venerdì 19 novembre 2010

La leggenda dell'uomo che inventò il libro perfetto

Perché devo sempre scrivere io su questo blog, quando c'è chi scrive cose bellissime e racconta storie di libri  che arrivano dritte al cuore e non lo mollano? Leggete questa storia, che ci regala (pensate, su Facebook) l'amico Francesco Panaro. Bellissima.

Staccate la spina dell’abat-jour, spegnete tutti gli ordigni, accostate le imposte delle finestre e se avete un lumino ad olio accendetelo, sedetevi davanti a questo moderno leggio: questa è la leggenda dell’uomo che amava i suoi non scritti libri e che inventò per gli altri il libro perfetto. Un uomo nato a Trieste nel 1902 e morto a Milano nel 1965. Questa è la storia annunciata pochi giorni fa,  la storia dell’altra mia vita sbiadita in questa. Prima di iniziare a raccontare la leggenda di Roberto Bobi  Bazlen  –  editor silenzioso che stava in punta di piedi, che guidava la mano, la scrittura della miglior parte del Novecento  –  lasciatemi ritornare solo per un attimo ai giorni nostri, lasciatemi dire cosa è necessario più di tutto oggi, lasciatemi sussurrare che non è indispensabile scrivere libri, romanzi per primi e tutta la compagnia stampante poi. Niente, nulla è più importante in questo tempo. Non sono necessari tutti quegli obelischi, quelle colonne di scienza che si vedono in ordine nelle patinate librerie…

Ero questo a diciotto anni e lo sono ancor oggi, meno radicale di Bobi: non pubblicare prima di sessant’anni, prima di quell’età non si può avere niente di importante da dire. La maggior parte degli scrittori, dei filosofi, dei critici e di eminenti cialtroni smentiscono, rinnegano, contraddicono se stessi anche prima dei sessanta. Non c’è solo il rumore di televisione e giornali in giro, c’è anche troppo rumore di carta stampata: tutti hanno da dire qualcosa – forse perché fare lo scrittore o il giornalista è meglio che lavorare – nella maggior parte dei casi sono ovvietà, inutilità: poesie, romanzi, racconti, parabole, consigli a mano larga per tutti. Naturalmente non bisognerebbe inibire solo il poeta, lo scrittore o il filosofo che bolle dentro se stessi, ma anche quello di tanti altri: agite, fondate una squadra di fedeli servitori della letteratura che irrompe nello studio privato di questi dantealighieri  e  jamesjoyce, sequestrate penna, calamaio e carta vergata. Condannateli a non accendere più le polveri del loro fecondo pensiero! Ecco, questo ho pensato tutta la vita.

Eppure, eppure per buona parte del Novecento un altro ha agito allo stesso modo, anzi nella maniera più radicale che si conosca. Solo un taoista consapevole come lui – e un inconsapevole come me – poteva decidere che non avrebbe mai pubblicato niente in tutta la sua vita. E che non avrebbe mai scritto qualcosa in forma di libro. Vi direte, questo è il tipico caso della volpe e dell’uva, questo signore non ha pubblicato mai nulla perché gli editori non hanno voluto pubblicarlo. No, questo triestino era Roberto Bobi Bazlen, ragazzo, poi uomo, antica, silenziosa, vera leggenda sconosciuta, uno degli editor più importanti che l’Italia e il mondo editoriale abbia mai avuto. Ma pochi lo conoscono. Lui di libri suoi non ne ha mai pubblicati ma ha inventato il libro perfetto. 
Non fatevi prendere sottogamba da questo sconosciuto che pigia lettere su una tastiera di notebook per le pagine di Facebook da un luogo che non c’è, come un corsaro, con un occhiale scuro al posto della benda nera sull’occhio, che scrive storielle senza mercato per i propri amici. Questo sconosciuto signore non racconta romanzetti inventati, credetegli sulla parola: Bobi era il revisore segreto, molto segreto all’epoca, di Eugenio Montale e delle sue Occasioni. Montale di Bobi diceva, in maniera quasi distaccata, tipico del poeta, che era «una leggenda cartacea inattendibile, un maestro inascoltato, un confessore inconfessato». Nel dopoguerra si è battuto per la pubblicazione in Italia del pensiero di Nietzsche proprio quando l’Einaudi e buona parte di tutta l’intellighenzia  italiana lo temeva, censurandolo. Con l’aiuto economico della famiglia Zevi e di Roberto Olivetti costruì la casa editrice Adelphi a propria immagine e somiglianza. Mise in moto la pubblicazione di “Robinson Crusoe” di Defoe, le opere di Georg Büchenr, Niccolò Tommaseo, le novelle di Gottfried Keller, Kafka, Musil. Portò con sé il poco più che ventenne che poi sarebbe diventato per tutti Roberto Calasso.

Non starò qui a snocciolare il lungo rosario degli autori che ha portato in Italia e l’infinito archivio dei libri che aveva letto, Bobi Bazlen nel 1925 scrisse a Montale «…vorrei far scoppiare la bomba Svevo con molto fracasso», e così fu. Da noi tradusse e pubblicò per primo Freud. Bobi consigliava e sconsigliava. Non aveva amato il Gattopardo, ne sentiva l’odore di un colto e ricco  scrittore provinciale che voleva far sognare e cullare la borghesia. Non sopportava Vittorini un’antipatia ricambiata. Il film Ladri di biciclette lo aveva liquidato come «…punto più basso nel quale sia caduta l’Italia (…). Stalin è stato scambiato con De Amicis (…)». Aveva anche detto in proposito che persone che piangono per un film di quel genere non possono che ammalarsi di infleunza… E subito dopo Roma, pazza per quel film, fu invasa da una accidentale epidemia. Non scambiatelo per uno che ha lanciato invettive e sentenze gratuite.

I nomi e i titoli usciti in Italia sono veramente tanti, e Roberto Bobi  Bazlen vive in quegli autori. E se c’è poco o nulla di scritto da lui è stata una scelta forse estrema, l’incompiutezza, per pochi, è il punto di arrivo. Io credo che l'esistenza, anche nel nostro piccolo, debba avere le stesse parole che, si dice, ebbe Ljuba Blumenthal per il suo compagno Bobi, perdono per l'accostamento e l'appropriazione: «la sua vita erano le altre persone, quello che lui poteva capire di loro, o fargli capire (…). Lui non cercava di immaginarsi come fosse una persona, lui lo era. E quando ha scoperto  che era questo il suo posto, non ha potuto più scrivere. Aveva capito dove stava la sua forza, e stava nelle persone».

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