lunedì 4 febbraio 2019

Il tradimento è un dono, il perdono va chiesto ai sogni

"E' per mettere alla prova il tuo coraggio e la tua fedeltà che Nostro Signore ti ha fatto dono del tradimento, Tyrone".
Ho guardato dritto davanti a me.
"Smettila, ti ho detto".
"Il tuo Paese aveva bisogno di essere tradito come tu avevi bisogno di tradirlo".

In Sorj Chalandon mi sono imbattuto per caso qualche anno fa, al Festival della Letteratura di Mantova, e solo perché l'incontro a cui in realtà volevo andare era tutto esaurito. Era stato un attimo innamorarmi del suo romanzo La quarta parete e di lì caldeggiarlo un po' a tutti.

E' stato per il timore di partire da aspettative troppo elevate, e quindi di misurarmi con la delusione, che  ci ho messo molto prima di passare a quest'altro suo romanzo, Chiederò perdono ai sogni (Keller edizioni), che pure mi tentava già nel titolo.

Però ecco, alla fine ho rotto gli indugi. L'ho letto e ora sono alle prese con la risacca emotiva di una storia potente, coraggiosa, spiazzante. Una storia ambientata nell'Irlanda del Nord dei troubles, tra gli anni Settanta e Ottanta, ma che pure richiama situazioni e passioni universali, da tragedia greca. 

E' guerra, in Irlanda del Nord, e come quasi sempre succede con le guerre, soprattutto con le guerre che si trascinano da troppo tempo, si finiscono per perdere le ragioni e confondere obiettivi e ruoli. Le traettorie di vita entrano in conflitto con le ragioni ideali o sedicenti tali, gli eroi vacillano e facilmente finiscono per vacillare su crinali pericolosi. Succede in genere con i più tosti: sono loro in genere a tradire e a volte il tradimento è persino un atto di amore per la causa.

Un libro che è un intrigo di sentimenti e valori in gioco. Come pochi altri, mette insieme rigore e debolezza umana, per richiamare le ragioni della pietà e del perdono. 

lunedì 28 gennaio 2019

In Svizzera il detective che usa i mezzi pubblici

"Un detective che usa i mezzi pubblici." Francesca sorrise con dolcezza. "Che cosa c'è di più autenticamente elvetico?"

Elia Contini non è un mostro di empatia e come investigatore privato è piuttosto improbabile. Del resto non sembra che sia una professione con molte opportunità nella quieta e ordinata Svizzera. Contini, poi, è un uomo svagato, distratto, a disagio con le tecnologie che oggi sono imprescindibili. Ama starsene per i fatti suoi: e questo, in effetti,  è anche di altri investigatori. Però la sua principale qualità è la pazienza: annota i dettagli, ragiona adagio, adopera la lentezza.  Ci sta bene, in una storia svizzera che è anche una storia di montagna.

Elia Contini l'ho scoperto con Gli svizzeri muoiono felici - già il titolo è intrigante - ovvero con l'ultimo romanzo (Guanda editore) di Andrea Fazioli, scrittore di Bellinzona che già ha ottenuto importanti riconoscimenti. 

Il personaggio è come una di quelle persone che sembra facciano apposta a schivarti, ma alla fine riescono a occupare un posto nel cuore. La trama, poi, è sorprendente, rovescia le convenzioni della detective story. Gioca a carte scoperte, col delitto raccontato in presa diretta fin dalle prime pagine. 

Ma sono gli umori, le atmosfere, le traiettorie esistenziali che contano davvero. Sono le parabole dei personaggi che intrecciano le cime delle Alpi ai deserti dell'Africa. Fanno di questo noir un noir diverso dagli altri. Non la storia di un uomo chiamato a risolvere un caso, ma la storia di culture diverse che viaggiano e si incontrano. Da leggere, merita. 

lunedì 21 gennaio 2019

Una baita di montagna per ritrovare ciò che si era

Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l'esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e e profonda, che sentivo di avere perduto.


Succede a volte, succede di sentirsi in un vicolo cieco. Si gira a vuoto,  ci si agita senza andare da nessuna parte. Succede anche allo scrittore che ha già scritto cose importanti, ma che ora contempla il foglio bianco: e magari non è il solito blocco dello scrittore.

La soluzione, allora, può essere di tornare a ciò che si era e, allo stesso tempo, al luogo in cui si era. Soprattutto se quel luogo è la montagna, con la sua perenne lezione di essenzialità. 

Succede, ma non sempre a quanto succede si fa seguire la scelta giusta: si tratta di ritrovare, non di scoprire; di tornare, non di andare.

Paolo Cognetti un giorno abbandona la sua Milano per trasferirsi in una baita a duemila metri, raggiunta solo da una mulattiera. Si lascia dietro di sé comodità e delusioni, si abbandona a un altro tempo, si tuffa in una solitudine che non fa paura. Comincia ad ascoltarsi e il silenzio è un regalo. La matassa comincia a dipanarsi: e dentro le giornate cominciano a entrare fatiche che alleggeriscono il cuore - riuscirà a fare l'orto? - e altre persone, che nelle loro solitudini sanno recuperare il senso di una relazione.

Da tutto questo ecco un libro - Il ragazzo selvatico - che Terre di Mezzo ha rieditato ora, splendidamente illustrato da Alessandro Sanna. Io l'ho letto solo ora, pensare che precede, non solo cronologicamente, le Otto montagne con cui Cognetti ha vinto lo Strega.

Solo ora, ma ho l'intenzione di tenermelo stretto per un pezzo. E chissà che anch'io non  riesca a ritrovare il ragazzo che un giorno sono stato. 

lunedì 14 gennaio 2019

Il consiglio di Saroyan allo scrittore: respira profondamente

L'inizio è sempre difficile, non è facile scegliere tra le tante la parola giusta, destinata a durare; dentro di sé non ci si esprime con un'unica parola.

William Saroyan, il figlio di poveri immigrati armeni in America che riuscì ad arrivare al Pulitzer (tranne poi rifiutarlo), di parole dentro ne possedeva  un'infinità, in grado di esprimere e declinare in un romanzo ogni singola parola. 

A distanza di tanti anni per molti la sua Commedia umana è ancora un libro di culto, tra gli irrinunciabili della letteratura americana del Novecento, allo stesso modo del Giovane Holden di Salinger. E anch'io, che la Commedia l'ho letta una prima volta che non ero molto più grande del protagonista, Ulysses, ancora mi sembra di vedere davanti a me quel ragazzino che corre in bicicletta per le stradd di Ithaca.

Non avevo ancora letto i racconti riuniti in Ragazzo coraggioso e riediti di recente da Marcos y Marcos. Meno male, dico ora, perché il piacere ce l'ho avuto ora, non è solo un ricordo del passato. 

Ti immergi nelle pagine di Saroyan e senti di immergerti nella vita, con i suoi alti e i suoi bassi, le sue gioie e i suoi dolori. Semplicemente la vita, che pulsa a ogni istante.

E vale davvero ciò che lui stesso spiega all'inizio di questa raccolta, prefazione che vale una scuola di scrittura:

Il suggerimento più importante per uno scrittore, tuttavia, è questo: impara a respirare profondamente, a gustare davvero il cibo quando mangi, e quando dormi, dormi davvero. Cerca di vivere più che puoi, con tutte le tue forze, e quando ridi, ridi con tutto il cuore, e quando ti arrabbi, arrabbiati fino in fondo. Cerca di vivere. Ben presto morirai. 

Ci proverò anch'io, a respirare profondamente. 

 


venerdì 11 gennaio 2019

Shakespeare & Co, a Parigi una libreria come una casa

Era un'altra America, era un'altra Europa. Su questa sponda dell'oceano le intemperanze e le sperimentazioni di inizio secolo avevano lasciato il posto al mattatoio della Grande Guerra, sull'altra erano gli anni del proibizionismo e di una generazione di scrittori che beveva troppo e che ancora non aveva capito il suo posto al mondo.

Parigi però era sempre Parigi ed è in questa città, porto franco di artisti e di sogni, che un giorno sbarcò una giovane americana di Baltimora. Si chiamava Sylvia Beach, era sui trent'anni e non aveva le idee chiare: aveva accarezzato l'idea di aprire una libreria francese a New York, ora voleva provarci con una libreria americana a Parigi. Se non altro a Parigi, chi l'avrebbe detto, tutto costava decisamente meno, era un  posto dove se la cavavano anche i più spiantati degli scrittori.

Così nasceva una libreria che ancora oggi è un mito, la Shakespeare and Company (da non confondere con un'analoga libreria che, nel secondo dopoguerra, diventerà riferimento dei poeti beat e di tante altre inquietudini). Chi non la ha mai sentita nominare?

Shakespeare and Company ora è anche il titolo delle memorie di Sylvia Beach che Neri Pozza propone ai lettori italiani: un libro che si legge di un fiato, tra sguardi su un mondo che non c'è più e un mondo che in qualche modo si vorrebbe ancora trattenere.

Sono i tempi in cui Fitzgerald ha già dissipato buona parte del suo talento e in cui Hemingway deve ancora dimostrarlo. James Joyce ha lasciato Trieste, spende nei ristoranti come un marinaio ubriaco e fatica a tenere a bada i suoi creditori. Ezra Pound pare più pronto a dimostrare la sua abilità con i lavori di falegnameria che con la poesia. Per tutti la libreria è il luogo dove ritovarsi, magari portandosi via sporte di libri che Sylvia Beach presta spesso senza riaverli indietro. 

E la storia più incredibile, certo, è quello dell'unico libro che la libraia deciderà di editare in proprio: pensate, l'Ulisse di Joyce.

Senz'altro una bella storia, per fantasticare su quanto può mettere in moto anche una piccola libreria. Eppure ripensando a quel posto in rue de l'Odeon è un'altra la cosa che mi viene in mente. La Shakespeare and Company non era solo scaffali con tanti libri. Era quella che gli americani dicono home away from home, casa lontano da casa.

Le vere librerie questo sanno essere. Posti dove ci si sente a casa. Questo libro aiuta a crederci.

lunedì 7 gennaio 2019

Nel giardino segreto, in fondo al cuore

Ci sono molte storie da raccontare. Non è mai la stessa. Ogni giorno il tempo soffia fuori e dentro di essa e ne altera la superficie. A volte questa storia si riduce a una singola verità essenziale, ciò di cui sarò sempre convinta. I semi dai quali è nato il giardino.

Londra, 1941. I bombardamenti tedeschi sono all'ordine del giorno, la popolazione è allo stremo. Gwen Davis, botanica della Royal Horticultural Society, decide di partire come volontaria per rimettere a coltivazione campi che serviranno a sfamare l'Inghilterra. Questa almeno la scelta consapevole. Oltre l'impegno nello sforzo bellico, è anche una donna in fuga da sentimenti di colpa e  soprattutto da desideri che non hanno avuto modo di concretizzarsi. 

Nella vecchia tenuta che a breve produrrà patate molte sono le storie che si incrociano: ci sono le ragazze della Land Army che dovranno lavorare nei campi, ci sono i soldati canadesi in attesa di partire per il fronte, c'è soprattutto Jane, il cui fidanzato è stato dato per disperso nei cieli del Mediterraneo e che lei prova a trattenere in vita con il pensiero costante e la più tenace delle speranze.

E poi c'è un giardino perduto, oltre gli orti e i frutteti abbandonati, un giardino che da tempo non è più curato. Le piante che nel frattempo sono cresciute lo sottraggono alla vista. Ma all'occhio di Gwen ciò che c'era cela un mistero che attende di essere svelato. Una storia che riporta ad altri uomini e donne - questa volta della Grande Guerra - una storia che gli stessi fiori e la loro disposizione sul terreno sono in grado di raccontare.

E anche questa è una storia di desideri. Sono come i fiori, i desideri: i loro semi custoditi a lungo sotto terra, in attesa di crescere e sbocciare.

Un messaggio d'amore, forse. Un messaggio in cui forse anche Gwen potrà riconoscersi: in quell'estate di guerra in cui il suo stesso cuore è un giardino nascosto ancora capace di fiorire.

E' un libro incantevole, Il giardino perduto della scrittrice canadese Helen Humphreys (Playground edizioni), un libro di atmosfere, emozioni, dettagli che vedrei perfetto per un film di un regista alla James Ivory. Un libro che può aiutare tutti a scoprire il giardino perduto nel proprio cuore e in esso inoltrarsi.