domenica 30 maggio 2010

Un libro per Gino, dalla parte delle vittime




Ci sono libri che fai fatica a catalogare, che non sono nè un saggio, nè una biografia, nè tanto meno un'intervista, insomma, libri che non sai bene cosa siano però più vai avanti nella lettura e più capisci che la questione è decisamente irrilevante, che libri così valgono a prescindere. Gino Strada. Dalla parte delle vittime (edizioni Piemme) di Mario Lancisi è sicuramente uno di questi libri.

Un libro schietto, genuino, oltre ogni ipocrisia o giro di parole. Più o meno come immagino sia anche Gino. Un libro che gioca a carte scoperte, fin dall'inizio, senza timore di dichiararlo.

Non è un libro che si colloca al di sopra delle parti e neppure per intero da una sola parte. Ma al di sotto delle parti, là dove si annidano le comuni radici di un'umanità solidale con le vittime e con chi si preoccupa di curarle e rialzarle alla vita

Al di sotto (al di sopra) delle parti, per stare da una sola parte, insomma.

Ho scritto pensando alle vittime, esplicita Mario Lancisi, giornalista toscano che in passato ci ha regalato altri libri importanti su testimoni del nostro tempo e personaggi di frontiera come Don Milani, Alex Zanotelli, Adriano Sofri. Allo stesso modo Gino potrebbe dire: Ho operato pensando alle vittime. Pensando all'unica parte per cui è giusto schierarsi.

E' questo spirito che pervade per intero un volume che fa bene avere e leggere. Con la consapevolezza che le vittime sono l'"unica verità" delle guerre. Tutto il resto è chiacchiericcio, diserzione morale, alibi.

Però mi piace che tutto questo non si traduca nella beatificazione di Gino Strada, nel prenderlo e piazzarlo sopra un piedistallo, al cui cospetto è possibile solo esercitare l'arte dell'encomio e al massimo fare offerte.

Non si renderebbe un buon servizio così, nè a Gino Strada nè a Emergency.

Mi piace poter scoprire Gino bambino e poi ragazzo. Entrare nei sogni di altre età - quando c'era una guerra che gli piaceva, quella tra indiani e cowboy, e lui, è ovvio, stava dalla parte degli indiani - scoprirlo più tardi appassionato di calcio, di scacchi e di poker, ritrovarlo all'università, tra confuse aspirazioni e fame di un mondo diverso.

Mi piace seguirlo nel momento in cui scommette sulla nascita di Emergency, come una giocata impossibile al tavolo verde della vita. Mi piace quando parla del suo lavoro e dice appunto: è un lavoro, non una missione. Che sembra sminuirlo e invece porta ben altri significati.

Ripeto, un libro che fa bene leggere. Solo che poi non è tanto facile rimetterlo su uno scaffale e passare con disinvoltura ad altro. C'è quella domanda che rimane - ma io cosa posso fare? - e che non è tanto semplice liquidare.

sabato 29 maggio 2010

Quando il dottor Zivago faceva paura


Moriva esattamente cinquant'anni fa, povero e perseguitato, Boris Pasternak (foto a lato), lo scrittore che dovette rinunciare al Premio Nobel. Non mi piacciono poi tanto gli anniversari, però credo che diversi di noi, magari in altri anni, abbiano trascorso intere serate a divorarsi le pagine de Il dottor Zivago. E che in tanti ci si sia emozionati anche con il film di David Lean che ne è stato tratto, quello con Omar Sharif, Geraldine Chaplin, Julie Christie, film che sarà quello che sarà, però come dimenticare lo sguardo del dottore e l'abbraccio con la bella Lara e quella slitta che scivola sulla neve?

Il discorso che dovrei fare, in realtà, è assai più serio. Perché oggi pochi si ricordano che questo libro straordinario non riuscì a trovare posto nelle librerie dell'Unione Sovietica, anzi, non fu proprio stampato. Bloccato dalla censura, vietato dal regime.

Per come poteva andare, è quasi un miracolo che ci sia arrivato tra le mani. Anzi, che questo capolavoro sia diventato un libro. Poteva sparire, poteva semplicemente svanire tra le gli infiniti, incommensurabili scaffali di inediti (quanti capolavori sono stati inghiottiti in questa biblioteca immaginaria?).

E' importante ricordare, ancora oggi, che se oggi abbiamo la possibilità di godere del Dottor Zivago è perché quel manoscritto riuscì a varcare la "cortina di ferro". Fu la Feltrinelli, per prima al mondo, a scommettere su Pasternak e a farne un libro. Tanto di cappello agli editori liberi e coraggiosi, ecco cosa vuol dire (a Mosca bisognerà attendere il 1988 per la prima edizione non clandestina).

Tutto questo viene raccontato oggi su Tuttolibri de La Stampa, in un bell'articolo di Enzo Bettiza, titolo Chi aveva paura del dottor Zivago (proprio così, un'affermazione, non una domanda)

E io sono qui e ho voglia di riflettere a quello che gli uomini - i più potenti - riescono a combinare i libri. Devono essere armi formidabili, i libri, per scuotere così i regimi più tosti. E in fondo devono essere davvero poca cosa, quei regimi, se hanno paura perfino della bellezza.

venerdì 28 maggio 2010

Quando il viaggiatore non è più ospite


E insomma, a dispetto di quanti preannunciano, con minore o maggiore compiacimento, la morte dei quotidiani, quest'ultimi ogni giorno continuano a proporsi come una finestra sul mondo di cui non so fare a meno. Ogni tanto poi ci regalano qualcosa di prezioso. Come il paginone centrale di oggi di Repubblica, che anticipa alcuni passaggi della lezione dell'arcivescovo Dionigi Tettamanzi sotto il titolo Il dovere dell'accoglienza. Vi posso solo riportare alcuni passi del capitoletto Il migrante.

Come mai oggi non avviene più questo prodigio: che un viaggiatore che giunge da lontano, come Ulisse ai piedi di Nausicaa (Odissea, VI, 201-222), si trasformi in un prossimo che ha bisogno di aiuto e per il quale si diventi ospiti, ovvero "sostegno dei forestieri"?
Vi fu un tempo in cui il viaggiatore tormentato dalla sorte, il naufrago appeso ai resti di una imbarcazione, suscitava pietà, curiosità, accoglienza...
Nella cultura antica, il forestiero e l'ospite diventavano subito un prossimo che ha bisogni concreti: dargli una mano voleva dire muovere subito le mani in suo aiuto. Il viaggiatore giungeva sì da lontano, ma si trasformava subito in vicino: oggi questo "prodigio" non avviene più.
Anche l'Italia, guardando alla storia degli ultimi anni, fino a poco tempo fa accoglieva gli stranieri più da visitatori che da immigranti. La diversità destava stupore e permetteva di imparare qualcosa di nuovo,
Oggi gli immigranti giungono per mare su imbarcazioni che sono praticamente relitti. Tuttavia, vengono sempre meno percepiti come viaggiatori e sempre più come invasori.

giovedì 27 maggio 2010

Un medico alla corte del re di Danimarca



Ci ho ripensato l'altro giorno, leggendo un'intervista a questo autore, di nuovo in libreria per Iperborea con la sua autobiografia, storia di rovina e resurrezione grazie al potere della parola scritta.

Per Olov Enquist, svedese, non è uno scrittore molto noto in Italia, eppure nelle sue pagine c'è tutto il fascino, la profondità, che ci si attende dalla letteratura del grande Nord.

In particolare voglio segnalarvi Il medico di corte. Un libro tra i più belli che ho letto in questi ultimi anni. Un viaggio nelle atmosfere baltiche, ma anche nella storia, perché ci sono molti modi con cui i libri riescono a farci viaggiare.

Enquist racconta una storia vera: l'ascesa e la caduta del medico di corte che nel Settecento provò a cambiare il sonnolento regno di Danimarca realizzando un pezzo di utopia su questa nostra terra.

Pare impossibile che una storia come questa - ripeto, autentica - ti possa prendere e invece quando hai voltato l'ultima pagina è come se ti avessero strizzato lo stomaco.

Sarà che qui c'è tutta la grandezza e la miseria dell'uomo. Sarà che nel dottor Friedrich Struensee c'è tutta la tragedia dei grandi sinceri rivoluzionari che alla fine soccombono travolti dalle loro idee, incapaci di convincersi che la loro società è troppo perfetta per il cuore imperfetto degli uomini....

Però alla fine cos'è quel suono del del flauto, quasi sospeso nell'aria, quel suono che quasi ci ammonisce sulla splendida perserveranza di certe idee... idee che non si lasceranno mai decapitare? Che bellezza.

mercoledì 26 maggio 2010

Con Darwin i sogni e i calci di un bimbo




Bisognerebbe portare il calcio, inteso come fenomeno culturale, nelle scuole. Il calcio dei poeti, dei campioni, dei narratori. Il calcio che ci regala ancora sogni, che ci porta a correre a perdifiato dietro un pallone, e non importa l'età, le fatiche, le delusioni


Sottoscrivo in pieno e metto le mani avanti. Questo è un gran bel libro e non importa se il calcio vi lascia tiepidi, se ritenete che sì, va bene, una finale di Champions è un gran divertimento, ma poi la cultura è un'altra cosa, per favore non mescoliamo il sacro con il profano.

Ho incontrato persone che si sono lasciate conquistare da Febbre a novanta di Nick Hornby senza mai essersi azzardate a entrare in uno stadio. Vale lo stesso per Darwin Pastorin, che poi è uno delle penne più colte e intelligenti al servizio del giornalismo italiano.

Tanto di cappello a chi coniuga Anastasi e Batistuta con le poesie di Guido Gozzano e cita Paco Ignacio Taibo per ricordare che il catenaccio è antiletteratura.

Uno che sa dirti cose così:

Un atipico, insomma. Come Mariolino Corso, quello che, nell'Inter di Helenio Herrera, tirava le punizioni a foglia morta: e qualcuno arrivò a pensare che fosse parente di Prévert, da molti confuso per un attaccante francese compagno di Nazionale di Platini

Ma soprattutto uno che sa ancora ritrovare in un rettangolo verde i suoi sogni di bambino.

Un bambino che solcava i mari del Sud in compagnia di Emilio Salgari e intanto collezionava le figurine Panini e inseguiva un pallone.

lunedì 24 maggio 2010

Bufalino e il gran banchetto di citazioni


Non mi piacciono molto i libri che sono essenzialmente una miscellanea di citazioni, una raccolta più o meno sensata, più o meno accattivante, di motti, pensieri, stralci di diario.

Ci trovo un che di incompiuto, più o meno come un banchetto che si esaurisce con l'antipasto. Peggio ancora, a volte avverto il sentore dello specchietto per l'allodole, dell'operazione editoriale furbetta piuttosto che no. Vale anche per questo libro, ovviamente.

Il rischio di trovarmi di fronte esattamente a ciò a cui rimanda il titolo - Bluff di parole - c'era tutto. Solo che poi le parole sono di Gesualdo Bufalino. Che poi, per quanto mi riguarda, sarà sempre l'autore di libri straordinari quale Diceria dell'untore e soprattutto Argo il cieco.

Allora le cose cambiano, per forza. Mi sono regalato una bella serata, girando intorno a frasi come queste.

Ogni nome che leggo su un annunzio di lutto è un'amputazione di me

Vi sono parole bellissime che non si dovrebbero mai pronunciare. E' come esporre nall'aria crisalidi che sopportano male la luce

Per essere grandissimo a James manca solo un granello di stupidità

Dopo aver letto i suoi libri, conoscerlo di persona non potrà che migliorare le cose

Dietro la mia cortesia una selvaggia inospitalità

Simile a un colombo viaggiatore, il poeta porta sotto l'ala un messaggio che ignora

Cerco di plagiare il lettore e non è bello

Tardivo, il mio esordio? Precoce, piuttosto. Bastava un po' di pazienza e avrei esordito, beatamente, da postumo.

Mi sento passabilmente postumo, stamattina


Per uno come me, che si fa compagnia con le citazioni, quasi un pranzo di nozze.

La splendida banalità dell'"Ermo colle"


Da alcuni giorni mi girano per la testa queste parole di Umberto Eco, una manciata di righe che fanno i conti con una delle più grandi e celebrate poesie di tutta la letteratura italiana.

Fu una sera, alle tre di notte, sul Colle dell'Infinito di Recanati, dove stanno scolpite le prime parole di uno dei sonetti più belli di tutti i tempi, che mi sono reso conto che "Sempre caro mi fu quest'ermo colle" è un verso assai banale, che avrebbe potuto essere scritto da qualsiasi poeta minore del romanticismo, e forse di altre epoche e correnti. Che deve essere un colle, in linguaggio "poetico", se non ermo? Eppure senza quell'inizio banale la poesia non prenderebbe avvio, e forse occorreva che banale fosse, perché potesse essere avvertito il sentimento panico di quel naufragio, poeticamente memorabile

E dunque, uno in un primo momento rimane così, come se uno prendesse qualche terzina di Dante e l'attribuisse a una figura secondaria della poesia. Come sarebbe a dire, un verso assai banale, degno di un poeta minore del romanticismo?

Poi ci si pensa qualche istante in più e succede che quello che cambia è proprio il concetto di banalità, il valore che bisogna assegnare a questa parola.

Quante volte ho sentito liquidare un romanzo con questa condanna senza appello: è banale. Sentenza che fa il paio con qualche altra frasettina più o meno equivalente. Non aggiunge niente di nuovo. Oppure: non è originale.

Ma insomma, a parte il fatto che sull'originalità dell'opera letteraria il grande Borges avrebbe molte cose da dire, mi sa che a volte tacciamo come banale, ciò che è
semplicemente capace di parlare al cuore con un linguaggio universale.

Mi sa che ci può essere tanta bellezza nella banalità. E che sarebbe un guaio prescindere da questa banalità.

domenica 23 maggio 2010

Se la montagna incantata diventa magica


L'ho letto una prima volta quando ero ancora al liceo, figurarsi quanti anni sono passati, e da quel momento non ho avuto esitazioni a inserirlo tra i libri più amati, quelli che ho bisogno di sapere sempre lì, a portata di mano, con un posto sicuro e in vista nella mia biblioteca.

Un po' come Memorie di Adriano della Yourcenar e ancora di più di altre opere di Thomas Mann (nella fotografia), per esempio Morte a Venezia. E per me quel libro è sempre stato La montagna incantata.

Un titolo che evoca molte cose, un complicato rapporto con la malattia (tra le molte cose anche sorta di rifugio in un momento di grande crisi non solo esitenziale), le pulsioni distruttive che possono annidarsi in una società evoluta, la tentazione della fuga...

La montagna incantata
, appunto. Solo che l'altro giorno ho letto sulle pagine di cultura di Repubblica alcune righe di Antonio Gnoli, che ci segnala che nella nuova edizione, in uscita in autunno, il capolavoro di Thomas Mann si chiamerà La montagna magica.

Spiega Gnoli: I titoli a volte riflettono scelte più profonde...

Aggiungendo che un giorno magari avremo anche Il flauto incantato, oppure, pensando a un libro bellissimo di Ripellino, Praga incantata...

E uno potrebbe dire: e con questo? Il libro resta sempre lo stesso, un capolavoro.

Però non so, faccio i conti con strane sensazioni, come se in realtà qualcosa mi fosse stato portato via, come se ora facessi fatica a classificare un'esperienza di lettura davvero importante... I titoli, si sa, non saranno tutto, ma non sono nemmeno semplici etichette...

sabato 22 maggio 2010

Questo è l'incipit, Calvino non c'entra


Non mi piace la parola incipit, mi sembra che tutto sommato abbia poca sostanza, benché ci siano incipit memorabili, meravigliosi, che sembrano caricarsi sulle spalle un intero romanzo.

Anche se poi ha ragione Italo Calvino quando sostiene un ragionamento del genere:

Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione... il mondo dato in blocco... Ogni volta l'inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l'allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare

L'ho presa alla larga, ma alla fine voglio fare solo un taglia e incolla. Insomma, ecco le prime righe del mio Una domenica come le altre (Mauro Pagliai editore), il libro che presento mercoledì 26 (ore 18) a Firenze, alla Libreria de' Servi. Tutto qui.


Insomma, sono qui, in questa sala d’attesa dove tutto sembra combinato apposta per deprimermi, non un colore che mi riscaldi, non un filo di luce che filtri dall’esterno. Sono qui, in questa domenica che fino a poco fa conservava il passo dell’indolenza, in un pomeriggio di noia, di lancette che scorrono piano, di televisione in perenne sottofondo, di riti sempre uguali.
Sono qui e sono alle prese con questo pensiero fisso, che pare l’annuncio di un epilogo, anzi, senz’altro lo è. Lo so, per quanto mi sforzi di non essere troppo lucido, men che meno consapevole, tanto avrò tempo per concedermi all’evidenza, tempo per ripetermi che due più due fa sempre quattro, non cinque, certo.
Questo pensiero: quello che doveva succedere, sta succedendo. Semplicemente. E va da sé che questo è un pensiero già piegato alla rassegnazione, un pensiero che sa ma non vuole sapere. Un pensiero, per di più, che evoca quella sola parola che è sempre un rischio richiamare alle labbra, considerato il ragionevole sospetto che porti male.
Va da sé, come va da sé che uno vorrebbe che tutto questo fosse solo un film, da seguire comodamente in poltrona, aspettando i titoli di coda tra uno sbadiglio e un sorso di birra ormai tiepida. Un film, come no, anche a dispetto dell’esito scontato, della storia già vista, delle battute prevedibili. Però, che dite, se fosse davvero un film, lo lascerei scorrere in questo modo? O piuttosto non spingerei un pulsante, un qualsiasi pulsante, che so, un cancel, un rewind, un reset, un off, insomma proprio un qualsiasi bottone, pur di piantarla ora e subito? Se potessi riavvolgere la cassetta, se ci fosse la maniera di fermare, azzerare, perfino scassare tutto e poi levarsi via, che dite, sarei qui?
Invece è qui che sono e di là dalle porte che si chiudono a molla, di là da quel corridoio deserto e da quel silenzio che non si spiega, c’è mia madre.
Mia madre e una sala chirurgica. Mia madre e un’equipe che sta brigando da ore per riacciuffarla alla morte. Disturbo intestinale, mi aveva detto lei stamattina: sarà che è andato a male il baccalà. Un’ischemia, ha sentenziato la guardia medica piombata a casa nel primo pomeriggio. Un aneurisma all’aorta, hanno concluso al pronto soccorso. E me l’hanno portata via.

giovedì 20 maggio 2010

Le ombre di Margaret Atwood


Ti avvicini a queste pagine con circospezione, anzi, diciamolo pure, con la diffidenza di chi teme un libro per addetti ai lavori - roba da chi esercita il mestiere o la passione della critica: e in fondo si tratta sempre di lezioni, pronunciate da un podio importante.

Magari temi anche l'operazione commerciale, l'occasione colta al volto dall'editore che intende sfruttare la notorietà di un'autrice fortunata.

Poi entri in quelle pagine e fai presto a esserne catturato. Perchè in Negoziando con le ombre di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie)c'è grande, raffinata cultura, senza pedanteria.

C'è un discorso che si fa alto e coinvolgente, capace di dirti molto sul dono della parola e su quelle ombre che accompagnano sempre l'avventura di chi si sfida con la scrittura...

Perché dice, la Atwood: Forse, allora, scrivere ha a che fare con il buio, e un desiderio o forse una compulsione a entrare nel buio e, con un po' di fortuna, illuminarlo, e riportare qualcosa alla luce. Questo libro riguarda quel genere di buio, e quel genere di desiderio.

Ps: e per dire, ci sarebbe da fondere le meningi, ripensando alla convinzione che è anche ragione del titolo di questo libro: Non solo alcuni, ma tutti gli scritti di narrativa, e forse tutti gli scritti in generale, sotto sotto trovano la loro motivazione nella paura e nella suggestione che la mortalità suscita in noi

Il pellegrinaggio in città di Marco Vichi



C’è chiesa e chiesa. C’è la parrocchia dove la messa è ancora officiata in latino e quella dove l’omelia è una specie di assemblea accompagnata dalla chitarra elettrica. C’è l’antica badia che attira i fedeli affamati di teologia e c’è la chiesa che non è nemmeno una chiesa, è solo uno spiazzo all’aperto in cui la preghiera diventa invocazione di giustizia.

E poi non ci sono solo le chiese dei cattolici: ci sono i luterani e gli episcopali, i metodisti coreani e anche gli ucraini, che sono cattolici, ma hanno il rito greco ortodosso. E nemmeno ci sono solo i cristiani: perché c’è la sinagoga, c’è la moschea.

Ed è in questo mondo variegato e quasi underground che Marco Vichi si è tuffato con la curiosità dello scrittore che vuole conoscere la vita per poi raccontarla. Ne è venuto fuori prima un vero e proprio reportage, pubblicato in numerose puntate sul Corriere Fiorentino (l'edizione toscana del Corriere della Sera), poi un libro, Pellegrinaggio in città, che inaugura una nuova collana della ricca proposta di Mauro Pagliai: le Nonguide, che mi piace ricordare per la loro filosofia (cultura del viaggio nel senso più ampio e variegato), per il formato (tascabile di forma, diciamo così, pentagonale), nonché per il fatto (tutto sommato trascurabile), che è il sottoscritto a dirigerla.

Comincia l'autore del commissario Bordelli, dunque, con un libro che ci restituisce tutto il fascino del viaggio, anche se si consuma per intero a Firenze e dintorni, prova riprovata che il viaggio non si misura sulla distanza, ma sulla capacità di guardare, sulla curiosità, sul desiderio di incontrare l'altro da noi e di arricchirsene.

Per settimane e settimane Marco Vichi è entrato in punta di piedi nei luoghi di Dio, nei giorni a Dio dedicati. Si è seduto negli ultimi banchi, ha ascoltato, domandato, preso nota. Ne è venuto fuori un viaggio tra pievi di campagna e chiese come scrigni d’arte, tra canti gregoriani e gospel. Pochi chilometri, ma tanta voglia di capire il cammino di comunità diverse eppure straordinariamente simili nella ricerca di Dio.

E la scoperta di una città assai diversa da quella che affrontiamo ogni giorno, ricca di diverse, percorsa da fiumi carsici di spiritualità. Fa bene prenderne consapevolezza.

mercoledì 19 maggio 2010

Via al Noir Festival, tra fiction e cronaca


Devo essere sincero, in questi anni ho avvertito un senso di stanchezza per tutto quello che riguarda il mondo del giallo e del noir. Di stanchezza o forse più precisamente di sazietà, come succede dopo un'abbuffata a un pranzo di matrimonio. Troppo di troppe cose, alla fine non ne puoi più, per quanto per gola andresti anche avanti.

Insomma, alla fine c'è bisogno di alzarsi da tavola e fare una giratina. Di prendere una boccata di aria, magari.

L'ho presa, la boccata di aria, che nel caso credo possa equivalere anche a una bella iniezione di realtà (qualunque cosa voglia dire) dopo tanti omicidi letterari, trame complesse e complicate, faticosi marchingegni narrativi e spargimenti di sangue scarsamente credibili.

Ho voglia di immergermi di nuovo in qualche bel libro. Ho voglia di parlare di gialli e di noir. Ma soprattutto mi piace che qualcuno indaghi con entusiasmo e intelligenza quel territorio di confine ma anche di scambio che si distende tra l'invenzione e la vita reale.

Per questo mi sembra una manifestazione degna di essere segnalata e seguita il Noir Festival che il 21, il 22 e il 23 maggio si terrà a Firenze, in diversi luoghi della città (da Palazzo Vecchio all'Auditorium della Cassa di Risparmio). Per me è particolarmente importante il sottotitolo: Il crimine tra fiction e cronaca.

Un sottotitolo che è anche il principio ispiratore di un programma che vedrà insieme a diversi scrittori o studiosi del genere, gli esperti della polizia scientifica o di medicina legale e diversi giornalisti che seguono la nera e la giudiziaria.

L'organizzazione artistica è di Elena Narbone, il programma lo trovate qui.

Per quanto mi riguarda io cercherò di partecipare ad almeno due incontri. Il primo il 21 alle 18 alla sala ex-Fila: Come si scrive, come si legge e come si pubblica un giallo, con Roberta Capanni, Jacopo Chiostri, Elena Torre. Il secondo il 22 , alle 15.30, a Palazzo Vecchio: Dove va il giallo?, con Graziano Braschi, Susanna Daniele, Didier Nelli e Giuseppe Previti.

martedì 18 maggio 2010

Con Nesi l'industria che sparì all'improvviso




Mentre lavoravo nel lanificio avevo sempre desiderato - ardentemente desiderato - di poter fare solo lo scrittore nella vita: e scrittore mi sono sempre sentito mentre parlavo con clienti e fornitori, con le banche e con gli agenti, con il commercialista e i dipendenti...


Che singolare parabola di vita, quella di Edoardo Nesi, imprenditore (ex imprenditore) sui generis, scrittore contro un destino (e un senso comune) che lo avrebbe voluto a inseguire solo conti in banca e fuoriserie, piuttosto che parole.

Lui che quando dirigeva l'azienda di famiglia teneva Sotto il vulcano di Malcom Lowry nel cassetto e fremeva per tornare alle pagine di Fitzgerald, però poi a San Francisco - "quella" San Francisco - si stupiva perché quella città pareva vivere senza fabbriche.

Lui che ha vissuto una bella fetta degli anni in cui Prato era Prato, il più florido, il più sorprendente dei distretti industriali italiani, tempi in cui fare l'imprenditore non era solo facile, era addirittura entusiasmante, per tutte le porte che si aprivano, per tutte le tessere del mosaico che andavano sempre subito a infilarsi nel posto giusto.

Lui che un giorno si è trovato senza la sua azienda e magari avrebbe dovuto persino fregarsi le mani, perchè ha colto il momento giusto, quello in cui aveva appena cominciato a scivolare dalla cresta dell'onda, solo che poi oltre a qualche risparmio gli è rimasto un terribile peso sullo stomaco:
Quando vendi un'azienda, vendi anche la sua storia. E noi una storia l'avevamo.

Lui che a quel punto ha potuto fare davvero lo scrittore a tempo pieno, solo che a quel punto aveva le parole, ma non aveva più il mondo che aveva abitato da sempre, un mondo spazzato via, con i suoi capannoni, le sue macchine, i suoi denari, i suoi operai. Spazzati via a una velocità da rimanere come un pugile suonato.

Lui che ora racconta tutto questo in Storia della mia gente, un libro che non sarà un capolavoro, che non si sa nemmeno bene cosa sia, che comunque a me è piaciuto molto, anche se più per la sua storia di vita che per la sua analisi della crisi - globalizzazione, globalizzazione, ma sarà che oltre ai cinesi di Cina anche gli imprenditori pratesi ci hanno messo del loro?

Lui che mette il dito nella piaga, che sa raccontare con straordinaria intensità il "risentimento" che segue l'età dell'abbondanza. Che racconta la sua storia e quella della sua gente. Così come il nostro presente e temo anche il nostro futuro.

E io chiudo questo libro e rimugino su tante cose. Anche sul fatto che da sempre vivo a meno di 20 chilometri da Prato. E sarà per la puzza sotto il naso del fiorentino, eppure non sono mai riuscito ad accorgermi di questo mondo accanto al mio, della sua fortuna di un tempo come del suo disastro di oggi, del suo dolore e del suo orgoglio.

O forse ho fatto sempre finta di non accorgermene. Da oggi, con questo libro, mi sarà più difficile.

lunedì 17 maggio 2010

Quando Kapuscinski aveva fame di mondo


E' un piccolo gioiello il libriccino di Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire, che mi sto centellinando in questi giorni, un paragrafo o poco più ogni mattina, per non bruciarlo tutto di colpo. Trenta paginette formato pocket per i Piccoli di Terre di Mezzo (anche il prezzo è piccolo, tre euro, all'incirca una colazione al bar), ma tante tante cose dentro.

Ne parlerò tra qualche giorno, ma intanto mi piace riportare il passo con cui, di fatto, comincia la storia di Kapuscinski, grande viaggiatore, grande reporter. Che formidabile parabola. La voglia di attraversare il confine ai tempi in cui, soprattutto in Polonia, più che confini c'erano muri invalicabili; una caporedattrice che nella grigia Varsavia del regime riconosce quella fame di mondo e trova il modo di placarla; e poi il regalo inatteso, le Storie di Erodoto, forse l'unico vero capolavoro di letteratura di viaggio in un paese che non prevedeva la libertà del viandante... Ecco qui, cosa scrive Andrea.


Un giorno la sua caporedattrice (bisogna ricordarne il nome: si chiamava Irena Tarlowska, senza di lei la storia sarebbe stata diversa) gli chiese che progetti avesse. E lui rispose: "Vorrei andare all'estero". Lei, ricorda Kapu, ne fu spaventata. Nell'Est europeo, questa poteva essere una colpa, il sintomo di una ribellione inaccettabile...
Doveva essere una grande donna, Irena. E di buona memoria. Un anno dopo quell'incontro nel grigio corridoio di un giornale di Varsavia, chiamò Kapu e gli disse: "Ti mandiamo in India". Fu il panico nel cuore del giovane redattore. Ricordate? E' lo stesso che vi afferra quando state chiudendo la valigia e vi apprestate a varcare la soglia di casa. Ma Kapu si aggrappò al suo sogno. Forse già conosceva il poeta Celan, Irena, che era una donna meravigliosa, aprì un armadio, ne estrasse un libro e lo regalò a quel ragazzo dagli occhi colmi d'acqua. Era Erodoto, erano le sue Storie.
Francamente non so quanto ci sia di vero o di romanzato in questo ricordo che prende forma sulle pagine di uno degli ultimi libri di Kapu, In viaggio con Erodoto. Ma so che ci sarebbe voluto Pindaro, un altro greco, anche lui poeta, accanto a Erodoto. Pindaro aveva scritto: "Sii navigante che apre la vela al vento". Ryszard si affidò al vento, al caso. Ebbe coraggio e varcò quella frontiera. Non si sarebbe più fermato.

domenica 16 maggio 2010

Isherwood e la bellezza malgrado tutto


Capita anche questo, che dobbiate inchinarvi alla bellezza di un libro che pure non è riuscito a catturarvi. Tranne poi interrogarvi sulle ragioni di tutto questo e tradire qualche piccolo senso di colpa nel momento stesso in cui riponete via proprio quel libro.

E dunque, non so se ho letto Un uomo solo con lo spirito giusto. Non so se sono stato distratto e frettoloso, se mi sono fatto condizionare da altri libri di Cristopher Isherwood che portandomi magari dalle parti di Berlino (Addio a Berlino) mi hanno lasciato senza molti punti di riferimento questa volta, benché la costa della California letterariamente l'ho frequentata come la Versilia, come no.

Non so se semplicemente è stato un libro arrivato nel momento sbagliato.

In ogni caso di esso mi rimane poco, se non il senso di una straordinaria capacità di scrittura,peraltro molto inglese. Oppure lo sguardo attento, davvero cinematografico, se non anatomico, di Isherwood.

Però che strepitosa esplosione di bellezza nelle ultime pagine di un libro che sta tutto nella giornata di un anziano professore omosessuale, bellezza che gioca con la morte, che si mescola con la morte per diventare ancora più bella.

Non mi aveva preso, quel libro. Eppure me lo porterò a lungo con me.

E a proposito, chissà cosa mi sarebbe successo, se negli scorsi mesi Un uomo solo lo avessi visto anche al cinema, con il film diretto da Tom Ford... Esperimento mancato.

giovedì 13 maggio 2010

Cosa c'è dietro un libro tradotto


Era Italo Calvino a sostenere che l'unica "vera lettura" è la traduzione: e forse esagerava, o forse nel dire così peccava per difetto, non aggiungeva che la traduzione è assai di più, è magia, metamorfosi, opera di pochi eletti capaci di prendere un testo e trasformarlo in qualcos'altro.

E non so se invece a esagerare sono io, però il lavoro (o il lavorio?) del traduttore - in particolare del traduttore di narrativa - mi ha sempre intrigato, destandomi infinite domande. A alcune di esse ho trovato risposta in questo libro, che in effetti, come recita il sottotitolo, non è "nè un saggio nè un racconto sul tradurre letteratura" e in realtà non si sa bene cosa sia, però ti porta bene dentro un mondo da cui quasi sempre prescindiamo, come se fosse scontato leggere un autore islandese o sudafricano nella lingua con cui andiamo a comprare il pane.

E' come se il testo fosse passato materialmente attaverso il corpo di chi traduce e vi avesse lasciato dei segni, a volte perfino delle ferite - scrive Laura Bocci - Al mattino, quando si inizia, è necessario darsi un poderoso colpo di reni, appoggiarsi con forza al bastone del viandante. Impegnare la volontà. Credere fermamente che quelo che si fa è un lavoro utile, indispensabile alla trasmigrazione di una cultura in un'altra, olte che alla nostra materiale sopravvivenza.

E quante scoperte, tra l'altro. Per esempio che per il traduttore il vero "corpo a corpo" non è con la lingua da cui si traduce, ma con la lingua in cui si traduce, che è la propria lingua madre. Per esempio che la traduzione è sempre "un inevitabile compromesso", ma questo già me lo immaginavo. Per esempio che chi traduce i "classici" se la vede con difficoltà che non riguardano solo la lingua, riguardano un mondo che non c'è più e che é difficile "mostrare" al lettore.

Beh, sempre meglio essere consapevoli delle difficoltà, che arrendersi con Ortega Y Gasset, per cui ogni traduzione era impossibile.

mercoledì 12 maggio 2010

Ricordando il coraggio del pettirosso


Prima di tutto ci sono i sonni agitati e i ricordi di Saverio, figlio di un fornaio anarchico che le correnti della vita hanno strappato alle Apuane, per regalargli una nuova vita nel grembo caldo di Alessandria d’Egitto.

Finora il passato non gli ha mai bussato alle porte di un presente placido come un mare senza brezza. Però ora che giace in un letto di ospedale, tra la vita e la morte, quel mare è diventata onda lunga, che lo percuote, lo allaga, lo invade.

Dove sono le sue radici? Quanto hanno scavato dentro di lui?

E così il racconto diventa memoria, diventa viaggio a ritroso, diventa ritorno.

Fino a riportare storie antiche capaci di restituire il senso di appartenenza a chi, esule, più di tutti ne avverte il bisogno. Fino a ritrovare quell’unico paese che si sottrae a ogni confine perché si distende nei territori dell’anima. Fino a recuperare, intatto, quel cielo aperto che ha bisogno solo delle nostre ali e del nostro coraggio: il coraggio del pettirosso, appunto.

Di Maurizio Maggiani non ho letto ancora l'ultimo libro, Meccanica Celeste: è in rampa di lancio, in cima alla pila delle prossime letture (con qualche esitazione che forse per un po' lo riporterà sotto, come mi succede dai libri da cui mi aspetto molto e che per questo possono deludermi). Però su questo posso mettere la mano sul fuoco, Il coraggio del pettirosso è stato uno dei libri che meglio mi sono entrati nel cuore.

martedì 11 maggio 2010

Andrea De Carlo e le ragioni della scrittura


Sabato scorso Andrea De Carlo ha parlato a lungo con tutti noi delle ragioni della scrittura, della molla interiore che a un certo punto ti spinge verso un computer (o per quanto riguarda i suoi inizi una macchina da scrivere, una mitica Lettera 22) e ti richiama alla possibilità di un racconto o di un romanzo. Anche solo per queste riflessioni avrebbe meritato questo incontro organizzato in Casentino nell'ambito di Le Parole e il Silenzio. E da sabato è proprio a questo che penso. Quello che spinge a scrivere. Mi piace cosa Andrea De Carlo ha detto - o meglio ha fatto dire a uno dei suoi personaggi - in I veri nomi.

Non ho mai provato a definire in modo preciso le ragioni per cui mi sono messo a scrivere la prima volta, anche perché mi sembra che analizzare una passione sia un po’ come mettersi a fare radiografie ed esami del sangue a una persona di cui sei innamorato. Comunque uno dei motivi è di sicuro il fatto di potermene andare via da qualsiasi posto ed essere altrove, come quando ero bambino e divoravo libri di viaggi e la mia vita reale passava in secondo o terzo piano. E’ lo stesso altrove dove se ne va uno che legge quando le pagine che ha davanti lo prendono davvero; solo che uno che scrive ci può restare più a lungo. Un altro motivo è l’idea di attingere alla moltitudine infinita di nomi e segni e selezionarne alcuni che diano il senso del resto… Poi c’è un motivo più semplice e anche più strano: l’incantamento che creano le parole quando si materializzano su un foglio bianco e formano una frase: il gioco di suoni e di immagini, i ritmi interni

Ci sono diversi motivi, in questa manciata di frase. E a me piace soprattutto il senso di quell'altrove che regala la parola scritta: sia scritta da noi oppure da noi solo letta.

E' quell'altrove che faccio mio fin dal titolo di questo blog: i libri sono viaggi, appunto.

lunedì 10 maggio 2010

Odessa e la pagine perse di Isaac Babel


Odessa è molte cose, naturalmente. In primo luogo un nome che evoca un fascino lontano, qualcosa di esotico, direi, se poi non fossimo abituati a localizzare i luoghi dell’esotico in qualche altro angolo del pianeta.

Odessa è un crogiuolo di popoli affacciato sull’immensità asiatica, è la culla di un cosmopolitismo per predilezione, prima ancora che per vocazione, è la memoria della vecchia Russia bianca che guardava all’Europa, con i tè all’aperto e le dame con le crinoline, è il porto da cui salpavano le navi cariche di cereali con i suoi rudi lavoratori, avvezzi alla fatica e alla vodka. Le terme frequentate dall’aristocrazia e il sogno del riscatto sociale.

Isaac Babel, figlio di Odessa, quel sogno se lo fece suo per intero e prima ancora che scrittore fu militante bolscevico. Negli anni eroici della rivoluzione prestò servizio nel controspionaggio, lavorò come traduttore per la Cheka – cioè per la polizia politica istituita da Lenin – e si occupò della requisizione dei viveri. Nel 1920, quando ancora infuriava la guerra civile fu assegnato all’armata a cavallo che provò a esportare la rivoluzione fuori dalla Russia e arrivò fin quasi a Varsavia, per essere poi ricacciata indietro.

Da questa esperienza venne fuori il suo capolavoro, L’armata a cavallo, appunto. Oggi è giustamente considerato uno dei libri imprescindibili del Novecento, ma allora la pubblicazione gli costò cara. C’era troppa verità, nella guerra che raccontava, ovvero troppa brutalità.

Altro che romanticismo rivoluzionario, ideali che volano alto: nelle sue pagine c’erano lo sporco e il sudore, i corpi sbudellati e i rivoli di sangue, la ferocia gratuita e la follia dei comandi.

Si fece molti nemici, il povero Babel, ma dopo fu assai peggio. Arrivò Stalin, arrivo il plumbeo terrore degli anni Trenta. Gli orrori della guerra lasciarono il campo agli orrori di una collettivizzazione di un regime che aveva tradito se stesso.

Babel si distaccò ogni giorno di più dalla vita pubblica e dalla speranza che l’aveva animato negli anni precedenti. Ma questo ritrarsi non bastò a procurargli la quiete. Cominciarono a criticarlo per il suo “estetismo”. E’ un’accusa che oggi potremmo prendere per un complimento e in ogni caso accogliere come un legittimo esercizio di critica letteraria. Ma in Unione Sovietica, in quegli anni, essere bollati come “esteti” non era lieve: entravi di diritto nella poco raccomandabile schiera dei borghesi decadenti e irredimibili.

Nel 1934, al primo congresso dell’Unione degli scrittori sovietici Babel si strappò dalla bocca parole pesanti. Stava diventando il “maestro di un nuovo genere letterario”, proclamò: il “genere del silenzio”.

Poi ci volle poco perché tutto precipitasse.

“Ora verranno a cercarmi”, scrisse dopo la morte di Maksim Gorkij, lo scrittore nelle grazie del regime che finora era riuscito a proteggerlo. E così fu. Babel venne arrestato nella sua casa di campagna, portato alla Lubianka, processato, condannato.

Lo fucilarono agli inizi del 1940, anche se ufficialmente lo si disse morto in un campo di prigionia in Siberia: la vedova ci mise 15 anni per scoprire la verità

Dopo la morte di Stalin venne completamente riabilitato: per quanto potesse significare, a quel punto. Quanto ai suoi manoscritti, sequestrati dalla polizia segreta, non vennero mai più restituiti.

Che cosa c’era tra quelle carte? Qualche altro capolavoro?

Nessuno, temo, ci potrà più rispondere. Però una cosa è sicura: è solo un potere criminale, quello che ruba le vite, e con le vite la bellezza della vita, quella bellezza che emerge anche da una pagina scritta.

E pure questi sono crimini contro l’umanità.

(da Caduti dal Muro, scritto con Tito Barbini, Vallecchi editore)

domenica 9 maggio 2010

Nick Hornby e i libri letti per piacere


Perchè mi è piaciuto Shakespeare scriveva per soldi, libro che raccoglie le note di lettura (non so come altro definirle) di Nick Hornby?

Boh, che dire: il caro vecchio Nick non è certo un critico letterario (né pretende di esserlo), i suoi giudizi sono tutt'altro che folgoranti e riguardano libri mai tradotti in italiano e che difficilmente mi capiterà anche solo di annusare in una libreria.

E allora? Allora quello che queste riesce a comunicarmi è proprio il piacere di leggere per leggere, di leggere come si può bere una bella birra dopo una grande sudata. E non importa leggere tanto o leggere per... l'importante è solo abbandonarsi a questo piacere, senza troppe fisime o storie...

Per dire, guardate come maltratta (ma non è vero) Thomas Hardy: Sono contento di aver letto i romanzi di Hardy, ma sono altrettanto contento di poter vivere il resto dei miei giorni senza dover affrontare mai più quella particolare e originale tristezza.

Guardate come diffida da ogni bis di libri e film importanti: Forse la cosa migliore da fare, con i film e i libri preferiti, è lasciarli stare: se sono riusciti a esaltarci tanto, significa che sono arrivati nel posto giusto e al momento giusto della nostra vita, e queste sono condizioni che non si ripeteranno mai.

Mi sa che continuerò a leggere le sue recensioni che non pretendono di essere recensioni

sabato 8 maggio 2010

Con Andrea De Carlo la magia della parola


A cena Andrea De Carlo aveva scosso la testa e noi con lui: chi verrà mai a questo incontro in Casentino, lontano da ogni grande città, in una sera come questa, poi, maggio che pare novembre, con la nebbia sul passo che si taglia sul coltello.

Più tardi siamo arrivati alla Mausolea, la villa scelta dalla Fondazione Baracchi per il secondo incontro de Le Parole e il Silenzio, questa volta dedicato alle strade della creatività. E sorpresa, la sala era gremita, piena di persone che avevano deciso di uscire sotto la pioggia e fare chilometri per parlare di scrittura e di lettura.

Andrea De Carlo non si è risparmiato. Ha parlato dell'urgenza della scrittura che lo ha accompagnato fin da bambino, quando sognava sulle avventure di Emilio Salgari (dopo ci siamo reciprocamente riconosciuti come salgariani convinti, certe cose sono come il Dna) e ascoltava la musica del grande Bob Dylan. Ha raccontato dei personaggi dei suoi romanzi che lo accompagnano anche dopo che ha spento il computer e ha concluso il libro, grumi di realtà, compagni di vita. Ha spiegato che le parole sono importanti, sono ponti per condividere non passerelle per esibirsi, per questo
vale usare quelle che impegnano maggiormente la lingua e risuonano più a lungo nelle orecchie.

Ma poi i veri protagonisti sono stati loro. I ragazzi delle scuole superiori, che hanno dedicato un venerdì sera (con il compito di latino che li aspetta questa mattina...) a parlare con uno scrittore, dopo aver letto insieme Due di Due, un libro che a distanza di 20 anni parla ancora ai loro cuori (come prima ha parlato alla mia generazione. E poi le persone del Club del libro del Casentino che dall'anno scorso si ritrovano ogni mese perché è vero, in questa valle non c'è nemmeno una libreria, però i libri vanno accompagnati, vanno condivisi, i libri non solo solitudine, ma possibilità di relazione.

E io sono tornato a casa con quelle due citazioni conclusive che mi giravano per la testa.

Oscar Wilde: L’arte, tutta, è completamente inutile. Aveva torto marcio, è ovvio, il grande Oscar

E George Bernard Shaw: Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso; e si usano le opere d'arte per guardare la propria anima.

Vero, verissimo. Andrea De Carlo con questa serata ci ha aiutato a esserne convinti.

giovedì 6 maggio 2010

Il Paradiso tutto virtuale di Dante (e di Eco)


Avete mai pensato al Paradiso di Dante in termini di energia, di luce? Forse sì, ma per quanto mi riguarda non mi ero ancora spinto fino a pensare in termini di mondi virtuali, di Web e dintorni. L'altro giorno mi sono imbattuto in questa fantastica frase di Umberto Eco e non me la sono ancora tolta dalla testa. Anche questo è un viaggio di parole...


Il Paradiso dantesco è l'apoteosi del virtuale, degli immateriali, del puro software, senza il peso dello hardware terrestre e infernale, di cui rimangono i cascami nel Purgatorio. Il Paradiso è più che moderno, può diventare, per il lettore che abbia dimenticato la storia, tremendamente futuribile. E' il trionfo di una energia pura, ciò che la ragnatela del Web ci promette e non saprà mai darci, è una esaltazione di flussi, di corpi senz'organi, un poema fatto di novae e stelle nane, un Big Bang ininterrotto, un racconto le cui vicende corrono per la lunghezza di anni luce e, se proprio volete ricorrere a esempi familiari, una trionfale odissea nello spazio, a lietissimo fine


Umberto Eco, Sulla letteratura

mercoledì 5 maggio 2010

Rousseau e gli altri filosofi-camminatori


Quando il camminare è viaggio, meditazione, riflessione, apertura al mondo, dialogo con la varietà del mondo. Non so quanti di voi conoscono Andrea Semplici: per me è uno dei migliori giornalisti e scrittori di viaggio in circolazione in Italia. Se andate sul suo sito troverete molte cose davvero belle, compresi interi reportage. Io vi suggerisco il suo testo sul camminare, da cui vi estraggo questo passaggio. Attraverso le Confessioni di Jean-Jacques Rousseau emerge la profonda sintonia tra i passi e i nostri pensieri migliori. Da leggere, ma soprattutto da provare.


‘Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso più, e la testa se ne va in sincronia con i miei piedi’. Sono parole, amate dai camminatori-filosofi (o dai filosofi-camminatori) di Jean-Jacques Rousseau. Appaiono nelle sue Confessioni. La storia del camminare come atto culturale è davvero recente. Poco più di due secoli fa: se Wordsworth (nato nel 1770) compie i primi passi letterali, Jean-Jacques Rousseau (nato quasi sessanta anni prima del poeta inglese) avvia il cammino dei filosofi che devono sentire le gambe muoversi per mettere in movimento anche i pensieri. L’esordio di Rousseau come camminatore è avvolto da un aneddoto leggendario: aveva quindici anni, il giovane Jean-Jacques, tornava da una gita domenicale nelle campagne attorno a Ginevra: è in ritardo e le porte della città sono già chiuse. Il giovane Rousseau non si dispera e continua a camminare fino a oltrepassare i confini della Svizzera. Il camminare diventa la metafora dell’uomo semplice. Nello stato di natura, l’uomo ‘erra nella foresta, senza industria, senza parole, senza domicilio, senza guerra e senza associazione, senza alcun bisogno dei propri simili, come pure senza desiderio di nuocere loro’. Il ribelle Rousseau riesce a pensare solo camminando: ‘Bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito’. Jean-Jacques Reausseau pone ‘le basi per l’edificio ideologico dentro il quale il camminare sarebbe stato racchiuso’. E, come un destino, il filosofo morirà camminando in uno dei suoi paesaggi più amati.

martedì 4 maggio 2010

El Negro e una domanda senza risposta


Ora è solo un corpo impagliato, così come i cacciatori fanno con una qualsiasi preda: un pezzo da esposizione conservato sotto una bacheca, senza nemmeno un nome. Tutti lo chiamano semplicemente El Negro.

Ma chi era veramente quest’africano rimasto senza un’identità, senza una storia, senza una sepoltura?

Frank Westerman – giornalista free lance e specialista della cooperazione internazionale – lo scopre tanti anni fa in un piccolo museo di scienze naturali della Catalogna. Era un ragazzo fresco di studi, ma da allora si è dato da fare.

Per anni e anni non si è fermato, nel tentativo di restituire a questo corpo tutto quanto gli è stato sottratto, ai tempi in cui l’uomo bianco era chiamato a portare il suo “fardello” di civiltà e l’uomo nero era considerato alla stregua di una scimmia o poco più.

Da tutto questo viene fuori un viaggio appassionante, da Parigi al Perù, dalla Sierra Leone al Sudafrica. Un viaggio - e un libro, El Negro e io (Iperborea) - in cui ancora più che su quel uomo senza nome si finirà per imparare qualcosa su di noi.

Su di noi attraverso lo sguardo che abbiamo riservato al resto del mondo. Perché il modo in cui l’abbiamo guardato e lo guardiamo tradisce il nostro pensiero su razza e identità.

Davvero bello e peccato per un titolo che non gli rende giustizia. Di questo autore aspetto la prossima uscita, Ararat, con molta curiosità.

lunedì 3 maggio 2010

Lo Yemen dell'altro signor Manzoni


Dici Manzoni ed è ovvio, pensi subito all'autore dei Promessi Sposi. E invece c'è stato anche un altro Manzoni, nipote del primo, una vita che più diversa non si potrebbe, un solo libro (almeno credo) che di lui ci è rimasto, un libro di viaggi, un libro che ci porta nello Yemen della seconda metà dell'Ottocento, in un Oriente che è allo stesso tempo autentico e mitico, comunque perduto.

Renzo Manzoni, così si chiamava, era un uomo con i cromosomi del viaggiatore anche negli anni in cui, da giovanissimo, viaggiò poco o nulla. In ogni caso, usò tenacemente la libreria del nonno e poi del padre come un passaporto per il mondo.

Scrisse:

Cogli anni era in me aumentato quel vivissimo desiderio di viaggiare, che ho sempre nutrito fin dalla mia prima età. Mio padre aveva una ricca biblioteca di viaggi: da bambino erano le illustrazioni dei volumi paterni che parlavano alla mia mobilissima e irrequieta fantasia, poiché in quel tempo non potevo ancora comprenderne e neppure decifrarne il testo. Arrivato poi all’età, nella quale il leggere m’era diventato facile e il capire non troppo difficile, d’allora in poi altro non ho bramato che poter visitare que’ paesi, di cui letto aveva le descrizioni pittoresche, piene di lusinghiere attrattive.

Fu tra i primi italiani a finire in Yemen, ad amare e a conoscere questo paese. Da buon lombardo covò anche l'idea di promuovere una sorta di import-export con l'Italia. Ma la cosa che di lui è più rimasta è proprio questo libro, El Yemen. Un viaggio a Sana'a (edizioni Edt). Forse non sarà facilissimo trovarlo, ma ve lo consiglio.

sabato 1 maggio 2010

Perché il romanzo non si farà ammazzare


Che futuro per i romanzi? Cosa gli succederà dopo che per anni e anni sono stati dati per finiti, spacciati, morti, costretti alla ripetizione, alla citazione, all'effetto speciale solo per tirare avanti? (non che ci sia da stupirsi, in effetti, è dai tempi di Flaubert e Tolstoi che si va avanti con questa solfa)

Leggo solo ora le pagine che il supplemento libri di Repubblica ha dedicato a una questione che comunque, negli ultimi anni, è stata complicata dall'irruzione delle nuove tecnologie, dalla minore propensione alle letture lunghe e dai ritmi di quella che Boris Pahor chiama "società della fretta".

Tanti gli spunti di riflessione, ma qui mi piace condividere con voi la riflessione con cui Gabriele Romagnoli finisce il suo articolo. Regalandoci almeno una certezza: che in salute o meno che sia niente potrà ammazzare il romanzo, e in genere il bisogno di storie:

Un romanzo ci seppellirà. Se non altro per una ragione. Volete sapere qual è la frase più seducente che si possa pronunciare nel buio di una qualunque stanza? Se pensate sia "Questo diamante è per te" o "Non porto lingerie", anni di stupidità hanno ammazzato voi, non il romanzo. La frase è: "Adesso ti racconto una storia". E un romanziere è qualcuno solo nel buio di una stanza affollata da milioni di persone che dice quella frase, poi comincia a scrivere