lunedì 24 maggio 2010

La splendida banalità dell'"Ermo colle"


Da alcuni giorni mi girano per la testa queste parole di Umberto Eco, una manciata di righe che fanno i conti con una delle più grandi e celebrate poesie di tutta la letteratura italiana.

Fu una sera, alle tre di notte, sul Colle dell'Infinito di Recanati, dove stanno scolpite le prime parole di uno dei sonetti più belli di tutti i tempi, che mi sono reso conto che "Sempre caro mi fu quest'ermo colle" è un verso assai banale, che avrebbe potuto essere scritto da qualsiasi poeta minore del romanticismo, e forse di altre epoche e correnti. Che deve essere un colle, in linguaggio "poetico", se non ermo? Eppure senza quell'inizio banale la poesia non prenderebbe avvio, e forse occorreva che banale fosse, perché potesse essere avvertito il sentimento panico di quel naufragio, poeticamente memorabile

E dunque, uno in un primo momento rimane così, come se uno prendesse qualche terzina di Dante e l'attribuisse a una figura secondaria della poesia. Come sarebbe a dire, un verso assai banale, degno di un poeta minore del romanticismo?

Poi ci si pensa qualche istante in più e succede che quello che cambia è proprio il concetto di banalità, il valore che bisogna assegnare a questa parola.

Quante volte ho sentito liquidare un romanzo con questa condanna senza appello: è banale. Sentenza che fa il paio con qualche altra frasettina più o meno equivalente. Non aggiunge niente di nuovo. Oppure: non è originale.

Ma insomma, a parte il fatto che sull'originalità dell'opera letteraria il grande Borges avrebbe molte cose da dire, mi sa che a volte tacciamo come banale, ciò che è
semplicemente capace di parlare al cuore con un linguaggio universale.

Mi sa che ci può essere tanta bellezza nella banalità. E che sarebbe un guaio prescindere da questa banalità.

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