, sogni e colori sudamericani e alcune tristi storie di vita, ma di questo parlerò a parte)

Emanuela Audisio, Il ventre di Maradona. Storie di campioni che hanno prestato il corpo allo sport, Oscar Mondadori


Il ventre di Maradona gonfiato dagli abusi, ma anche l'allegria di Valentino Rossi, la rabbia di Jimmy Connors, le lacrime di Ayrton Senna, la fede di Kakà. Non solo calcio in effetti. Corpi di campioni, muscoli e tendini per andare a segno, per battere record, per battere gli avversari. Corpi segnati dai pugni su un ring o tagliati da terribili incidenti sull'asfalto di un autodromo. Ma anche corpi che racchiudono emozioni e sentimenti. Miti che prima o poi devono scendere dal piedistallo per fare i conti con la propria umanità. Tutto questo raccontato da una delle più grandi giornaliste dello sport italiano, Emanuela Audisio. Che ci aiuta a capire che lo sport sempre e comunque denuda: rivela segni e ferite, armonie e sconcezze, bellezza e imperfezione. Che è tutto quanto c'è prima e dopo i successi o i fallimenti.

martedì 8 giugno 2010

Vendere l'anima, il libraio come mestiere


E' un po' di tempo che mi sto avventurando in libri che raccontano i mestieri del libro. Editore o editor, correttore di bozze o libraio, non importa davvero, va bene tutto. E chissà perché mi ha preso così, sarà che forse ho bisogno di racimolare qualche briciola di sicurezza sul futuro del libro. Ragionare su chi sul libro e del libro vive è già qualcosa.

E tra tutti mi sa che merita un posto a parte proprio quello che ho terminato ora, Vendere l'anima. Il mestiere del libraio, scritto da uno che davvero se ne intende, Romano Montroni (direttore fino al 2000 delle librerie Feltrinelli, un professionista che ha formato generazioni di librai).

Per chi si affaccia a questo mestiere - complimenti per il coraggio - un libro così può funzionare anche come un manuale. Per un profano come me, vale oltre le formule e le tecniche di vendita, che pure ci sono, vale perché ci dà conto di quella strana merce che è il libro, ci fa annusare la passione, la perizia, l'intelligenza che c'è o ci deve essere dietro gli scaffali, ci libera anche di qualche strano mito (basta pensarla come Umberto Saba: La libreria è un buco con un genio dentro) e in cambio ci soddisfa diverse curiosità (per esempio sulla probabilità di sopravvivenza di un qualsiasi titolo).

Bisogna saper lavorare bene, per tenere a galla una libreria, anche se poi, come per i vecchi medici, contano ancora le mani, il contatto fisico, più che le elaborazioni delle macchine più complesse: Il piacere del tatto, di toccare i libri, è fondamentale per amare questo mestiere e quindi svolgerlo nel miglior modo possibile.

Pensate, io ho sempre sognato di fare il libraio. Poi le parole - anche le parole scritte - sono diventate comunque il mio lavoro, un altro lavoro. Il sogno della libreria è rimasto lì: e devo dire che un libro come quello di Montroni aiuta a liberare il campo da tante ambizioni senza gambe, da tanti progetti costruiti sulla sabbia.

Però che piacere incontrare un libro che restituisce al libraio la piena dignità di intellettuale. Dice Montroni: Lo sforzo non consiste unicamente nel dare al lettore il libro che cerca, ma nel fargli trovare ciò che non cerca. E non è marketing, o almeno, prima di tutto è capacità di suggerire, di trovare nuove strade, di alimentare curiosità, di consentire scoperte. E dite poco.

(quante altre cose ci sarebbero in questo libro: per esempio la difesa della libreria come luogo di incontro piuttosto che come supermarket della carta stampata, per esempio l'idea del lavoro fatto bene, con amor proprio, ma questo è un altro discorso, magari lo riprenderemo...)

lunedì 7 giugno 2010

Alice e la meraviglia del mondo


(L'intero testo lo trovate nel terzo volume di Le parole e il silenzio, curato dal sottoscritto e da Massimo Orlandi, per conto della Fondazione Baracchi, in uscita nei prossimi giorni in libreria)

Mi sa che di lei ci vengono in mente più i disegni animati di Walt Disney che le pagine dell'uomo che l'ha creata, quel Lewis Carroll che poi era nientemeno che un logico e un matematico britannico, insomma, un uomo di studi rigorosi piuttosto che di fantasie al galoppo.

Capita con gli scrittori, però la cosa conta fino a un certo punto, perché Alice è uno di quei personaggi che vivono di vita propria. Un giorno nascono dalla penna o dalla matita di qualche artista e non si fermano su quel foglio, prendono e se ne vanno in giro per il pianeta, come una leggenda che rimbalza di bocca in bocca e a ogni passaggio si alimenta di idee fresche, di emozioni calde calde.

Alice, anzi, per dirla tutta: Alice nel Paese delle Meraviglie.

Alice quella giornata di primavera in cui incontra il Coniglio Bianco che corre e borbotta fra sé e sé “E' tardi, è tardi”. Alice che lo insegue e cade nella sua tana e di lì in un altro mondo, dove tutto è al contrario di come dovrebbe essere, dove niente torna e ogni cosa sembra fatta apposta per alimentare lo stupore e sfidare l'incredulità.

Alice che non scappa ma si addentra ben bene in questo paese di Cappellai matti e di Stregatti, meraviglia dopo meraviglia. Alice che alla fine viene processata e condannata e sta per essere decapitata, solo che un istante prima si sveglia e allora si capisce che è stato solo un sogno: e questa è senz'altro la parte che a tutti piace meno.

Quante cose che ci insegna Alice: per esempio la curiosità per questo nostro mondo di ombre e di luci, di presenze e di apparenze, per questo nostro mondo che di tanto in tanto dobbiamo andare a scoprire, magari inseguendo il Coniglio di turno; per esempio il fatto che a volte bisogna anche credere a ciò che si vede, perché non si può ogni volta dubitare di tutto.

Troppo facile pensare sempre che il Paese delle Meraviglie non esiste e così tenersi il proprio paese.

domenica 6 giugno 2010

Ebano, l'Africa di un grande reporter

More about Ebano

L'avevo già letto, ma abcora una volta lo sguardo mi è scivolato sullo scaffale dove ci sono i libri del grande Kapuscinski. Prenderlo, sfogliarlo e lasciarmi catturare dalle sue pagine, ancora una volta, è stato un attimo.

Ebano, sono convinto, è il più bel libro di questo straordinario giornalista viaggiatore, di questo uomo che i luoghi della terra non si limitò ad attraversarli e a raccontarli, ma prima li volle abitare, con il corpo, con il cuore, con l'anima.

Inviato speciale, ma inviato che non frequenta gli alberghi di lusso, le cittadelle del privilegio, gli appuntamenti mondani dove è facile scroccare oppure mettere tutto in nota spese.

Inviato in quanto uomo che vive la stessa vita di chi intende poi scrivere.

Qui c'è tutta l'Africa, c'è tutto questo immenso continente bellissimo e dolente. Sembra avvertirne il canto, sembra cogliere il sangue che pulsa nelle sue vene.

Queste non sono solo parole. Consigliatissimo.

sabato 5 giugno 2010

Azzurro tenebra, per l'Italia di ieri e di oggi



Prima o poi tu scriverai la nostra storia. Siamo gli ultimi romantici, anche se in brache corte. Se non la scrivi tu, addio

Così vaticinò (e in un certo senso implorò) il Vecio - leggi Enzo Bearzot - ad Arp - cioé a Giovanni Arpino. E la storia, come no, lui la raccontò. Con un libro come Azzurro tenebra,ristampato in queste settimane, un libro che è un gran bel libro, e che raccomando a tutti, perché non è necessario sapere qualcosa di nazionale italiana e persino di calcio, non è necessario nemmeno provare qualcosa di simile a un senso di partecipazione.

Giugno 1974, Mondiali in Germania. A sorpresa la nazionale azzurra dei campioni – solo per dare un'idea, l'Italia di Zoff, Facchetti, Mazzola, Rivera, Riva - viene eliminata al primo turno.

Un inviato speciale – in cui si può scorgere lo stesso Arpino, grande giornalista sportivo – segue i giorni della disfatta e li racconta. Racconta una sconfitta che la presunta dominatrice si portava dentro, a prescindere da quello che le avrebbe combinato una sorprendente squadra che arrivava dalla Polonia con i suoi nomi impronunciabili. Racconta di giocatori ombre di se stessi: Il solito pugno di uomini indecisi a tutto. Racconta di dirigenti pronti a spese faraoniche e preoccupati solo di sgomitare per un predellino al sole. Racconta di giornalisti equamente divisi tra Jene perennemente in tensione per lanciare lo scandalo, sfruttare l'episodietto maligno, lo spiraglio equivoco e Belle Gioie, ovvero giornalisti fiduciosi, patriottici, pronti a dar colpa agli avversari, all'arbitro, al cattivo tempo, alla malasorte, al demonio.

Da leggere, chi vuole anche per scaramanzia, alla vigilia dei Mondiali del Sudafrica. Ma da leggere soprattutto perchè è un grandissimo libro. Il vero unico grande romanzo sul calcio, sosteneva Gian Paolo Ormezzano.

E da leggere anche a dispetto di quanti ai tempi archiviarono quelle partite con un'alzata di spalle. Nient'altro che calcio? Nelle pagine di Arpino il fallimento calcistico è già la cartina tornasole di una crisi etica e politica.

E la parola finale va a un grande dello sport e a un saggio della vita come Dino Zoff, nella sua postfazione:

Un libro che parla di calcio ma non solo e non tanto di calcio. Per me è come una riflessione, attualissima, sulla vita morale delle persone, che siano giocatori o meno, E' un romanzo ambientato nel 1974 ma, per certi aspetti, sembra rispecchiare l'Italia di oggi. E qui devo aggiungere: purtroppo.

mercoledì 2 giugno 2010

Il Milione, festival che racconta il viaggio


E' un bel festival, originale e genuino, merita di essere segnalato. Si chiama Il Milione ed è dedicato al viaggio in tutti i suoi modi e le sue declinazioni. Questa edizione, la quinta, viene ospitata da Firenze (9-12 giugno) e riserverà un'attenzione particolare agli scrittori di viaggio, agli spostamenti sulle vecchie vie religiose (come la Francigena), al turismo ecologico. Vi voglio segnalare alcuni appuntamenti a più alto "tasso letterario", buoni comunque per chiunque sia solleticato dalla letteratura di viaggio.

La prima giornata sarà dedicata quasi per intero a un grande fiorentino che con le sue foto e i suoi libri ci ha regalato il mondo, Fosco Maraini. Letture e musiche con Pagine di un viaggiatore in visita sul pianeta terra, ma anche la proiezione delle suo foto del Giappone, in particolare quelle del popolo Ainu (mercoledì 9, dalle 18, museo di antropologia)

Franco Cardini sarà il protagonista dell'incontro Le meraviglie del nulla. Viaggio fantastico nel Medioevo e dintorni (giovedì 10, ore 18, Auditorium Sant'Apollonia)

Di grande suggestione l'incontro Alla ricerca del Polo Sud, le ultime spedizioni di Scott e Shackleton, con proiezione di immagini d'epoca e la partecipazione dello scrittore Filippo Tuena.

Tito Barbini
, Silvia Castelli, Giuseppe Cederna e Luciano Del Sette, persone insomma che hanno incrociato l'esperienza del viaggio con quella della scrittura, saranno i protagonisti dell'incontro Cosa pensa il viaggiatore. Ricordi, guide e meraviglie di turisti speciali (sabato 12, ore 18, Auditorium Sant'Apollonia): che, per inciso, sarà il sottoscritto a condurre.


Tra i vari spettacoli, non posso non ricordare Il viaggiatore incantato di Giuseppe Cederna, in programma sabato 12, alle ore 22, al Chiostro delle Oblate.

Tutto il programma lo trovate su www.festivaldelviaggio.it, un sito che offre molte molte suggestioni per tutti gli innamorati della letteratura di viaggio.

Quando a vincere il Pulitzer è lo sconosciuto


Del libro, che non credo sia stato ancora tradotto in italiano, so solo quello che ho letto su Repubblica Donne, supplemento che, provare per credere, parla di scrittura e di viaggi come pochi altri in Italia. Dell'autore, Paul Harding, ancora meno: un perfetto sconosciuto. Ma proprio questo è il senso della storia che ho incontrato grazie a Stefano Pistolini. La storia di un perfetto sconosciuto che con un suo libro, Tinkers, ha vinto il Pulitzer 2010.

E dunque, Paul Harding viene dal Maine, da un'America che è un'America a parte, foreste e silenzi, neve, mestieri che reclamano sudore e perizia, tempo per riflettere sul significato della vita. E poi le lezioni di gente come Emerson e Thoreau. Un'adolescenza che è anche una straordinaria esperienza spirituale: l'uomo che ritorna alla natura. Che poi è anche la sostanza con cui, quasi ossessivamente, Harding monta, smonta e rimonta Tinkers. Un altro mondo che fa fatica a farsi largo attraverso le parole.

Paul Harding ha anche tutte le caratteristiche per essere classificato come un intellettuale fallito, uno con l'inedito nel cassetto destinato a rimanere dov'è. Manoscritti e ambizioni messe via insieme. Mi ero convinto che sarei stato uno scrittore non pubblicato.

Storia vista e rivista: il libro che viene mandato a un'infinità di editori e che da tutti viene rifiutato.

Alla fine salta fuori una persona, Erika Goldman, disposta a pubblicarlo. La sua è davvero la più improbabile delle proposte, perché rappresenta la Bellevue Literary Press. La minuscola casa editrice di un grande ospedale di New York, un progetto no profit che non so nemmeno spiegare, forse ha qualcosa a che vedere con la parola come terapia.

Erika Goldman evidentemente è una donna a cui piace tentare la sorte. Iscrive Tinkers al Pulitzer, il premio dei premi, dove, per inciso, da trent'anni vincono solo i più grandi editori. L'organizzazione gli abbuona anche i 50 dollari di iscrizione: è un ospedale, non un editore, e poi sarebbero soldi buttati via.

Vince Paul Harding. Pare che la sorpresa sia stata tale che gli organizzatori si sono dimenticati di avvertire il vincitore.

Poi è cominciato il mea culpa dei grandi critici. Di tanto in tanto non ci accorgiamo di un buon libro. Non entra nei nostri radar, ha attaccato Gregory Cowles sul New York Times. L'ammissione è diventato pentimento corale.

La storia di un libro che potrebbe a sua volta diventare un libro. E a me non resta che farmi qualche domandina

Per esempio, quali possibilità avrebbe avuto Paul Harding a un Campiello o a uno Strega?

E quanti critici avrebbero intonato il mea culpa, qui in Italia?

Domande, domande.

E per finirla: Tinkers può essere tradotto come "stagnai". Mestiere di altri tempi, mestiere andato.

L'America e la fortuna che non esiste



La fortuna non esiste, come non esiste la sfortuna, del resto. Esistono difficoltà, esistono opportunità: e la differenza tra le une e le altre sta solo nel tuo sguardo. Perchè sta solo a te reagire e ripartire, oppure lasciarsi andare.

Questo ci insegna Calabresi in La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi (Mondadori). E magari qualcuno farà spallucce, tra l'annoiato e l'irritato. Cose già sentite dai tanti venditori di ottimismo a prezzi di liquidazione.

E invece no, perché questo libro è come il pane buono ancora caldo, che non smetto di acquistare dal fornaio perché l'ho divorato tante volte. Ma soprattutto perché Calabresi non ci fa la paternale, non pesta più di tanto sui tasti dei buoni sentimenti, non gioca al pastore di anime.

Semplicemente Calabresi fa il suo mestiere, il mestiere di giornalista. E lo fa bene.

Perché prima di tutto questo libro è un reportage nell'America di oggi, l'America della depressione economica dopo la sbornia finanziaria, l'America del disastro che ha cancellato intere città e annientato le sicurezze di milioni di famiglie (un'America in questo senso sempre più vicina anche alla nostra povera Italia)

Però questo è anche un reportage nell'America di Obama, della speranza malgrado tutto, della scommessa sul futuro.

Storie di disastri, storie di gente che rialza la testa.

Un libro che fa bene, perchè non è solo un'iniezione di facile ottimismo. Un libro per tempi difficili perchè questi tempi non li nasconde, ma anzi, li mette spietatamente a nudo.

martedì 1 giugno 2010

Maurizio Maggiani racconta la nostra storia


Cade bene domani la Festa della Repubblica, concede l'unico vero ponte di quest'anno e invita alla spedizione al mare, presumibilmente per la prima volta dopo una primavera che non si è nemmeno vista. Ottima cosa, però chissà quanti tra noi avranno modo e voglia di pensare alla Festa della Repubblica. E sottolineo pensare, non celebrare, perché qui semmai si tratta di sfuggire ai fiumi della retorica, alle corone di alloro e alle targhe e alle prolusioni e capire se c'è ancora sostanza.

Per questo mi ha fatto bene l'altro giorno, nell'ambito di Terra Futura a Firenze, sentire uno scrittore come Maurizio Maggiani, per una volta chiamato non a presentare uno dei suoi libri ma a tenere una lezione-chiacchierata sul Risorgimento e dintorni. A dimostrazione che anche cose che ci sembrano noiose, andate, imbalsamate, possono essere ancora vive, tutto dipende dal nostro sguardo, dalla nostra capacità di aprirsi alle emozioni.

E la storia del Risorgimento - che approderà alla nascita del Regno d'Italia ma che ci aiuta anche a capire il senso della nostra Repubblica - è una storia emozionante. Meglio, una storia che potrebbe essere emozionante, come un ciclo di avventure di Salgari. Il problema è che si mette tutto su un piedistallo.

Maggiani ci ha raccontato di quegli anni, in cui due generazioni di italiani si sono prodigate per la giustizia e la libertà - e chi lo direbbe oggi che siamo abituati a ben altre indifferenze. Ci ha raccontato dei trecento giovani e forti che morirono per un ideale e di quel grande uomo - Garibaldi - a cui bisogna rimproverare solo il fatto di aver scritto tre romanzi di rara bruttezza. Perché per il resto, come abbiamo fatto a dimenticare che c'è stato un momento nella storia del mondo in cui un rivoluzionario italiano, condannato a morte in contumacia, poteva essere considerata la persona più potente del mondo?

Ci ha parlato di Mazzini, che in Italia morì da clandestino, le finestre sprangate negli ultimi tre mesi di vita a Pisa, e una sola volta che riuscì a uscire, per andare a salutare la tomba di Ugo Foscolo a Firenze, cosa che fece una notte in carrozza, come un uomo in fuga. E anche della Repubblica Romana, di cui oggi nessuna strada porta il nome, e che pure fu sommossa popolare, solidarietà internazionale, affermazione di libertà, a partire dal primo atto, l'ordinanza che sanciva la libertà di religione e che fece sì che quella notte le porte del ghetto restassero aperte.

Tutto questo ci ha raccontato Maggiani, restituendo vita ai morti, umanità ai cosiddetti eroi: Persone che un giorno dissero, piuttosto che così val la pena di morire per qualcos'altro. Qualcosa che non riesco ancora a vedere bene, ma che riguarda il futuro.

E mentre mi predispongo a una giornata di ozio, ecco, ho nostalgia di un'idea di futuro. Che oggi manca, come no.