martedì 29 settembre 2009

Il Belgio a Pisa, libri tutti da scoprire...


Dai, sforziamoci, facciamo qualche nome di scrittore belga. La Yourcenar, senz'altro. Hugo Claus, già più difficile. E ovviamente, uno rischia di scordarselo perché ci pare così poco "belga", anche Simenon.

E poi? Poi poco: e sarà perchè come per Simenon da quelle parti le scritture finiscono per confondersi in un vortice di lingue e confini poco chiari, sarà perché semplicemente siamo troppo distratti e troppo propensi a classificazioni più semplici, ma fuorvianti: francesi da una parte, fiamminghi dall'altra.

Però questo fa anche pensare: non sarà che in un'epoca di confusione, di identità incerte, magari proprio dal Belgio più che da altrove potranno arrivare le nuovi voci?

Per scoprirlo l'occasione ci è offerta dalla nuova edizione del PisaBookFestival (9-11 ottobre), la rassegna dell'editoria indipendente che quest'anno ha come paese ospite proprio il Belgio.

Ci saranno libri dal Belgio, libri sul Belgio, libri made in Belgio.

E tra gli autori presenti tanti che non ho mai sentito nominare, ma che a occhio merita davvero conoscere. Citati a caso: Nicolas Ancion, Xavier Löwenthal, Sophie Buyse, Olivier Dombret,Kenan Görgün...
 

Il programma intero, con i luoghi, gli incontri, gli autori, su www.pisabookfestival.it

venerdì 25 settembre 2009

Anche per l'asino arriva la riscossa

More about In viaggio con l'asino Non so perché ma mi pare che l'estate che ci siamo appena lasciati alle spalle sia stata una grande estate per gli asini... e intendo proprio i simpatici quadrupedi, non gli asini bipedi che pure non mancano, anzi... Credo che fossero proprio gli asini veri a rischiare di sparire dai nostri paesi, dalle nostre montagne, dopo secoli di convivenza con il genere umano.

Invece da un po' di tempo gli asini sono tornati in auge: come animali da compagnia dei bambini, come compagni di viaggio tout-court, come "operatori" di raccolta differenziata in borghi arroccati su picchi scoscesi. La cosa non mi dispiace affatto e giustamente quest'estate mi è capitato più volte di incontrare iniziative dedicate agli asini, tra esperienze di trekking e appuntamenti culturali.

Anche sui libri qualcosa è successo, per un animale decisamente trascurato da quando Stevenson - sì proprio quello dell'Isola del tesoro - inaugurò la sua carriera letteraria proprio con un viaggio "asinino" nel cuore profondo della Francia.

Per l'Italia la novità è stata "In viaggio con l'asino" di Andrea Bocconi, scrittore toscano che ci ha già regalato alcuni viaggi insoliti.

La storia è semplice: due adulti e due bambini partono per un trekking con l’asino per le montagne dell’Abruzzo. Un viaggio originale che, per l'appunto, ha per protagonista un “compagno” di cammino solitamente ignorato e bistrattato.

E poi ci sono le montane aspre e selvagge dell’Abruzzo, a dimostrazione che una grande esperienza di viaggio è possibile anche se non vai in Nepal.

Buona la scrittura, in linea con le prove che uno scrittore viaggiatore come Bocconi ci ha già offerto in passato. Magari avrei preferito qualche attenzione in più al rapporto tra gli asini e i bambini, o tra gli adulti e i bambini. Beh, questa mi è rimasta come curiosità, però se questa riscossa dell'asino continuerà mi sa che anche su questo troverò qualche risposta.

mercoledì 23 settembre 2009

La letteratura di viaggio in festival


Beh, è giusto che su questo blog dedicato ai libri come viaggio (più ancora che ai libri di viaggio) ci sia spazio anche per le notizie, non solo per le mie elucubrazioni. E allora mi piace ricordarvi che da domani, giovedì 24, a domenica 27 settrembre a Romna torna il Festival della letteratura di viaggio, un festival, spiegano gli organizzatori, "che celebra il viaggio come strumento per la scoperta e la comprensione delle culture e dell'altrove".

Il festival ha un programma fitto fitto di mostre, incontri, premi e proiezioni con la partecipazione di viaggiatori di diverso tipo: scrittori, registi, scienziati, musicisti, attori, giornalisti, fotografi, disegnatori, per un totale di oltre 30 appuntamenti in programma nelle quattro giornate del Festival, ognuna delle quali dedicata a temi specifici. Il 24 si parlerà di esplorazioni e frontiere, il 25 di mappe letterarie, il 26 di altri e di altrove, il 27 di reportage e letteratura.

Tra gli autori presenti di un festival che, giunto alla seconda edizione, punta ad essere sempre più internazionale, il poeta arabo (siro-libanese) Adonis, lo storico - e pronipote dello scrittore Antoine de Saint-Exupéry - Frédéric d'Agay, l'antropologo francese Marc Augé, l'autrice dell'Atlante delle emozioni  Giuliana Bruno, il fondatore e direttore del Festival Etonnants Voyageurs di Saint-Malo, Michel Le Bris e lo scrittore inglese Jason Elliot.

Il Festival della Letteratura di Viaggio è un'iniziativa ideata e realizzata da Società Geografica Italiana e Federculture.

Il programma con tutti gli appuntamenti e i luoghi in cui essi si svolgeranno lo troverete in http://www.festivaletteraturadiviaggio.it

lunedì 21 settembre 2009

Nel deserto dei tartari, sognando l'altrove


Figurarsi che la prima volta che mi capitò di leggere Il deserto dei tartari di Dino Buzzati fu tanti anni fa, per portarlo all'esame di terza media: lettura non dico sconsigliata per un adolescente, ma certo intempestiva, perché questo è un libro che è come il vino che invecchia acquistando un corpo diverso, arricchendosi di sfumature che fanno la differenza.

In seguito a lungo mi sono fatto accompagnare dalle sue domande metafisiche, dalla vertigine dell'attesa che inghiotte le sue pagine e la vita intera del tenente Drogo, magari anche dalla fame di un nemico, perché anche un nemico può regalarti un senso...

Solo più tardi ho capito che il senso è piuttosto abbandonare la fortezza e scommettere su un altrove... ma è da qui, è dal deserto dei tartari, che bisogna sempre partire... è il deserto dei tartari che pretende sempre da noi una risposta...

E ancora oggi torno alle pagine che mi raccontano di quell'attesa, del giorno della battaglia che forse sarà domani, o domani ancora, ma mai oggi, di quella vita che aspetta perennemente la sua chiamata, il suo banco di prova, il gesto che le attribuirà un senso, pure nella sconfitta... e tutto questo con il passo del romanzo di avventura (senza avventura), da ragazzino appunto...

Ci sono libri che fai fatica a catalogare anche come capolavori, perché devi andare oltre un giudizio sulla qualità, non ci sono stelle o voti o categorie di valutazione che esprimano quanto un libro è entrato nella tua vita, quanto ti è stato essenziale.

Per me un libro fondamentale. Credo per parecchi.

giovedì 17 settembre 2009

Perché non sei venuta prima della guerra?




Là ha sofferto, ma anche qua, anche qua. Povero angelo, è ancora là, e non c'è dolore più grande di questo


Il qua - Israele dopo che tutto è successo - e il là - l'Europa dello sterminio a cui sei scampato ma che continuerà a perseguitarti fino all'ultimo istante di vita: è questa la prospettiva per singolare e anche un po' straniante che che ci regala Perché non sei venuta prima della guerra?, primo libro di Lizzie Doron a essere tradotto in Italia, grazie a una piccola grande casa editrice come la Giuntina.

Un libro che, mi pare, ha raccolto giudizi molto diversi da parte dei lettori di Anobii. Io sono tra coloro che si faranno ancora accompagnare a lungo da questo libriccino denso, stupefacente, poetico, straordinariamente evocativo.

Da tempo attendevo una voce così per parlare di quello che è stato, ma soprattutto per ascoltare il racconto della vita dopo che è stato quello che è stato, in realtà senza mai passare.

Lizzie Doron ci è riuscita parlando della mamma, dei suoi incubi, delle sue devastazioni e delle sue sue liturgie solitarie, delle sue ferite nell'anima, della sua incapacità di spiegarsi veramente o di vivere veramente nel presente.

Ne è venuto fuori, a mio parere, uno dei più forti racconti sulla Shoah, senza che la Shoah in effetti sia mai davvero raccontata o anche solo citata... da leggere, assolutamente.

martedì 15 settembre 2009

Anche le nuvole hanno il loro peso

More about La teoria delle nuvole

Talvolta pensa anche, ma senza dirlo a nessuno, che il cervello degli uomini abbia la forma delle nuvole, e che dunque le nuvole sono come la sede del pensiero e del cielo; oppure che il cervello è nell'uomo la nuvola che lo unisce al cielo.

Forse potrebbe valere la pena di leggere La teoria delle nuvole anche solo per frasi come queste; ma questo libro è anche molto altro: un libro singolare, sbilenco, complesso nonostante la narrazione piana, compassata, sempre molto raccolta, di questa scrittrice francese.

Magari non è il capolavoro a cui qualcuno ha gridato. Però sarà difficile non portarsi con sè almeno uno di questi personaggi: lo stlista giapponese scampato a Hiroshima, la bibliotecaria solitaria di Parigi, il quacchero che per la prima volta studia le nuvole per quello che in effetti sono, il pittore che quadro dopo quadro finisce per svuotare le sue opere di qualsiasi oggetto che non siano le nuvole...

E' una storia che ci fa rimbalzare di secolo in secolo, di latitudine in latitudine, giocando tra finzione e ricostruzione storica, tra romanzo-romanzo e romanzo quasi saggio... fino a che, in dirittura di arrivo, quando tutto pare incanalato verso una conclusione prevedibile, le carte si scompaginano e le nuvole lasciano il posto a un'unica nuvola, la sola creata dall'uomo, la nuvola fungo dell'atomica...

Buono anche per saperne qualcosa di più sulle nuvole, che sono belle, sono anche utili, ma in genere consideriamo poco: poco più di una decorazione o un segno di qualcos'altro che ha a che vedere con la meteorologia, talvolta magari anche un presagio.

Mai che però si guardi alla nuvola per quello che è. Questo libro restituisce dignità alle nuvole.

E a proposito, sapevate che le nuvole hanno un peso? Un peso che fa impressione... Io non ci avevo mai pensato.

domenica 13 settembre 2009

Omero, il poeta cieco che è in noi


Lo diceva Victor Hugo:
«Il mondo nasce, Omero canta. È l’uccello di questa aurora»

Omero, dunque. O meglio, l’uomo che abbiamo imparato a chiamare Omero. L’antico greco che ci ha regalato i poemi con cui inizia la storia della nostra letteratura e forse della nostra bellezza. Il poeta cieco, che non aveva occhi per guardare, ma che proprio per questo sapeva guardare più lontano di chiunque altro e staccare dal suo silenzio parole che risuonavano a lungo nel cuore degli uomini.

Tutto questo è Omero: la grandezza dei versi dell’Iliade e dell’Odissea e, nel ricordo di molti di noi, il busto di un anziano dall’espressione saggia e solenne, e poi magari le traduzioni e gli studi dei tempi di scuola.

Stamattina mi è venuto di pensare a lui, leggendo un libro dedicato a Ulisse, "eroe e uomo". Eppure, cosa si sa davvero di Omero?

Già nell’antichità si erano moltiplicate le biografie, le vite immaginarie, le leggende. E già allora non si contavano le città che si contendevano il vanto di avergli dato i natali, da Atene a Rodi, da Argo a Chio e Smirne. Città, per inciso, quasi tutte dell’Asia Minore, tanto per destarci il sospetto che la nostra poesia in effetti sia arrivata da lontano, dall’Oriente.

Qualcuno assicurava che Omero era nato pochi anni dopo la guerra di Troia, altri che era nato parecchio dopo. Anche sul significato del suo nome ci si accapigliava: discendeva da una parola con cui i greci si riferivano ai non vedenti o dalla parola che indicava, più misteriosamente, un ostaggio?

Ce n’è voluta per iniziare a convincersi che forse Omero non è mai esistito. Anzi, che non è mai esistito perché in realtà di Omero ce ne sono stati centinaia, migliaia.

Infiniti Omero prima di Omero che hanno raccontato di Achille e di Ettore, del re Agamennone e dell’astuto Ulisse. Infiniti poeti che hanno cantato nelle feste e nei banchetti, hanno improvvisato versi che poi sono passati di bocca in bocca, hanno tramandato la memoria delle gesta, delle imprese e delle miserie dei loro eroi.

Così la più grande poesia della nostra letteratura è nata dalla parola leggera, imprendibile, evanescente di tanti poeti senza volto e senza nome.

Ed è bello pensare a tutto questo e poi pensare ai nostri nonni e ai nostri bisnonni, alla nostra Toscana contadina dove si passava le sera a veglia alzandosi in piedi per una rima, per un’ottava improvvisata da chi non sapeva né leggere né scrivere. Credo che sia per questo che qualche tempo fa mi è venuto di scrivere Beatrice: un modo per provare a saldare qualche debito di gratitudine.

È bello pensare a tutto questo, perché permette a ognuno di noi di ritrovare il dono della parola. Perché aiuta ognuno di noi a sentirsi un po’ Omero.

Pensate, ognuno di noi come il grande poeta cieco.

venerdì 11 settembre 2009

Le piccole librerie e i biglietti per il mondo


Se i libri sono viaggi, sono le librerie i posti dove si staccano i biglietti per il mondo. Sono loro che ci aiutano a fare le valigie e magari ci accompagnano per un bel pezzo. Ma cosa succede se scompaiono una a una? Cosa perdiamo, se se ne vanno proprio quelle che non ci propongono il viaggio da catalogo, ma il viaggio su misura, il viaggio che è giusto il nostro e che allo stesso tempo è stato costruito insieme?

Su Repubblica di oggi, pagine di cultura, vi segnalo un importante speciale: "Salvate il piccolo libraio". Scrive Michele Smargiassi:

"Le librerie indipendenti chiudono una a una o cambiano forma. Sgocciolano via le botteghe della lettura, scompaiono i dettaglianti della cultura, gli ecologi difensori della 'bibliodiversità'. Gli ultimi dodici mesi sono passati come i lanciafiamme del romanzo di Bradbury sui piccoli negozi di carta stampata, senza distinzione tra blasonate e anonime, antiche e recenti, metropolitane o provinciali..."

In Italia le librerie sono 1.770: di per sè non un grande numero. Almeno un terzo appartengono a grandi catene, con le loro strategie commerciali che non sempre si conciliano con il bene di quel bene tutto particolare che è il libro. Meno ancora garantiscono quella 'bibliodiversità' di cui Smargiassi.

In questi anni si è parlato molto di "presidi del libro". Ben vengano. Però mi sa tanto che presto ci sarà bisogno anche di "presidi delle librerie": non fosse altro che per salvare un patrimonio di frequentazioni, esperienze, consigli su questo o quel libro, magari letto e apprezzato davvero, perchè non è solo un titolo dalla copertina luccicante e dalle ambizioni di alta classifica. I viaggi su misura si costruiscono così. E beh, credo che ne valga la pena.

martedì 8 settembre 2009

Le strade blu del Sioux in crisi

 E' vero, il viaggio, se è vero viaggio, racchiude sempre in sé la possibilità di una rivelazione che in realtà è una metamorfosi. Least Heat Moon è un discendente degli antichi padroni delle praterie, i guerrieri Sioux, ma oggi è solo una persona che ha perso insieme il lavoro e la moglie.

Le strade blu, invece, sono le strade secondarie che nelle vecchie cartine geografiche dello sterminato continente americano sono segnate appunto in blu: strade poco battute e quasi dimenticate, strade che non cercano mai la via più corta, strade che a volte danno l’impressione di non portare in nessun posto.

Niente di meglio per un uomo in crisi, che non sa dove andare, ma sa che deve andare. Lontano dalle highways che solcano l’America come possenti arterie dove pulsa veloce il traffico, dentro un mondo rarefatto, fatto di distanze, silenzi, abbandoni.

Perché proprio nei posti dove non c’è niente trovi tutto. Perché il tutto può essere anche un suono a cui non avevi mai prestato attenzione o il colore mutevole ed enigmatico di una strada blu al tramonto.

Ho visto che proprio in questi giorni la Rai sta mandando in onda un reportage in più puntate sull'America "minore" che porta proprio questo titolo: Strade Blu.

Può essere l'occasione per cogliere la palla al balzo e tuffarsi in questo libro per la prima volta oppure per tirarlo fuori un'altra volta dallo scaffale dove lo abbiamo abbandonato.

giovedì 3 settembre 2009

Viaggiando nel tempo con Tina

Sara´perche´da ieri sono a Berlino, in questa citta´dove ti pare di essere al centro della storia, in questa citta´che pare un fiume che di volta in volta si e´rovesciato fuori degli argini e si e´portato via idee, speranze, illusioni, e naturalmente anche follie e crimini. Oppure sara´perche´oggi, nonostante la pioggia, ho girellato a lungo, toccando vari luoghi che trattengono la memoria della grande utopia fallita del secolo scorso, con il suo tragico bilancio e le sue domande di giustizia inevase: il museo della DDR, il Reichstag con la sua straordinaria cupola ma anche con la sua impressionante storia, la piazza con le statue di Marx e di Engels...

Mi e´ venuto da pensare non ai tanti che quell´idea l´hanno devastata, ma a quegli altri, almeno altrettanti, che l´hanno vissuta, quell´idea, con dedizione, con passione,con determinazione... e tra tutte mi e´ venuta in mente una donna che non so se e´ stata a Berlino, credo di si´, ma che comunque a Berlino sarebbe stata benissimo, se dovessi riassumere la sua vita con una citta´ simbolo, penserei proprio a Berlino, non a Citta´del Messico o a Mosca, che pure sono state assai piu´ determinanti per la sua vita.

Tina Modotti. Tina fotografa, Tina attrice, Tina rivoluzionaria, Tina amante appassionata, Tina che incrocia i luoghi e gli eventi della grande storia, Tina che dall'Italia degli emigranti arriva a Hollywood, Tina che incrocia la storia dell´Unione Sovietica, Tina semplicemente donna...

E quante donne che ci sono in Tina, quante storie, quanti sentimenti, quante possibilità di vita, quanti sogni e quante delusioni...

Ancora una volta c´e´ un libro che, raccontando la storia di questa vita mi permette di ritrovare qualcosa di Tina accanto a me. Lo ha scritto Pino Cacucci, e´ bellissimo.

Una biografia che è più di una biografia e che infatti si legge come un romanzo. Perchè la vita di Tina Modotti è questa, una storia che non leggi e poi lasci lì, una storia che ti rimane dentro, a meditare cosa si vanifica e cosa può lasciare il segno in questa esplosione di creatività, di sensualità, di fame di riscatto sociale...

martedì 1 settembre 2009

Dal Giappone la bellezza dell'"eppure"


È un peccato, a scuola non si studino mai i poeti dell’antico Giappone, un immenso tesoro che non si finisce di esplorare.

Prendete per esempio un poeta come Issa, l’ultimo grande compositore di haiku, cioé della poesia giapponese che con tre versi e una manciata di parole, solitamente non più di 17 sillabe, riesce a catturare un’emozione, una verità, perfino una visione del mondo.

Issa era di quei poeti monaci che vagabondavano per tutto il Giappone, calpestando la polvere con i suoi sandali di bambù. Pare che ci abbia lasciato qualcosa come 20 mila poesie. Poesie semplici, quasi istintive, poesie intrise di parole quotidiane e capaci di arrivare dritte al cuore, poesie per avvicinarsi a tutto quanto è piccolo e di poca importanza per i più e che per lui, invece, valeva come l’universo intero.

Issa vedeva la bellezza ovunque, nelle cose di ogni giorno, nei gesti comuni, in tutto quanto non è appariscente, negli animali meno vistosi, come le lumache, i grilli, perfino le zanzare…

Si può pensare che sia facile cantare la bellezza quando le cose vanno bene, quando la vita scorre senza troppi intoppi. Ma non è stata questa la vita di Issa.
Issa, in effetti, ha conosciuto il dolore più intenso che un uomo possa conoscere, un inimmaginabile abisso di dolore provocato dalla morte di tutti e tre i suoi figli, uno dopo l’altro.

Ed ecco, la sua poesia più bella nasce proprio al cospetto della figlioletta appena morta. Ruota tutto intorno a una parola semplice, semplice: “eppure”. La vita è dolore, la vita è impermanenza, la vita è un soffio: “eppure” merita di essere vissuta, “eppure” ha una sua irresistibile bellezza.
La poesia è questa, semplicemente:

È di rugiada
È un mondo di rugiada
Eppure, eppure


Diciassette sillabe da scolpire nel cuore. Perché regalano la bellezza che fiorisce anche dal dolore più tremendo. La parola, anche la singola parola, che ci dà la forza per redimerci e tirare avanti.