mercoledì 2 giugno 2010

Quando a vincere il Pulitzer è lo sconosciuto


Del libro, che non credo sia stato ancora tradotto in italiano, so solo quello che ho letto su Repubblica Donne, supplemento che, provare per credere, parla di scrittura e di viaggi come pochi altri in Italia. Dell'autore, Paul Harding, ancora meno: un perfetto sconosciuto. Ma proprio questo è il senso della storia che ho incontrato grazie a Stefano Pistolini. La storia di un perfetto sconosciuto che con un suo libro, Tinkers, ha vinto il Pulitzer 2010.

E dunque, Paul Harding viene dal Maine, da un'America che è un'America a parte, foreste e silenzi, neve, mestieri che reclamano sudore e perizia, tempo per riflettere sul significato della vita. E poi le lezioni di gente come Emerson e Thoreau. Un'adolescenza che è anche una straordinaria esperienza spirituale: l'uomo che ritorna alla natura. Che poi è anche la sostanza con cui, quasi ossessivamente, Harding monta, smonta e rimonta Tinkers. Un altro mondo che fa fatica a farsi largo attraverso le parole.

Paul Harding ha anche tutte le caratteristiche per essere classificato come un intellettuale fallito, uno con l'inedito nel cassetto destinato a rimanere dov'è. Manoscritti e ambizioni messe via insieme. Mi ero convinto che sarei stato uno scrittore non pubblicato.

Storia vista e rivista: il libro che viene mandato a un'infinità di editori e che da tutti viene rifiutato.

Alla fine salta fuori una persona, Erika Goldman, disposta a pubblicarlo. La sua è davvero la più improbabile delle proposte, perché rappresenta la Bellevue Literary Press. La minuscola casa editrice di un grande ospedale di New York, un progetto no profit che non so nemmeno spiegare, forse ha qualcosa a che vedere con la parola come terapia.

Erika Goldman evidentemente è una donna a cui piace tentare la sorte. Iscrive Tinkers al Pulitzer, il premio dei premi, dove, per inciso, da trent'anni vincono solo i più grandi editori. L'organizzazione gli abbuona anche i 50 dollari di iscrizione: è un ospedale, non un editore, e poi sarebbero soldi buttati via.

Vince Paul Harding. Pare che la sorpresa sia stata tale che gli organizzatori si sono dimenticati di avvertire il vincitore.

Poi è cominciato il mea culpa dei grandi critici. Di tanto in tanto non ci accorgiamo di un buon libro. Non entra nei nostri radar, ha attaccato Gregory Cowles sul New York Times. L'ammissione è diventato pentimento corale.

La storia di un libro che potrebbe a sua volta diventare un libro. E a me non resta che farmi qualche domandina

Per esempio, quali possibilità avrebbe avuto Paul Harding a un Campiello o a uno Strega?

E quanti critici avrebbero intonato il mea culpa, qui in Italia?

Domande, domande.

E per finirla: Tinkers può essere tradotto come "stagnai". Mestiere di altri tempi, mestiere andato.

6 commenti:

  1. Paul Harding in Italia avrebbe poche speranze in qualsiasi campo: come ricercatore, come partecipante a un concorso pubblico senza conoscenze, come giocatore di calcio che vuole andare in nazionale senza far parte della GEA...insomma, una bella storia davvero, ma purtroppo non è la nostra.

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  2. Marco Piermattei4 giugno 2010 00:30

    E' una storia che mi piace e che vorrei poter sentire vicina, magari tenendola sì chiusa in un cassetto, ma stando attendo che sopra non vi si depositi mai la polvere. Il titolo è il solito: "sogno nel cassetto". La parola "sogno" è indiscutibilmente comoda, instacabilmente presente. Forse se usassimo la parola "speranza" saremmo un po' più sinceri, ma cambierebbe poco. Meglio utilizzarle entrambe, a seconda dell'umore.

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  3. http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Harding

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  4. E' solo uno pseudonimo...

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  5. Vi segnalo la prima intervista italiana di Paul Harding, che ha fatto il sottoscritto sul Riformista. La potete leggere integralmente qui: http://vallumadriani.blogspot.com/2010/08/il-pulitzer-che-lamerica-non-voleva.html

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  6. Grazie infinite per la segnalazione! la cosa mi interessa molto...

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