
Dice Margaret Atwood nel suo splendido Negoziando con le ombre:
C'è una caratteristica che distingue lo scrivere dal maggior numero delle altre arti: la sua apparente democrazia, intendendo con questo che quasi chiunque può servirsene come mezzo d'espressione
Verissimo, scrivere è un'attività decisamente diffusa. Soprattutto in un paese come il nostro dove in effetti mi pare che si scrive assai di più di quanto in effetti si legga.
Ma questa apparente democrazia qualche domanda la pone. E io per un pezzetto ho indugiato su quella pagina dell'Atwood a chiedermi semplicemente questo (si vede che avevo tempo): che cosa fa di chi scrive uno scrittore? Che cosa lo rende un ruolo socialmente riconosciuto?
Il successo? Non direi
Il fatto di aver pubblicato? Meno ancora.
La bravura? Discutibile
La vita che precede quel libro, magari un'infanzia alimentata dalla solitudine e dalle letture? Ugualmente discutibile.
In realtà non so darmi davvero una risposta - mi piacerebbe che anche voi provaste a darne qualcuna - però mi piace quella che prova a suggerirci la stessa Atwood:
La maggior parte delle persone è segretamente convinta di avere un libro dentro di sè, che scriverebbe se solo riuscissero a trovare il tempo di farlo. E c'è del vero in questa idea. Molti hanno davvero un libro dentro di sé: cioé, hanno fatto un'esperienza che altre persone potrebbero desiderare di leggere in un libro. Ma non è la stessa cosa di 'essere uno scrittore'.
O per dirla in nun modo più sinistro: chiunque può scavare una fossa in un cimitero, ma non tutti sono becchini. Quest'ultimo ruolo richiede molta più resistenza e perserveranza
Resistenza e perseveranza, perché no?

















