martedì 16 novembre 2010

L'uomo che camminava tra le ombre

Io sono morto. Cammino tra le ombre, vedo il mondo da una finestra invisibile

Con un incipit così non potete certo ripromettervi una lettura disinvolta e senza pensieri, però, chissà, da parole così - parole dure come pietre e roventi come il fuoco, per dirla come la dice Enzo Bianchi in una sua riflessione conclusiva - potete anche aspettarvi qualcosa che rimane, che continua a scavare anche dopo che avete messo via il libro e provato a pensare ad altro, potete aspettarvi qualcosa che fa male e che allo stesso tempo è salutare come una medicina amara.

Che talento che era Giovanni Cenacchi, scrittore innamorato di Dino Campana e degli spettacoli che la natura offre quando i sentieri si fanno impervi e l'aria più rarefatta, sarà che, come diceva, una passeggiata in montagna è già un discorso sulla bellezza o una riflessione sulla vertigine. Che talento, scippato da una malattia crudele e da una morte troppo precoce.

In Cammino tra le ombre c'è tutta la sua storia, dopo che gli piombò addosso una diagnosi che ammetteva ben poche speranze. Tre anni di vita nella morte che non si traducono in romanzo o in diario, ma piuttosto in pensieri abbandonati sulle sponde dei giorni, in aforismi e spunti poetici, in riflessioni che si contentano di poche righe e anzi galleggiano anche sul silenzio.

Momenti di grande sofferenza e momenti di pace ancora più grandi e inattesi, anche sul letto di un ospedale (Sto quasi bene, qui. E' questo morire?). Lampi di ribellione contro un Dio assente (Quando verrà il momento mi aspetto che ci sia Dio in persona ad accogliermi e a farmi le sue scuse) e la quiete di una accettazione che si fa strada (E ora, devo provare a costringermi di pensare che solo il non essere possa consegnarmi al mondo). Il tentativo di dare un senso alla malattia (Serve a rendere sopportabile - quindi desiderabile - l'idea della morte). L'arretramento delle possibilità di vita (Ogni cosa che vedo, è cosa che perdo) Ma poi, di nuovo, l'impossibilità della rassegnazione (Non si crede mai veramente alla propria morte. Si sente forte il diritto al miracolo. La vita non conosce altro che la vita).

Un libro non per tutti. Un libro che è come una voragine che si apre sotto i piedi. Un libro di straordinaria vitalità, malgrado tutto.

Com'è vitale scrivere del morire, e quanto è noioso e sterile scrivere della morte

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