sabato 31 ottobre 2009

Viaggiando nella memoria con Primo Levi


Ci sono libri, che sono biglietti per il viaggio più difficile che la letteratura può regalarci e a volte obbligarci a fare. Libri che sono ferite aperte: ed è bene che sia così, perché è giusto essere richiamati al dovere della memoria.

Quando penso agli orrori della nostra storia più o meno recente, finisco sempre per tornare a Hitler e a una frase di Art Spiegelman, l’uomo che con Maus ci ha regalato una straordinaria storia a fumetti sulla persecuzione degli ebrei: la nostra civiltà – diceva - dopo Auschwitz, è come un personaggio dei cartoni animati che va avanti nel vuoto del canyon anche quando non ha più terreno sotto i piedi, e va avanti senza accorgersene. Tranne precipitare quando se ne accorge.

Non so se sono parole esagerate, però è sicuramente vero che la memoria è qualcosa di indispensabile, qualcosa che serve a ciascuno di noi, per capire meglio chi siamo e che cos’è l’uomo, nel bene e nel male.

Per la memoria abbiamo bisogno di parole. Di parole vere, di parole importanti. Abbiamo bisogno di persone come Primo Levi.

E parlare di Primo Levi, come degli altri testimoni, significa misurarsi con una domanda che può aggiungere sofferenza a sofferenza: è possibile raccontare? Ci sono parole per spiegare davvero cosa è successo?

Non tutti sanno che Primo Levi per anni non riuscì a pubblicare il suo capolavoro, Se questo è un uomo, poi stampato da una piccola casa editrice e venduto solo in qualche centinaia di copie, anni prima del successo mondiale.

Ma non è questo il punto. Il problema era essere davvero creduti.Essere creduti, tanto più che la verità da raccontare è già una mezza verità, cioè la verità dei sopravvissuti, di coloro che si sono salvati, non la verità di chi non si è salvato ed è per questo condannato al silenzio, assieme a tutti gli altri “sommersi”, come li chiamava Primo Levi.

Come spiegarlo a chi non c’è stato? Nei lager era proprio questo che i criminali dicevano alle loro vittime, predisponendosi per tempo a ucciderle una seconda volta: nessuno avrebbe loro mai creduto, dicevano così. E più si va avanti con gli anni, più quella lugubre profezia pare diventare vera.

Dicono che Primo Levi un giorno di primavera, più di 20 anni fa, si sia ammazzato gettandosi dalla tromba delle scale. Dicono che tutto questo abbia pesato sul suo gesto estremo.

E sul suicidio, in realtà, qualche dubbio rimane. Però è una cosa è sicura: c’è ancora bisogno di parole, di tante parole, per ricordare Auschwitz come qualsiasi altro mattatoio, dalla Cambogia ala ex Jugoslavia, c’è bisogno di storie, c’è bisogno di vite raccontate.

Primo Levi lo diceva in questo modo:
«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

Ed è vero: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Magari con la stessa consapevolezza del premio Nobel Eli Wiesel, che diceva:
«Dopo Auschwitz siamo tutti ebrei»

martedì 27 ottobre 2009

Jean Giono e l'uomo che piantava gli alberi

More about L'uomo che piantava gli alberiIn una terra desolata, quasi senza più vita, solo un pastore solitario e taciturno costruisce una possibilità di futuro. Ogni giorno pianta centinaia, migliaia di alberi. Da molti di essi non nascerà niente. Ma dagli altri, da quelli che ce la faranno, verranno fuori boschi e boschi. Alberi che restituiranno la vita alla montagna e alla comunità che la abita.

Tutto qui? Sì, tutto qui, perchè ci sono imprese che non hanno bisogno di eserciti e di voti popolari, ci sono imprese che si alimentano di silenzio, di gesti umili, di fatica che può essere ripagata solo dallo stare bene con se stessi e a volte da uno sguardo di sorpresa e gratitudine.

Conosco poco Jean Giono, scrittore provenzale a cui probabilmente solo il cinema ha donato la notorietà con l'"Ussaro sul tetto". Chissà perché lo facevo anche scrittori di altri tempi, ben insediato in un Ottocento velato di nostalgie, piuttosto che un Novecento che ha dispensato tutte le tragedie.

Ignoravo che la sua penna ci avesse regalato pagine così potenti, che vanno oltre il semplice rapporto tra l'uomo e la natura e diventano piuttosto un trampolino per indagare sul senso del nostro passaggio della terra.

Poche pagine, queste, che si leggono di un soffio, lasciandoti il rimpianto di non avere occhi di bambino con cui continuare a fantasticare. Poche pagine, però, che ci aiutano davvero a capire "come gli uomini potrebbero essre altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione".

E non bisogna essere santi, eroi, statisti. Ce la può fare anche un uomo che è poco più di un nome, un uomo che non sa nemmeno spiegare perché fa quello che fa. Nè è in realtà necessario: perché per lui parlano gli alberi, opera che vale i più grandi monumenti.

Mi piace chi pianta gli alberi. E' un offrire qualcosa che non chiede davvero niente, nemmeno la possibilità di guardare con soddisfazione l'opera compiuta, che in realtà potrà essere osservata e misurata solo anni e anni più tardi.

Piantare alberi è il gesto che più di tutti contiene il senso del futuro. Anche per questo serve farlo, non solo per l'anidride carbonica. Serve perché ci permette di stringere un patto con le generazioni che verranno e di scoprire il piacere del dono.

Questo libriccino ci aiuta a esserne consapevoli

lunedì 26 ottobre 2009

Berlino-Mosca, a piedi oltre la cortina

More about Berlino-MoscaQualcuno lo paragona a un nuovo Chatwin, da parte mia non saprei e non so nemmeno se è utile anche per l’interessato un paragone così ingombrante.

Certo a differenza di Chatwin in Wolfgang Buscher l’esperienza del viaggio sembra meno letteraria o esistenziale, più scarnificata, ridotta alla sua essenza, in un qui e ora che non ha bisogno di suggestioni, moventi, sollecitazioni, e proprio per questo sa fare i conti con altri tempi e perfino con gli scheletri negli armadi della memoria.

In questo libro si racconta un impressionante viaggio a piedi, difficile non solo per quanto ha richiesto al corpo, difficile perché in questo percorso c’è una storia che viene da lontano, che appartiene all’altro della Germania e alla Germania stessa.
Ovvero a quell’Est, senza il quale non ci sarebbe il presente, quell'Est che pure non viene raccontato in un saggio, solo fatto emergere con la forza dei passi, delle sensazioni, delle riflessioni che accompagnano il viandante.

Da leggere, soprattutto in questi giorni che, con il ventennale del Muro, forse ci spingono con più forza a considerare quel mondo che di distendeva oltre la "cortina di ferro"

venerdì 23 ottobre 2009

Emilio Salgari per compagno di viaggio


In questi giorni in giro con Tito Barbini per presentare Caduti dal Muro capita spesso di parlare di viaggi veri e viaggiatori immaginari, di persone che macinano chilometri e di persone che macinano sogni con le loro letture (è successo anche ieri sera, alla Libreria Marzocco, con gli amici di Avventure nel mondo). Ed è un tema che mi ha sempre fatto pensare molto.

Pascal affermava: “La sventura del mondo viene perché gli uomini non riescono a rimanere ventiquattr’ore nella stessa stanza”,
Robert Louis Stevenson, quello dell’Isola del tesoro,invece sosteneva: “Non c’è miglior materia per i sogni che una mappa” .

Quando mi tornano in mente frasi come queste ripenso a questo signore che vedete nella foto qui sopra: un signore che mi ha fatto viaggiare per il mondo come se avessi valanghe di biglietti aerei regalati e giorni liberi infiniti.

Ripenso a questo signore che si faceva chiamare capitano di lungo corso, che raccontava a tutti di mirabolanti imprese e spedizioni ai quattro angoli del pianeta, che girava in bicicletta per la sua città con in testa un turbante da maharajà e che la domenica gli piaceva portare i figli in scampagnate fuori porta dove poteva inventarsi gigantesche cacce alla tigre.

So che questo signore da ragazzo si ritrovò al Lido di Venezia, in lacrime perché era stato respinto all’esame che gli avrebbe dovuto dare la licenza nautica e un futuro marinaro. Se ne stette ore a guardare il mare che non avrebbe più potuto solcare come un capitano.

Da allora questo signore gettò l’ancora nelle biblioteche di mezza Italia e cominciò a navigare sui libri, macinando di tutto, guide, atlanti, mappe, resoconti di viaggio, bollettini, lettere di esploratori.

Così cominciò a viaggiare e divenne un formidabile viaggiatore sulla carta.
Poi cominciò a scrivere. E in questo modo mi ha regalato Sandokan e i tigrotti della Malesia, ma soprattutto mi ha regalato Mompracem, un’isola per me nella vastità dei mari.

Questo signore, che anche per suicidarsi non scelse un colpo di rivoltella ma fece harakiri come un samurai, si chiama Emilio Salgari. E quando ripenso a lui mi rivedo ragazzino a girare per il mondo solo con le sue pagine e la mia fantasia. Sono contento di aver parlato di lui in un mio libro, Gli occhi di Salgari. Di lui e del suo modo di viaggiare con la fantasia.

Confucio diceva che il modo migliore per conoscere il mondo è quello di non uscire mai dalla propria casa. E forse questo è troppo.
Però in effetti si può viaggiare in molti modi. E viaggiare con la fantasia, solo con la fantasia, non è certo il peggiore.

sabato 17 ottobre 2009

In giro con Tito per Caduti dal Muro

More about Caduti dal muroNon è che a me piacciono molto anniversari e commemorazioni, ma a questo ci credo, soprattutto come occasione per riflettere e confrontarsi su cose che non sono lontane da noi, che comunque ci riguardano.

Se ne parla da diversi mesi, ma ormai ci siamo: tra qualche settimana saranno passati esattamente 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, da quello straordinario evento con cui non cadeva soltanto il simbolo della Guerra Fredda e delle sue divisioni.

Finiva un impero che da Berlino arrivava fino alle sponde del Pacifico, tramontava di colpo il “sole dell'avvenire”, cambiavano all'improvviso mappe geografiche, bandiere, nomenclature, ma andava a pezzi anche la speranza di chi aveva creduto nel socialismo, veniva meno una possibilità di futuro per tanti.

Su questo anch'io e Tito Barbini abbiamo scritto un libro, Caduti dal Muro, pubblicato per Vallecchi.

In primo luogo, va detto, è un libro di viaggio, che ci porta dall'Europa orientale alla Russia, dalla Cina fino al Vietnam, alla Cambogia e al Tibet. E per la verità è Tito che ha viaggiato sul serio, da grande viaggiatore qual è, io l'ho accompagnato con le mie email, le mie letture, la mia musica.

E poiché i viaggi di Tito non sono mai solo il resoconto di un itinerario, in queste pagine c'è anche il racconto di un uomo alle prese con le grandi questioni, sia politiche che esistenziali.

Ne è venuto fuori un dialogo tra diversi, sul passato ma soprattutto sul presente, e anche un po' sul futuro. A me è servito, spero che sia utile anche per altri.

In ogni caso io e Tito saremo parecchio in giro per parlare di Caduti del Muro e di tutto quello che quella notte di novembre del 1989 ha significato per tutti noi.

Qui, intanto, vi inserisco alcune date di questo ottobre:


il 19 a Montale Villa Smilea ore 21.00

il 20 alla Biblioteca Comunale di Scandicci ore 17.30

il 21 a Modena Caffè Letterario Avventure nel mondo ore 20.30

il 22 a Prato Libreria Marzocco

il 23 a Mirandola per la rassegna Libri al Castello. 17.30

il 28 a Guidonia ore 18 per “ Progetto Culturale Storia del 900”

il 29 a Montevarchi Sala Bartolea ore 18

mercoledì 14 ottobre 2009

A Roma il Festival della letteratura ebraica


"L'uso della parola scritta a fin di bene, per spingere l'umanità avanti verso orizzonti di convivenza e rispetto, è il sentiero che porta l'uomo alla libertà". Mi piace fin dalle prime parole che hanno scelto gli organizzatori per la loro presentazione, il Festival della letteratura ebraica che si terrà a Roma dal 24 al 28 ottobre, alla Casa dell'Architettura.

Un festival bellissimo, che non ci permette soltanto di aprire una finestra sulla letteratura del popolo che forse più di tutti è intimamente legato alla civiltà del libro. Date un occhiata al programma: siamo agli antipodi del banale, dell'effetto speciale, del carrozzone in cui per forza si deve stipare tutto, poi si vedrà.

In questo Festival si cerca la qualità, piuttosto che la quantità. Appuntamenti selezionati che ci aiutano a riflettere sul passato e sul presente, a colmare distanze, a rispettare differenze. Incontri che si srotolano dietro un filo comune di impegno, partecipazione, condivisione. Da non perdere.

lunedì 12 ottobre 2009

La magia che trasforma il borgo sardo


Come per un colpo di bacchetta magica, perché non è che una cosa del genere te la aspetti qui. Eppure succede proprio ad Asuni, un piccolo borgo sardo della Marmilla, in provincia di Oristano: che per tre giorni diventa il crocevia di artisti internazionali (poeti, scrittori, musicisti, pittori, performer), disseminati per le strade del paese, ospiti degli stessi abitanti, protagonisti di performance nelle lollas, i tradizionali cortili.

Mi piacciono queste manifestazioni che non si confinano in qualche spazio chiuso, quasi a mantenere le distanze. Mi piacciono nella misura in cui investono e permeano di sè un'intera comunità, dando l'idea come potrebbe essere... ma comunque lasciando un segno di sè anche quando tutto tornerà come prima.

Ad Asuni succede da venerdì 16 a domenica 18, per la quinta edizione della Festa della Letteratura e delle Arti. Quest'anno, spiegano gli organizzatori, il tema sarà la visione del villaggio contemporaneo, nella prospettiva delle ritualità collettive e individuali e delle nuove presenze in movimento, culture e genti che per scelta o a causa di eventi drammatici migrano in territori altri, portando con sè quel bagaglio di sfumature e differenze che diventano ricchezza per i territori in cui si insediano.

Da segnalare, tra le altre cose, l'omaggio a Izet Sarajlic, il poeta europeo scomparso nel 2002 e la presenza di Maram al Masri, poetessa siriana che riporta passione ed erotismo all'essenzialità della quotidianità femminile.
Per la sezione "Arti Visive", la provocante proposta del collettivo Az.Namusn.Art che con "Wanted" trasformerà Asuni in un virtuale Centro di Permanenza Temporanea, e la geniale visionarietà di Fabiola Ledda, con il video Vermisst sulla speranza che spinge a sfidare il mare incontrando disagi impossibili da raccontare.

sabato 10 ottobre 2009

A Gaeta il cecchino e la bambina

More about Il cecchino e la bambinaQuando viaggiare è addentraci negli orrori e i dolori del mondo, dietro a un lavoro che ogni giorno ti chiede di liofilizzare in titoli e notizie tutto quanto investe la vita e la morte di innumerevoli persone, in una routine a rischio di cinismo. Quando quello stesso lavoro diventa rigore, responsabilità, testimonianza di umanità.

Tutto questo c'è dentro il libro di Franco Di Mare, Il cecchino e la bambina, che in questi giorni, tra l'altro, ha vinto il premio Città di Gaeta per la letteratura di viaggio e di avventura (per inciso, ero in giuria e ho partecipato alla premiazione: ascoltare Franco di Mare è stata una gran bella cosa, direi uno scatto di orgoglio in un periodo in cui la professione del giornalista è tanto bistrattata).

In questo libro Franco di Mare, inviato di guerra, racconta se stesso, racconta soprattutto le storie che gli si sono sgranate sotto gli occhi. Senza esibizionismo, senza la tentazione di offrire effetti speciali o chiavi di lettura.

Ricordi in successione, dall’assedio di Sarajevo fino al genocidio del Ruanda. Le pagine volano trascinandoci da una latitudine all’altra delle tragedie del nostro pianeta. A volte Franco Di Mare ci lascia un po’ così, quasi ci socchiudesse la porta e poi ci lasciasse fuori. Ma in realtà ogni capitolo è segnato dall’intensità di un giornalista che non si avvicina al suo lavoro con la freddezza del chirurgo.

E poi il suo è un modo diverso di raccontare rispetto ad altri inviati, un modo a cui siamo meno abituati: Franco Di Mare viene dalla televisione, da un lavoro che ti chiede di sintetizzare in un minuto e mezzo gli eventi di una giornata, da un lavoro che pretende di raccontare assai di più con un fotogramma che con mille parole. Ogni sua pagina è un'inquadratura: che arriva al cuore, che scuote, che passa ma non tu lascia come prima.

mercoledì 7 ottobre 2009

Ulisse, l'uomo che non voleva partire


Non me l'aspettavo, l'ultimo libro di Cecchi Paone, dedicato a Ulisse, è un’intensa rievocazione del mito di Ulisse, colto nel corso di un viaggio che prima ancora di portare l'uomo di Itaca in lungo e in largo affonda nella sua interiorità e imprime una straordinaria traiettoria alla sua storia.

Se il viaggio non è solo spazio fisico colmato, se il viaggio è davvero cambiamento che ha che vedere con noi stessi, Ulisse ne è davvero il campione: lui che si lascia alle spalle le rovine di Troia come eroe per diventare semplice un uomo.
Un uomo che vuole essere semplicemente se stesso, un uomo che resiste alle tentazioni che nel corso del viaggio gli si presentano, offerte di oblio e di eternità, possibilità di alleggerire il grande fardello delle sofferenze umane che lui rispedisce al mittente, perché sottrarsi a quelle sofferenze è anche abdicare alle proprie condizione di uomo.

Ulisse, il prototipo del viaggiatore: proprio lui che non avrebbe mai voluto partire, con la sua casa costruita intorno a un antico olivo, il suo letto scavato in quell’olivo al centro della casa; lui che per questo provò anche a fingersi pazzo di fronte ad Agammenone e agli altri guerrieri, facendosi vedere ad arare la spiaggia e a seminarvi il sale. Lui il cui viaggio è puramente ritorno, prima ancora fame di ritorno.

“Io esisto perché ricordo, io sono perché rammento, io sono tutto ciò che sono stato. Io sono l’uomo che ha distrutto Troia, e sono l’uomo che ha costruito la sua casa per restare…”
Non tutto convince in questo libro, soprattutto nel passaggio dalla terza alla prima persona, quando a raccontare è Ulisse stesso… Però ci sono pagine affascinanti… come quelle sulla discesa nell’Ade, quando Ulisse incontra le ombre degli eroi della guerra di Troia, e sono solo ombre, non c’è gloria, non c’è niente che valesse la pena… e questa discesa nell’Ade è quello che fa di Ulisse l’uomo, non più l’eroe.

lunedì 5 ottobre 2009

In Casentino, per ascoltare la scienza


Ci sono parole importanti, non superflue, che solo il silenzio rende davvero vive. E ci sono silenzi che scavano e ci riportano alla bellezza della parola che lascia una traccia.

Però a pensarci bene nè le parole nè i silenzi avrebbero per noi alcun significato, senza la nostra capacità di ascolto.

Ascoltare: azione umile, raccolta, così timida che in apparenza non è nemmeno un'azione, piuttosto qualcosa che avvicina l'uomo a una ciotola che si riempie di acqua.

Eppure è l'ascolto a fare la differenza, come dono da accogliere, talento da coltivare, arte da svelare.

Proprio l'ascolto è il filo che in questo 2009 caratterizza il percorso di Le parole e il silenzio, il ciclo di incontri che ormai da tre anni la Fondazione Baracchi propone in alcuni dei luoghi più belli e suggestivi del Casentino, in Toscana.

Il prossimo appuntamento è sabato prossimo, il 10 ottobre (villa La Mausolea, Soci, ore 16.30), con l'incontro "Infinitamente grande, infinitamente piccolo: la scienza della meraviglia". Un modo diverso per parlare di scienza, con la scienza che diventa altro, diventa di più: un viaggio, un'avventura, una possibilità di meraviglia, un canto di bellezza.

Dagli astri lontani anni luce, l'infinitamente grande, ai più minuscoli insetti, l'infinitamente piccolo: un incontro con alcuni grandi scienziati che per una volta non terranno una lezione dalla cattedra, ma ci racconteranno brividi e stupori di un lavoro che ci permette di "ascoltare" l'universo. Io ci sarò.

giovedì 1 ottobre 2009

Per scoprire cose da turchi

More about Cose da TurchiUna giovane giornalista free lance lascia l’Italia per una borsa di studio di otto mesi in Turchia che le offre la possibilità di indagare a fondo su un paese “dietro l’angolo” che troppe volte seppelliamo sotto una valanga di luoghi comuni: la realtà ovviamente è un’altra, più complessa e sfumata. Anche più variegata, perché non è che la Turchia è solo Istanbul, che peraltro di per sè è già un mondo.

Ed è così che viene fuori "Cose da turchi", un libro a metà strada tra il reportage e il saggio, un libro brillante, coinvolgente, efficace nel raccontarci questo paese in tutte le sue contraddizioni, possibilità, difficoltà.

La Turchia divisa tra Oriente e Occidente, non solo geograficamente, la Turchia volta volta ponte e muro: i nostri vicini che presto busseranno di nuovo alle porte dell’Europa e che intanto incrociamo di tanto in tanto sul pianerottolo senza che da una parte o dall’altra si faccia niente per conoscerci un po’ di più e per vincere la valanga di diffidenze.

Questo libro, senz’altro più riuscito nelle parti in cui l’esperienza dell’autrice è messa in primo piano, dà una mano per tutto questo: ci lascia persino la voglia di saperne di più. E non è poco.