domenica 31 gennaio 2010

Ferretti e la voce antica dell'Appennino




All'origine di tutto ciò che posseggo c'è l'alfabeto.

Così comincia questo suo nuovo libro Giovanni Lindo Ferretti, reduce di molte cose che oggi non riconosce più sue, una volta cantante simbolo di diversi gruppi, un mondo girato di concerto in concerto per poi rifugiarsi in un altro mondo, un mondo antico, direi ancestrale, tra le rocce, i pascoli, i villaggi dell'Appennino.

L'alfabeto prima di tutto, dice Ferretti. E l'alfabeto si fa voce, in Bella gente d'Appennino, un libro che non riesco a immaginare come parola scritta, depositata sulla pagina. Piuttosto è nenia, è racconto da veglia al camino in una notte di freddo, è poesia, ma poesia qual'era quella dei montanari di una volta, poesia che si brucia in un istante, scintillio di bellezza, parola che scaccia parola. Parole di altre genti, che non abitano i nostri tempi.

Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono. Le riconsegno.

E ce le riconsegna con questo libro, Ferretti, racchiudendo in esso storie e gesti antichi, ricordi che risalgono le genealogie, radici non spezzate, odori e sapori, mestieri andati, bestie e uomini.

Un canto antico che sa di sudore e di stalla, una canto che si rinnova, quasi un fragile miracolo.

venerdì 29 gennaio 2010

Ebbene sì, c'era l'amore nel ghetto


Hendusia avrebbe potuto uscire, salvarsi, sopravvivere. Ma non voleva che i bambini avessero paura, che piangessero. E rimase con loro, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto. Per senso del dovere o per amore dei bambini? All'epoca era la stessa cosa

Il ricordo di Marek Edelman è un fascio di luce rapido, nervoso, incostante. Indugia per un attimo, poi si sposta per frugare altrove, perché non c'è tempo per tutti i volti, le storie, i dolori, le vite inghiottite. Si sposta e quanto c'è dietro ritorna nell'oscurità, per rimanerci fino a che qualcuno non arriverà su quella pagina, non si soffermerà su quel nome.

Marek Edelman non è uno scrittore, non lo hai mai voluto essere. Marek Edelman è stato uno dei comandanti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, orgoglio estremo e disperato degli ebrei che presero alla sprovvista la più micidiale delle macchine di sterminio. Marek Edelman è uno che ha visto andare alla morte qualcosa come 500 mila uomini e donne e bambini, e che poi, dopo che tutto questo era finito, non se n'è più voluto andare dalla Polonia svuotata della sua civiltà ebraica (e ancora contaminata dall'antisemitismo), perchè ne doveva presidiare le tombe abbandonate.

Era anche un uomo che per tutta la lunga vita che gli è rimasta ha saputo coltivare la memoria senza pretendere di parlare a nome delle vittime: "Non ho diritto di parlare a nome loro, perché non so se morivano nell'odio oppure perdonando i loro carnefici. E nessuno ormai lo potrà sapere. Ma ho il dovere di vegliare affinché il ricordo di loro non scompaia".
Ed era anche un uomo che si voltava indietro per guardare meglio anche al presente, ad altre guerre, ad altri crimini dell'umanità, ad altre ingiustizie.

In tutto questo a me piace ricordare anche Marek Edelman uomo schivo che ha saputo comunque donarci parole preziose. Come queste, racchiuse in un libretto - C'era l'amore nel ghetto, pubblicato da Sellerio - che non so bene come definire, tutto fuorché una cronaca, un diario, un romanzo.

Se proprio proprio direi che anche questa è in qualche modo letteratura di viaggio, perché anche la memoria può rappresentare un viaggio. Un viaggio nell'inferno del ghetto. Ma non solo nell'inferno, perché come il viaggiatore è tale se è capace di guardare l'umanità che abita (e abitare è verbo diverso da popolare) le terre che attraversa, così lo sguardo di Marek Edelman ci porta testimonianza di umanità, prima ancora che di crudeltà.

Grazie a lui ho capito che è si fa un torto a semplificare, generalizzare, ridurre. Che non ci si può accontentare solo del termine di vittime per le vite che fiorivano nel ghetto.

C'era l'amore nel ghetto, appunto. Anche nel ghetto si sognava, si sperava, si faceva politica, si scriveva, ci si innamorava. Ed è proprio per tutto questo che l'orrore dello sterminio fa ancora più orrore.

mercoledì 27 gennaio 2010

Risalendo il Mekong, risalendo il tempo






Col viaggio, insomma, mi alleggerisco e mi metto a nudo.
Mi spiego meglio: quando parto, o appena prima di partire, mi sento come un vecchio barcone che sta sott'acqua, incrostato di conchiglie, sabbia e vecchio cordame. Ecco, per riportarlo a galla, per farlo navigare, è necessaria quest'opera di pulizia, occorre scrostare tutto ciò che lo appesantisce.

Un nuovo viaggio, un nuovo inizio, un nuovo libro, I giorni del riso e della pioggia. Dopo Le nuvole non chiedono permesso e Antartide, dopo anche Caduti dal muro, Tito Barbini parte per un altro viaggio che non è solo un viaggio, ci regala un altro libro di viaggio, di nuovo pubblicato da Vallecchi, che non è solo un libro di viaggio, è molto di più, esperienza di vita, riflessione, riscoperta.

All'inizio trovate subito questa frase, che è quasi dichiarazione programmatica e insieme chiave di lettura di tutte le pagine successive. E poi parte Tito, questa volta parte per risalire il corso del Mekong, la grande arteria fluviale dell'Indocina, fiume che attraversa popoli, civiltà, storie.

Attenzione alla parola "risalire". Perchè questo è proprio quello che fa Tito, rovesciando il senso comune che vorrebbe i viaggi lungo i fiumi sempre dalle sorgenti al mare, chissà poi perchè.

Tito invece a lungo indugia sull'immenso delta del Mekong, sterminato gioco di acqua e terra, reticolo di risaie e giungla, per attraversare il Vietnam, la Cambogia e altri paesi, fino al Tibet.

Un risalire che non è solo di questo viaggio, perché il fiume diventa la metafora della vita. Risalire, allora, significa ripercorrere le proprie stagioni, scandagliare il passato, tornare all'infanzia come sorgente del proprio presente.
Proposito dichiarato, anche questo.

"Oggi so che il viaggio libera anche la voglia di ripercorrere con le levità le tante stagioni della vita. So che significa girovagare nel tempo come se i ricordi fossero una o tante stazioni di un viaggio immateriale".

Un viaggio che è tutto un percorso a ritroso, per ritrovare ciò che è più autentico, essenziale. Un libro affascinante, coinvolgente, schietto, come tutti i libri di Tito.

domenica 24 gennaio 2010

Babbo, cosa vuol dire una famiglia normale?


«Babbo, cosa vuol dire una famiglia normale?»
Non è che te l’aspetti una domanda come questa, nel bel mezzo di una domenica pomeriggio abbandonata all’indolenza. Non te l’aspetti, se da qualche ora ti sei completamente abbandonato alle pagine di un libro, tanto da illuderti che il mondo se ne sia rimasto fuori, per una volta muto e arrendevole. Non te lo aspetti, soprattutto, se una domanda come questa te la fa il tuo bambino, sette anni appena, il tuo bambino che fino a questo momento se n’è rimasto buono buono a rimpinzarsi di cartoni animati alla televisione.
Per questo ho alzato la testa con studiata lentezza e ho optato per un silenzio prudente, a suo modo perplesso. L’ho guardato, il mio bambino, senza dare voce ai miei punti interrogativi.
E questa, come gli è venuta in mente? Che ne può o vuole sapere, lui, di normalità e anormalità? E perché poi la famiglia?
E ancora: di cosa si preoccupa? Di cosa devo preoccuparmi io?


Sono le prime righe di Una famiglia, il nuovo libro che in questi giorni mi è uscito per Giuntina, dopo Un nome. Originariamente, appunto, il titolo doveva essere Una famiglia normale. E la storia, vera, è proprio quella di una famiglia normale, normalissima, con la sua casa, il lavoro, i figli. Una famiglia ebrea, però. Una famiglia travolta dalle persecuzioni razziali, negli anni più bui del nostro recente passato.
In vista della Giornata della Memoria Una famiglia sarà presentato in diverse occasioni. Con me saranno Saul Ventura e la moglie Silvana Calò, tra i protagonisti del libro, venuti appositamente da Israele.
Queste le prossime date di gennaio:

25 ore 11, Sesto Fiorentino (palazzo comunale)
25 ore 17, Pisa (palazzo comunale)
26 ore 10, Vaiano (cinema)
26 ore 21 Campi Bisenzio (centro canapé)
27 ore 10 Quarrata (teatro)
27 ore 18 Quarrata (consiglio comunale)
28 ore 10 Bagno a Ripoli (consiglio comunale)
29 ore 9,30 Pontedera
30 ore 11 Camporgiano (scuola superiore)

sabato 16 gennaio 2010

Storia di una famiglia, contro ogni amnesia


Cari amici, care amiche, esce in questi giorni in libreria il mio nuovo libro, Una famiglia (Giuntina), sta a voi, se per caso lo leggerete, commentarlo, io qui sotto vi riporto solo la scheda che trovate su www.giuntina.it.
Vi segnalo anche le prime presentazioni:




17 gennaio, ore 16, Pitigliano, ex sinagoga,
19 gennaio, ore 17.30, Venezia, Ateneo Veneto
20 gennaio, ore 21, Firenze, centro culturale comunità ebraica (via Farini)
22 gennaio, ore 17,30, Arezzo, sala consiglio comunale
23 gennaio, ore 17,30, San Piero a Sieve
25 gennaio, ore 11, Sesto Fiorentino, sala consiglio comunale
25 gennaio, ore 17.30, Pisa, sala delle Baleari, palazzo comunale


Come una pianta che dopo la gelata riesce di nuovo a germogliare, perché ci sono radici che né gli anni né le persecuzioni possono spezzare. È questa la storia dei Ventura, una famiglia della borghesia ebraica italiana chiamata ad affrontare durissime prove tra il 1938 e il 1945. Il destino pare già scritto quando le vicende separano Anna e Luigi consegnandoli a un tragico epilogo.

A doversela cavare nell’Italia in guerra rimangono solo i loro quattro figli, quattro ragazzini braccati e costretti a misurarsi con un mondo crudele in cui non è facile capire chi potrà aiutarti e chi invece ti tradirà.

Farcela non sarà un’impresa di poco conto, suggellata da un cognome nuovo e da un paese nuovo, e poi da tanti figli, nipoti, bisnipoti che in Israele faranno del fragile arbusto dei Ventura un albero rigoglioso, in cui rivivranno anche Anna e Luigi.

Una storia di violenza e dolore, ma anche di amore e speranza, che arriva fino ai nostri giorni.

venerdì 15 gennaio 2010

Adriano e la saggezza della responsabilità


“Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti...”.

Si conclude così, con una lettera scritta davvero da Adriano, questo libro non facile, ma che è da catalogare a tutti gli effetti tra i grandi capolavori di sempre. Un libro che è uno straordinario viaggio nel tempo e nel cuore degli uomini. Un libro che mi aveva preso terribilmente quando l'ho letto una prima volta, tanti anni fa e che ora ho ripreso in mano: Memorie di Adriano della grande Yourcenar.

Giunto al termine dei suoi giorni il grande imperatore scrive una lunga lettera al suo amico Marco Aurelio, guardando con occhio straordinariamente lucido alla sua vita toccata da un singolare destino. L'uomo che è stato il più potente del mondo si avvia da solo alla morte. Non ha troppi rimpianti, perché sa di aver vissuto nel giusto. Sa che la sua opera politica non è mai stata estranea a un senso di umanità.

Che questo porti alla felicità, è un altro discorso, ma di alcune cose è sicuro. “Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo”, afferma l'imperatore morente.

E noi con lui comprendiamo che la grandezza è questa responsabilità.

Un libro che accoglie nelle sue pagine i problemi degli uomini di ogni tempo. Un libro prezioso per chi si è consegnato all'impegno della politica e a quanti si interrogano sulle effettive priorità della vita.

martedì 12 gennaio 2010

Szymborska, poesia che non mi fa più paura

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto



Trecento poesie per vincere un premio Nobel per la letteratura, diciassette per regalarci un libretto prezioso come pochi, capaci di prenderci per mano nei misteri di vita e morte, negli incanti del sentimento e nell'irrimediabilità della separazione, negli incroci del caso e della possibilità. Senza effetti speciali, senza sperimentazioni accanite, senza poesia che affoga nella poesia stessa per eccessi di ambizione e arroganza.

Non conoscevo Wislawa Szymborska, avevo colto qua e là due o tre citazioni che mi avevano trafitto con la forza della verità che è anche stupore, appunto, ma poi me ne ero guardato bene, temevo una poesia astratta, chiusa nella sua forma, poco comunicativa.

Poi l'altro giorno ho letto un'intervista che mi ha reso subito simpatica questa donna, esattamente agli antipodi della scrittrice arrivata. E ora questo libretto, che consiglio di leggere e rileggere. Fa bene perché aiuta a recuperare fiducia nel potere della parola.

Attenzione anche al significato dei due punti del titolo: sono i due punti del fare poesia. Un movimento dell'anima che nasce dalle domande, ma non si esaurisce nel punto fermo che chiude una risposta.

sabato 9 gennaio 2010

Memoria per la professoressa Enrica


Gennaio è un mese in cui curiamo con più attenzione di altri periodi dell'anno la memoria di ciò che non troppi anni fa si è consumato nel cuore della nostra civiltà, con le persecuzioni razziali. E' una cosa importante, che penso sia molto di più di un omaggio ai morti, perché riguarda il nostro presente, il nostro futuro. Nei prossimi giorni mi uscirà per Giuntina un nuovo libro, Una famiglia, che racconta la storia di alcune vite in quei terribili anni. Intanto io vorrei rinnovare il ricordo di una persona straordinaria, la professoressa Enrica Calabresi, inghiottita dall'odio e dalla ferocia. Non lo voglio fare con le pagine del libro che le ho dedicato, Un nome, ma con un articolo uscito su Repubblcia tempo fa.


Donna, ebrea e in carriera. - Beatrice Manetti - La Repubblica


Un nome, nient' altro che un nome. Nel 1933, quando fu allontanata dall'università di Firenze, dove lavorava da diciannove anni, Enrica Calabresi non era che un nome su un foglio di carta. Non era che un nome nel 1938, quando le leggi razziali le tolsero l' incarico all' università di Pisa e il posto di insegnante al liceo Galilei. Era solo un nome, uno fra i tanti, nella lista degli ebrei fiorentini che i tedeschi pretesero dopo l' armistizio del ' 43. E solo come un nome, sbagliato per di più, comparve per l' ultima volta il 1 febbraio 1944, nell' elenco dei morti pubblicato dalla rubrica di stato civile della «Nazione». Anche per Alessandra Sforza, la giovane ricercatrice della Specola che mezzo secolo dopo ha ritrovato le sue tracce nelle collezioni entomologiche del museo, Enrica Calabresi non era che un nome. Eppure è da lì che tutto è cominciato. Un nome di donna in un mondo di uomini, una scienziata nell' Italia degli anni Venti, una docente universitaria in un' epoca in cui per le donne era un miracolo anche solo frequentarla, l' università. E' così che la curiosità è diventata passione, la passione ricerca e la ricerca un
dovere. Di quel dovere si è fatto carico infine Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, che ha setacciato archivi, cercato testimoni, intervistato ex allievi e parenti, per restituire a quel nome la sua storia, in un libro intitolato appunto Un nome e appena uscito per la Giuntina. Nella sua singolarità irripetibile, Enrica Calabresi è stata all' inizio per il suo biografo quell' "uno" che solo rende possibile comprendere l' enormità del genocidio degli ebrei. Una storia simbolo, che nella tragica consequenzialità delle sue tappe sembra poterle racchiudere tutte. Ma strada facendo la vita di
questa donna timidissima e mite, che per tutta la vita ha usato il proprio talento come se non le appartenesse, ha cominciato a rivelare la sua eccezionalità. Eccezionale era la famiglia Calabresi, di quella colta e benestante borghesia ebraica di Ferrara dove la cultura e lo studio si respiravano nell' aria. Eccezionale è la carriera universitaria di Enrica, laureata a Firenze nel 1914, a ventitré anni, e chiamata subito dopo come assistente nel Gabinetto di zoologia. Nel 1918 diventa segretario della Società entomologica italiana, nel 1924 ottiene la libera docenza in zoologia. Sono questi gli anni d'oro della sua attività di scienziata e di ricercatrice: lavora alla Specola, collabora con l' Enciclopedia Treccani, frequenta l' ambiente scientifico fiorentino e corrisponde con i massimi studiosi stranieri, facilitata anche dalla sua conoscenza delle lingue. E' una donna sola - lo rimarrà per sempre, dopo la morte del fidanzato Giovanni Battista De Gasperi nella prima guerra mondiale - ma non solitaria; libera, ma senza scandalo; in carriera, e solo per i suoi meriti. Prima che la tempesta della persecuzione razziale si abbatta su di lei, l' università di Firenze la allontana per far posto a Ludovico Di Caporiacco: un uomo, non solo, ma anche un fascista della prima ora. E' la prima battuta d' arresto di una vita che sembra sia stata sempre sul punto di spiccare il volo, senza mai volare davvero. Enrica trova un posto da insegnante al Regio Istituto tecnico Galilei, poi al liceo omonimo, dove ha tra i suoi allievi una giovanissima Margherita Hack, che nella prefazione a Un nome ne ricorda la feroce timidezza, il riserbo e la preparazione. E quando l' università di Pisa, nel 1936 la risarcisce offrendole la cattedra di entomologia agraria, un' altra parete si alza tra lei e il suo futuro. Questa volta è un muro invalicabile. Gli ultimi anni prima dell' arresto Enrica li spende nella scuola ebraica di via Farini, tra gli studenti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche: a insegnare, a dare un' illusione di normalità, a preparare un futuro che certo non sarebbe stato il suo. Lo sapeva, quando scelse di tornare a Firenze dopo
l' ultima estate passata nella casa di famiglia a Gallo Bolognese. Eppure tornò, «perché a Firenze c' è la mia vita». All' inizio del 1944 fu arrestata e incarcerata a Santa Verdiana per essere deportata ad Auschwitz. Sapeva anche quello, Enrica. Così, il 18 gennaio, usò la fialetta di veleno che da tempo portava nella borsa. L' ultima parete, almeno quella, aveva scelto di alzarla da sé.

mercoledì 6 gennaio 2010

Le molte vite raccontate da Claudine

More about Nebbie nella BrughieraCosa possono avere in comune la signora di un castello francese che pare presa in prestito da una storia cantata dai trovatori e una responsabile di cabina della compagnia aerea della Swissair che sarebbe perfetta per una pubblicità? Che cosa può effettivamente unire un cavaliere dell'ordine dei Templari e un giovane copilota della stessa compagnia aerea?

Niente, è chiaro, e questa è l'unica risposta sensata che la vostra ragione possa dare.

Ma forse le cose non sono tutte così sensate e logiche, forse la vita è fatta di richiami, legami, combinazioni solo apparenti che se non la ragione, almeno il cuore può provare a scandagliare.

Claudine Giovannoni con la sua voce assolutamente originale ci prova e direi che ci riesce con Nebbie nella brughiera (Seneca edizioni). Un libro che potete leggere in molti modi. Accontentandovi della piacevolezza della scrittura e facendovi catturare da una narrazione che balza arditamente da un'epoca all'altra, da una vicenda all'altra. Emozionandovi per la capacità che ancora hanno i libri di farci viaggiare con la fantasia, mettendo nell'angolo, se necessario, le pretese del buon senso. Oppure, ed è questo che vi raccomando, cercando di andare in profondità, tirando il freno alle pagine che quasi si girano da sole, per inchiodarvi al cospetto delle grandi domande della vita e della morte. Che ci riguardano tutti, ma che quasi mai accettiamo di portare alla superficie delle nostre giornate.

E insomma, finite il libro di Claudine, lo riponete sullo scaffale della vostra libreria, provate persino ad archiviarlo nella vostra mente come cosa già fatta, in attesa di altre letture, di altre riflessioni, invece c'è qualcosa che rimane e vi invita a guardare diversamente le persone che avete incontrato e magari anche quelle che incontrerete.

Vi interrogherete sul senso profondo di questo incontro, vi verrà di grattare sotto la superficie del caso e delle cose che sembrano capitare da sole, sospetterete di qualcosa che viene prima e che magari continuerà a lungo anche dopo. Poi vi capiterà anche altre volte di incrociare sconosciuti che in realtà percepite di aver già conosciuto da qualche parte e non vi basterà dire che al mondo ci sono tanti sosia, in fondo...

Questo è un libro che regala avventura, stimola fantasia, ma forse avventura e fantasia sono espedienti per avvicinarci alla possibilità della reincarnazione, per rovesciare il senso comune che presume di avere una risposta per tutto, per solleticare la curiosità su altri cammini, altre possibilità. Per uno come me, convinto che le singole vite sono come onde che ritornano al grande oceano, è stato come andare a nozze.

lunedì 4 gennaio 2010

Quando la vita è difficile anche in Danimarca

More about Porco tedesco Insomma, Knud Romer, con Porco tedesco, ci propone davvero un libro particolare, curioso, che vuole essere molte cose insieme, trovando proprio in questo il suo limite e la sua ricchezza. Pagine in cui è bello immergersi, anche solo per lo stile gradevolissimo di questo autore, di cui in Italia si sa molto poco, ma di cui forse sentiremo riparlare.
Unica raccomandazione, non impiccarsi al titolo, che dà una chiave di lettura riduttiva e banalizzante di un libro che, appunto, è molte cose insieme.

Perché c'è anche questo, è vero, e non è poco come motivo di interesse. Knud Romer narra di se stesso, della sua adolescenza di ragazzino figlio di una tedesca che per le combinazioni della vita finisce per trasferirsi in Danimarca, dopo la seconda guerra mondiale. E che per quanto faccia, finisce per attrarsi addosso tutti i risentimenti che i danesi hanno accumulato nei confronti dei tedeschi durante il razzismo.

Brano ripreso dalla quarta di copertina: "Quando la campanella suonava la ricreazione per gli altri, per me suonava il supplizio, e cercavo di sopravvivere all'intervallo. Sapevano chi ero, lo avevano imparato durante le lezioni. Ero il porco tedesco..."

Dal che si può ragionare sul fatto che i ragazzini possono essere terribilmente crudeli nei confronti dei loro coetanei; che le radici di questa crudeltà affondano quasi sempre in quello che vivono e sentono in famiglia; che anche nella civilissima Danimarca non si era (e presumibilmente non si è) estranei ai germi dell'intolleranza, della xenofobia, del fare comunque di ogni erba un fascio.

Un libro che può essere interessante anche solo per questo. Ma che a me ha convinto di più nelle pagine in cui ci accompagna dentro la vita di una piccola cittadina danese e poi dentro gli interni di una famiglia decisamente squinternata.

ps: vorrei saperne di più su Knud Romer, personaggio che deve essere piuttosto particolare, di cui leggo che, oltre a essere stato attore in un film di Lars Von Trier, ha pubblicato un’antologia sulla stupidità, una guida ai bagni pubblici di Copenhagen e numerosi altri singolari trattati, sulle pasticche alla menta come sul suicidio autoerotico.