martedì 16 marzo 2010

L'11 settembre e il fondamentalista riluttante






Io non ero in guerra con gli Stati Uniti. Anzi, ero il prodotto di un'università americana; stavo guadagnando un lucroso salario americano; ero infatuato di una donna americana. Perché allora una parte di me desiderava il male degli Stati Uniti?


(...)

E' incredibile, data la sua insignificanza - dopotutto è un modo di acconciarsi come un altro - L'impatto che ha sui vostri compatrioti una barba esibita da un uomo con la mia carnagione

Ecco qui, è tra questi due estremi che oscilla il pendolo della contrapposizione, dell'intolleranza, dell'incapacità di accogliere la differenza, almeno di metabolizzarla sotto il segno del vivi e lascia vivere. Avversione che a volte viene fuori dal ripostiglio del cuore, quando meno ci si aspetta, riflesso automatico, incontrollabile. Avversione che altre volte brucia sulla pelle, mortifica e umilia, tanto più se si alimenta di dettagli.

Beh, c'è tutto questo nel libro di Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante, un titolo che di per sè basta a evocare una montagna di pensieri, decisamente piuttosto brutti, su questo nostro mondo, sulle ferite ancora aperte e che pare abbiano ben poca intenzione di cicatrizzarsi.

Un libro che è tutto un monologo, un racconto in prima persona, qualcosa a metà tra una confessione e un j'accuse che si srotola in un pomeriggio e poi in una sera trascorsa in un caffè di Lahore, tra i profumi, le voci, la varia umanità del vecchio mercato di Anarkali.

Chi parla è un pakistano, Changez, giovane pakistano che una vita prima, forse anche un mondo prima, era un giovane in carriera, assunto da una delle più spietate società della finanza newyorkese. Chi ascolta, un americano che non si sa bene cosa sia, difficilmente un turista, forse un agente o un diplomatico, forse un militare.

Due uomini che in effetti fino a qualche tempo prima sembravano appartenere allo stesso mondo. Poi è arrivato l'11 settembre, i ponti sono saltati, sotto le macerie non sono rimasti solo corpi.

Sete di vendetta. Opposti fondamentalismi. Come cancellare tutto questo? Nella figura dell'ex mago della finanza che si è lasciato crescere barba e odio non c'è niente di rassicurante. E la riluttanza del suo estremismo fa ancora più paura, come se fosse la prova provata di forze superiori a ogni volontà.

Magari sappiamo che non è così. Che c'è sempre modo di guardare oltre. Ma la scrittura rapida, avvolgente, tutta in discesa (verso il precipizio?) di Hamid rischia davvero di farcelo dimenticare.

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