domenica 27 giugno 2010

Tradurre una lingua che non fa rumore


Forse l'ho già detto, di tutti i mestieri che ruotano intorno al mondo del libro e della scrittura è quello del traduttore che mi intriga di più, sarà che sono uno che non riesce a leggere in lingua originale, che peccato, sarà che nella fatica del tradurre scorgo comunque la capacità della creazione. Sull'ultimo Tuttolibri a questo proposito c'è un bellissimo articolo di Elena Lowenthal, in realtà una recensione a Sul tradurre di Susanna Basso, una delle grandissime traduttrici italiane, per intendersi la traduttrice "di" gente come Alice Munro, Ian McEwan, Martin Amis. E proprio su quel "di" c'è subito una riflesione interessante.

Quel "di" genitivo non va inteso come un passivo possesso, anzi. Tanto è vero che, quando parla del suo bellissimo mestiere, un traduttore ti spiega quali sono i "suoi" autori

Insomma, sono più gli autori a essere posseduti dal traduttore che viceversa: e questo cambia la prospettiva, come no.

Perché tradurre è anche e soprattutto "possedere" un testo, in termini se non erotici certo amorevoli. E' qualcosa, per intenderci, di molto diverso, quasi opposto al leggere: per come si entra, si affonda, si percorre, si esplora la pagina.

E quante domande poi. Come risuona la lingua che sta solo sulla pagina e non fa rumore? Che invidia desta quel testo nel traduttore? Capita mai di volersi sostituire all'autore fino a reinventare consapevomente quello che sta traducendo?

E noi lettori? Noi lettori siamo spesso così ingrati, che nemmeno ci accorgiamo el tremendo lavoro che c'è dietro.

Perché quando si traghetta un libro da una lingua all'altra, ogni parola, ogni virgola significa una decisione presa e migliaia di altre scartate.

Almeno saperlo.

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