domenica 30 agosto 2009

Dalla Mongolia, spunti sui popoli nomadi


Chatwin ne era convinto: quello tra popoli stanziali e popoli nomadi è stato il conflitto di civiltà che per millenni ha segnato e indirizzato la nostra storia. Fin dalla notte dei tempi se è vero che il conflitto era già tutto nello scontro fratricida tra Caino e Abele, il pastore e il contadino.

E Chatwin su questo ha scritto cose straordinarie, facendo il tifo per i nomadi e cercando di tratterne il ricordo, ora che i tempi li hanno spazzati via quasi ovunque, ma che anche prima parevano fatti apposta per consegnare le loro vite all'oblio, loro che levavano le tende, non costruivano città mattone su mattone. Loro che recitavano poemi interi stringendosi intorno a un focolare, ma che non conoscevno la gioia e la maledizione della pagina scritta.

Ha scritto cose straordinarie, Chatwin, anche se mescolate a inquietudini che hanno meno a che vedere con le storie di questi popoli che con le sue inquietudini di uomo occidentale. Cosa su cui Tito Barbini ha puntato l'indice a proposito della Patagonia, ma che ora affronta anche Anna Maspero, di ritorno dalla Mongolia, con un bellissimo scritto sui popoli nomadi e stanziali, pubblicato sul suo blog AcomeAvventura e su Reporter.

Uno scritto che, tra i tanti spunti, offre anche una bellissima citazione di Massimo Zamboni: "Non mi fido di quelle inquietudini che non piantano alberi o non allevano animali"

Qui sotto, il link, che vi consiglio, ricordandovi anche una manifestazione che Anna ci segnala a Cantù, fino al 13 settembre, Parolario... un programma ricchissimo, in cui, tra le altre cose, si parlerà anche dei taccuini di viaggio... come a dire, il cerchio si chiude.

Nomadi e stanziali, terra e libertà

venerdì 28 agosto 2009

C'era una volta la DDR

More about C'era una volta la DDR“Ossessionata dai dettagli, la Stasi fallì clamorosamente nel prevedere la fine del comunismo, e con essa la fine del paese. Tra il 1989 e il 1990 fu rovesciata come un calzino: un giorno organizzazione di spie staliniste, il giorno dopo museo. Nei suoi quarant’anni... aveva prodotto l’equivalente di tutti i documenti della storia tedesca a partire dal Medioevo. Disposti uno accanto all’altro, i fascicoli che la Stasi teneva sui suoi concittadini, uomini e donne, avrebbe formato una fila di centottanta chilometri”

Ci si sta avviando verso due mesi che pulluleranno di iniziative per commemorare i 20 anni dalla Caduta del Muro e da tutto quanto quell'evento ha significato, perché con quel Muro si sbriciolò un impero che da Berlino arrivava al Pacifico, tramontò di colpo il "sole dell'avvenire", sparirono mappe geografiche, bandiere, nomenclature.

Non mancheranno certo le occasioni per ricordare questo evento. Da andare a Berlino (io parto la prossima settimana) fino a leggere il libro che ho scritto assieme a Tito Barbini, Caduti dal Muro. Ma non voglio promuovermi, piuttosto oggi voglio segnalarvi quest'altro libro, un buon viatico per prepararsi all ventennale. E' C'era una volta la DDR, è uscito per la Feltrinelli e l'autrice è una giornalista australiana, Anna Funder.

Non so se di questo libro mi abbia colpito più l'insostenibile normalità di un regime dove un cittadino ogni 63 era un agente o un informatore della polizia segreta. Oppure l'incredibile rapidità con cui questo sistema che sembrava costruito con gli stessi materiali del Muro di Berlino si squagliò, creando un vuoto pneumatico laddove fino a poche settimane prima c'erano schiere di fedelissimi.

Non so neppure se quella sia stata una rivoluzione - l'unica, sostiene la Funder, che i tedeschi siano riusciti a portare a termine in tutta la loro storia - così come non so cosa si nasconda dietro l'Ostalgie di oggi: moda o effettivo disagio del presente?

Però questo è un buon libro, un reportage ricco di umanità e senza eccessive pretese. Anche con qualche pecca, senz'altro, o cose che forse potevano essere più approfondite - per esempio il sostegno al regime degli "idealisti": un libro comunque non scontato e utile.

mercoledì 26 agosto 2009

Un poeta sbruffone nelle birrerie di Praga


Vi dice niente il nome di Hrabal? Per quanto mi riguarda è una delle persone che con le sue pagine mi ha fatto volare più lontano.

Pensanso a lui mi è sempre venuto in mente una sorta di Buster Keaton della letteratura, anche se in effetti Hrabal non lo puoi paragonare a niente che non presupponga il suo essere in tutto e per tutto abitante di Praga.

Hrabal faticava durante il giorno, però di sera si prendeva il suo tempo in una delle tante belle osterie di Praga e lì si metteva a scrivere pagine che mi immagino inzuppate da tanta birra e ingarbugliate da molte conversazioni sul niente e sul tutto.

Da tutto questo balzò fuori uno scrittore insolito, irresistibile sia nell’umorismo che nella dolcezza surreale e struggente.

Nei suoi libri c'è molto di Praga e molto della vita di un uomo che si proclamava «apprendista sbruffone», «estimatore del sole nei ristoranti all’aperto» e «bevitore della luna che si specchia nel selciato bagnato». Con più malinconia del solito, complice le ferite del tempo e la stanchezza di una vita operaia...

Non dico che sia una lettura facile, ma trovatela una voce come la sua, densa, irriverente, stralunata, così generosa di una incomprensibile vitalità...

E stupitevi della sua forza, della sua inventiva, della sua poesia sbilenca, della sua capacità di strappare un sorriso e un brindisi anche dalle miserie che sono di tutti noi.

lunedì 24 agosto 2009

Emilio Salgari e le biblioteche come mari



Sarà perchè in questi giorni mi viene spesso di ricordarmi di quando ero ragazzino e mi sognavo pirata ed esploratore. Sarà perchè in fondo mi sono sentito sempre un viaggatore di carta... ma è un periodo che penso molto a Emilio Salgari. Al "mio" Emilio Salgari, capitano di lungo corso mancato.

Pascal affermava:
“La sventura del mondo viene perché gli uomini non riescono a rimanere ventiquattr’ore nella stessa stanza”
E Robert Louis Stevenson, quello dell’Isola del tesoro, che invece viaggiando si è spinto fino ai mari del Sud:
“Non c’è miglior materia per i sogni che una mappa” .

Quando mi tornano in mente frasi come queste ripenso a come Emilio Salgari mi ha fatto viaggiare per il mondo, nemmeno avessi valanghe di biglietti aerei regalati e giorni liberi infiniti.

Salgari si faceva chiamare capitano di lungo corso, raccontava a tutti di mirabolanti imprese e spedizioni ai quattro angoli del pianeta, girava in bicicletta per la sua città con in testa un turbante da maharajà. La domenica gli piaceva portare i figli in scampagnate fuori porta dove poteva inventarsi gigantesche cacce alla tigre.

So che da ragazzo si ritrovò al Lido di Venezia, in lacrime perché era stato respinto all’esame che gli avrebbe dovuto dare la licenza nautica e un futuro marinaro. Se ne stette ore a guardare il mare che non avrebbe più potuto solcare come un capitano.

Da allora gettò l’ancora nelle biblioteche di mezza Italia e cominciò a navigare sui libri, macinando di tutto, guide, atlanti, mappe, resoconti di viaggio, bollettini, lettere di esploratori.

Così cominciò a viaggiare e divenne un formidabile viaggiatore sulla carta.
Poi cominciò a scrivere. E in questo modo mi ha regalato Sandokan e i tigrotti della Malesia, ma soprattutto mi ha regalato Mompracem, un’isola per me nella vastità dei mari.

Emilio Salgari anche per suicidarsi non scelse un colpo di rivoltella ma fece harakiri come un samurai. Quando ripenso a lui mi rivedo ragazzino a girare per il mondo solo con le sue pagine e la mia fantasia.

Confucio sosteneva che il modo migliore per conoscere il mondo è quello di non uscire mai dalla propria casa. E forse questo è troppo.

Però in effetti si può viaggiare in molti modi. E viaggiare con la fantasia, solo con la fantasia, non è certo il peggiore.

sabato 22 agosto 2009

Ciò che è invisibile agli occhi


"Di solito siete voi che accompagnate me, che non vedo, nel mondo del visibile.
Per una volta vorrei portarvi nel mio mondo, il mondo di ciò che non si vede con gli occhi"


Proprio vero, bisogna avventurarsi in sentieri meno battuti per accogliere il dono della sorpresa. Bisogna forzarsi a ciò che non è scontato, che non va di moda, che non corre sulla bocca di tutti per poter arrivare in fondo e dire: sono contento per come ho speso il mio tempo.

Io sono contento di aver letto da cima a fondo Invisibile agli occhi, un piccolo grande libro scritto a quattro mani da Massimo Orlandi e Wolfgang Fasser e proposto dalle edizioni della Fraternità di Romena, così contento che quasi quasi tra un po' ci ritornerò anche sopra, ne sfoglierò di nuovo le pagine, cercherò righe che con previdenza ho sottolineato per inciderle più profondamente nella mia quotidianità di lettore, a volte annoiato, a volte distratto.

Sono contento perchè questo non è un libro come tanti altri. Questo è un libro che con umiltà ti consegna vita vera, anzi, ti porta dentro la vita. Questa vita: con le sue sofferenze ma ancora più con quel suo straordinario oceano di possibilità che quasi mai riusciamo davvero a scrutare, tanto meno a concepire.

Tanta vita, ma anche due vite che si incontrano. Quella di Massimo Orlandi, giornalista e scrittore che sa bene che le parole sono un dono che non si deve scialare; e quella di Wolfgang Fasser, fisioterapista e musicoterapeuta cui una malattia genetica ha sottratto molto presto l'uso degli occhi.

Vi siete mai chiesto come la prendereste, se vi capitasse lo stesso?Io sì, molte volte, forse troppe: è una delle eventualità della vita su cui mi succede spesso di misurare quanto si può perdere davvero. E se penso a questo e poi scivolo con lo sguardo sugli scaffali della mia libreria... ecco basta questo perché mi assalgano i brividi.

E allora: questo libro ci porta dentro i giorni di Wolfgang per insegnarci che c'è molto da vedere anche se non hai più occhi per vedere.

Vi ricordate le parole del Piccolo Principe?
"Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi..."
Citazione molto citata, in effetti, usata fino all'abuso... Una di quelle cose belle da dire, ma che poi rimangono lì, stucchevoli come un dolce di marzapane.

E invece questo libro ci accompagna in ciò che autentico. Così come autentico è il cammino su qusta terra di Wolfgang, non vedente che sa muoversi da solo nelle terre più difficili d'Africa, che sa vedere con le mani e aiutare con la musica, che può accompagnarci nei misteri di una foresta per dimostrarci che in fondo siamo noi che non riusciamo a vedere bene...

Un libro di suoni, odori, emozioni, parole senza effetti speciali. Un libro che commuove perchè non intende commuovere. Un libro che fa bene perchè ti aiuta a gettare il cuore oltre ogni ostacolo... un libro su un altro viaggio.

giovedì 20 agosto 2009

Cara Fernanda, grazie per la tua America


Ci sono molte cose per cui dovremmo essere tutti grati a Fernanda Pivano: per il suo sorriso e per la dolcezza con cui ci ha preso per mano e ci ha presentato alcuni dei grandissimi del Novecento, senza presunzione, senza affettazione, come avrebbe fatto una sorella maggiore; per i libri e gli autori che ci ha permesso di conoscere; per un'idea di cultura non confinata nel chiuso delle biblioteche e delle accademie, ma capace di nutrirsi di orizzonti, distanze, alternative...

Io la ringrazio per la sua America, per l'America che mi ha donato, che ha rovesciato sulle mie inquietudini, sulle mie idiosincrasie, perfino sui miei pregiudizi. L'America che era l'altra America, un'America non scontata, un'America che era lontana e allo stesso tempo poteva cominciare oltre il cortile di casa. La via Emilia come il West. La Maremma come la California. Firenze come Boston, più o meno.

Perchè c'era l'America che non potevo proprio digerire, paese incomprensibile e odioso, industria di errori e orrori, dal Vietnam agli indiani massacrati, dalle sentenze capitali alle stragi di matti armati fino ai denti... Poteva essere facile odiare l'America. L'avrei odiata, non fosse stata per Hemingway e Jack Kerouac, per Fitzgerald e Allen Ginsberg, per Bob Dylan e parecchi altri...

Pagine, emozioni, riflessioni per cui devo essere grato alla cara vecchia Nanda. Con lei l'America mi è diventata un pollice puntato lungo una strada, un'improvvisazione jazz, un campus universitario. Guazzabuglio e possibilità. Sogno.

Ora che Fernanda Pivano se n'è andata mi viene in mente che donandomi tutto questo, donandomelo proprio in anni difficili, mi ha aiutato a essere un po' migliore di quello che ero e forse sarò.

Ci sono molti modi per ricordarla. Su www.corriere.it trovate molti buoni articoli e anche un racconto inedito. Ve lo consiglio...

martedì 18 agosto 2009

Travel, travail, travaglio: viaggiare è fatica


Dunque, con la canicola di giorni come questi, oggi non ho fatto proprio fatica ad assecondare la mia propensione a rinchiudermi in casa e a fantasticare di viaggi che non farò mai.

Per l'appunto lo sguardo mi è caduto su un articolo - credo di Jean Starobinski - che ricordando la figura di un viaggiatore-fotografo come Nicolas Bouvier si soffermava sull'etimologia dell'inglese to travel, viaggiare.

Forse voi lo sapevate già, io non ho ci avevo mai pensato. To travel ha la stessa radice del francese travail, che sta per lavoro. Esisterebbe un'origine comune, una parola latina di uso non molto frequente, tripalium, che era l'attrezzo con cui si soggiogavano i buoi e gli asini ribelli.

E questo mi ha dato da pensare: perché passando dal francese al latino non c'è solo l'idea di fatica, c'è anche quella di una violenza necessaria (?) per domare, per riportare all'ordine, magari per placare un istinto.

L'articolo non rammentava un'altra parola, questa volta italiana, che aggiunge altri argomenti: travaglio. Parola che associamo alla sofferenza del parto e che almeno si accompagna all'idea di una nascita o di una rinascita.

Scriveva Nicolas Bouvier: "Se non si concede al viaggio il diritto di distruggerci un poco, tanto vale restare a casa".

Allora ho pensato: forse con me tante volte ha prevalso il "tanto vale restare a casa". Leggere di viaggi, immaginarsi viaggi, invece che viaggiare sul serio.

Col tempo, con poche eccezioni, sono diventato un viaggiatore di carta: e mi chiedo se anche voi, di tanto in tanto, non siate caduti in questa tentazione... Perché non si apre una discussione sulle gioie e i dolori dei viaggiatori di carta?

domenica 16 agosto 2009

Erodoto, professione reporter

More about In viaggio con ErodotoKapuscinski, si sa, è stato un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come modo per perdere le proprie certezze confrontandole con quelle altrui.

La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.

Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra.
Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.

Dopo Ebano, in questi giorni mi è capitato di riprendere in mano In viaggio con Erodoto, un altro libro di questo grande "giornalista viaggiatore" che è insieme una finestra sul mondo, una lezione di etica, una dichiarazione di amore per la varietà delle storie e delle culture, un dialogo con se stesso. Ma anche un confronto con il compagno di viaggio che ha accompagnato il nostro fin da quando, giovane senza arte nè parte cresciuto nella grigia Polonia socialista, ha avvertito impellente la necessità di guardare cosa c'era oltre la frontiera: Erodoto, appunto.

Già, perché questo antico greco non fu solo e semplicemente uno storico, fu l'uomo che non si accontentò di quanto gli dicevano altri, che piuttosto volle andare a vedere e toccare con mano.

Erodoto, primo reporter della storia. Erodoto al fianco di Kapuscinski e di quanti, ancora oggi, sono consapevoli che "se non si va, non si vede".

mercoledì 12 agosto 2009

La Patagonia di Chatwin e quella di Tito

L'altra sera io e Tito Barbini siamo tornati insieme da una presentazione di Caduti dal muro a Pietrasanta. Sarà stato per ingannare il tempo in autostrada, sarà stato per l'ora e il giorno in qualche modo ideali per alimentare l'idea di partenze e distanze: ci siamo avventurati in uno dei più spinosi argomenti che può sollevare la letteratura di viaggio.
Quanto dei paesi reali c'è nelle pagine di uno scrittore? Intendendo: anche dello scrittore più autentico, più sincero con se stesso...
Discussione difficile. Tito a un certo punto mi ha spiegato che la letteratura di viaggio è appunto letteratura, qualcosa di più e di diverso dai diari. Io mi sono avventurato in qualche spericolata affermazione sul senso della realtà: perché il problema non è l'invenzione dello scrittore, la sua possibilità di immaginare e creare; il problema è capire se esiste un paese reale, o se in effetti ogni paese non vada declinato al plurale: tanti paesi quanti gli sguardi delle persone che lo attraversano.
Ogni viaggiatore parte e arriva con il bagaglio delle sue esperienze, delle sue letture, delle sue conversazioni. Anch'io qualche settimana fa ho scrutato gli orizzonti del Baltico aspettandomi le navi vichinghe di mille sogni di ragazzo...
Poi Tito mi ha raccontato della sua Patagonia, che non è affatto la Patagonia dell'uomo che la Patagonia ce l'ha piantata nel nostro immaginario, Bruce Chatwin. Più tardi, tornato a casa, mi ha spedito la pagina di un nuovo libro a cui sta lavorando. Eccola.


Ho sempre presente una foto di Bruce Chatwin, una foto di quelle che descrivono cose che hai già saputo: giovane, single, omosessuale, con le scarpe intorno al collo. Un sorriso dolce ma uno sguardo irraggiungibile, perso verso orizzonti che non ti comprendono.
Bisogna leggere “Anatomia dell’irrequietezza” per viaggiare con Chatwin alla scoperta di Chatwin. Forse in nessun altro libro o articolo è stato cosi vicino a rivelare che cosa stava al fondo del suo essere e della sua inquietudine di camminatore instancabile. Forse, come un uccello migratore, è passato volando sopra le terre immense della Patagonia, forse si è fermato a guardare e descrivere la gente e i posti. I suoi racconti, le sue storie o i suoi schizzi di viaggio sono belli e avvincenti. Eppure io sento, ho dentro di me un’altra Patagonia.
Sono anch’io convinto che “In Patagonia” cambiò radicalmente la concezione del racconto di viaggi. Dopo di lui i viaggi in America del sud, in Africa o in Australia sono stati compiuti dagli scrittori di viaggi con lo stesso orrore del domicilio, la stessa irrequieta erranza e la sua disperata volontà di rompere gli schemi dell’incontro con l’altro, il diverso da te.
Tutto vero e non mi passa nemmeno lontanamente per la testa di muovere un rimprovero a Chatwin, sarebbe da parte mia una presunzione smisurata. Voglio solo dire che la Patagonia che si è incollata al mio animo è diversa da quella descritta da Chatwin. D’altronde Bruce prima di essere un viaggiatore è uno scrittore.
Uno scrittore che in un’intervista azzardò questa dichiarazione: “nessuna pretesa onestà descrittiva vale al punto da sacrificare un dettaglio inventato che migliori la storia”.


 

lunedì 10 agosto 2009

Meglio qui che altrove



Ci sono molti buoni motivi per acquistare il numero speciale di Internazionale, dedicato al viaggio e in edicola fino al 21 agosto. Uno ve lo dico io ed è l'editoriale "Meglio qui che altrove", pubblicato sul New York Times da Pico Iyer, un giornalista e scrittore di viaggi che 20 anni fa rinunciò al suo lavoro al Time e al suo appartamento a Park Avenue per ritirarsi a vivere a Kyoto, in Giappone. Il perchè lo capiamo proprio da questo editoriale, un canto leggero e sentito alla vita che conquista la serenità per sottrazione.
"Le mie giornate sembrano durare un'eternità, eppure non mi viene in mente neanche una cosa che mi manchi. Non sono un monaco buddista e non posso dire di amare le privazioni o l'idea di dover fare un'ora di strada per stampare l'articolo che ho scritto. Ma a un certo punto ho deciso che, almeno per me, la felicità non stava in tutto ciò che volevo o di cui avevo bisogno, ma in tutto ciò che non volevo".
Così scrive il buon Pico, che nel lavoro di sottrazione include anche l'idea che altrove è meglio: vero che sognare un altrove aiuta sempre, ma è qui, solo qui, che si fanno i conti della propria vita.
Può servire, se questa estate rientreremo dai nostri viaggi cercando affannosamente qualcos'altro su una cartina, su una guida, su un mappamondo, perchè tutto, ma non questa nostra vita...

domenica 9 agosto 2009

Tutto solo nella giungla del Borneo

More about Gli occhi di SalgariOggi, tornando dai boschi dell'Appennino al mio appartamento di città, mi è tornato alla mente Odoardo Beccari, un personaggio poco noto in Italia, di più all'estero, come spesso accadde. Si tratta di uno dei più straordinari "scienziati-viaggiatori" della nostra storia ed è nato poco lontano da dove abito io. Solo che di lui ho sentito parlare per la prima volta solo in Borneo. Delle sue imprese, delle sue scoperte, del modo in cui i suoi resoconti hanno finito per ispirare Emilio Salgari magari vi parlerò un'altra volta. Oggi Beccari mi è venuto in mente per il modo con cui riusciva a stare perfettamente a suo agio anche abitando la foresta vergine, poco importa se si trattasse delle terre dei tagliatori di teste. Da un mio libro di alcuni anni fa ("Gli occhi di Salgari", Polistampa) vi riporto un piccolo brano della sua vita nella giungla... credo che possa essere di insegnamento, a tutti noi abitatori della giungla di città.


In questo modo Odoardo incomincia una vita quale forse non si è mai immaginato, ma che è perfettamente consona al suo temperamento. Le giornate scorrono serene e operose. L’Italia sembra ancora più lontana, confinata su un altro pianeta, forse in un’altra epoca. Beccari è cittadino della giungla negli stessi mesi in cui si combatte la guerra contro l’Austria. Di Lissa e di Custoza, delle umiliazioni patite dall’esercito italiano, dell’orgogliosa reazione dei garibaldini non gli arriva nulla. Il suo è davvero un mondo a parte: e non lo scambierebbe per l’altro.
Eccolo, il nostro Beccari stile Robinson Crusoe, non fosse per il cuoco cinese, preziosissimo, e per i ragazzi malesi che lo aiutano nella raccolta e nella preparazione delle collezioni. Veste semplicemente, libero da tutte le affettazioni europee: un paio di pantaloni e una corta giacchetta di rigatino. In testa un cappello cinese di bambù. In genere gira scalzo, abitudine presa a Kuching quando i suoi piedi si sono piagati per le mignatte. Solo per i giri più lunghi usa le scarpe di tela, senza calze.
La mattina presto se ne va per la foresta, rinnovando in continuazione il suo stupore per lo straordinario banchetto di specie animali e vegetali ancora ignote che essa gli propone: il massimo cui possa aspirare uno scienziato che alla vita accademica preferisce sempre l’esperienza diretta.
Il pomeriggio è dedicato a sistemare le raccolte, ai disegni, agli appunti. La capanna è anche un laboratorio, modesto, rudimentale, ma efficiente, al cui interno giorno dopo giorno si accumula un materiale gigantesco, per cui sbaveranno i musei di mezzo mondo.
Occupazione importante della giornata diventa la preparazione dei pasti. Nei pressi il fiorentino si è fatto costruire un pollaio. Per gli altri approvvigionamenti spedisce di tanto in tanto a valle qualcuno dei suoi uomini. In ogni caso il menù è praticamente fisso: pollo lesso con riso. Tra le poche alternative, qualche bucero fatto fuori e cucinato alla diavola, sulle stesse graticole su cui vengono seccate le piante.
È una vita semplice, essenziale, ridotta all’osso. Una vita che, paradossalmente, riempie Odoardo per sottrazione. E intendo sottrazione di pensieri, fastidi, ambizioni, bisogni. Perché risolvere il problema del fuoco, così come dell’acqua, vale più dell’oro.

venerdì 7 agosto 2009

La montagna e la nostalgia di Erri e Nives

More about Sulla traccia di NivesDomani parto per un fine settimana nella mia baitina sotto la vetta del Libro Aperto (un nome, un programma), credo che sia per questo che mi è di nuovo cascato l'occhio sul libro che Erri De Luca ha scritto con Nives Meroi, straordinaria donna alpinista, per condividere con tutti noi il loro comune amore per la montagna.
Loro si arrampicano sulle vette più alte, io non mi allontano dai sentieri più tranquilli e meglio segnati, ma la montagna non rifiuta comunque la sua lezione.
In ogni caso si sale su per per tornare alla vita. Magari alla vita di tutti i giorni.
Sarà un caso, ma proprio lassù, quando ti sembra di toccare il cielo con un dito, ecco, proprio lassù ti riagguanta la nostalgia di casa.
Di questa passione e di questa nostalgia parlano Erri e Nives. Parlano con naturale parsimonia, perché la montagna insegna a tenersi in bocca le parole. Ma in questo modo sembrano dirsi tutto. E ci dicono davvero tutto, perché la vita è così, una scalata, una fatica, a volte una cima che ti ubriaca di bellezza e poi ti invita a discendere.
Consigliato a tutti quanti in questi giorni di vacanze cercheranno qualcosa su in alto.

mercoledì 5 agosto 2009

L'indovino di Terzani e il vento di Basho

More about Un indovino mi disseOgni volta che ripenso a Tiziano Terzani e in particolare a questo libro mi ritornano in mente alcune parole di Basho, un poeta giapponese che vagabondò senza requie, camminando con i suoi sottili sandali di paglia:
“A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io”
Ecco, in "Un indovino mi disse" c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le cicostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la "profezia" dell'indovino).
Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.
Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.
C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare.

martedì 4 agosto 2009

Quando Facebook serve ai cari vecchi libri

Poi dicono che la Rete uccida i cari vecchi libri, riducendo al lumicino i tempi e le possibilità di lettura che a essi possiamo dedicare. C'è anche parecchia verità in questo, è ovvio, però come al solito dipende da come si usa. Allo steso modo la televisione doveva ammazzare la radio, il cinema, il teatro, tutte cose che magari non godranno della migliore salute, ma insomma... Nella mia esperienza, in realtà, la Rete può essere un buon modo per far conoscere i libri, per accendere anche solo quella curiosità che ti può accompagnare a un titolo o a un autore che altrimenti non avresti mai conosciuto.
Tutto questo per dire che su Facebook è nato da poco un gruppo che gira intorno a una bella collana di letteratura di viaggio della Vallecchi, storica casa editrice fiorentina. La collana si chiama Off the road e per me è molto bella. Ma il punto è che anche Facebook, da alcuni di noi vituperato, può essere utile ai viaggiare nei libri, a viaggiare con i libri.
Qui sotto vi inserisco l'introduzione del gruppo:

Sebbene rappresenti una delle forme più antiche e diffuse di racconto, da Erodoto a Senofonte, da Marco Polo a Ibn Battuta, la letteratura di viaggio è assurta a genere con caratteristiche autonome solo da alcuni anni.
Favorita dalla accresciuta mobilità, l’attenzione per il viaggio si è dilatata andando forse a sollecitare pulsioni profonde, oltre che nuove curiosità.
La collana «Off the road» pubblicata da Vallecchi, propone al suo pubblico di lettori, insieme a classici dimenticati o mai pubblicati, scritti di autori contemporanei : firme già note, veterani del viaggio ma anche viaggiatori allo loro prima esperienza letteraria capaci con gusto e perizia di renderci partecipi delle loro avventure.
Off the road perché, per stile e soggetto,i testi selezionati sono in grado di portarci fuori dall’ordinario e dal già visto. Una collana pensata soprattutto per chi effettivamente viaggia, tascabile davvero, raffinatamente povera, un po’ fané. Una compagnia, un taccuino che ti segue ovunque, anche in viaggio.

lunedì 3 agosto 2009

Le nuvole non chiedono permesso

More about Le nuvole non chiedono permessoCi sono dei titoli così azzeccati da dirci già tutto, o quasi tutto. Prendete le nuvole, per esempio, così leggere, così libere, che non devono chiedere permesso, che semplicemente non possono essere fermate. Le nuvole, come le idee, si muovono senza carte di credito e senza visti di ingresso. A volte, quando gli alisei soffiano potenti, possono varcare oceani interi.
Ed è questa la storia di questo libro: la storia di un uomo con un passato importante nelle istituzioni e nella politica, la storia di un uomo che per perdersi e poi ritrovarsi ha abbandonato tutto portandosi dietro solo un bagaglio leggero di pochi indumenti, qualche libro indispensabile e alcune domande da cui non è possibile prescindere.
Tito Barbini lo conosco, so che questo libro è autentico. "Le nuvole non chiedono permesso" è uscito due anni fa e io ho avuto la fortuna di leggerlo subito e di parlarne a lungo con lui. Ora che la città si è svuotata, che molti amici sono partiti per tanti posti diversi di questo nostro mondo, mi è venuto naturale riprenderlo dallo scaffale e leggerne qualche pagina: sarà che serve a rimarcare la differenza tra un viaggio e una vacanza in qualche altro posto che non sempre è un vero altrove.
E così ho ripercorso questo viaggio di Tito: dall'estrema punta dell'America del Sud, dove il sogno si può spingere solo fino ai ghiacci antartici, su su, senza mai prendere un aereo, a volta a piedi attraverso le frontiere, sempre assecondando solo uno spiritaccio vagabondo e curioso, su su fino all'Alaska.
Da solo, ma con una consapevolezza: che dopo le nuvole ritorna sempre il sole: come un cammino che riprende, come un pezzetto di utopia realizzato su questa nostra terra.

domenica 2 agosto 2009

New York, c'eravamo tanto amati


Se trovate le parole giuste, si può viaggiare anche rimanendo nella penombra della propria casa, senza sfidare l'asfalto rovente fuori, magari semplicemente sorseggiando qualcosa di fresco. E di "parole giuste" ce ne sono diverse sul numero speciale di Internazionale che come ogni agosto è dedicato al viaggio.
Tra le tante cose io vi segnalo Jonathan Franzen (l'autore di Le correzioni, e non solo) che ci racconta lo stato di New York. Lo fa a modo suo, inanellando una serie di interviste immaginarie che cominciano con l'addetta stampa dello Stato di New York e si concludono con lo Stato stesso. Lo fa come un atto di amore, meglio, per testimoniare la possibilità di un amore che, chissà, forse si potrebbe rinnovare, forse potrebbe non essere solo un ricordo che si accomoda nel passato, dopo aver provocato incomprensioni e sofferenze. "Riusciranno a ritrovare le emozioni di un tempo?" ci si chiede rammentando l'amore a prima vista di una volta... Un modo originale di raccontare un paese che, malgrado tutto, ti è entrato dentro.

sabato 1 agosto 2009

I giornali del sabato (2)

Ancora un sabato di canicola, per leggere quanto capita sotto le mani, rigorosamente all'ombra. Dai giornali di oggi,vi suggerirei:

I libri vivono nel cervello.
Su Repubblica uno studio americano (pubblicato da Psychological Science) spiega che la nostra mente elabora le parole che vediamo scritte allo stesso modo degli eventi reali. "Il cervello vive ciò che legge": Ecco perchè ci immedesimiamo nei personaggi ed 'entriamo' nelle storie. (Alessio Balbi su Repubblica)

Dall'Everest ad Abbey Road.
Sulla prima della Stampa la storia della "foto che cambiò la storia del pop", cioè la foto dell'ellepì (allora si chiamavano così) "Abbey Road". Non sapevo che in un primo tempo il disco avrebbe dovuto chiamarsi "Everest": nel caso, per lo scatto era stata prevista una trasferta sulle vette himalayane. Invece bastò scendere per strada, fotografare i quattro Beatles sulle strisce e fare questo regalo all'immaginario di diverse generazioni. (Egle Santolini sulla Stampa)

La nostalgia al posto della memoria.
Sul Corriere della sera, prendendo spunto dalla nascita di un canale dell'offerta Sky specializzato in serie Tv di diversi decenni fa, un'ampia e bella riflessione sulle ragioni per cui l'"Italia in bianco e nero" fa ancora presa, anzi, fa più presa di prima. Tra Amarcord e La meglio gioventù, un guardarsi indietro piacevole e a volte anche doveroso, ma in cui il passato è deformato dalla miopia delle emozioni - e fa riflettere per il disamore nei confronti del nostro presente (Paolo Mereghetti su Corriere della Sera)