mercoledì 30 dicembre 2009

Quella volta del Dalai Lama a Firenze


Ci sono persone che più di altre sembrano incarnare la possibilità concreta di un mondo migliore per tutti noi. Penso a Daisaku Ikeda, a Nelson Mandela, al Dalai Lama, solo per fare qualche nome. Riporto qui sotto il racconto dell'unica volta che ho avuto modo di incontrare, anche se marginalmente, uno di questi personaggi. Ancora una volta è una pagina tratta da Caduti dal Muro, il libro scritto con Tito Barbini per Vallecchi.
Auguri e arrivederci al 2010!



Successe tanti anni fa, quando venne invitato a Firenze e io collaboravo da qualche tempo con un quotidiano cittadino. Ero solo quello che allora si chiamava un “abusivo”, cioè uno di quei ragazzi che passavano le giornate a faticare in redazione contando solo su una vaga speranza di assunzione, prima o poi.
Non è che il caporedattore si fosse particolarmente appassionato all’idea di questa visita. In ogni caso assai meno che per un consiglio comunale o per un campionato regionale di pallavolo vinto dalla squadretta di quartiere. E insomma, la tanto decantata informazione locale è anche questo, le radici nella realtà le affondi ma poi ti capita di non guardare che cosa c’è oltre la chioma del tuo alberello.
E insomma, fu per questa ostentata indifferenza che all’incontro con il Dalai Lama nella chiesa di San Miniato venne spedito il povero collaboratore, non un “vero” giornalista a ben altre notizie destinato.
Così una mattina che ricordo decisamente grigia il sottoscritto si ritrovò in prima fila ad accogliere la massima autorità spirituale tibetana, che si presentò senza scorta e senza un codazzo esagerato di discepoli e accompagnatori.
E io allora ero piuttosto indifferente a certe persone e a certi discorsi, il Tibet avrei fatto fatica a indicarlo su una carta geografica e il Dalai Lama era sicuramente una brava persona, ma con il quale avevo poco a che fare e a cui comunque non avevo affidato la mia speranza per il mondo.
Certo, ero così allora, impermeabile alle cose dello spirito. Però ora, proprio grazie a te Tito, recupero questo fotogramma che avevo abbandonato a se stesso: rivedo il Dalai Lama che fa il suo ingresso, la testa rasata e la semplice tunica ad avvolgerlo, gli occhiali che non celavano occhi vispi e curiosi.
E rammento come chinò il capo più volto in segno di rispetto per tutti i presenti, che incontrava per la prima e presumibilmente per l’ultima volta. Rammento che a un certo punto il suo sguardo scivolò su tutto noi, però non era uno sguardo che racchiudeva tutti in un abbraccio collettivo, no, era uno sguardo che si soffermava e staccava, uno sguardo che procedeva solo dopo aver creato un contatto. Uno sguardo che diceva: anche tu sei importante per me.
E lo diceva solo con un sorriso.
Il sorriso di cui pure a me il Dalai Lama fece dono.

lunedì 28 dicembre 2009

Buone parole dall'Appennino


Beh, questo è un consiglio per un libro che credo in pochissimi oggi conoscono. Un libro quasi introvabile, ma che ci attanaglia con il fascino ruvido, e anche inatteso, del nostro Appennino qual era prima della televisione e delle settimane bianche. Un libro che fa bene perché ci riporta a certe nostre radici e ci aiuta a liquidare ogni pretesa di superiorità intellettuale, solo perché abbiamo studiato, perché viviamo la contemporaneità, o viviamo in città dove non mancano le occasioni.

Si chiama I racconti di Cutigliano, lo ha scritto Giuseppe Lipparini, un letterato bolognese che fin da giovane, per motivi di salute, ha frequentato e amato l'Appennino toscano. Qui ha preso moglie, qui ha scoperto la poesia degli umili e ha trovato motivi di ispirazione per la sua scrittura.

Mondadori pubblicò questa raccolta di racconti nel lontano 1930,una piccola coraggiosa casa editrice pistoiese ce l'ha riproposta qualche anno fa. Insomma, un libro che non lambirà mai alcuna classifica, destinato a pochi estimatori.

Eppure sono pagine preziose perché capaci di riportarci a un mondo antico nel momento del suo trapasso verso un'altra epoca. Capaci anche di offrire una sorta di risarcimento a una cultura mai riconosciuta come tale, nella convinzione che essa sia appannaggio dei letterati, che non possa esserci poesia dove c'è solo miseria.

Su questa montagna di poesia ce n'era tanta e bella.

Tutto questo non a caso è raccontato con gli occhi dell'intellettuale cittadino. Un mondo che anch'io ho provato a raccontare in Beatrice, la storia della poetessa illetterata di Pian degli Ontani. Per questo mi sento particolarmente vicino a questo libro. E a Lipparini, naturalmente. L'ho riletto in questi giorni, ma senza di esso forse non avrei mai scoperto nemmeno Beatrice.

martedì 22 dicembre 2009

I poeti che la rivoluzione dissipò


E' qualche giorno che sto ripensando a Majakovskij, a Esenin, agli altri grandi poeti degli anni intorno alla rivoluzione sovietica. Una generazione con uno straordinario patrimonio di bellezza, speranza, libertà dissipato in un soffio. Di loro ho recentemente parlato in Caduti dal Muro, il libro scritto assieme a Tito Barbini (Vallecchi, collana Off the road). Mi piace condividere con voi queste parole, succo di una storia che mi ha sempre molto emozionato.


E prima di Maiakovskij toccò a Esenin, il grande Esenin, il poeta visionario e alcolizzato, il marito di Isadora Duncan, altro naufrago degli affetti e degli ideali. S’impiccò ai tubi del riscaldamento della sua camera all’hotel Astoria di San Pietroburgo. Poche ore prima, la notte del 27 dicembre, si era tagliato un polso e aveva scritto una poesia d’addio con il suo stesso sangue.
“Morire in questa vita, non è una novità – aveva scritto – Ma più nuovo non è certamente vivere”. Majakovskij lo aveva corretto: “In questa vita non è difficile morire - Vivere è di gran lunga più difficile”. Però chissà quali riflessioni gli strappò, solo il titolo di quell’ultima poesia: “A presto, amico mio, a presto”. Chissà.
Ti ringrazio, Tito, perché è merito di questo tuo viaggio tra le macerie dell’Unione Sovietica, se ho finalmente riaperto il cassetto dei miei ricordi, restituendo la luce ai miei poeti. Li avevo messi via, come si fa con una crisi adolescenziale di cui stentiamo a non vergognarci. Come l’album di fotografie che si abbandona a prendere la polvere.
Ora posso ritornare a uno dei libri che tra tutti mi hanno più emozionato nella vita. Pensa, un saggettino di poche pagine, uscito in quella collana dell’Einaudi con il quadrato rosso in copertina che negli anni Ottanta andava per la maggiore tra gli intellettuali di sinistra. Testi importanti e spesso anche decisamente pallosi.
Beh, a giudicare dal suo autore, pure questo libretto poteva essere classificato ad alto rischio di noia e indecifrabilità. Si tratta di Roman Jacobson, linguista di origine russa, maestro del pensiero che si definisce formalista e strutturalista – e pensa, Tito, ogni volta che nella cultura sento una parola che si chiude in –ismo, io propendo per la fuga.
Però il titolo è “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti” e dentro c’è tutto quello che Majakovskij, ed Esenin, e tutti gli altri, mi hanno dato e poi tolto. C’è la bellezza della rivoluzione e il suo disastro. C’è la poesia che ha cantato una nuova epoca per essere poi da quest’ultima divorata, annichilita. La speranza e la disperazione. La vita che fa a pugni con la politica più alta, più generosa di ambizioni, quella che la vita la vorrebbe mutare dalle fondamenta. I versi che non ti possono salvare e che pure ti riscaldano il cuore. Preziosi. Insostituibili.
Non mi piacciono le citazioni troppo lunghe, lo sai, però questo brano di Jakobson te lo voglio trascrivere per intero. Dice esattamente quello che vorrei dirti, Tito, ma lo dice assai meglio di quanto potrei fare io.
In queste parole ci sei tu, e forse ci sono anch’io.
“Ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame coi tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c’è un’attualità autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente.
Siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d’altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro. Secondo una splendida iperbole del primo Majakovskij, “l’altra gamba corre ancora nella vita accanto”. Sappiamo già che i più intimi pensieri dei nostri padri erano in disaccordo con la loro vita quotidiana.
Ma i nostri padri avevano ancora dei residui di fede nel suo carattere confortevole e universale. Neppure il futuro ci appartiene. Tra qualche decennio ci affibbieranno duramente il titolo di “uomini dello scorso millennio”. Quando i cantori sono uccisi e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione”.

venerdì 18 dicembre 2009

Lungo il Po assieme a Michele Marziani

More about La signora del cavialeSarà perché se c'è una cosa che mi emoziona, che mi restituisce il senso della verità, non è la storia con la esse maiuscola, ma la vita degli uomini che con quella storia si incrociano, anche se il più delle volte si limitano a subirla. Sarà perchè raccontare tutto questo è una dote rara, che sorge dall'umiltà, dall'attenzione, direi anche da una certa dolcezza: e quando la incontri, questa dote, è facile rinnovare il senso di sorpresa e giusto provare qualcosa di simile alla gratitudine.

Dico tutto questo perché questo è quanto ho "sentito" leggendo l'ultimo libro di Michele Marziani, La signora del caviale (Cult Book). E aggiungo che questa non è stata una "scoperta" causale, ma una lettura voluta, ricercata, dopo che di Michele avevo letto il precedente Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta, un libro che fin dal titolo rivelava quelle che, a mio parere, sono alcune delle sue più belle caratteristiche: una voce che per essere originale non ha bisogno di forzature o esibizionismi stilistici, che sa raccontare cose sode, che sanno di terra, di lavori manuali, di gente comune, ma anche di sguardi che si proiettano oltre, magari sfruttando il volo dei sogni.

Anche questa è una storia particolare, per l'ambientazione, prima di tutto: il Po della gente che del Po viveva,ancora negli anni del fascismo, un Po che non è più quello di Riccardo Bacchelli e che pure oggi ci pare più distante di una qualsiasi meta esotica.

A queste vite lungo il fiume Marziani sa davvero attribuire le giuste parole, fuori da ogni bozzettismo, da ogni tentazione folclorista. Non cercando una storia fuori dalla storia, ma addirittura accompagnando la sua narrazione verso uno degli snodi più drammatici del nostro Novecento, quello delle persecuzioni razziali e poi della guerra di Liberazione.

E' stata una bella impresa, lo so, e una sfida coraggiosa. Leggendo queste pagine mi è venuto in mente che quando con Beatrice ho provato a restituire la voce ai poeti contadini dell'Appennino ho comunque avuto la possibilità di raccontare un mondo fuori dalla storia. Più facile, senz'altro.

Ma questa è una divagazione, e in realtà con le poche righe che mi avanzano non voglio fare altro che esprimere il piacere provato per un romanzo che ha saputo farsi racconto leggero anche nel dramma, di quella leggerezza che ha la vita quando è alimentata dalla poesia o dai sogni di chi guarda l'età adulta.

Dimenticavo, mi resta la curiosità per gli storioni che un tempo, evidentemente, erano una ricchezza del Po. Credevo che si trovassero solo sul Volga o sul Mar Caspio. Ma anche questo è un altro discorso, rimedierò con wikipedia.

martedì 15 dicembre 2009

Con Magrelli la "vicevita" sopra i treni



"Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos'altro... La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro... Sono i momentio in cui facciamo da veicolo a noi stessi. E' ciò che chiamerei la vicevita"

Comincia così, con questa sorta di premessa, questo libriccino di Valerio Magrelli, poeta importante che questa volta presta la sua penna e la sua ispirazione all'esperienza del viaggio in treno. Ed è curioso, ma senza nessuna esplicita volontà mi è capitato tra le mani appena letto un altro libro, quello di Paolo Cagnan sulla Transiberiana, un libro dedicato insomma proprio a questa esperienza. Cosa che mi conferma che se anche non ci sono progetti consapevoli di lettura, ci sono richiami, corrispondenze, percorsi da una pagina all'altra che sono come le pietre su cui si salta per attraversare un torrentello (attenti agli scivoloni, però).

Proprio la lettura di Cagnan è un buon modo di dissentire dalle prime righe - e anche dal titolo - di Magrelli. Perché per me il viaggio in treno, benché sia sempre ovviamente uno spostarsi verso qualcos'altro, e quindi anche un'attesa di qualcosa che ora non c'è, beh, è vera vita, vita piena.

Alla fine il treno fermerà nella mia stazione, io prenderò con me il mio bagaglio, scenderò, mi guarderò qualche attimo intorno, e poi mi incamminerò, con fretta maggiore o minore secondo le circostanze. E sarà certo qualcosa di diverso.

Eppure se mi guardo indietro il viaggio in treno è sempre stata per me esperienza di straordinaria intensità: che io guardi dal finestrino il mondo che passa mentre in realtà sono io che passo, che legga un libro finalmente sganciato da qualsiasi altra incombenza, o che puri curiosi negli sguardi e nei gesti dei miei compagni di viaggio.

C'è molta poesia nell'andare treno e per questo è giusto che un poeta, per cui il treno è stato pendolarismo più che viaggo, abbia sentito la voglia di raccontarcelo.

Su diverse altre cose dette da Magrelli non mi sono trovato d'accordo. Ma questo non era necessario. L'importante era ed è lo sguardo poetico che sostanzia queste pagine di riflessioni, piccole storie, incontri fugaci.

Serve questo sguardo per educarci anche noi a questo sguardo. Per attingere al pozzo della poesia anche quando c'è solo lo sferraglio delle ruote sui binari. E magari l'aria condizionata nemmeno funziona.

domenica 13 dicembre 2009

Tito e le sue storie dalla fine del mondo


Da qualche settimana Tito Barbini è ripartito per la Patagonia, inseguendo le tracce di vite che certamente daranno sostanza a un suo nuovo libro. E' lontano, ma la posta elettronica è un gran bel modo per rimanere in contatto e, in questo caso, anche per ricevere ogni settimana le sue lettere. Qui sotto vi riporto una delle sue storie, pubblicata ieri anche dal Corriere di Arezzo


Storie dalla fine del mondo

Ci sono altre storie che devono essere narrate. Prima di tutto quelle delle donne e degli uomini che hanno abitato, per primi, quel mondo alla fine del mondo. E poi di altri, poeti, navigatori e santi, che hanno vissuto in quegli anni il più straordinario dei “passaggi a sud”, quello nella terra australe. Vanno raccontate, perché ci servono, servono comunque, anche se sono storie che davvero arrivano da lontano.
A volte rifletto su tutte le storie di questo mondo alla fine del mondo e poi provo a incrociarle con le storie di Arezzo, le confronto con le mie radici, con i volti delle persone, con le vicende della mia città e della politica. E non so come dire, ma da questo confronto mi sento arricchito, più forte, più attento, più consapevole. Sicuramente non fa male, come non fa male seguire a distanza le storie di Arezzo. Per certi versi è un modo per ridefinire la scala delle priorità, per capire ciò che è davvero importante.
E allora vi racconto della sparizione degli indios e soprattutto di Enriqueta Gastelumendi. Nome quasi impossibile per una piccola storia che mi va di condividere con tutti voi.
E’ morta a 91 anni, nell’agosto del 2004, l’ultima rappresentante degli indios Ona. Era nata il 15 luglio del 1913, era la più piccola di cinque figli di Ramon Guastalumendi, morto nel 1918, e di una Selk’nam, una Ona battezzata come Maria Felisa che morì nel 1949, senza aver imparato “nient’altro che quattro o cinque parole di spagnolo”. Oggi non sembra quasi possibile.
Era nata nella fattoria di un missionario bianco, un tale che si chiamava Thomas Bridge, uno dei primi europei a stabilirsi nella terra degli Ona. Forse a metterla al mondo era stato un fuggente attimo d’amore, dopo che la madre era stata rapita da uno spagnolo cacciatore di foche. Per questo lei era considerata impura dalla sua gente. Non aveva sangue intero, Enriqueta, ma non si considerò mai di razza meticcia. Volle essere e rimanere, dall’inizio alla fine, una donna della tribù degli Onas. L’ultima.
Io in tutto questo ci trova una coerenza e anche una schiettezza che sono valori da tenere sempre bene stretti.
Enriqueta portava con se il dolore infinito di uno degli eccidi più terribili, e meno conosciuti, tra i tanti consumati ai danni degli indios del Sudamerica. Un genocidio come quello che abbiamo conosciuto in altre vicende della storia recente, uno sterminio totale fatto da coloni e colonizzatori che venivano dall’Europa, soprattutto inglesi e olandesi.
Le isole dell’arcipelago fuegino erano abitate da non meno di seimila anni dagli Akaluf e dagli Yamanas: popoli che si scoprirono impotenti e terrorizzati all’arrivo dei primi coloni verso il 1880. Pensare che già avevano conosciuto l’uomo bianco, e la sua ferocia. Da tempo, infatti, i navigatori europei che passavano sulle navi lo stretto di Magellano si divertivano a ucciderli, cosi per esercitarsi al tiro.
Non andò certo meglio agli Onas che popolavano un poco più a Nord le radure dell’Isla Grande. A metà dell’800 arrivarono i cercatori d’oro dall’Italia, dalla Croazia, dalla Spagna e dalla Francia e gli allevatori di pecore dall’Inghilterra. Quando gli indios videro le pecore fu come andare a nozze. Erano più facili, molto più facili da prendere dei guanachi e la carne era più buona e la lana più calda.
Non l’avessero mai fatto, i coloni inglesi decisero di sterminarli. Misero una taglia di una sterlina per ogni paio di orecchie, testicoli o seni che provassero la morte di un aborigeno. E i cercatori d’oro non si fecero pregare due volte per partecipare alla caccia e battere cassa per le ricompense. Insomma ogni mezzo era lecito: lasciarono una balena adulterata in una spiaggia e 500 Onas morirono per averne mangiato le carni, altri 300 furono avvelenati a tradimento in un convivio che avrebbe dovuto sancire la pace. E chi non lasciò il mondo per una sterlina fu colpito dalle malattie oppure venne deportato in Europa ed esibito nei circhi equestri.
Si racconta di un certo Maurice Matre che si arricchì grazie a un gruppo di bambini Onas Faceva pagare il biglietto all’Esposizione di Parigi del 1889, per vedere i bambini in gabbia, costringendoli a mangiare carne cruda e presentandoli come cannibali.
Tra i cacciatori di teste si è distinto un inglese soprannominato Mister Bond, che portato in fondo il genocidio degli indios in Terra Del Fuoco, si spostò in Patagonia. Lì continuò a lavorare per l’industria laniera e nel 1921 partecipò ai massacri degli operai e dei sindacalisti durante il grande sciopero di quegli anni. In un solo giorno partecipò alla fucilazione di 17 lavoratori.
Tornando ai nostri Onas: nel 1905 erano rimasti meno di 500, nel 1945 erano 25. L’ultima discendente diretta, da parte di madre, è la nostra Enriquetta. E’ sepolta nel piccolo cimitero di Ushuaia.
Quando mi sono incamminato nel vialetto che porta alla sua tomba ho pensato che quelle lastre di granito fossero come dei libri di pietra. Archivi di umanità dove le pagine sanno di vita e non di morte. Sbuco dal vialetto e mi ritrovo davanti a una lastra con la foto di una donna dal sorriso ironico. Enriqueta, appunto.
Nessuno si prese la briga di insegnargli a leggere e a scrivere. A quindici anni sposò un uomo che non conosceva e per il resto della sua vita ha tirato avanti lavorando come un animale. “Ho imparato da sola”, raccontò prima di morire a un giornale argentino parlando delle sue sculture.
Già, perché Enriqueta ha dedicato quasi tutta la sua vita a disegnare e a scolpire. E’ bello ricordarsela così, anche questo serve, non fosse altro che perché aiuta la consapevolezza di quanti talenti e di quanta arte abbiamo intorno a noi, a prescindere dai riconoscimenti, dai titoli accademici, a prescindere dai nostri pregiudizi.
Enriqueta intarsiava la “lenga”, il legno della Terra del Fuoco riproducendo volti e animali che, come per magia, rievocavano un’epopea di diecimila anni. Già perché tanti furono gli anni vissero indisturbati gli Onas. Credo che anche questo faccia bene sapere, quante possono essere profonde le radici della storia degli uomini. E quanto basti poco per distruggerle, quelle radici.

mercoledì 9 dicembre 2009

Transiberiana, con tutti i posti che ci sono...



"Cronache semiserie" recita il sottotitolo di questo libro di Paolo Cagnan, Con tutti i posti che ci sono (Vallecchi, collana Off the road): ed è un sottotitolo che dice assai meno di quanto le pagine di Paolo Cagnan in effetti contengono. Indica più che altro un tono, direi soprattutto una varietà di emozioni e umori che prima che al libro appartengono a questo viaggio, in un'altalena di divertimento e malinconia, di spensieratezza e riflessione.

Ma poi, al di là dei toni, c'è tutta l'esperienza di un viaggio che, per quanto ci riguarda, rimane confinato più nei dintorni del mito che tra le mete che ci è facile proporci e scegliere. Malgrado poi organizzarsi per la Transiberiana sia assai meno difficile di altre cose.

Anch'io alcune volte ho accarezzato l'idea di questo treno. Ho indugiato, ho soppesato i pro e i contro, poi ho finito per pescare la stessa risposta che Cagnan ha rimediato da molti suoi conoscenti prima della partenza: "con tutti i posti che ci sono"...

Poi lui è partito ed è grazie a questo suo "sacrificio" che oggi abbiano modo di ritrovarci tra le mani un gran bel libro di viaggi, un libro direi diverso dalla media del genere, perché non ricerca effetti speciali, non indulge in facili esotismi, piuttosto si dimostra schietto fino alla crudezza.

E dunque, ecco questo viaggio che da Mosca ci porta attraverso gli Urali, taglia le distese della Siberia, ci spinge fino alle sponde del lago Baikal, e quindi oltre il confine con la Mongolia, fino a Ulan Bator, e ancora, fino a Pechino.

E' un lungo viaggio, prima ancora che per i chilometri per le ore di treno. Un viaggio che sembra non finire più, interminabile, che a volte sembra addirittura inchiodare a una sorta di apparente immobilità. E anche questa sorta di sospensione - con annessa possibilità di accompagnare meglio se stessi - è indubbiamente un motivo di fascino.

Ma poi il treno consente ciò che in aereo e per la verità anche in macchina non sarà mai possibile: attraversare un paese, non sorvolarlo, non tagliarlo come un bisturi. Attraversarlo disponendosi all'incontro.

E' quello che succede in continuazione in questo libro, fatto di dialoghi e storie, di altri che diventano compagni di viaggio anche solo per il tempo tra una fermata e l'altra, di frammenti di umanità colti per caso e caricati sulle spalle per scelta.

E poi ci sono questi paesi, raccontati in una fase storica assai diversa da quella di Tiziano Terzani, nel suo reportage sul disfacimento del socialismo reale. Paesi di cui in sostanza si sa poco o niente.

Cagnan non nasconde niente, da buon giornalista: nemmeno le discariche nucleari, nemmeno i disastri del turismo di massa in uno dei pochi lembi di pianeta, la Mongolia, che speravamo relativamente non toccati.

La collana Off the road della Vallecchi piazza insomma un altro bel libro. Che tutto sommato non credo porterà più viaggiatori sulla Transiberiana - con tutti i posti che ci sono... - ma ci aiuta a saperne di più su una bella fetta di mondo e sulla sostanza stessa dell'esperienza del viaggio.

lunedì 7 dicembre 2009

La vita da fiaba dello scrittore da fiaba


“Il sogno è l'ombra di una cosa vera”, dicono gli aborigeni australiani. E se le fiabe sono intessute della stessa materia del sogno, allora c'è molta verità, nella vita vera di Hans Christian Andersen, l'uomo che le fiabe le ha regalate a tutto il mondo.

Ci pensavo l'altro giorno, la vita di Andersen è una fiaba che potrebbe cominciare così: C'era una volta un povero ciabattino, che viveva nella città di Odense, a Fionia, la più dolce e ridente delle isole della Danimarca...

Andersen era il figlio di questo calzolaio e per la verità anche di una lavandaia alcolizzata. In passato c’è stato chi ha ipotizzato una lontana parentela con la famiglia reale danese, ma è facile si tratti solo di una leggenda, la realtà è che quella famiglia era tanto povera da vivere in una singola stanza e da mettere insieme il pranzo con la cena solo con molta fatica.

A soli 11 anni Andersen rimase orfano e si trasferì a Copenaghen per guadagnarsi da vivere come garzone di bottega. I suoi compagni di lavoro lo angariavano in continuazione, perché era brutto e goffo, e anche perché aveva un carattere introverso e modi effeminati. Oggi forse si chiamerebbe mobbing, o peggio.
Anche a scuola il preside lo disprezzava apertamente e gli diceva: “sei un ragazzo stupido, non combinerai niente di buono”.

Insomma, una vita apparentemente destinata alla solitudine e all'infelicità... non vi rammenta un po' la storia del brutto anatroccolo?

Però nella vita di questo ragazzo a un certo punto arrivò qualcosa. Oppure fu questo ragazzo che decise qualcosa e poi portò avanti questa determinazione: non si può dire.

O meglio, questo qualcosa c'era già da prima, perché vedete, quel povero ciabattino che lo aveva messo al mondo di pane in casa ne portava poco, però cercava di rallegrare il suo bambino raccontandogli storie e fiabe di ogni tipo.
Come un seme che gettiamo nel solco e che aspetta il suo tempo per germogliare.

Anche Andersen combatteva la tristezza raccontando fiabe ai più piccoli, che lo ascoltavano incantati. Poi un giorno decise di dedicarsi alla scrittura. E la scrittura divenne la sua vita.

Nel 1837 uscì La sirenetta. Hans Christian Andersen divenne una celebrità. Ma fu proprio Il brutto anatroccolo a consacrarlo grande scrittore. Un grande scrittore capace di consolare i brutti anatroccoli di tutto il mondo con Mignolina e la Principessa sul pisello, con il Soldatino di stagno e con la Regina della neve.

Sì, la vita di Andersen è stata proprio una fiaba. Una fiaba per rassicurarci che ogni bambino può diventare davvero uno splendido cigno. Sempre che non si sciupi il suo talento, che lo si coltivi come si farebbe con il più fragile, il più bello dei fiori.

sabato 5 dicembre 2009

A Malta con la forma del proprio vuoto




Ecco, un altro libro, scoperto quasi per caso, che mi ha dato assai più di quanto mi aspettavo, tenero e commovente senza inutili sentimentalismi, piuttosto con la forza della schiettezza. Un romanzo - La forma del vuoto di Gabriella Sessa, edizione Pendragon - tutto al femminile che anche gli uomini farebbero bene a leggere e a meditare, sul dramma di una maternità negata, sul dolore che scava fino a diventare "la sola cosa che permette alla nostra anima di diventare recipiente d'amore".

Dramma, in ogni caso, che non si ripiega su se stesso, ma diventa possibilità, battaglia, orizzonte, alla fine addirittura viaggio.

Proprio questo è un altro dei motivi di interesse di questo libro: il viaggio per porre le domande giuste e comprendere il senso del proprio cammino.
Ed è particolare lo scenario che Gabriella Sessa propone, Malta, una realtà che abbiamo giusto dietro l'angolo anche se molte volte la lasciamo ai margini della nostra attenzione.

Qui raccontata dall'interno, con occhi che non sono solo del turista, piuttosto della persona che questa isola (anzi, queste isole) le ha frequentate e amate.
Malta con le sue leggende, i suoi santuari, le sue rovine di tempi all'inizio del tempo della storia. Con i suoi enigmatici riti di fecondità. Con la sua capacità di regalare una nuova speranza, benché su una strada diversa da quella cercata e auspicata.

Perchè come quasi sempre accade i desideri trovano risposta dove non si cerca.

mercoledì 2 dicembre 2009

Dai Tuareg agli Abruzzi, la poesia dei pastori


A volerla percorrere fino in fondo, questa è una storia che sembra fatta apposta per incantare e sedurre.

Una storia meravigliosamente generosa, che ci regala suggestioni a non finire: la poesia e la pastorizia, un sottile filo che si snoda attraverso i millenni. Non mi riferisco alle tante pagine che nel tempo si sono offerte a chi ama cibarsi di letteratura, dai lirici dell’antica Grecia ai cantori di tante finte Arcadie del nostro Seicento, fino al pastore errante dei versi di Leopardi, con il suo dolce canto notturno.

No, questa poesia è parola viva, parola che scappa via, parola di pastori veri. Poco importa che si trovi tra le rocce degli Abruzzi oppure tra i deserti solcati dalle carovane dei Tuareg. La domanda del poeta di Recanati – Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? – appartiene a tutti loro. È fatta delle loro vite, segnate da albe rarefatte e da irrimediabili distanze, dalle fatiche della transumanza e dall’immobilità di meriggi infuocati.

Il pastore ha tempo per immergersi nel tempo universale, vive nel silenzio che a volte è maestro nello scolpire la parola.

C’è chi accosta la poesia dei pastori, in ogni caso la poesia popolare, a una non meglio precisata poesia naturale che i bambini, soprattutto loro, possiedono e talvolta manifestano. Viene in mente cosa Piero Citati raccontava di Tolstoi. Una volta lo scrittore russo si ritrovò a scrivere per ore e ore sotto la dettatura di due contadinelli che stava cercando di strappare all’analfabetismo. Gli pareva di scorgere il talento creatore, che era abituato a immaginare in Omero e in Puskin, personificato per la prima volta in due ragazzetti contadini: la poesia stava davanti ai suoi occhi; ed era una grande emozione vedere esteriorizzata questa terribile forza, che tante volte aveva sentito agitarsi dentro di lui.

Bello, come no. Però non mi pare un granché spacciare la poesia popolare, la poesia non scritta, per una sorta di bambinata. Il verso del pastore emerge dal lavoro e dalla meditazione. E poi perfino l’improvvisazione non si improvvisa, se così si può dire. Ha bisogno di una maestria che non si inventa, anche se difetta dell’istruzione che vantano i “veri” intellettuali.
Semmai preferisco pensarla come Ermolao Rubieri, nell’Ottocento autore di una storia della poesia popolare italiana.

Gli uomini prima di avere scritto, certamente parlarono. E anche la poesia… dee aver cominciato dallo essere popolare per poi diventare letteraria… Se i letterati possono perfezionare le favelle, quelli che le formano sono i popoli, e non è possibile che i popoli per cantare aspettassero il cenno dei letterati.

E il cenno dei letterati non serve, quando c’è da cantare il lavoro e la festa, il sudore e le stagioni, il riposo e la tavola.

Sono le voci di un coro che racconta la vita di milioni di uomini senza volto, senza nome: gocce di un fiume generoso.
Voci che rompono il silenzio, che restituiscono la parola a chi la sorte assegnata per nascita vorrebbe senza parola.
Voci di un mondo che, apparentemente, sembra da sempre uguale a se stesso e impermeabile a qualsiasi cambiamento.
Stornelli e rispetti, ninne nanne e ballate: un mondo di poesia che arriva da tempi remoti e che solo gli scempi delle ultime due o tre generazioni hanno provato a spazzare via. Forse non ci sono riusciti.

Da Paolo Ciampi, Beatrice. Il canto dell'Appennino che conquistò la capitale, Sarnus edizioni