mercoledì 31 marzo 2010

La persona "seria" che fece paura a Hitler



Era un teologo tedesco, Dietrich Bonhoeffer, convinto che la teologia non può accontentarsi di galleggiare nei cieli, deve stare con entrambi in piedi ben piantati sulla terra.

Un teologo che riconosceva come unica autorità con cui Dio si manifesta tra gli uomini "l'autorità di coloro che soffrono": e questo è già molto. Sicuro poi che la preghiera dovesse farsi azione, la solitudine comunità. E che non era possibile voltare le spalle ai torti del mondo, nemmeno in nome di Dio. E questo è moltissimo, per me che in genere ho poco in comune con i teologi.

Successe che il destino di Dietrich Bonhoeffer, uomo di chiesa, si incrociò con quello di Hitler: e apparentemente non ci doveva essere partita. La pulce schiacciata dagli assassini del Reich.

Apparentemente fu proprio così che andò. Il teologo che aveva scelto la Resistenza non ebbe scampo. Riuscì solo a intravedere la salvezza, lui che amava la vita, che voleva testimoniare la vita con la vita. Fu ammazzato in un campo il giorno prima della liberazione, per ordine espresso di Hitler, che solo una settimana più tardi si uccise nel bunker di Berlino.

Dietrich Bonhoeffer fu impiccato a una forca improvvisata in tutta fretta, il suo corpo bruciato. Eppure fu più grande, più forte dei suoi assassini.

Lui che fin dall'inizio non usò giri di parole per denunciare i pericoli del nazionalsocialismo. Che tornò consapevolmente dagli Stati Uniti, a guerra già cominciata, per condividere il destino del suo popolo e aiutarlo a uscire dal tunnel.

Dietrich Bonhoeffer era un tedesco. Ma anche allora c'erano tedeschi così, non tutti erano come Hitler.

Questo libro, bello, ci aiuta a esserne consapevoli. E c'è una cosa che ci dice Eraldo Affinati e che mi ha particolarmente colpito:

I resistenti tedeschi, ritratti insieme alle mogli, ai figli, vissero in una rete di affetti familiari... Il nazista, al contrario, è spesso un uomo solo insieme ad altri uomini soli.


Credo che voglia dire qualcosa, anzi, molto.

Dietrich Bonhoeffer, semplicemente, era una persona seria. E anche oggi abbiamo bisogno come del pane di persone come lui.

martedì 30 marzo 2010

Margaret Atwood e il blocco dello scrittore


Solo oggi mi sono imbattuto nel decalogo contro il "blocco dello scrittore" che ci propone Margaret Atwood, una delle più grandi scrittrici viventi (ma evidentemente anche una persona che di tanto in tanto ha sofferto di questo blocco, come tutti del resto). Ve lo ripropongo con una netta predilezione per il consiglio sulla cioccolata e con molta curiosità per il modo con cui ognuno di voi esorcizza la paura della pagina bianca.


In molti continuano a chiedermi consigli circa il “blocco dello scrittore”. Ecco alcuni suggerimenti, un decalogo di pronto intervento.

1. Uscite a fare una passeggiata, fate il bucato, o mettetevi a stirare, o piantate dei chiodi. Andate a fare una nuotata in piscina, fate uno sport, qualunque cosa che richieda concentrazione e comporti una ripetuta attività fisica. Al limite: fate una bella doccia, o un bel bagno.

2. Prendete in mano il libro che rimandavate da tempo.

3. Scrivete, ma in qualche altra forma: anche una lettera, o una pagina di diario, o la lista della spesa. Lasciate che quelle parole fluiscano attraverso le vostre dita.

4. Formulate con precisione il vostro problema, e quindi andatevene a dormire. Il mattino dopo potreste avere la risposta.

5. Mangiate del cioccolato. Non troppo. Deve essere scuro (almeno il 60% o più di cacao), organico, biologico.

6. Se state scrivendo fiction: cambiate il tempo verbale (dal passato al presente, o viceversa).

7. Cambiate la persona (prima, seconda, terza).

8. Cambiate il genere (maschile/femminile).

9. Pensate al vostro libro in progress come a un labirinto. Avete incontrato un muro. Tornate al punto dove avete sbagliato direzione e ripartite da lì.

10. Non siate arrabbiati con voi stessi. Fatevi, anzi, un piccolo regalo di incoraggiamento.

Se nessuno di questi consigli fa effetto o funziona, mettete il libro in un cassetto. Potrete sempre tornarci su più avanti. E iniziate qualcosa d’altro.

lunedì 29 marzo 2010

Di buon passo con Andrea Bocconi


Ovvero, come la verità dei luoghi può essere assorbita solo con il dono della lentezza, in un procedere che è un lieve caracollare. Perché se sei un proiettile che squarcia il mondo, quel mondo non lo capirai mai, gli potrai fare solo del male. E davvero, dello spirito di quei luoghi non riuscirai mai a impregnarti.

Però se scegli la lentezza allora puoi entrare in un convento o montare la tenda sul limitare di un bosco, riposare il tuo corpo poco allenato in una trattoria su cui non avresti scommesso due lire oppure spendere le tue prime parole al mattino con gli sconosciuti di un paesino di montagna.

Puoi fare questo e puoi fare altro: ma in ogni caso è così che impari qualcosa di più del mondo che ti circonda e del mondo che sei tu. È così che capisci perché lo fai.

Andrea Bocconi questa volta non va lontano, come ha fatto in altri libri, saltando di continente in continente. Con Di buon passo (Guanda editore) non va lontano, e va anche piano, a piedi per un mondo di cui dovrebbe sapere fin troppo. Un fazzoletto di terra tra la Toscana, l’Umbria e la Romagna: ma quanta storia c’è qui, e quante storie. Ditelo ai fanatici del turismo estremo: il viaggio è qui, dietro casa.

A piedi. Sì, a piedi. Da casa a casa, passando per tanti luoghi che mi attraggono e per altri che ancora non so. Sono abbastanza anziano per apprezzarlo e abbastanza in forze per poterlo fare. Ho conosciuto molti vecchi che camminavano per i monti, si può fare sempre, se le ginocchia funzionano.

domenica 28 marzo 2010

Beatrice e il professore, comincia così


È a tempo, professore. Entri, la prego, entri. Non stia lì.
Faccia attenzione, però: chini la testa, che quelle travi fanno male, a batterci contro. Ecco, così.
Come è ridotto, professore. Pare un pulcino bagnato, da quanto è fradicio. E come trema. Solo a vederla mette brividi di freddo.
È dura venire a piedi dal paese, con questa neve alta un metro così lesta a farti prigioniero. Ogni passo affondi e vai sempre più giù. Devi farti forza per tirare avanti. Il gelo entra nelle ossa, non se ne va più via. Prosegui, batti i denti e non c’è mai fine.
E lei è arrivato fin quassù. Grazie, professore, grazie.
Se l’aspettava questa cameruccia affumicata, questo pagliericcio?
Già. Soprattutto non si aspettava di trovarmi ridotta così. Una povera vecchia che sta per salutare il mondo, senza più forza nemmeno per tenersi in piedi.
Che dirle: nemmeno io me l’aspettavo.
Nei giorni scorsi sono stata malazzata, ma ieri mi sentivo bene. E per dirla tutta, anche fino a poche ore fa non avevo di che lamentarmi. Poi non so cosa mi ha preso, all’improvviso sono andata giù.
Che scena, tutti si sono spaventati. Hanno chiamato il prete per assistermi, e si sa, è questo il segno peggiore per chi si porta un corpo stanco come il mio… Dopo che mi ha visto l’ho pure sentito mormorare: “Per me non arriva a stasera”.
Invece mi sono riavuta, e ora sono qui. Distesa, ma proprio moribonda questo ancora no.
Mi era già capitato, di ritrovarmi con un piede nella fossa. Anche l’anno scorso il prete lo fecero salire in fretta e furia. Arrivò e mi ero già ripresa: non era ancora la volta buona.
E magari nemmeno ora se ne farà di nulla.
Certo, se non sarà oggi, sarà domani. Non posso sfuggire in eterno.
Non ne ho nemmeno voglia.
Guardi là in fondo, guardi il campicello dei morti che mi attende. Non è bello?
Con questo sole che scintilla sulla neve pare che mi saluti.
Per me è una promessa di pace.
Non le pare, professore?


(Paolo Ciampi, Beatrice.Il canto dell'Appennino che conquistò la capitale, Sarnus. Disponibile anche su Ibs)

sabato 27 marzo 2010

Nel laboratorio di scrittura di Stephen King



E' difficile da catalogare, On writing, il libro che non ti aspetti da parte di maestro del fantasy e dell'horror, l'autore che da decenni sbanca le classifiche di tutto il mondo, con le sue storie perfette anche per il cinema (solo Shakespeare l'ha battuto quanto ad adattamenti cinematografici).

Più facile dire cosa non è, né un'autobiografia né un manuale per aspiranti scrittori.

Certamente un libro bellissimo, affascinante, con cui l'uomo che ci ha regalato tanti brividi ora ci incanta con la magia: quella che trasforma le parole in una storia.

Un libro buono per chi si cimenta con la scrittura, ma anche per chiunque ama la lettura e voglia tornare ai suoi libri con uno sguardo più allenato, più consapevole, perchè ha acquistato confidenza con gli "attrezzi del mestiere".

Delle tre sezioni del libro – Curriculum vitae, La cassetta degli attrezzi, Sul vivere – emoziona soprattutto la terza. Il racconto di una rinascita dopo un terrificante incidente, di un ritorno alla vita grazie alla scrittura. E anche questo ha il suo significato.

A proposito, a vincere una certa mia ritrosia verso il campione dei best-seller è stato proprio il sottotitolo: "autobiografia di un mestiere". Scrittura insomma come qualcosa che se non può sostituirsi alla vita è in grado comunque di nutrire la vita. Ma soprattutto scrittura come mestiere, come lavoro, come fatica, come paziente tessitura di storie e di idee e di parole, il tutto cucito con l'ago della passione.

Ecco qui, c'è questo nel libro di King, niente a che vedere con un manuale di scrittura creativa, per intendersi, o con qualche consiglio elargito dall'altro della cattedra... Bello e spiazzante, davvero

giovedì 25 marzo 2010

Cees Noteboom e le sue camere d'albergo



Indugi sulle sue pagine e non puoi non pensare alle parole di un filosofo arabo del dodicesimo secolo, Ibn al-Arabi:

Non appena vedi una casa dici: voglio restare qui, ma appena arrivato lì la lasci di nuovo per metterti in cammino


Perché è proprio così, Cees Nooteboom è uno dei grandissimi scrittore europei dei nostri anni, ma soprattutto è un nomade caparbio, appassionato, incapace di darsi tregua. Lui stesso ci racconta che un giorno si è messo sulle spalle lo zaino, ha salutato la madre, è saltato su un treno ed è diventato una freccia puntata sulla lontananza.

Da allora non si è più fermato, però ci ha messo un po’ più di tempo e di esperienza per capire che in un posto comunque è rimasto sempre: proprio quel posto dove è solo con se stesso.

In questo giorni mi è capitato di rileggere Hotel Nomade (Feltrinelli), libro particolare di un viaggiatore particolare.

Le infinite stanze di albergo del suo errare diventano le stanze della sua anima: e lui le apre per farti entrare e accoglierti.

Magari con parole come queste:

Forse le cose stanno così: il vero viaggiatore si trova sempre nell’occhio del ciclone. Il ciclone è il mondo, l’occhio è ciò con cui lui guarda il mondo. La meteorologia ci insegna che nell’occhio si sta tranquilli, forse quanto nella cella di un monaco

mercoledì 24 marzo 2010

Il miracolo della poesia nella Shoah





Auschwitz, ho sentito che sei di moda.
Bella gente di te dice grandi cose.
Presto ti tappezzeranno tutta di fogli di carta,
vi sarà fruscio in te come su neve immacolata,
tutto sarà candido, eccetto i caratteri di stampa,
reggimenti con la mano alzata e il passo cadenzato.

(Meir Wieseltier)

E dunque, questo è un libro straordinario. Straordinario perché sono straordinarie le poesie che raccoglie, figlie di una tragedia che a rigore ammette solo il silenzio, il dolore muto, l'assenza di parola.

La notte tace, antologia di poesia ebraica della Shoah edita da Belforte, editori librai livornesi, non è una lettura facile, piuttosto è lettura che mette a nudo, scava dentro, riapre ferite che non si sono mai cicatrizzate.

Lettura che mescola sorpresa e sofferenza, anche. Lettura che spiazza in ogni caso, perché la memoria della Shoah sembrava potesse essere affidata solo alla testimonianza oppure alla preghiera. Perché c'è una domanda che precede ogni parola, una domanda che sfida il senso stesso di questi versi: come è possibile che la bellezza della poesia possa convivere con l'orrore di Auschwitz?

E' la poesia stessa - e se volete l'uomo nelle sue infinite possibilità, nel male ma anche nel bene - che in queste pagine ci offre la risposta. Scrive Sara Ferrari nell'introduzione: Persino nell'abisso infinito della Shoah l'uomo non abbandonò mai l'arte. Sappiamo che si cantava anche camminando verso la morte e di nascosto si scrivevano appunti, poesie.

E la poesia aiutò a non perdere la ragione, dette conforto, restituì dignità, preservò memoria. Senza addolcire, senza falsificare, perché c'è una poesia che non maschera, non imbelletta.

E può essere ancora di più la poesia, spiega David Meghagi. Può essere atto religioso, parola sacra che si fa azione, che è azione: Prendendo corpo a contatto col dolore più profondo, la parola restituisce all'anima la forza per illuminare il buio e ridare voce alla speranza.

Quando il buioè più fondo, abbiamo bisogno della luce delle parole, per quanto fragile e incerta sia.

domenica 21 marzo 2010

Tocca a Una domenica come le altre


Da questo fine settimana è in libreria il mio nuovo libro, Una domenica come le altre (Mauro Pagliai editore). Non sta a me giudicarlo, ma certo è il mio libro più sofferto, sincero ed emotivamente difficile. Se avrete voglia un giorno magari ne parleremo, anche su questo blog, ma intanto qui sotto vi inserisco la scheda della casa editrice. A presto, paolo


Un libro tenero e spiazzante per raccontare la leggerezza che può riservare anche la perdita di una persona importante


Una domenica pomeriggio come le altre. Un malore improvviso, una disperata corsa in ospedale, la morte della madre. Comincia così, con questo dolore, per diventare subito qualcos’altro, un racconto sulla vita che c’è dopo. A partire dai dieci giorni e dalle dieci notti che seguono, in una successione di stati d’animo e di situazioni ad alta intensità emotiva, tra nostalgie e scene grottesche, scatti di umorismo ed esplosioni di rabbia. Sensi di colpa e cartoni animati, silenzi e fallimenti enogastronomici, per ritrovarsi e per ritrovare il mondo che sta intorno e la persona che non c’è più.
Un libro tenero e spiazzante per raccontare la possibilità di leggerezza che può riservare anche la perdita di una persona importante. Perché nonostante tutto il non detto e il non fatto c’è sempre una primavera dopo l’inverno.



© Mauro Pagliai 2010, cm 15x21, pp. 128, br., € 11,00
ISBN: 978-88-564-0093-9
Collana: Pop Heart, 3
Settore: L2 / Romanzi

sabato 20 marzo 2010

Yehoshua e i suoi consigli di scrittura


Sarà a Roma il prossimo 27 marzo, a tenere la conferenza Come scrivo i miei libri, ma intanto Abraham Yehoshua alcune cose le anticipa sull'ultimo Venerdì di Repubblica, in una bella intervista di Marco Cicala. Mi piace quello che dice, l'autore de L'amante e de Il signor Mani, solo per ricordare due dei suoi più grandi libri.

Per esempio sul racconto come palestra di scrittura: "Sulla breve distanza la lingua si fa le ossa. Può concedersi di essere più intensa, concentrata, poetica".

Sull'importanza della parola parlata come apprendistato: "A trentasei anni, da riservista, venni inserito in un'unità di militari-conferenzieri. Mi spedirono negli avamposti sul Canale di Suez per parlare di letteratura...". A Yehoshua è servito. (ma che esercito singolare, quello che prevede anche i militari conferenzieri di letteratura...)

Sulla sveltezza della narrazione che non rende un buon servizio: "Un omicidio, un suicidio, un divorzio, un tizio che scompare di casa o scompare... Fatti del genere li trovi sempre più spesso sbrigati in poche righe. Mentre nella realtà, anche se durano un attimo, sono stratificazioni complesse. E se capitano a te puoi impazzirci. Nei libri, gli shock dovrebbero toccarti come nella vita"

E un aneddoto letterario che gli piace sempre raccontare:
"A Isaac Babel, l'autore ebreo-russo della geniale raccolta di racconti L'armata a cavallo, l'editore implorava di scrivere infine qualcosa di più lungo delle novelle. Un giorno lo scrittore gli si presenta barcollando sotto un'alta pila di fogli. L'editore esulta. Ma dal mucchio, Babel estrae solo una pagina e gliela consegna: Questo è il prodotto finito. Il resto sono prove":

giovedì 18 marzo 2010

Tiziano Terzani e la voglia di viaggio in Italia


Tiziano è morto nel 2004 e l'anno prima diceva ancora: “Se avessi tempo ora farei un viaggio per l'Italia”. Voleva prendere uno zainetto e andare a naso per l'Italia. In fondo quello che voleva era capire il proprio paese

Solo uno spunto tra i tanti che Angela Staude, moglie di Terzani, grande viaggiatrice e grande scrittrice lei stessa (cosa di cui spesso ci si dimentica), ieri sera ci ha regalato a Campi Bisenzio, ospite della bellissima rassegna Un mercoledì da scrittori. Solo uno spunto tra i tanti, appunto, e certo nemmeno il più importante, in due ore fitte fitte di domande e risposte che hanno toccato tanti e tanti temi, dallo spirito del viaggio al destino dell'Asia, dal significato del giornalismo oggi alle atrocità che l'uomo è sempre straordinariamente capace di commettere.

Però sono proprio queste le parole che mi hanno colpito di più e che mi hanno fatto riflettere tornando a casa. Proprio lui: Tiziano Terzani, l'uomo che con le sue parole ci ha scaraventato addosso l'orrore del genocidio di Pol Pot e l'irresistibile bellezza dei templi di Angkor (dimenticavo, Angela ieri era chiamata a presentare Fantasmi, il libro che raccoglie i reportage di Tiziano dalla Cambogia). Il reporter, l'inviato di guerra, l'uomo che viveva di distanze e cercava altri mondi: lui voleva raccontare il suo paese, l'Italia che non conosceva.

Sarebbe stato un grandissimo viaggio anche questo, ne sono convinto. Un viaggio animato dallo stesso spirito con cui Angela e Tiziano un giorno decisero di abbandonare l'Italia e di partire per l'Asia, sospinti dalla curiosità, da una bella domanda (“Possibile che ci sia un solo mondo?”), dalla voglia di vedere, trovare alternative, condividerle. Partire per un continente che i giornali occidentali sostanzialmente ignoravano, con due figli piccolissimi e senza un vero contratto in tasca. Partire in anni che ancora non conoscevano cellulari ed email, ma senza esitare, come fosse la più naturale delle decisioni.

Questi sono tempi che stimolano a visioni piuttosto deprimenti del mondo, ma ieri Angela ci ha procurato alcune iniezioni di fiducia.

Prima notizia: Ai tempi non era più facile prendere e partire, ancora oggi chi vuole può andare. Magari ci vuole un po' di fortuna, ma c'è sempre un mondo da esplorare

Seconda notizia: Ovunque troverete gli stessi alberghi, ma in genere è solo uno strato superficiale che è cambiato, nel profondo i paesi antichi cambiano molto più lentamente

Terza notizia, che dico a modo mio: per tutto questo non c'è bisogno di un volo intercontinentale, a volte bastano anche un treno regionale e uno sguardo diverso.

martedì 16 marzo 2010

L'11 settembre e il fondamentalista riluttante






Io non ero in guerra con gli Stati Uniti. Anzi, ero il prodotto di un'università americana; stavo guadagnando un lucroso salario americano; ero infatuato di una donna americana. Perché allora una parte di me desiderava il male degli Stati Uniti?


(...)

E' incredibile, data la sua insignificanza - dopotutto è un modo di acconciarsi come un altro - L'impatto che ha sui vostri compatrioti una barba esibita da un uomo con la mia carnagione

Ecco qui, è tra questi due estremi che oscilla il pendolo della contrapposizione, dell'intolleranza, dell'incapacità di accogliere la differenza, almeno di metabolizzarla sotto il segno del vivi e lascia vivere. Avversione che a volte viene fuori dal ripostiglio del cuore, quando meno ci si aspetta, riflesso automatico, incontrollabile. Avversione che altre volte brucia sulla pelle, mortifica e umilia, tanto più se si alimenta di dettagli.

Beh, c'è tutto questo nel libro di Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante, un titolo che di per sè basta a evocare una montagna di pensieri, decisamente piuttosto brutti, su questo nostro mondo, sulle ferite ancora aperte e che pare abbiano ben poca intenzione di cicatrizzarsi.

Un libro che è tutto un monologo, un racconto in prima persona, qualcosa a metà tra una confessione e un j'accuse che si srotola in un pomeriggio e poi in una sera trascorsa in un caffè di Lahore, tra i profumi, le voci, la varia umanità del vecchio mercato di Anarkali.

Chi parla è un pakistano, Changez, giovane pakistano che una vita prima, forse anche un mondo prima, era un giovane in carriera, assunto da una delle più spietate società della finanza newyorkese. Chi ascolta, un americano che non si sa bene cosa sia, difficilmente un turista, forse un agente o un diplomatico, forse un militare.

Due uomini che in effetti fino a qualche tempo prima sembravano appartenere allo stesso mondo. Poi è arrivato l'11 settembre, i ponti sono saltati, sotto le macerie non sono rimasti solo corpi.

Sete di vendetta. Opposti fondamentalismi. Come cancellare tutto questo? Nella figura dell'ex mago della finanza che si è lasciato crescere barba e odio non c'è niente di rassicurante. E la riluttanza del suo estremismo fa ancora più paura, come se fosse la prova provata di forze superiori a ogni volontà.

Magari sappiamo che non è così. Che c'è sempre modo di guardare oltre. Ma la scrittura rapida, avvolgente, tutta in discesa (verso il precipizio?) di Hamid rischia davvero di farcelo dimenticare.

domenica 14 marzo 2010

Quando la scrittura è nell'aria






Se c'è un'arte dello scrivere io non la conosco, però ne conosco il mestiere, parola laica che mi aiuta a intendere il mio lavoro per ciò che è, un fare artigianale e quotidiano: metterti al tavolo ogni mattina senza troppi grilli sull'ispirazione, ascoltando invece l'insoddisfazione che ti abita ripetutamente quando ti accorgi che non funziona nulla di quanto hai scritto il giorno prima, quando non ti ritrovi nel modo e nel tono.
Per me scrivere è in gran parte tecnica dello scrivere


Beh, questo dice Daniele Del Giudice, in una bella riflessione pubblicata oggi su La Domenica della Repubblica, titolo L'arte dello scrivere. Bella, certo, ma che mi convince poco. Chissà perché l'alternativa è sempre secca, la scrittura o è ispirazione che ti rapisce o è mestiere che reclama abilità e perseveranza artigiana.

E dunque, penso che l'insoddisfazione dello scrittore rispetto al suo lavoro sia cosa naturale, quasi doverosa. Sono meno convinto quando Del Giudice parla di un lavoro lungo, faticoso e a volte noioso perché è minuto e angariato dal dettaglio.

Fermo restando che perfino il grande Hemingway magari scriveva di getto (e nei fumi dell'alcool), ma dopo anche lui si faceva qualche problema - Mi chiesi che razza di scrittore ero se mi veniva bene già il primo racconto - possibile che la scrittura debba essere mestiere, e non piuttosto sguardo?

Intendo la possibilità di guardare con occhi diversi le cose del mondo e della vita. Di sorprendersi e di sentire qualcosa agitarsi dentro per quella sorpresa. Di sorprendersi per voi volerla condividere, quella sorpresa.

Diceva Henry Miller:

Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse... Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che pensiamo esiste già, e noi siamo solo intermediari, ecco tutto, che pescano quel che c'è nell'aria


Il problema è accorgersi che si respira.

venerdì 12 marzo 2010

Kapuscinski e la sottile frontiera della verità


Ecco, dopo Bruce Chatwin è toccata anche a lui, a Ryszard Kapuscinski, al grande giornalista che non solo ci ha raccontato il mondo, ha fatto anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come immedesimazione, come rivelazione in cui si perdono le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.

Appena un uomo così muore scatta subito il processo di beatificazione, poi le orazioni funebri terminano, il ricordo sbiadisce, altri nomi e altre pagine pretendono l'attenzione. E finisce che c'è sempre qualcuno che si alza in piedi per segnalare magagne, difetti, torti. Il mostro sacro non è più poi tanto sacro.

Insomma, ora succede anche con Kapuscinski, colpito (ma non affondato) da una robusta biografia uscita in Polonia e che già fa discutere in giro per il mondo. Dateci oggi la nostra polemica quotidiana. E questa è bella grossa.

I termini della questione sono bene illustrati su Repubblica di oggi, in una bella pagina di Timothy Garton Ash, ma stringi stringi l'accusa è sempre quella: quanto ha inventato, quanto ha messo di suo Kapuscinski nei suoi libri? Abbiamo preso i suoi reportage come oro colato, come verità che parla attraverso la penna di un grande giornalista: e se invece dovessimo iniziare a spostarli negli scaffali della fiction?

Non ho ancora elementi per entrare nella questione. Però mi chiedo, c'è un mondo (e c'è una storia) che può essere raccontato da un autore senza che "ci metta del suo"? La realtà non è sempre realtà colta attraverso uno sguardo? Dov'è il confine tra fiction e non fiction?

Da queste domande potete capire già come la penso. La frontiera della verità è sottile e tendo a collocare in un altro paese, un paese che non mi appartiene, solo le falsificazioni consapevoli, le menzogne nude e crude, le strumentalizzazioni.

E ci sarebbe da discutere in tutto questo. Però lo confesso, l'istinto sarebbe quello di andare oltre, di dirla con le stesse parole di Lawrence Weschler, uno scrittore americano citato oggi su Repubblica: "Cosa importa in che scaffale riponiamo Il Negus e Shah in Shah: fiction o non fiction? Saranno sempre libri meravigliosi"

E poi ricordare il sorriso di Kapuscinski, quel sorriso che nemmeno l'autore della biografia, peraltro suo amico, ha saputo e voluto cancellare: quel sorriso caldo, disarmante.

mercoledì 10 marzo 2010

Che ci faccio qui? Chatwin e la sua domanda


Ancora mi sembra di vedermelo davanti, con i suoi pantaloni corti da ufficiale britannico in missione nel deserto, la sahariana, lo zaino sulle spalle. Bruce Chatwin: giramondo avventuroso, curioso, persona a suo modo fortunata ma soprattutto inappagata.

Un uomo che sembra fatto apposta per regalare sogni da tenersi stretti, per riscaldare il cuore.

Dalla Patagonia che ha contribuito a trasformare in un mito letterario ai deserti dell’Australia dietro le vie dei canti immaginate dagli aborigeni e all’Afghanistan prima delle follie della guerra e del fanatismo. Dalla Toscana dove a lungo è stato ospite, in un castello del Valdarno, alla leggendaria Timbuctù.

Chatwin ha viaggiato per molti buoni motivi, ma soprattutto sospinto da un’irrequietezza esistenziale che a un certo punto gli ha fatto lasciare tutto per non fermarsi più. E proprie nelle pagine di questo libro, raccolte prima di una morte che è arrivata troppo presto, l’uomo con lo zaino sulle spalle ci racconta la sua straordinaria esperienza.

Ovunque nel mondo e ovunque accompagnato dalla solita domanda.
“Che ci faccio qui?”

Ieri l'occhio mi è cascato sullo scaffale dove custodisco tutti i miei libri dell'Adelphi. Mi è venuto naturale prendere in mano il volume che per titolo porta proprio questa domanda. Sfogliarlo e indugiarvi sopra.

Domanda che non è solo di Chatwin. Che è di tutti noi che camminiamo su questa terra. Fa bene, una domanda così.

domenica 7 marzo 2010

Quando Anna attraversò quella strada


Una strada attraversata una volta di più portò all'arresto di Anna Ventura, nel terribile periodo delle persecuzioni razziali in Italia. Pochi metri di troppo, da un marciapiede all'altro, ma anche da una storia all'altra. Passi che la separarono dalla famiglia e la condussero prima a Fossoli e poi ad Auschwitz. E' una storia che ho raccontato in Una famiglia (edizioni Giuntina), ma su cui più e più volte anche in queste settimane sono tornato a pensare. Anzi, non ci riesco a non pensare, e allo stesso tempo a non pensare agli intrecci tra la volontà degli uomini e le circostanze. Inizia così, il capitolo che racconta di quella strada attraversata.


A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…
Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze.
E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada.

giovedì 4 marzo 2010

L'ufficiale delle SS che "fece il suo lavoro"


Mamma mia, che dire di un libro come questo? Tutto e il contrario di tutto, come è necessario per un libro insieme disturbante e ipnotizzante, spaventosamente crudele eppure poetico, vero nella sua follia e nello stesso tempo tradito dalla sua stessa letterarietà. Perché tutto questo è Le benevole di Jonathan Littel.

Mi ha fatto paura fin dalle prime righe, questo romanzo fluviale di quasi mille pagine fitte fitte. Ho fatto mie tutte le critiche che a esso sono state rivolte, a più riprese ho provato risentimento e irritazione. Quasi tutte le sere ho avuto la tentazione di abbandonarlo, per poi riprenderlo sempre. Magari centellinandolo, assumendolo a dosi controllate, unico modo per non esserne travolto. Poi ieri sera l'ho terminato, dopo quasi due mesi che incombeva dal mio comodino. E oggi già mi manca.

Mi resterà a lungo dentro, Maximilian Aue, l'ufficiale delle SS che racconta in prima persona la follia criminale dello sterminio degli ebrei e della guerra nazista. Dentro, con la sua efferatezza, la sua spiazzante lucidità, il suo granitico rifiuto di ogni interrogativo morale, la sua incapacità di chiedersi semplicemente perché, il ribollire di pulsioni e istinti che accompagnano l'orrore.

"Non ho alcun rimpianto: ho fatto il mio lavoro, tutto qui". E quel lavoro Littel lo ricostruisce con un'attenzione a ogni particolare che toglie il respiro, proprio perché la sua parola non si limita a raccontare, e nemmeno a mostrare, fa di più, scaraventa dentro l'orrore. E' facile indovinare dietro tutto questo un pazzesco lavoro di documentazione, spinto fino allo studio del più piccolo tassello della macchina della morte.

Ma poi, detto questo, il fascino di questo libro è esattamente agli antipodi. Littel ci porta oltre la storia, arriva dalle parti del mito, il più orrendo e devastante dei miti. Il suo romanzo diventa tragedia a tutti gli effetti, tragedia della discesa all'inferno, tragedia che non si nega niente, nemmeno l'incesto, il massacro dei genitori, l'attrazione sessuale per il corpo di una impiccata.

E si possono perdonare gli eccessi verbali e qualche effetto speciale che fa un po' scuola di scrittura. Sono abbondantemente ripagati dall'incubo dei capitoli che descrivono le esecuzioni di massa degli ebrei nell'Europa orientale oppure l'assedio di Stalingrado. Che voglia di dimenticarmene, che voglia di rileggerlo.

martedì 2 marzo 2010

Quando viaggiare in provincia fa bene

More about Viaggio al centro della provinciaAllora, la prima cosa che mi viene in mente, è che se attraversate una fase di (sacrosanta) depressione sulle sorti presenti e future del nostro paese, allora questo libro è un buon antidoto: e non perché ci spacci sogni e illusioni quanto basta, no, è solo capace di farci guardare oltre le miserie della cronaca,oltre quello che comunque vediamo o ci fanno vedere di solito.

Questo per cominciare, ma poi, solo a pensarci, ci sono diversi altri motivi per leggere Viaggio al centro della provincia, un libro, pensate, di cui diffidavo, tanto che la prima volta l'ho preso dallo scaffale e l'ho riportato indietro prima di arrivare alla cassa. E provo a metterli in fila, questi motivi.

In primo luogo, allora, il suo autore non è un giornalista che intende raccontarci un'"altra" Italia, l'Italia che noi non vediamo, e nemmeno un viaggiatore di professione, per così dire. Franco Marcoaldi è semmai un poeta-reporter, con il suo sguardo curioso e incuriosito, che da subito diventa anche il nostro sguardo.

In secondo luogo, per raccontare un paese intero Marcoaldi si allontana dal centro e ci porta nella provincia, restituendole di per se stesso dignità. Provincia che va declinata al plurale, in tutte le sue differenze, nel bene e nel male. E che sia già possibile parlare al plurale è una buona notizia, no?

In terzo luogo, in questo giro di Italia da Belluno a Barletta, da Benevento a Carrara, da Enna a Vercelli, c'è tutta la bellezza del grande viaggio, del viaggio vero. E Marcoaldi lo spiega benissimo: "Se la parola viaggio è sinonimo di sorpresa e spaesamento, allora quello nelle province italiane è un viaggio a tutti gli effetti. Ben più di quanto spesso non accada con emte considerate, a pieno titolo, esotiche". Dedicato a chi la parola viaggio procura allergie, se come minimo non si riferisce al Nepal.

In quarto luogo, senza cercare effetti speciali, Marcoaldi ha scavato e ha portato alla superficie un paese autentico, il cui cuore sfugge a governanti e ad addetti ai lavori: "Con umiltà e continuo senso di stupore, ho messo l'orecchio a terra nella speranza di raccogliere il ritmo di quel battito". C'è riuscito, e non è un caso che il nume tutelare di questa impresa sia stato il Piovene di Viaggio in Italia, 50 anni più tardi.

Richiudo questo libro e mi pare un faro che con la sua luce illumina una porzione di buio. Poi ciò che era in luce viene restituito all'oscurità. Però rimane la speranza che il giro si completi, che un'altra volta ancora si faccia luce.