giovedì 2 dicembre 2010

Se la parola è un cucchiaino per svuotare il mare

La parola in sè è stata lodata troppo. Gli scrittori che più ci convincono sono quelli che sanno, con Beckett, che ogni scrivere è rubato al silenzio

Fa riflettere, e non poco, il bell'articolo che Tim Parks (scrittore e quindi uomo che vive di parole) ha pubblicato sul supplemento domemicale del Sole 24 ore. Fa riflettere perchè scuote diversi luoghi comuni, sfida certezze. E a tutti gli adoratori del verbo (questo anche il titolo dell'articolo) pone una grossa domanda. Che più o meno suona così.

Siamo fin troppo abituati a sentire gli scrittori lodare la parola... E se invece parola, lingua e letteratura stessero più dalla parte del problema che della soluzione? 

Perché le parole sembrano così vere, così immediate, così connaturate che sembrano siano lì solo per usarle, per usarle al meglio.

Riflettiamo. Inventate, inesistenti nel mondo naturale, le parole ci riempiono le orecchie non appena usciamo dal grembo materno. La testa piena, cominciamo a ripeterle. I suoni giusti nelle sequenze giuste fanno sì che otteniamo quello che vogliamo. Ben presto queste formule ci sembrano naturali quanto il respiro. Il famoso flusso di coscienza non è altro che un flusso di parole

Ma che succede se qualche guastafeste non si accontenta più della parola?

Cosa succede se le parole non bastano più a dire quello che davvero si vuole dire?

Se sono un cucchiaino per svuotare il mare dei significati? Se si capisce che tramite loro è dura arrivare alla profondità delle cose?

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