venerdì 11 giugno 2010

Al Maracanà, dalla parte degli sconfitti


C'è quel pallone beffardo, un tiro sbagliato che va dove non deve andare, anzi, che non è nemmeno un tiro, così fiacco, sbilenco, inoffensivo. C'è quel portiere che si gira e lo vede troppo tardi, quel pallone, quando ormai ha superato la linea di porta per regalare il più sorprendente e il più inatteso dei gol. E ci sono molte vite che cambiano, con quel tiro finito proditoriamente in rete e che condanna il Brasile alla più cocente delle sconfitte, la sconfitta con l'Uruguay ai Mondiali del 1950, davanti ai duecentomila del Maracanà.

Cambia soprattutto una vita, che Darwin Pastorin ci racconta in L'ultima parata di Moacyr Barbosa, un libro inaspettatamente poetico, dolce come il ricordo delle figurine Panini e dolente come può esserlo un'ingiustizia che affonda la lama nei sentimenti.

Moacyr Barbosa (a lato nella foto), e chi lo ricorda oggi in Italia? In Brasile ancora oggi è l'uomo della sconfitta, il disgraziato che si distrasse e rese possibile l'impossibile, ovvero che il Brasile - quel Brasile - potesse perdere una partita che non aveva storia. Figurarsi era anche nero, in un ruolo che finora aveva visto in nazionale solo bianchi. E se fino al giorno prima Moacyr era stato accolto anche nei ristoranti più esclusivi - la pelle contava meno - figurarsi dopo.

E avanti così, fino alla morte, senza un gesto di indulgenza, senza nemmeno il soccorso dell'oblio. Per un solo, misero gol.

Ci voleva un poeta del giornalismo sportivo come Darwin Pastorin, per me un Guido Gozzano applicato alle care vecchie cose del calcio, per pagine come un atto di riparazione. E diciamolo: Moacyr Barbosa, il portiere messo in croce e dannato in eterno, è stato anche il più grande portiere mai avuto dal Brasile.

C'è spazio per un'altra straordinaria figura in questo libro, di cui hanno parlato anche Eduardo Galeano e diversi altri scrittori. L'uomo che quel giorno portò alla vittoria il suo Uruguay, il capitano Obdulio Valera. Che personaggio... Quando la sua squadra entrò nella bolgia dello stadio disse ai suoi, che tremavano come un gregge, di non alzare nemmeno lo sguardo, come se il pubblico non esistesse. Lottò, imprecò, strattonò i suoi, li prese per mano e li spinse avanti.

La sera, quando tutto era finito, si stancò dello champagne, lasciò l'albergo e i festeggiamenti, iniziò a girare per le strade di Rio de Janeiro, metropoli di un paese dove in parecchi infartarono per la sconfitta o si tolsero persino la vita (non mi sembra vero, ma ho letto che fu addirittura proclamato il lutto nazionale). Si dice che entrò in un bar e cominciò a bere con i tifosi brasiliani. Che abbia passato la notte con gli sconfitti.

Storie di calcio, storie di umanità che fanno bene in questi giorni di Mondiali. Cultura del rispetto. Rispetto prima di tutto per gli sconfitti.

E' un bel libro, quello di Darwin Pastorin, un libro che dimostra che alla fine non conta cosa si scrive - può essere bello parlare anche di un gol fortuito di 60 anni - ma come, con quale cuore.

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