venerdì 30 aprile 2010

Che cosa fa di chi scrive uno scrittore?


Dice Margaret Atwood nel suo splendido Negoziando con le ombre:

C'è una caratteristica che distingue lo scrivere dal maggior numero delle altre arti: la sua apparente democrazia, intendendo con questo che quasi chiunque può servirsene come mezzo d'espressione

Verissimo, scrivere è un'attività decisamente diffusa. Soprattutto in un paese come il nostro dove in effetti mi pare che si scrive assai di più di quanto in effetti si legga.

Ma questa apparente democrazia qualche domanda la pone. E io per un pezzetto ho indugiato su quella pagina dell'Atwood a chiedermi semplicemente questo (si vede che avevo tempo): che cosa fa di chi scrive uno scrittore? Che cosa lo rende un ruolo socialmente riconosciuto?

Il successo? Non direi
Il fatto di aver pubblicato? Meno ancora.
La bravura? Discutibile
La vita che precede quel libro, magari un'infanzia alimentata dalla solitudine e dalle letture? Ugualmente discutibile.

In realtà non so darmi davvero una risposta - mi piacerebbe che anche voi provaste a darne qualcuna - però mi piace quella che prova a suggerirci la stessa Atwood:

La maggior parte delle persone è segretamente convinta di avere un libro dentro di sè, che scriverebbe se solo riuscissero a trovare il tempo di farlo. E c'è del vero in questa idea. Molti hanno davvero un libro dentro di sé: cioé, hanno fatto un'esperienza che altre persone potrebbero desiderare di leggere in un libro. Ma non è la stessa cosa di 'essere uno scrittore'.
O per dirla in nun modo più sinistro: chiunque può scavare una fossa in un cimitero, ma non tutti sono becchini. Quest'ultimo ruolo richiede molta più resistenza e perserveranza


Resistenza e perseveranza, perché no?

mercoledì 28 aprile 2010

Con Gianni Mura nella Francia del Tour



Tanto la corsa langue, e c'interessa di più sapere dove vanno a finire i poeti, quando muoiono

I Tour de France di Gianni Mura stanno tutti in frasi come queste, perché una tappa non è solo una tappa, è molte altre cose che solo alla fine porteranno una ruota davanti alle altre a tagliare il traguardo, sono sciabolate di poesia, indugi enogastronomici, riflessioni morali, citazioni colte, piaceri dei sensi e quant'altro.

Solo un piccolo assaggio:

Si va avanti per un assaggio, e per bere Calvados, naturalmente, come farebbe il commissario Maigret. Devo confessare che continuo a frequentare posti che avrebbe frequentato Maigret e che mangio cose che piacevano a lui e del resto, senza farlo apposta, piacciono anche a me: spezzatino con piselli, una parte del vitello che si chama onglet, in italiano non so, con gli scalogni, e trippe alla maniera di Caen,e caraffe di vino sfuso (non sempre però). Solo girando per le strade piccole e sostando in strani bar-tabaccherie-ristoranti-alberghi, magari con tre camere, si ha la sensazione di capire la Francia, o almeno di capire Simenon, mi voglio rovinare, uno dei più grandi scrittori del secolo. Qualcuno arriverà a dirlo fra cent'anni

Poi c'è anche la corsa, ovviamente, soprattutto la corsa, in questa antologia uscita per Minimum Fax dei più bei pezzi scritti da Mura inviato speciale. C'è tutto il Tour,sublime e spietato, poesia e fatica, gloria e bassezza.

Per chi ama il ciclismo, un libro necessario. Per chi ama la Francia, una sorpresa. Per tutti gli altri, un libro che è un piacere leggere sognando i campi di lavanda della Provenza o l'aria pulita dei Pirenei.

martedì 27 aprile 2010

Nei boschi di parole assieme a Umberto Eco


Straordinario come sempre, Umberto Eco, una cultura spaventosa, quasi inconcepibile, non per salire in cattedra ma per accendere qualche lampada in grado di illuminare il nostro cammino nei labirinti della scrittura.

Dentro Sei passeggiate nei boschi narrativi ci sono sei lezioni fondamentali tenute all'inizio degli anni Novanta a Harvard. Sei sentieri per inoltrarsi nei "boschi narrativi", senza smarrirsi, oppure smarrendosi con il massimo del piacere.

Pagine per ricordare che un qualsiasi testo è fatto anche dal suo lettore: Il lettore c'è sempre, e non solo come componente dell'atto di raccontare storie, ma anche come componente delle storie stesse.

Per capire sul serio, fuori da ogni accademia, che ogni finzione narrativa è necessariamente rapida ed ellittica - Accenna, e per il resto chiede al lettore di collaborare colmando una serie di spazi vuoti -, tranne poi conquistare con i "piaceri dell'indugio".

Una perla:
Quando mi chiedono quale libro porterei con me sull'isola deserta, rispondo: "L'elenco telefonico; con tutti quei perosnaggi potrei inventare storie infinite"

Solo per dire, perché queste lezioni sono una miniera. Una miniera da cui è possibile disseppellire anche le gemme della poesia. Se non ci credete leggete l'ultima pagina, in cui il grande Umberto rivive per la prima volta consapevolmente il momento della sua nascita...

Quello era un bosco narrativo dal quale non avei mai più voluto uscire.
Ma siccome la vita è crudele, per voi come per me, eccomi qui.

lunedì 26 aprile 2010

Amos Oz e l'umorismo contro i fanatici


Lo so, ho un debole per Amos Oz e quindi mi è fin troppo facile far scialo di aggettivi, ma vi assicuro, Contro il fanatismo, è un piccolo grande libro, poche decine di pagine (da leggere di un fiato) che rimangono a lungo.

Tra ricordi di vita e digressioni letterarie, questa è una straordinaria riflessione sul fanatismo, inteso, nella sua essenza, come smania di voler cambiare l'altro, cioé in effetti di annullare l'altro.

Con in più il suggerimento di alcune buone "medicine" utili a debellare un virus che è dentro ognuno di noi: e allora aiutiamoci con la capacità di guardarci con gli occhi degli altri - sarei potuto essere uno dei miei nemici - aiutiamoci con i buoni libri e l'umorismo - in vita mia non ho ancora visto un fanatico dotato di senso dell'umorismo - aiutiamoci con l'arte del compromesso, che non è detto sia necessariamente un'operazione di bassa lega: perché la pace non è un'altisonante dichiarazione di amore, la pace può essere incontrarsi con l'altro a metà strada.

E anche di questo sono sicuro: così come non riesco a immaginarmi un fanatico dotato di umorismo (ci può essere un fanatico che ride, ma di una risata che mette i brividi), provo una sana paura per il duro e puro incapace di compromesso.

domenica 25 aprile 2010

Leggere racconti fa solo bene


Una citazione per riflettere e provare gratitudine. Da Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi (Bompiani)

Leggere racconti significa fare un gioco attraverso il quale si impara a dar senso all'immensità delle cose che sono accadute e accadono e accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all'angoscia che ci coglie quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale.

Questa è la funzione terapeutica della narrativa e la ragione per cui gli uomini, dagli inizi dell'umanità, raccontano storie. Che poi è la funzione dei miti: dar forma al disordine dell'esperienza

sabato 24 aprile 2010

Quando lo scrittore è l'oca del paté


Sto tornando a leggere, anzi a centellinare come si fa con qualcosa che ci piace davvero molto, Negoziando con le ombre, straordinario libro con cui Margaret Atwood non si limita a raccontare la sua storia di scrittrice, il suo mondo narrativo, cosa interessante ma fino a un certo punto. Piuttosto ci prende per mano e ci porta oltre, verso i territori della lettura e della scrittura, per cercare di capire qual è la ragione per cui i libri entrano, e meno male, nella nostra vita.

Infiniti gli spunti e vi assicuro che ben presto le pagine di Margaret si tradurranno anche in qualche altra riflessione su questo blog. Una però voglio condividerla subito con voi. Ed è il rapporto tra l'opera e la vita dell'autore.

Tema vasto, vabbene, ma che Negoziando con le ombre affronta soprattutto dal punto di vista del lettore: quel genere di lettore che, innamorato dell'opera, va alla ricerca dell'autore, dell'autore come è davvero nella vita. Io sono tra questi: degli scrittori che per me contano cerco anche la biografia.

Domanda della Atwood:

Qual è la relazione tra le due "entità" che fondiamo in un unico nome, quello di "scrittore"? Quel particolare scrittore. Per "due", intendo la persona che esiste quando non scrive affatto - la persona che porta a spasso il cane, mangia crusca in nome della regolarità, fa lavare la macchina e così via - e quell'altro personaggio, più ombroso e nel complesso più equivoco, che condivide lo stesso corpo e che, quando nessuno guarda, se ne impadronisce e lo usa per cominciare a scrivere.

Bello: detto bene.

Subito dopo la nostra scrittrice ci dice dell'aforisma che tiene in bella evidenza, sulla bacheca del suo studio:

Voler conoscere un autore perché amate le sue opere è come voler conoscere un'oca perché vi piace il patè.


C'è del vero.

venerdì 23 aprile 2010

Hrabal e le parole delle birrerie di Praga



Hrabal faticava durante il giorno, però di sera si prendeva il suo tempo in una delle tante belle osterie di Praga e lì si metteva a scrivere pagine che mi immagino inzuppate da tanta birra e ingarbugliate da molte conversazioni sul niente e sul tutto.

Da tutto questo balzò fuori uno scrittore insolito, irresistibile sia nell’umorismo che nella dolcezza surreale e struggente.

Una sorta di Buster Keaton della letteratura, mi verrebbe da dire, anche se in effetti Hrabal non lo puoi paragonare a niente che non presupponga il suo essere in tutto e per tutto abitante di Praga.

Treni strettamente sorvegliati
è il primo libro che lo ha fatto conoscere in Italia, diversi anni fa, grazie anche a un film che da esso è stato tratto. Io me ne sono innamorato allora.

Qui c'è già tutta la sua forza, la sua inventiva, la sua poesia sbilenca, la sua capacità di strappare un sorriso e un brindisi anche dalle miserie che sono di tutti noi.

Le parole del viaggiatore notturno


Da dove partire? Forse da tramonto nel cuore del deserto sahariano in cui tutto parla la lingua dell’immensità; forse da questo squarcio di bellezza che ti aiuta a cogliere la nuda bellezza del creato; forse da questo studioso di migrazioni animali che mentre attende il volo delle rondini trova la parola per raccontare di altre migrazioni che hanno solcato e sempre solcheranno il nostro pianeta.

Ci sono tante cose nel Viaggiatore notturno di Maurizio Maggiani (Feltrinelli): laghi solitari di saggezza e venti forti di amore, picchi di orrore e fiumi di dolcezza, distanze e prossimità, parole di odio e parole di pace, e poi i silenzi, tanti silenzi…

Anzi, forse questo non è solo un libro, sono più libri nel libro, tenuti insieme dal passo del «viaggiatore notturno» e dalle parole che si depositano nel cuore di ogni lettore.

Parole limpide, parole antiche, come un bivacco nel deserto, come una guerra o una preghiera.

Parole che ci aiutano a capire che ognuno è un migratore sulla faccia di questa nostra terra.

mercoledì 21 aprile 2010

Era ora, Sandokan torna in Malesia


E' una buona notizia per tutti coloro che hanno sognato e viaggiato sulle pagine del grande Emilio e magari hanno lasciato il loro cuore a Mompracem (l'ho letta sulla Stampa, ma per la segnalazione sono debitore a Danila Comastri Montanari): finalmente I pirati della Malesia saranno tradotti in malese.

Insomma, Sandokan torna a casa, o perlomeno riprende a scorrazzare per i suoi mari.

La traduzione di Salgari - la prima in malese - sarà pronta proprio per il centenario dello scrittore di Verona e sarà presentata in occasione del Kuala Lampur International Book Fair.

Tutto questo mi riporta in mente quando, diversi anni fa, andai in Borneo sulle orme di Emilio, senza trovare nessuno che ne avesse sentito parlare. Trovai invece un fiorentino, di nome Odoardo Beccari (nella foto), straordinaria figura di scienziato-viaggiatore.

Ne venne fuori un libro, Gli occhi di Salgari. Che buffi, però, quei giorni nel caldo appiccoso di Kuching, la capitale del Sarawak, a contemplare la palazzina di James Brooke, il rajà bianco, e a chiedere a tutti: per caso conoscete un tale Emilio Salgari? Conoscevano Totti e Del Piero, ma Salgari proprio no.

martedì 20 aprile 2010

Pugliese, Barbini, Marziani e poi anch'io

Beh, per quanto mi riguarda i prossimi saranno giorni piuttosti ricchi di occasioni per parlare di libri o per ascoltare amici che parlano di libri. Vi segnalo alcuni appuntamenti.

Il primo già domani, giovedì 22 aprile, a Pistoia (Libreria Lo Spazio, via dell'Ospizio, ore 18). Daniele Pugliese presente il suo Sempre di più verso Occidente (Baskerville editore), un libro importante che rimanda a inquietudini, letture necessarie, eventi che lasciano ferite e aprono orizzonti. Ne ho già parlato in un altro post. Assieme a Pugliese il vicepresidente del Senato Vannino Chiti e l'editore Maurizio Marinelli.

Venerdì 23 aprile, a Firenze (Libreria De Servi, ore 17.30), sarò io a presentare La signora del caviale (Cult edizioni), terza prova dello scrittore romagnolo Michele Marziani, uno dei libri più poetici ed emozionanti che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi, storia di vecchi pescatori del Po che si incrocia con la grande storia - la guerra, l'occupazione nazifascista, le persecuzioni razziali.

Mercoledì 28 aprile, a Firenze (Libreria Edison, ore 21.30), il caffé letterario di Avventure nel Mondo presenta il nuovo libro dell'amico Tito Barbini, I giorni del riso e della pioggia (Vallecchi, collana Off the road), uno straordinario viaggio lungo il Mekong, dal Delta del Vietnam alle sorgenti del Tibet, un cammino nei luoghi ma come sempre, con Tito, anche nelle profondità dell'anima.

Infine nei prossimi giorni ci sono anch'io, con due presentazioni.

Giovedì 29, alla Melbook di Firenze (ore 18) presento per la prima volta Una domenica dome le altre (Mauro Pagliai editore). E già sono preoccupato. Non sarà semplice parlare di pagine che parlano di te, di tua madre, di un lutto. Vedremo.

Venerdì 30, poi, alle Oblate (ore 21), Giorgio Van Straten mi presenterà Una famiglia (Giuntina editore). Con lui mi sento già più tranquillo.

lunedì 19 aprile 2010

Il flipper e i libri già letti di Umberto Eco


Oggi, spulciando le pagine di Sulla letteratura di Umberto Eco (libro per me difficilotto, ma a tratti anche straordinariamente intrigante), ho trovato conferma di una mia vecchia convinzione: ovvero che una libreria è una specie di grande flipper. Noi siamo la biglia di acciaio che salta e rimbalza dappertutto, accendendo lucine e totalizzando punti. E il bello del gioco è che le traiettorie sono assolutamente imprevedibili. Ecco come la mette il grande Umberto:

Io ho alcune esperienze che credo siano comuni a chiunque possiede moltissimi libri (io ne ho ormai circa quarantamila, tra Milano e le altre mie case) e considera una biblioteca non solo un luogo in cui conservare i libri già letti, ma soprattutto un magazzino di libri da leggere un giorno o l'altro, quando se ne senta il bisogno. Ora accade che, ogni volta che l'occhio cade su un libro non ancora letto, si venga colti da rimorso.

Salvo che arriva poi un giorno che, per sapere qualcosa su un certo argomento, ci si decide finalmente ad aprire uno dei tanti libri mai letti, si comincia a leggerlo e ci si accorge che lo si conosceva già. Cos'è successo? C'è la spiegazione mistico-biologica, che con l'andar del tempo spostando i libri, spolverandoli e rimettendoli a posto, attraverso i polpastrelli l'essenza del libro sia penetrata a poco a poco nella nostra mente. C'è la spiegazione dello scanning casuale e continuato: con l'andar del tempo, prendendo e riordinando i vari volumi, non è che quel libro non sia mai stato sbirciato; anche soltanto nello spostarlo, si guardavano alcune pagine, una oggi, una il mese dopo, e via via si è finito per leggerlo in gran parte, sia pure in modo non lineare. Ma la vera spiegazione è che, tra il momento in cui quel libro ci era arrivato e il momento in cui lo si è aperto, si sono letti altri libri, nei quali c'era qualcosa che diceva quel primo libro, e quindi, alla fine di questo lungo giro ipertestuale, si scopre che anche quel libro che non avevamo letto faceva parte del nostro patrimonio mentale e forse ci aveva profondamente infuenzato.


Con molta invidia anche per i quarantamila libri in dotazione, quello sì che è un flipper.

domenica 18 aprile 2010

Una domenica pomeriggio a Mompracem


Non so se si trova ancora in circolazione, non so se sarà ristampato il prossimo anno, in occasione del centenario della morte di Emilio Salgari, so solo che ho passato buona parte di questa pigra, indolente domenica pomeriggio a rileggermi quel piccolo grande capolavoro che è Vita, tempeste, sciagure di Salgari, il padre degli eroi di Giovanni Arpino e Roberto Antonetto.

Molto più di una biografia, piuttosto una navigazione nel mare aperto delle mie fantasie di adolescente (e non solo), sulle rotte di un mondo tutto da scoprire. Un libro che gira intorno a uno scrittore che per anni mi ha portato in lungo e in largo senza mai alzarsi dalla sua scrivania. Un libro, dunque, che si interroga sulle possibilità del mito e dell'immaginazione, mica poco.

Non l'ho terminato, l'ho lasciato su questa pagina, perché bastava a se stessa:

Senza Mompracem, era impossibile essere felici. Dopo Mompracem si è solo uomini, più o meno da marciapiedi, che trafficano e dolorano dimenticando quel sogno.
Poi: un attimo magari ad un semaforo rosso, magari davanti alla sequenza televisiva di un brutto film, torna quel brivido, che toccò un personaggio di Cesare Pavese:

... ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia

sabato 17 aprile 2010

Nel Galles, in quel villaggio dei libri


Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Hay-on-Wye?

Io finora no, però mi sono bastate poche righe per aprire il rubinetto dell'invidia. Ovvero: perché mi si destasse il sogno, più o meno destinato a rimanere tale, che anche da noi possa spuntare da qualche parte una Hay-on-Wye nostrana. Di più: non solo una, svariate Hay-on-Wye.

E dunque, Hay-on-Wye è un villaggio gallese di quelli che l'anonimato sembra un destino, la monotonia una condizione pressochè permantente. Uno di quei posti, immagino, dove non ci si dovrebbe fermare, se non per una pinta al pub e il pieno di benzina, per poi tirare subito dritto.

Però guardate questi due numeri: 1.500 abitanti, 40 librerie, quasi tutte con scaffali pieni zeppi di libri di seconda mano o fuori catalogo. Grosso modo una libreria ogni 40 abitanti. In Italia ci sono cittadine di 50 o 60 mila abitanti che di librerie fanno fatica ad averne una.

Da qualche parte ho letto che non è una tradizione antica, di quelle che fanno sì che un posto possa qualificarsi come la città del cuoio oppure dei coltelli. Pare che tutto sia cominciato nel 1961, quando un tale Richard Booth decise di aprire una libreria nella vecchia stazione dei vigili del fuoco. La cosa funzionò e piacque. Già agli inizi degli anni Settanta questa era diventata la "città dei libri".

Così è riuscita a innescare un turismo dei libri dai numeri impressionanti. Perché c'è anche questa cifra da considerare: mezzo milione di "biblioturisti" che ogni anno, soprattutto nei fine settimana, prendono di assalto le librerie di Hay. Molto di più di un festival o di una rassegna con cui per una settimana si prova ad accendere i riflettori sul mondo del libro. Non c'è nemmeno bisogno di autori, presentazioni, eventi vari. Questi gallesi riescono a mandare avanti il loro villaggio con i libri usati... Volumi venduti a 50 penny, anche.

C'è uno scrittore americano, Paul Collins (l'autore di La follia di Banvard), che in questo paese ha deciso di viverci. Su D di Repubblica ho letto che ci ha scritto anche un libro - Al paese dei libri, appunto - che Adelphi farà uscire tra qualche settimana.

Io ad Hay-on-Wye spero di andarci, una volta all'altra. Intanto proverò ad accontentarmi del libro di Paul Collins.

mercoledì 14 aprile 2010

Quel giardino della nostalgia, a Ferrara


Sono passati dieci anni fa dalla morte di Giorgio Bassani - per la verità pensavo che ne fossero passati anche di più, che non si fosse spinto fin sul ciglio del nuovo secolo, del nuovo millennio - e per me Bassani è soprattutto quel libro, quel giardino, quella storia.

Quante cose che è stato per me Il giardino dei Finzi-Contini.

Ferrara prima del 1938, gli anni del fascismo più roboante e parolaio a cui ancora non è stato presentato il conto. Ubriacatura di proclami, slavina di promesse che non saranno mantenute. La quiete prima della tempesta, assai peggiore della quiete dopo la tempesta.

Quella casa della borghesia ebrea, quelle mura che sembrano preservare dalle offese del tempo e della storia. Le partite di tennis, le merende all'aria aperta, la musica che gonfia le vele delle emozioni. Come se tutto fosse allo stesso modo di sempre. Come se anche il futuro dovesse bussare alla porta con discrezione e rispetto.

La bella Micòl, imprendibile per il ragazzo taciturno e introverso, quasi un intruso. I capelli di rame che si sciolgono come un sogno di felicità. Il sorriso che nasconde parole non dette, più enigma che complicità. Il lampo di una possibilità che rimane tale e che accompagnerà tutta la vita che rimane davanti. L'occasione perduta che non si ripresenterà.

E poi il rimpianto di un amore che non c'è stato che si mescola ai fatti troppo veri della storia. Perché questo è il libro che più di tutti mi parla dell'orrore della Shoah in realtà senza parlarne mai, fermandosi prima. Forse proprio per questo: perché accorda il terribile senso della sparizione allo scorrere delle stagioni della vita.

E se i decennali e gli altri anniversari servono a qualcosa, è giusto per ritrovare un libro abbandonato da troppo tempo su uno scaffale.

martedì 13 aprile 2010

Benedetta e le parole che riempiono l'assenza


Sì, per prima cosa devi provarti a misurare con quel vuoto.

- Che cos'hai?
- Mancanza

E non hai parole, perché ci sono solo parole come queste(da Il Cielo sopra Berlino di Win Wenders), parole che sono una resa, un sipario calato, una lingua intraducibile.

E questo vuoto, questa mancanza, sono di una vita intera, dopo che una vita intera è stata rubata. Perchè Benedetta Tobagi si era appena affacciata alla vita quando la follia criminale dei terroristi gli portò via il padre.

Non è facile andare oltre quel vuoto, riempirlo di parole, di emozioni, di riflessioni. Non è facile nemmeno raccontare, quell'uomo che è stato sempre un'irrimediabile assenza, inchiodato a un ruolo pubblico, giornalista del Corriere, sindacalista, morto ammazzato per strada una mattina che sapeva di primavera.

Raccontarlo senza farsi imprigionare dalla gabbia che attende il famigliare della vittima, una persona che vive di luce, pardon, di assenza riflessa, e pare scontato che esista solo per piangere, reclamare giustizia, onorare l'uomo strappato all'affetto, partecipare a convegni e commemorazioni. Solo che Benedetta, anche in questo libro, vuole essere Benedetta, non solo la figlia di...

Non ho ricordi di mio padre da vivo: è morto troppo presto. In compenso sono cresciuta assediata dall'immagine pubblica di Walter Tobagi

E ancora:

Il sentiero per allontanarmi dal vuoto l'ho tracciato un passo per volta costruendo la mia vita e cercando al tempo stesso un modo vitale di ricongiungermi a mio padre.

Quanta fatica che deve essere costato tutto questo. A volte anche solo per indugiare davanti allo specchio: Gli occhi sembrano così uguali, ma il suo sguardo, com'era?

E che poesia, che ogni tanto squarcia il dolore:

Nella mia fantasia, come ci arriva la luce delle stelle dopo migliaia e milioni di anni, così, forse, in direzione opposta, le onde sonore di tutte le parole pronunciate sulla Terra continuavano a vaggiare nello spazio per sempre. Vedevo i cerchi allargarsi e salire sempre più su, fino a liberarsi nello spazio infinito. Da qualche parte, molto molto lontano, pensavo, galleggiano ancora le tracce delle parole del mio papà


E quanto interrogarsi sugli "uomini vuoti" capaci di cancellare altre vite come se niente fosse.

Pensare che Benedetta riesce a ridare vita, con le sue parole:

Rimpiango tutto quello che non abbiamo potuto fare insieme. Tutta la vita che ci è stata rubata. Vorrei che tu avessi conosciuto le persone che ho amato, i miei amici. Non abbiamo mai potuto litigare e fare la pace. Ma hai seminato così tanto, che ho potuto sentire ancora la traccia calda della tua impronta nel mondo, nella luce che accende lo sguardo di chi ti ha conosciuto

Da leggere, assolutamente.

domenica 11 aprile 2010

Il dono ai tempi di Internet



E se fosse proprio il dono l'elemento attraverso il quale gli uomini creano la loro società?

In questi giorni ho avuto modo di leggere Il dono al tempo di Internet di Marco Aime e Anna Cossetta, sapete, uno di quei libriccini bianchi con cui l'Einaudi non troppo di rado ci regala nuovi sguardi sul mondo e nuovi spunti di riflessione. E' che in questi giorni mi son dovuto leggere diverse cose sul web 2.0, in modo da non farmi cogliere impreparato all'incontro Vivere ai tempi di Facebook, che si è tenuto ieri sera al Castello di Poppi, nell'ambito di Le parole e il silenzio.

Ho letto parecchio sui blog e sui social network - e anche questo, a suo modo, è stato un viaggio - e non mi aspettavo di riflettere sul significato e l'importanza del dono. Però a pensarci un pochino meglio la Rete è una gigantesca possibilità di condivisione, quindi di dono. Anche questo blog, anche questo post che ora vi beccate in fondo è un dono(a caval donato...)

E allora, per gli antropologi o gli economisti è un problema, perché come si fa a spiegare il suo posto tra gli uomini, in un mondo dominato dall'interesse? Eppure il dono c'è ed è bello che ci sia: anzi, bisognerebbe dire che proprio il gesto più disinteressato è anche il miglior investimento per la nostra vita. Ma questo vale per ogni società.

Questo libro apre uno scenario che appartiene ai nostri tempi e ci permette di comprendere che Internet non è solo la riserva di caccia di teenager ipertecnologici, di pirati informatici, di gente che sulla rete ha fiutato affari e opportunità.

Internet è in realtà anche il luogo virtuale del dono, della condivisione, della collaborazione. Si mettono in comune video e brani musicali, ci si offre nei social network, si rilasciano programmi e giochi gratuiti, insieme si scrivono persino enciclopedie.

Un libro per guardare non solo a Internet ma alla nostra società in modo diverso, e per una volta anche più rassicurante.

sabato 10 aprile 2010

L'Italia riscoperta da Brizzi con i suoi piedi


Ho letto su Tuttolibri della Stampa (in realtà solo ieri il numero della scorsa settimana, i miei soliti tempi) che Enrico Brizzi è appena partito per un lungo viaggio a piedi che attraverserà tutta l'Italia a piedi - dall'Alto Adige a Capo Passero in Sicilia - per riscoprire il nostro paese che si appresta a celebrare i suoi 150 anni.

Racconterà tutto questo anche in un blog e credo che prima o poi tutto questo diventerà anche un libro, non il primo, del resto, che Brizzi dedica a viaggi fatti a piedi (per esempio il viaggio dall'Adriatico al Tirreno raccontato in Nessuno lo saprà, oppure il pellegrinaggio laico che ha ispirato La via di Gerusalemme).

Mi piace che i fatidici 150 anni siano l'occasione di iniziative, percorsi, riflessioni che escono dalle solite commemorazioni - corone d'alloro, corazzieri e fanfare, insomma. Mi piace anche che si parta dall'assunto che questo paese sia proprio da riscoprire (magari, come fa Brizzi, ritornando anche allo straordinario Viaggio in Italia di Guido Piovene)

Dice Brizzi a Tuttolibri:

Camminare è un modo per entrare in contatto con la realtà che ci circonda. La vita sta nella pioggia che ti bagna, nel vento freddo che ti schiaffeggia il volto, non nello schermo della televisione o di un computer


E' bello, spiega, viaggiare non come ospite d'onore, ma entrando in contatto con le persone chiedendo loro di riempire la boraccia d'acqua.

Lo sapete, che preferisco i viaggi in bicicletta. Ma condivido, condivido in pieno.

venerdì 9 aprile 2010

Quando critici e scrittori vanno alla guerra


Beh, alla fine dei conti mi sa che si tratta del solito gran parlarsi addosso che lascerà del tutto indifferenti i lettori (che poi sono l'unico oggetto del contendere). Però trovo piuttosto interessante il dibattito sui rapporti tra gli scrittori e i loro critici che si è sviluppato in rete in questi giorni.

Ricapitola assai bene la questione Luigi Mascheroni sul Giornale.it, in un articolo che prende spunto dalla reazione di fuoco di Isabella Santacroce alla recensione di Renato Barilli al suo nuovo Lulù Delacroix.

Solo lo spunto, però, perché poi Mascheroni guarda indietro, senza dimenticarsi vari eclatanti episodi, da Michele Mari che schiaffeggia Antonio D'Orrico al Corriere della Sera, a Alessandro Baricco che firma l'intervento "Cari critici, ho diritto a una vera stroncatura".

"I rapporti tra critici e scrittori - afferma Mascheroni - scivolano da sempre lungo una china rabbiosa. Ma ultimamente sembrano franati in un baratro di violenza"

Sulla questione ha alimentato un bel dibattito Loredana Lipperini sul suo blog, in cui leggo, tra le altre, parole sacrosante:

"Mai come in questi anni chiunque - davvero chiunque, dall’autore già noto all’esordiente, passando per gli affascinati dagli editori a pagamento al possessore del manoscritto inedito - si sente in diritto di essere sotto il cono di luce, di restarci sempre e di cacciare a pedate chiunque osi avanzare il più piccolo dei dubbi.
Esserci, esserci, esserci a tutti i costi. Come se il diritto al successo (perchè di questo stiamo parlando, non di arte: parliamo di persone che non vogliono semplicemente scrivere, ma pubblicare e andare in classifica) fosse l’unica possibilità di esistenza in vita.
Sarò sgradevole: ma questo mi pare poco sano, e di certo non fa bene ad un ambiente letterario come quello italiano. Molto affollato di scrittori, poco frequentato dai lettori".

Discussione, oziosa? Forse, però mi sembra giusto ribadire almeno due (forse tre) concetti.

Insomma, è bene che ciascuno faccia il suo mestiere senza mettere i piedi nel mestiere degli altri. E dunque, è giusto pretendere che i libri prima che siano recensiti siano anche letti.

Però poi il critico faccia il critico e nessuno pretenda che faccia qualcos'altro. Lo dico non come autore di alcuni libri, semmai come giornalista. Perché questo è un paese in cui siamo sempre pronti a circuire il giornalista di turno, basta che non disturbi il macchinista, che non faccia le pulci a questo o a quel ministro, che nemmeno sollevi qualche perplessità sulla squadra che vince.

Un paese che chiama giornalisti quelli che vorrebbe sempre e soltanto estensori di encomi più o meno solenni. Scritti bene però.

giovedì 8 aprile 2010

Le Parole e il Silenzio tornano in Casentino


Il silenzio, perché solo il silenzio ci può aiutare a cogliere parole non superflue; ma anche le parole, almeno le parole che scavano e lasciano qualche impronta, perché sono esse a riportarci agli stupori del silenzio: là dove un incontro che si conclude, un arrivederci, un ritorno a casa non è detto rappresentino solo una conclusione, piuttosto suggeriscono un nuovo pensiero, una possibile lettura, magari un seme di una futura discussione.

Così scrivevo tre anni fa assieme all'amico Massimo Orlandi (leggete il suo Invisibile agli occhi, bellissimo), per presentare il primo ciclo di Le parole e il silenzio, gli incontri promossi dalla Fondazione Baracchi nei luoghi più suggestivi di una delle più belle valli toscane, il Casentino (una valle, appunto, che sembra fatta apposta per i silenzi e per le parole condivise).

In questi anni grazie a Le Parole e al Silenzio (e ovviamente grazie alla generosità e all'entusiasmo della Fondazione) abbiamo avuto modo di conoscere e condividere parole importanti con ospiti come Lella Costa, Maurizio Maggiani, Erri De Luca, Tito Barbini, solo per ricordare i primi che mi vengono in mente. Abbiamo parlato a lungo di Tiziano Terzani e dei suoi insegnamenti per la pace e per trovare la salute anche nella malattia. La manifestazione è cresciuta, di anno in anno, e ora è di nuovo ai nastri di partenza, per la quarta edizione.

L'anno scorso il filo comune a tutti gli incontri fu l'ascolto, quest'anno è un'altra azione solo apparentemente umile, lo sguardo, con la consapevolezza che ogni nuovo sguardo è in realtà un nuovo modo di guardare il mondo.

Si inizia il prossimo sabato con lo sguardo che passa attraverso lo schermo del computer e la rivoluzione digitale. Il prossimo mese si continua con lo sguardo della creatività, insieme a un autore che non ha bisogno di presentazione come Andrea De Carlo
Sono contento di poter dare una mano a Le parole e il silenzo anche quest'anno. Sono contento di potere parlare ora non di conferenze o dibattiti come tanti altri, ma di incontri che, al di là dei numeri, ricordano l'atmosfera di antichi convivi.

(sul sito della fondazione trovate il programma completo).

martedì 6 aprile 2010

L'infinito viaggiare di Claudio Magris


Non fa male immergersi di tanto in tanto in Infinito viaggiare, una miniera di spunti, suggestioni, lampi di saggezza di Claudio Magris.

Io ne ho approfittato in questa Pasqua piovosa, in cui è stato facile sostituire la tentazione di una gita fuori porta con le emozioni della grande letteratura di viaggio. Non che questo, a rigore, sia un libro che racconta un viaggio. Si tratta piuttosto di una bella raccolta di scritti sparsi, appunti, riflessioni che abbracciano un quarto di secolo di esperienze di incontro con il mondo – o con i mondi – del grande scrittore triestino. Che in questo modo ci prende per mano e ci spiega che cos'è davvero il viaggio, perchè ne abbiamo bisogno, come ci cambia.

Magris è da sempre convinto che viaggiare sia una scuola di umiltà. Viaggiare, dice, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra.

E noi siamo con lui, e come lui persuasi che in viaggio le cose non accadono, ma piuttosto cadono: perché vengono meno le certezze che ci hanno accompagnato a lungo.

Poi però per strada si trovano cose che mai si poteva immaginare. E il viandante torna sempre più ricco a casa, perché anche questo è vero: il viaggio in realtà è sempre un ritorno.

Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite… E così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’infinito dell’universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine. Non per nulla il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa

domenica 4 aprile 2010

Quando le poste strangolano le case editrici


Per una volta non parlo di libri e di scrittori, ma semmai delle condizioni per cui i libri possono continuare a essere pubblicati e arrivare nelle case dei lettori. Sembra una questione da addetti ai lavori, invece la decisione sulle tariffe postali, arrivata l'altro giorno come un fulmine a ciel sereno, rischia di mettere in crisi tante e tante case editrici (per non parlare di giornali e riviste). Per questo vi invito a firmare e a far circolare questo appello che trovate, tra l'altro, anche sul sito di Articolo 21.



Appello
- Al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
- Al presidente del Senato Renato Schifani
- Al presidente della Camera Gianfranco Fini

Dal primo aprile tutte le tariffe agevolate a favore dell’editoria sono state abrogate, con particolare riferimento alla spedizione degli abbonamenti. Il decreto interministeriale del 31 marzo ha soppresso una norma fondamentale per la sopravvivenza di giornali, riviste e case editrici. Un nuovo colpo all’editoria, dopo l’eliminazione del diritto soggettivo per i contributi (comma 62 dell’art.2 - ex 53 bis), per un settore che attraversa una difficile congiuntura a tutti ben nota, governo compreso. Si tratta, quest’ultimo, di un provvedimento pericoloso e inaccettabile, sbagliato sia nel metodo che nel merito che intendiamo contrastare, convinti di vivere ancora in uno Stato di diritto. La decisione del governo di cancellare con un decreto le tariffe agevolate per la spedizione di giornali in abbonamento postale apre una ulteriore spaventosa voragine nel settore dell’editoria che provocherà la cancellazione di centinaia di testate e alcune migliaia di posti di lavoro tra giornalisti, amministrativi e tecnici. Il decreto interministeriale, attuato da Tremonti e Scajola, farà risparmiare allo Stato italiano 200 milioni di euro all’anno. Un bel risparmio, per il Governo, un esborso gravoso e letale per i piccoli e medi editori. Attualmente Poste Italiane lavora in regime di monopolio e la liberalizzazione non partirà prima del 2011, quindi fino a quel momento non ci sarà un regime concorrenziale in grado di agevolare il settore editoriale. Attualmente la quota messa a disposizione dal governo per tre mesi, 50 milioni di euro per coprire la differenza che c’è tra la tariffa agevolata (13 centesimi, per ogni singola copia spedita in abbonamento da un giornale) e la tariffa normale (28,30 centesimi a copia riconosciuta a Poste italiane), è già esaurita. Da subito, dunque, gli editori dovranno trovare i 15,3 centesimi di differenza, calcolati su ogni spedizione, se vorranno continuare a far arrivare il proprio giornale ai lettori abbonati.
La decisione del governo inoltre è arrivata senza che gli editori fossero informati e senza aver avuto il tempo di poter capire come organizzarsi diversamente, cosa pressoché impossibile se non a scapito di un aggravio di costi. Un danno anche per chi lavora nel mondo dell'editoria libraria. Le ricadute saranno pesanti non solo in termini economici per la vita delle case editrici, ma anche per la cultura e l’informazione del paese: il canale postale è infatti uno strumento fondamentale di diffusione di libri, soprattutto in quelle zone d’Italia non servite da librerie. Riteniamo questo provvedimento inaccettabile nel metodo, non è possibile cambiare dall’oggi al domani le regole in corso, e per di più senza alcun preavviso e confronto, senza tener conto che dei rapporti contrattuali esistenti – che coinvolgono editori, operatori ed abbonati – sui quali si agisce retroattivamente. Sbagliato nel merito perché si doveva dare attuazione alle norme vigenti che stabiliscono la compensazione per Poste Spa fino alla tariffa praticata ai loro migliori clienti. Ciò avrebbe consentito di ottenere i risparmi necessari per ridurre il fabbisogno e di evitare un altro durissimo colpo all’editoria. Occorre mettere riparo rapidamente a tale improvvida decisione, perché gli aggravi economici che produce ricadono immediatamente sugli editori, gran parte dei quali, piccoli e medi, non sono in grado di sostenerli, né esistono le condizioni di mercato per trattare direttamente con Poste il costo delle spedizioni, con il rischio reale di dover cessare le pubblicazioni. Riteniamo che debbano almeno essere salvaguardate le riduzioni per tutte quelle pubblicazioni culturali e di informazione che rappresentano e promuovono un bene sociale. Per questo motivo chiediamo l’intervento urgente delle tre più importanti cariche istituzionali per far sì che si possano ripristinare, quanto prima, sia l’agevolazione postale che il diritto soggettivo. «Salvare il pluralismo dell’informazione evitando allarmismi», così esortava il presidente Napolitano al Quirinale nell’ottobre 2008. Oggi siamo passati dagli allarmi ai fatti.

venerdì 2 aprile 2010

In viaggio nella memoria con Eraldo Affinati


Credo che si faccia una gran cosa, quando si riesce a portare la memoria fuori dal terreno della rievocazione, dell'omaggio più o meno formale, più o meno doveroso, per far sì che sia qualcosa che riguarda davvero la vita di tutti noi; qualcosa che non registra solo cosa è successo, ma che piuttosto è in grado di tenere insieme, come diceva Italo Calvino, l'impronta del passato e il progetto del futuro. É andata proprio così l'altra sera, al Teatro Dante di Campi Bisenzio, con Eraldo Affinati ospite della rassegna Un mercoledì da scrittori. É andata così, e sono contento di averci partecipato e di avere potuto dare il mio piccolo contributo.

Eraldo ha scritto molti libri importanti, ma la conversazione a Campi Bisenzio non poteva non prendere spunto da Campo del sangue, il racconto di un viaggio da Venezia e Auschwitz, con un bagaglio per niente leggero di ricordi, testimonianze, riflessioni, pagine che contano. Un viaggio della memoria, se si vuole, come quello che tra qualche settimana faranno una trentina di ragazzi di Campi (senza curarsi troppo, per fortuna, di una Giornata della Memoria che sempre più pare confinare le iniziative a gennaio e dintorni, riducendo la memoria a un obbligo di calendario)

Viaggio della memoria, ma anche viaggio e memoria: due tipi di esperienze che direi sono anche due modi di alimentare la vita, di accogliere il cambiamento. Non è che ce ne siano tanti altri di migliori.

E così parlare del Campo del sangue è stata l'occasione per affrontare i temi da cui non si può prescindere. La libertà, la responsabilità, il coraggio della scelta.... solo per dirne alcuni.

Partire per un viaggio così, ne sono sicuro, significa davvero provare a scoprire le notizie sulla specie a cui appartengo, per usare le parole di Eraldo.

Per quanto mi riguarda, sono tornato a casa con qualcosa in più.

Per esempio con una bellissima frase di Dostoevskij: Siamo sempre responsabili di tutto e di tutti, davanti a tutti, e io più di tutti gli altri.

Per esempio, con uno straordinario ricordo di Eraldo, che nella vita fa anche l'insegnante. Quando ha ricordato di aver avuto tra i suoi studenti un ragazzo che ostentava svastiche e altri simboli nazisti, e lui non si è indignato, non gli ha scaraventato addosso chissà quali rimproveri, ma ha affidato tutto a un libro di Heinrich Böll: e quel ragazzo ha letto, ha capito, si è appassionato, ha condiviso.

Ma qui si entra in un altro discorso, sul potere dei libri. O almeno di quei libri come carne viva che per una sera sono stati anche un ponte con Eraldo.

Non sottovalutiamoli i libri, in tempi come questi.

giovedì 1 aprile 2010

Novevolt, il coraggio della nuova narrativa


Mi dispiace di non poter essere questo pomeriggio a Firenze, alla Feltrinelli International, perché sono convinto che qualsiasi nuova avventura editoriale debba essere adeguatamente festeggiata. Soprattutto in tempi come questi, che esigono se non altro molto coraggio. Per questo uso almeno questo blog per dare il benvenuto a Novevolt, la nuova collana di narrativa dell'editrice Zona, diretta da Alessandro Raveggi ed Enrico Piscitelli, illustrata da Jonathan Calugi.

In attesa di avere sotto gli occhi i primi libri le premesse sono più che buone. C'è il coraggio, ma ci sono anche buone gambe per sostenere la battaglia sempre improba contro l'indifferenza e l'omologazione culturale. “Oasi temporanee di libertà: libertà per chi scrive, libertà per chi legge”: mi piace che ci si presenti così, appropriandosi con forza della parola libertà.

A giudicare dalle prime uscite non mancherà nemmeno la qualità.

Si comincia con Enzo Fileno Carabba, lo stesso di libri come Jakob Pesciolini, vincitore del Premio Calvino, La regola del silenzio, La foresta finale, Pessimi segnali, che propone Il molosso. La leggenda del cane, un intrico di storie “fantareali” attorno alla figura leggendaria del molosso.

Franz Krauspenhaar (qualche tempo fa ho letto di lui Era mio padre, edito da Fazi, bello) firma la seconda uscita, Un viaggio con Francis Bacon: “un libro ibrido – leggo nella presentazione - che mischia strutture narrative e stili letterari, e che traccia indelebilmente i contorni del mondo della contemporaneità. Un piccolo grande viaggio pop, tra cinema, musica e poesia”.

Il buongiorno, direi, si vede dal mattino.