venerdì 25 giugno 2010

Cosa si prova a varcare una frontiera


Estate, tempo di viaggi (per chi se li potrà permettere), tempo di confini varcati. Confini non più come separazione, ma come passaggio e possibilità, come porta per un altrove. E quasi sempre la testa guarda a quell'altrove, solo a quello.

Però quanto è importante proprio quel momento in cui portandoci dietro il nostro bagaglio di cose ed emozioni ci spingiamo avanti per attraversare.

Per tutti coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, per quanti potranno viverla solo sui libri, valgano le parole del grande Ryszard Kapuscinski, giovane giornalista che sta per abbandonare per la prima volta la Polonia per cominciare la sua straordinaria avventura:


Mi chiedevo cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinariamente emozionante. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Che aspetto aveva? A che cosa somigliava? Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile. In fin dei conti il mio massimo desiderio, quello che più mi tentava e mi attraeva era di per sé estremamente modesto: la pura e semplice azione di varcare la frontiera

2 commenti:

  1. Gia'..la pura e semplice azione di varcare la frontiera.Forse per noi,oggi sembra anche paradossale,le frontiere in europa non ci sono più,con qualche piccola eccezione.Non ci sono confini e limiti alla comunicazione,ci ha pensato la rete.Ma varcare la frontiera è anche altro,ancora oggi,immagino.E'conoscere la vita degli altri,per poi magari scoprire che abbiamo gli stessi modelli di vita del nostro vicino,del nostro altro.E'preoccuparsi di farsi capire in una lingua diversa,per scoprire anche quì che la comunicazione si stabilisce anche per vie diverse,con il linguaggio del corpo,con un sorriso disarmante,una stretta di mano,gesti comuni,scontati ed universali.

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  2. Hai ragione. è importante recuperare il senso del confine, in questo mondo sempre più globalizzato e omogeneizzato. Ovviamente di un confine come un passaggio verso la scoperta di altri mondi, altre culture diverse da noi. A volte ho un po' di nostalgia persino per i tempi in cui a Ventimiglia dovevi presentare il documento, sopportare i controlli della dogana e poi cambiare le lirette. Ora è tutto più facile, ma così si afferra meno il valore di quel passaggio

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