domenica 28 febbraio 2010

Le due donne di Riccardo Cardellicchio


Ci sono libri che rischiano di essere portati via dalla corrente incessante e tumultuosa della produzione editoriale italiana e che invece bisognerebbe riuscire a pescare e tirare sulla riva della nostra attenzione. Ci sono autori che anche se non hanno raggiunto la ribalta del bestseller nazionale - cosa importa del resto? - vanno tenuti di conto, per il tesoro di emozioni che ci regalano, per la forza delle loro parole, per le storie che riportano alla luce e restituiscono alla nostra memoria, direi anche alla nostra responsabilità.

Sarà banale, lo so, ma è questo che mi è venuto in mente leggendo La strega e il vicario di Riccardo Cardellicchio, giornalista e scrittore toscano che già conosco per aver pubblicato in passato un po' di tutto - racconti, monologhi, perfino haiku - ma che mi ha toccato soprattutto con queste pagine.

Due tragiche storie toscane, è il sottotitolo di questo libro, con cui la casa editrice Sarnus riunisce due storie di donne toscane che sono anche due testi teatrali già rappresentati con successo. La storia di Gostanza da Libbiano, donna processata per stregoneria alla fine del Cinquecento e la storia di Elvira Orlandini, la "bella Elvira", uccisa nel 1947 da una mano rimasta ignota nonostante un processo che fece scalpore.

Due storie di violenza su donne, certo. Ma anche molto di più. Perché Gostanza ed Elvira sono separate da cinque secoli ma unite da un ponte di pregiudizio. Dalla levatrice accusata di stregoneria alla donna troppo bella, in fondo, per non essere almeno in parte responsabile della sua morte.

Questa è la prima cosa che mi è venuto in mente leggendo queste pagine, che si leggono di un fiato, risucchiati da un ritmo incalzante, da una scrittura secca e nervosa. Poi quando ho chiuso il libro mi è venuto in mente che il comune denominatore potrebbe essere anche un altro.

La vita di queste due donne smette di essere vita vissuta per diventare oggetto di processo. Diventa fatto pubblico, accusa, esame delle prove, legge che si fa giudizio. Ai tempi di Gostanza si adopera la tortura, ai tempi di Elvira ci si affida alle procedure dettate dal codice. Ma nell'uno e nell'altro caso c'è la pretesa di un tribunale di farsi verità.

E allora, davvero, questo piccolo libro potete leggerlo solo per il piacere di leggerlo, perché sono storie raccontate bene. Oppure potete cedere alla tentazione di una riflessione sul potere e la giustizia.

Così regalerà qualche inquietudine, sempre salutare però.

venerdì 26 febbraio 2010

L'educazione siberiana di Nicolai Lilin


Nei miei momenti di relax o pulisco i miei fucili o leggo la Divina Commedia

Mi sa che in una frase come questa c'è tutto Nicolai Lilin, l'autore di Educazione siberiana, uno degli esordi più folgoranti degli ultimi anni, un libro duro, intenso, sconvolgente, un'opera che come un razzo vi deposita su un altro pianeta fin dalle prime righe. L'altra sera ho avuto la fortuna di presentare questo scrittore e questo libro, al Teatro Dante di Campi Bisenzio, nell'ambito della straordinaria rassegna Un mercoledì da scrittori (seguite i prossimi appuntamenti, mi raccomando). Sono passati due giorni e ancora mi è rimasta l'emozione di un incontro con una persona e prima di tutto con una storia di vita che non vi può lasciare indifferenti. Qualsiasi poi sia il giudizio etico e perfino politico che vogliate dare.

Di fucili e di Divina Commedia Lilin ha parlato l'altra sera, raccontando la sua storia di scrittore che sulle sue pagine riversa tutta la forza della vita vissuta, giocando fin dall'inizio a carte scoperte, senza tentativi di edulcorare, appianare, rendere le cose più gradevoli e accettabili.

Qualcuno ha paragonato Nicolai Lilin a Roberto Saviano (che per altro dell'opera di Lilin è un grande estimatore)e Educazione siberiana a Gomorra. Non so e forse non è il caso di tentare paragoni, anche perché Nicolai Lilin fa suo, o per lo meno ha fatto suo, il sistema di valori e di regole del mondo criminale che racconta.

E forse per noi è proprio questo il fatto più sorprendente e illuminante. Che ci siano regole, in questa realtà di assoluta violenza. Che ci possano essere criminali onesti e leggi criminali. Spiazza questo rovesciamento del buon senso etico. Ma spiazza soprattutto scoprire che da quel mondo di armi e risse, di regolamenti di conti e vite buttate via, possa lievitare tanta bellezza.

I fucili e la Divina commedia, appunto.

domenica 21 febbraio 2010

La volta che Carver non incontrò Hopper

More about <br />Si parla troppo di silenzioSe potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E' dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.

Sono d'accordo con te. E' quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c'è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende.


Ecco qui, in poche parole si schiude il senso del lavoro di due dei grandi artisti del Novecento americano, il pittore Edward Hopper e lo scrittore Raymind Carver. Parole di un dialogo che non c'è mai stato, perchè non è mai esistito un loro incontro. E lo so che, a pensare male, questo libriccino non ci sarebbe mai stato, senza la mostra che Milano ha dedicato in questi mesi a Hopper. Però se un altro scrittore, Aldo Nove, di un'altra età e di un altro paese, questo incontro se lo è immaginato ed è arrivato a raccontarlo, beh, qualcosa vorrà dire, è come consegnare un passaporto per la realtà.

In ogni modo io a questo libriccino non avrei mai rinunciato. Guarda caso, Hopper e Carver: due artisti che hanno un posto particolare nel mio cuore, nel mio immaginario americano.

Non saprei vedere l'America senza la luce di Hopper, senza le sue strade e le sue case, senza i suoi sguardi che invadono le stanze spogliate dal sogno americano e catturano istanti in bilico, su qualcosa che non si saprà mai. Senza questi quadri che da tempo si sono impastati con le parole di Carver, con le sue storie che quasi sempre non portano lontano, e non lo devono, con questi altri istanti sospesi quasi sempre tra un disastro e una nuova possibilità. E vi confesso, mi dice poco e mi serve ancora meno la polemica sul Carver "autentico", al netto dei tagli del suo editor.

Insomma, poi arriva Aldo Nove e ci porta per un pomeriggio in California, sulla sponda del fiume Butte Creek. E' il 1958, un bel giorno di sole, ore indolenti per pescare e per scambiare qualche parola. Qualcosa si accende tra Hopper, pittore ormai affermato, e Carver, ragazzo di 20 anni, che ha sognato di far fortuna in Messico e ora sogna di fare lo scrittore.

Ragionano d'arte, i due. E dice Carver, "parlo della capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa"
"Qualsiasi?" domanda Hopper.
"Ad esempio un frigorifero", dice Carver.
"O un muro vuoto - replica Hopper - che poi con la luce vuoto non è mai".

Ecco, mi piace pensare che l'arte sia questa, la capacità di restare a bocca aperta, la forza che cresce dalla meraviglia.

Mi piace pensare che quell'incontro ci sia stato. Che da lì siano discese molte cose.

giovedì 18 febbraio 2010

La Romagna d'Africa di Curzio Malaparte

More about Viaggio in Etiopia e altri scritti africaniNon era messo bene, Curzio Malaparte, quando gli venne in mente di tentare questo viaggio nell'Africa italiana, più precisamente in quell'Etiopia recente acquisizione dell'Impero di Italia. Non troppo tempo prima era stato denunciato da Italo Balbo al famigerato Tribunale speciale. Detto fatto. Era stato arrestato, condannato, spedito al confino. E anche quando dal confino era riuscito a ritornare per un bel pezzo non aveva potuto scrivere o perlomeno firmare sui giornali.

Non so cosa avesse combinato, mi informerò, ma la storia di questo viaggio si inquadra in questo contesto, è frutto del bisogno di Curzio Malaparte di riacquistare meriti di fronte al regime fascista. Ecco allora un buon motivo per partire: "illustare il nuovo criterio stabilito per l'emigrazione bianca in Etiopia, la creazione di un 'impero bianco' in un paese nero".

Per quanto mi riguarda non è un gran motivo, è chiaro. Però poi Curzio parte davvero, il viaggio comincia. E fin dall'inizio cambia tutto. Il suo modo di guardare l'Africa, il senso della sua scrittura. E sono davvero belli questi pezzi scritti per il Corriere della Sera. Conformisti solo in superficie, in realtà con tutta la forza e la schiettezza del Malaparte che abbiamo imparato a conoscere. Bene ha fatto una casa editrice come la Vallecchi a riproporceli nella sua collana di letteratura di viaggio, Off the road.

Originale fin dall'inizio, con l'attacco del primo pezzo, intitolato L'Africa non è nera: "Tra poco la diligenza per l'Africa lascerà il porto...". Già, perché Malaparte paragona il suo piroscafo per Massaua a "un'antica e bonaria diligenza di paese, di quelle che percorrono le strade maestre fra un borgo e l'altro, fra un mercaro e l'altro, e ogni tanto scompaiono nell'insolente nuvola di polvere e fumo..."

Inizia così e poi continua con molte altre pagine di grandissimo valore. Pagine anche discutibili, per l'assenza di qualsiasi scrupolo morale, per l'accettazione senza incrinature della "missione" imperiale, della supremazia dell'uomo bianco.

Malaparte è così, va preso o lasciato, magari lasciato e poi ripreso. E sono davvero da leggere le sue pagine sulla "Romagna d'Etiopia", tentativo dei coloni italiani non di adattarsi a un altro paese, ma di ricostruire in Africa un lembo di campagna italiana. Follie della storia.

A proposito, ci sono anche pagine che mi hanno decisamente divertito. L'appendice, per l'appunto. Ovvero la corrispodenza tra Malaparte e il direttore del Corriere, il grande Aldo Borelli. Lo scrittore fu svelto a intascare gli anticipi per le corrispondenze, ma ce ne volle prima che si decidesse a scrivere anche solo il primo pezzo. Sparito in Africa, solo al suo rientro cominciò a far avere qualcosa, tra infiniti solleciti, minacce e pretesti, malattie più o meno autentiche, ulteriori trattative.

Un notevole tira e molla che è simpatico andare a rileggersi. E a me piace immaginarmelo, Curzio Malaparte, appena sbarcato in Africa e subito ben disposto a incantarsi e a perdersi. Il Corriere della Sera? E che sarà mai?

mercoledì 17 febbraio 2010

Gli inconfessabili moventi di Oscar

More about Inconfessabili moventiE dunque per chi fate il tifo? A voi la scelta.
Per uno dei 31 assassini racchiusi in questo libro insieme smilzo e denso? Oppure per le 31 vittime, una al giorno, fatte fuori per "inconfessabili moventi"?

Oscar Montani, che poi all'anagrafe è Marco Santoni, già autore di diversi notevoli gialli, non si accontenta di accallappiare il lettore con la sua fantasia, la sua scrittura irrivente e originale. Sul lettore rovescia anche un bel dilemma morale impastato di emozioni: divertimento, sconcerto, persino un sottofondo di senso di colpa. E' così che deve funzionare, credo, quando con la scrittura ci si spinge sui territori del delitto.

E dunque 31 assassini, ma anche 31 giorni, 31 storie; 31 trame buone per racconti più lunghe, più articolate, ma qui ridotte all'osso, scarnificate di tutto ciò che non è essenziale, concentrate sul momento topico, sulla linea d'ombra che in questo caso è passaggio verso il gesto definitivo, irreparabile.

Chi ha seguito Oscar sul suo blog, forse queste storie ha già avuto modo di leggerle, postate secondo la voglia e l'inclinazione del suo autore. Ma qui producono un effetto diverso, come se solo sulla carta esplicitassero pienamente il suo verso.

Inconfessabili moventi? Ma no, piuttosto futili motivi. Perché qui ci si confessa e si racconta l'omicidio in prima persona, se non in presa diretta.
E nella brevità del testo c'è davvero anche la misura del poco che basta ad ammazzare una persona. Un momento storto un gesto, un pensiero che passa come un fulmine, un travaso di bile, una brocca di irritazione che si rovescia. Poi niente è più come prima.

E allora queste storie, accompagnate dalle bellissime illustrazioni di Glauco Dal Pino, non sono solo un gioco. Sono un faro che illumina il sottosuolo del nostro essere uomini. Poi torna il buio e con esse alcune domande a cui temo non riusciremo mai a dare risposta.

lunedì 15 febbraio 2010

La luna e gli specchi, buone notizie in poesia


Non sono un grande esperto di poesia, ma questa è una buona notizia per chiunque abbia a cuore la bellezza che può scaturire dalla parola e sogna un'editoria che non si limita a farsi i conti in tasca e a giocare sul sicuro. Per chiunque nei libri vede anche una scommessa, una possibilità di futuro, una riserva di talento da coltivare con passione e attenzione.

E dunque la notizia è questa: in Italia nasce in questi giorni una nuova collana di poesia – e già questo è un ardimento raro – per iniziativa di una casa editrice di qualità, la Perrone. Una collana che nasce per dare voce a una quindicina di poeti che hanno fatto molto senza ancora ottenere adeguati riconoscimenti; per proporsi subito come qualcosa di più di una sequenza di titoli, piuttosto come un progetto di cultura, come un laboratorio; per valorizzare e dare visibilità non solo a raccolte di poesie finora rimaste nel cassetto, ma a tutto un lavoro che da anni viene portato avanti su un territorio, quello delle tante realtà che si affacciano sul Golfo di Gaeta.

E dunque, la collana si chiama La luna e gli specchi ed è curata da Sandra Cervone, giornalista e poetessa che da anni anima questo lavoro fatto di tante cose, reading di poesia in località balneari, presentazioni di antologie in luoghi simbolo, sforzi editoriali in proprio, incontri con altre realtà italiane.

Tutti semi piantati con fatica, in questo nostro paese che certo non è terra generosa per la poesia. Semi però che oggi cominciano a dare i loro frutti.

In programma un'uscita al mese. Si comincia ora con Ambra Simeone e la sua raccolta Lingue Cattive. Si prosegue con Max Condreas e il suo Dal marciapiede dei ricordi, Pasquale Di Nitto e Come un soffio che vive, Cinzia Marchese e L'altra di me, Simone Lucciola e Disulfiram.

Editoria di qualità, che sa farsi carico di questa scommessa e anche puntare su una veste grafica curata e al passo coi tempi, non la solita editoria (?) a pagamento. Davvero, una buona notizia, quella che arriva da Perronelab. Una notizia che spero possa essere replicata in altre realtà di Italia.

sabato 13 febbraio 2010

I barbari alle porte di Baricco


Lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo

Questa è un'aspirazione che Baricco attribuisce a Walter Benjamin, ma che, si capisce, vale anche per questo libro che raccoglie un suo lungo itinerario intorno alla "mutazione", tempo fa pubblicato in varie puntate su Repubblica.

Questo è un libro a cui mi sono accostato con qualche diffidenza, non persuaso dal Baricco narratore, o meglio affabulatore. E invece, sorpresa, in queste pagine Baricco è proprio a suo agio, con la sua cultura elegante, mai banale, certo a volte poco tagliente e un po' esibizionista, comunque capace di cogliere le avvisaglie dei "barbari" alle noste porte.

Io certo i "barbari" li vedrei anche altrove, in certe fabbrichette o in certe ronde di quartiere, eppure la "mutazione" si può cogliere anche attraverso il calcio o il vino che cambia.

Però, attenzione, qui non c'è un Catone sdegnoso che parla dall'alto della sua torre d'avorio. Anzi, le pagine più belle sono quelle che fanno saltare le mura - non c'è confine, credetemi, non c'è civiltà da una parte e barbari dall'altra: c'è solo l'orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi - e che rimettono in discussione lo stesso concetto di barbari per riportarci dove in realtà non possiamo non essere.

Nell'unico luogo che c'è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha un nome barbarie. A differenza di altri penso che sia un luogo magnifico

giovedì 11 febbraio 2010

La bellezza tra gli uomini dimenticati

More about Gli uomini dimenticati da DioAlbert Cossery era uno convinto che la sua missione di scrittore fosse di fare in modo che chi leggeva un suo libro il giorno dopo non andasse a lavorare. Era una delle sue battute più celebri, però sono convinto che solo alla parola "missione" rabbrividiva. Meglio, molto meglio, rigirarsi dall'altro lato del letto.

Perché Albert Cossery in primo luogo era un disertore della vita, un pigro assolutamente convinto delle ragioni del non far niente.

In realtà qualcosa fece, nella sua vita: pochi libriccini distillati goccia a goccia, cioé parola su parola, riga su riga. Capolavori che ai tempi colsero di sorpresa personaggi del calibro di Albert Camus e Henry Miller e di cui ancora oggi dobbiamo essergli grati.

Questo è il primo, per me una rivelazione. Cinque racconti, cinque storie di bellezza trattenuta e sconcertante che fiorisce nei quartieri più miserabili del Cairo, tra l'umanità più malridotta e abbandonata a se stessa. Perché dimenticavo, anche questo non me l'aspettavo, beata ignoranza, Cossery era egiziano (e questo libro è stato pubblicato per la prima volta proprio nella capitale egiziana, nel 1941), voce dissonante, singolare, spiazzante di una letteratura che ha sempre avuto in serbo molte più sorprese di quanto abbiamo saputo riconoscerle.

Però il Cairo di Cossery, con le sue storie che si snodano tra via della Donna incinta e il sentiero dei Ladri, non è il Cairo di un altro grande egiziano come Mahfuz (ricordate il suo Vicolo del mortaio?).

Qui non c'è colore, non ci sono radici, forse non c'è nemmeno storia. Questi uomini dimenticati da Dio potrebbero appartenere al mondo intero, o più precisamente, essere profughi cacciati dal mondo intero, apolidi della speranza, esuli di una realtà da cui ci si difende solo con il sonno o con l'hashish.

Dimenticati da Dio: condannati senza nessuna possibilità di clemenza o di riscatto. O forse sì, con un'unica possibilità, la grazia della parola quale quella che Cossery ci ha saputo offrire.

mercoledì 10 febbraio 2010

I rimedi casalinghi di Angela Pneuman

More about Rimedi casalinghi
Beh, questa è un'altra scoperta della Minimum Fax, quasi un marchio di fabbrica, un certificato di qualità. Non è certo la prima volta che questa casa editrice ci propone nomi nuovi della letteratura contemporanea americana, andando quasi sempre a segno. E per inciso, quasi sempre si tratta di autori che si cimentano con il racconto, anche questo qualcosa vorrà dire.

Ora tocca ad Angela Pneuman, una scrittrice che ignoravo completamente. Otto racconti, otto storie di adolescenza al femminile, otto linee di ombra da attraversare in un'America che non è l'America per noi più consueta. Qui si parla di Kentucky e dintorni, di America di provincia, di America puritana. Un paese che, solo ad affacciarsi alla porta di casa, è più lontano, più diverso di quanto lo possano essere tante destinazioni del turismo a caccia di facile esotismo.

Rimedi casalinghi: cioé otto racconti scritti benissimo. C'è mestiere, c'è qualità. Ma rispetto ad altri autori, mi pare che qui ci sia anche meno capacità di emozionare e di lasciare il segno. Sarà che ho nostalgia dei racconti della Munro o, per rimanere alla Minimun Fax, dei racconti di Kevin Canty (ve li consiglio, il titolo è Tenersi la mano nel sonno, bellissimi)

Sento odore di prodotto ben confezionato, quasi da scuola di scrittura creativa. E mi sbaglierò, però a volte diffido dalle cose scritte troppo bene. Meglio meno mestiere e più anima.

domenica 7 febbraio 2010

I fantasmi delle biblioteche come amici


Vorrei che vi stupiste non solo per le cose che leggete: è anche per il fatto miracoloso di poterle leggere

Parole da Fuoco pallido di Nabokov, una delle tante citazioni che si spalancano come una finestra in questo prezioso libriccino - I fantasmi delle biblioteche di Jacques Bonnet - che è un atto di amore per le biblioteche, per i libri che si affollano sui loro scaffali, per tutte le storie che essi riescono a porgere, per il dono della lettura che poi è possibilità di consolazione e redenzione, speranza e piacere.

Pagine, trame, personaggi che non si dileguano una volta che un libro è stato messo via, rimangono, aleggiano come fantasmi di un incantesimo che è bello non spezzare. Croce e delizia non dei collezionisti di volumi, ma di chi semplicemente ama popolare il suo tempo con i mondi della lettura. Le biblioteche di cui non si parla non sono riservate alle edizioni rare, hanno piena cittadinanza solo i libri che è bello leggere.

Questo libriccino non si racconta. Mi limito a qualche spigolatura, in qua e là.

L'incontro dell'autore con Pontiggia, in una serata innaffiata dalla vodka e dalla bella idea di fondare un'associazione tra tutte le persone che possiedono più di 20 mila libri.

L'esame delle differenze che separano un collezionista da un lettore insaziabile.

L'immagine di quell'uomo condannato a morte durante il Terrore, che continuava a leggere un libro mentre lo portavano alla ghigliottina e che quando sale sul patibolo mette un segno sull'ultima pagina letta.

Una riflessione che condivido: L'importante non è leggere velocemente, ma leggere ogni cosa alla giusta velocità

Una cosa a cui non avevo mai pensato: La mia biblioteca è popolata da centinaia di migliaia di personaggi, alcuni reali e altri fittizi. Quelli reali sono i cosiddetti personaggi immaginari delle opere letterarie, quelli fittizi sono gli scrittori

Una domanda inquietante: Avrei raccolto la stessa biblioteca se fossi nato nella generazione di Internet?

E un'altra citazione di un accademico francese che perse tutti i suoi libri in un incendio: I libri mi sarebbero serviti a poco se non avessi imparato a farne a meno

Dopo ho richiuso questo libriccino, l'ho sistemato nello scaffale riservato alla Sellerio (a proposito, ci sono pagine interessanti sull'ordine che si tenta di attribuire ai nostri libri), e ho scoperto di amarli ancora di più, con tutti i personaggi immaginari, e per quanto mi riguarda, con tutti i viaggi immaginari che ognuno di essi rappresenta.

mercoledì 3 febbraio 2010

Le scintille delle anime vagabonde

More about Scintille
Bello, questo libro, bello fin dal titolo, Scintille, che non evoca soltanto frammenti di vita che si accendono e si spengono, tracce di luce che solcano la storia, perché sono storie nella storia, evocano ancora di più, si riallacciano addirittura alla Qabbalah ebraica, rimandano al frenetico incessante movimento di anime vagabonde, all'impossibilità di trovare pace per chi ha dovuto sopportare la violenta separazione dal corpo e prima ancora dalle proprie radici, dai propri luoghi.

Anime vagabonde in questo senso, non in quello della canzone italiana, sono anche tante figure della famiglia Lerner, una famiglia ebrea segnata, mutilata, plasmata dalle grandi tragedie del Novecento. Famiglia errabonda, famiglia in movimento, appunto, famiglia che negli anni, per scelta o per costrizione, ha costruito ponti tra l'Europa Orientale e il Mediterraneo levantino.

Poi quei ponti sono crollati, anzi, peggio, sono sparite le terre stesse che quei ponti dovevano unire. Inghiottito nel nulla il secolare mondo dell'Est europeo che pareva inconcepibile senza i suoi ebrei, nei villaggi e nelle grandi città come Leopoli che raccoglievano milioni e milioni di anime con i loro partiti, i loro mistici, i loro grandi scrittori: un popolo cancellato, una lingua svanita, una presenza che si è fatta ombra.

Ma sparito è anche il Levante come era prima del 1945 e dell'esplosione dei nazionalismi, passato che facciamo fatica a immaginare, ugualmente inconcepibile, quando lungo le coste bagnate dal Mediterraneo una strada senza frontiere poteva unire Beirut a Tel Aviv.

In questi mondi svaniti, inseguendo i nomi e i ricordi di famiglia, prova a inoltrarsi Gad Lerner, uomo nato in Libano, arrivato apolide in Italia (e chissà se oggi un altro apolide potrebbe costruirsi un'analoga carriera nel nostro paese... ma questa è solo una divagazione).

Bello, questo libro, che non si volge solo al passato, ma è viaggio anche nel presente, che esalta il senso del viaggio allungando lo sguardo, la capacità di vedere, con altre importanti letture, che non si chiude nella genealogia domestica, nell'album di famiglia, ma costruisce un mosaico di storie.

E' il primo libro che leggo sulla Beirut di questi anni, ma che mi racconta anche i "viaggi della memoria" in paesi dove solo il vuoto, il deserto, può dire qualcosa di quello che è stato. Meno convincenti, a mio parere, le pagine sul padre, dure senza essere necessarie. Anche se, va detto, Gad Lerner su questo è fin dall'inizio franco e diretto, senza possibilità di equivoci. E la sincerità merita sempre.