martedì 18 maggio 2010

Con Nesi l'industria che sparì all'improvviso




Mentre lavoravo nel lanificio avevo sempre desiderato - ardentemente desiderato - di poter fare solo lo scrittore nella vita: e scrittore mi sono sempre sentito mentre parlavo con clienti e fornitori, con le banche e con gli agenti, con il commercialista e i dipendenti...


Che singolare parabola di vita, quella di Edoardo Nesi, imprenditore (ex imprenditore) sui generis, scrittore contro un destino (e un senso comune) che lo avrebbe voluto a inseguire solo conti in banca e fuoriserie, piuttosto che parole.

Lui che quando dirigeva l'azienda di famiglia teneva Sotto il vulcano di Malcom Lowry nel cassetto e fremeva per tornare alle pagine di Fitzgerald, però poi a San Francisco - "quella" San Francisco - si stupiva perché quella città pareva vivere senza fabbriche.

Lui che ha vissuto una bella fetta degli anni in cui Prato era Prato, il più florido, il più sorprendente dei distretti industriali italiani, tempi in cui fare l'imprenditore non era solo facile, era addirittura entusiasmante, per tutte le porte che si aprivano, per tutte le tessere del mosaico che andavano sempre subito a infilarsi nel posto giusto.

Lui che un giorno si è trovato senza la sua azienda e magari avrebbe dovuto persino fregarsi le mani, perchè ha colto il momento giusto, quello in cui aveva appena cominciato a scivolare dalla cresta dell'onda, solo che poi oltre a qualche risparmio gli è rimasto un terribile peso sullo stomaco:
Quando vendi un'azienda, vendi anche la sua storia. E noi una storia l'avevamo.

Lui che a quel punto ha potuto fare davvero lo scrittore a tempo pieno, solo che a quel punto aveva le parole, ma non aveva più il mondo che aveva abitato da sempre, un mondo spazzato via, con i suoi capannoni, le sue macchine, i suoi denari, i suoi operai. Spazzati via a una velocità da rimanere come un pugile suonato.

Lui che ora racconta tutto questo in Storia della mia gente, un libro che non sarà un capolavoro, che non si sa nemmeno bene cosa sia, che comunque a me è piaciuto molto, anche se più per la sua storia di vita che per la sua analisi della crisi - globalizzazione, globalizzazione, ma sarà che oltre ai cinesi di Cina anche gli imprenditori pratesi ci hanno messo del loro?

Lui che mette il dito nella piaga, che sa raccontare con straordinaria intensità il "risentimento" che segue l'età dell'abbondanza. Che racconta la sua storia e quella della sua gente. Così come il nostro presente e temo anche il nostro futuro.

E io chiudo questo libro e rimugino su tante cose. Anche sul fatto che da sempre vivo a meno di 20 chilometri da Prato. E sarà per la puzza sotto il naso del fiorentino, eppure non sono mai riuscito ad accorgermi di questo mondo accanto al mio, della sua fortuna di un tempo come del suo disastro di oggi, del suo dolore e del suo orgoglio.

O forse ho fatto sempre finta di non accorgermene. Da oggi, con questo libro, mi sarà più difficile.

2 commenti:

  1. Buongiorno Paolo, hai ragione: non si sa bene cosa sia questo libro ma a leggerlo si capisce molto di quello che qui a Firenze neanche si vede. Io frequento Prato per lavoro e per amicizia: mi capita di vedere alcune strade del centro storico buie di sera (nel senso di senza negozi...), strade periferiche (la Narnali di Nesi stesso) come scheletri di quell'antico splendore di filature che rumorosamente producevano. Poi hai ragione: Nesi indovina il racconto di vita (e come non potrebbe visto che è anche il suo) ma secondo me non indovina molto l'analisi "globale". Perché il piccolo capitalismo italiano, per quanto avventuroso, di successo, motore di sviluppo è sempre stato "avvelenato" dall'anomalia italiana: la "famiglia" prima di tutto, sistemiamo i figli e, al massimo, i nipoti. Il resto è stato lusso-e-arricchimento senza prospettive, senza domani. Senza porre le basi per un futuro anche delle comunità che si sono viste protagoniste di tanta fortuna. Finiti i piccoli capitani d'industria, crolla tutto. La globalizzazione c'entra certo ma a me pare un po' di taglio...
    Comunque è vero: bella riflessione, una volta chiuso il libro!

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  2. Seppur da profano di economia, ma da pratese chiederei:
    - davvero poteva andare avanti il tessile pratese, lavorando negli stanzoni, con macchine, metodi e mentalità fermi da decenni?
    - nessuno ricorda più che a Prato si lavorava dieci, dodici, quindici ore al giorno, sabato e I maggio compresi? (non nel dopoguerra, ma fino a tutti gli anni ‘90)
    - davvero crediamo che a Prato c’era una LEGALITA’ dilagante ed i cinesi hanno importato la l’illegalità?
    - nessuno ricorda i record di fallimenti agli inizi degli anni ‘90? nessuno ricorda come e perchè si falliva?
    - nessuno ricorda più il gatto con la benzina sulla coda? Era inventiva imprenditorile da proteggere? (replay: non nel dopoguerra, ma fino a tutti gli anni ‘90)
    - la cassa di riparmio di Prato, che fine fece? perchè?
    - nessuno ricorda la vendita di macchine a tunisini, spagnoli, algerini, cileni, etc.?
    - davvero crediamo che l’ignoranza dilagante, la bassa scolarità, i soldini di babbo spesi allegramente in aperitivi e griffe, non abbiano avuto un ruolo nel declino?
    - davvero potevamo fare la voce grossa “contro” la globalizzazione?
    - davvero i cinesi hanno fatto concorrenza sui filati e non, invece, sul pronto-moda?
    - la concorrenza estera non era già forte ben prima dei cinesi-pratesi? a svalutare la lira, quanto si sarebbe potuto durare ancora?

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