lunedì 6 luglio 2015

I sonnambuli che porteranno alla rovina il mondo

Lo zar aveva parlato, e i cosacchi, forti della loro straordinaria vocazione e tradizione militare, "ardevano dal desiderio di combattere contro il nemico". Ma chi era il nemico? Non lo sapeva nessuno. Il telegramma che ordinava la mobilitazione non forniva alcun particolare. Le voci abbondavano. In un primo momento tutti immaginarono che la guerra fosse contro la Cina....

Ecco, è solo una delle tante istantanee custodite da un libro magnifico, avvincente a prescindere dalle molte pagine, che ricostruisce i mesi precedenti allo scoppio del conflitto mondiale, fino ai giorni della dichiarazione di guerra e della mobilitazione, sul finire del luglio 1914. Opera dello storico australiano Christopher Clark (Laterza editore), titolo e sottotitolo dicono già molto: I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra. Buona premessa per lasciarsi portare via da questo racconto potente come un grande fiume.

E si può condividere o meno le responsabilità che alla fine l'autore distribuisce agli uni e gli altri - so che in effetti sono state discusse - ma il punto non è additare la Germania, l'Austria o la Serbia. Piuttosto è provare a dare un senso a ciò che senso non ha, e questo è peggio. Piuttosto è cercare di orientarsi in questa incredibile miscela di miopia, arroganza, imprevidenza, indifferenza. Non ci fosse poi il terribile conto dei morti, quasi un gioco di società, buono per una esclusiva località termale. E se non fosse tragedia sarebbe il trionfo del ridicolo.

Appetiti, ripicche, parole mancate, distrazioni. E in tutto questo la guerra che non è l'epilogo scontato, semmai il più improbabile. Altre volte si era danzato sul margine del precipizio, senza che fosse successo niente. Il più improbabile, finche davvero non avverrà veramente.

Re, imperatori, ministri, diplomatici, generali: Chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo. E da sonnambulo rovinerà nel precipizio, portandosi dietro il mondo.

sabato 4 luglio 2015

Il romano che dette voce al capo barbaro


Rubare, massacrare, rapinare, questo i Romani, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono d'aver portato la pace 

Che parole che sono queste, forse le più famose, le più citate, del più grande storico romano. In altri tempi ho penato sulle pagine di Tacito, ma i tempi del liceo e delle traduzioni sono lontani, e ora posso solo ammirarne la grandezza.

Tacito, lo storico che con un giudizio secco, nell'economia di un rigo o poco più, sa scolpire un'epoca, un evento, uno snodo della storia. Ma anche l'uomo profondo conoscitore dell'uomo, scrittore morale che indaga le passioni e gli interessi che muovono noi tutti.

La vita sotto quel regime di spie che fu l'impero di Domiziano?

Avremmo perduto persino la memoria, insieme con la voce, se fosse in nostro potere il dimenticare quanto il tacere

Ma sono soprattutto le parole del capo barbaro Calgalo, pronunciate nell'imminenza della battaglia con i romani, a commuovermi. Là dove hanno fatto il deserto...

A commuovermi perché il grande storico fa quello che si dovrebbe chiedere a tutti gli uomini: prova a immedesimarsi nel nemico, gli restituisce la voce.

La Vita di Agricola, allora, ancora di più de La Germania, dove pure non trattiene l'ammirazione per quei barbari semi nudi e feroci, ma anche dotati di un'integrità che ormai manca ai romani dell'impero.

Ancora di più: perché rende i barbari uguali a noi.

venerdì 3 luglio 2015

Tuffarsi nella storia antica per capire cosa succede oggi

Nel mio cantuccio universitario per lungo tempo ho coltivato un orticello fatto di crociate, di pellegrinaggi, di leggende e di racconti passati dal cosiddetto Oriente al cosiddetto Occidente....

Poi si dice che studiare la storia di altri secoli non serve, che è roba buona solo per accademici fuori dal mondo, per chi ha ancora la fortuna di vivere tuffandosi tra i libri, senza curarsi troppo di ciò che succede.

Comincia con quelle due righe, tra la giustificazione e lo scatto di orgoglio, L'ipocrisia dell'Occidente di Franco Cardini (Laterza), storico che su ciò che ci sta succedendo sa offrire molte più chiavi di lettura di tanti noti analisti e opinionisti dei nostri media.

 La marea montante del fondamentalismo, le esecuzioni e le vittorie militari dell'Isis, il nuovo califfato che si sta spingendo verso il Mediterraneo.... ma che cosa sta davvero succedendo? Forse è il momento di cominciare a ragionare con la testa piuttosto con le viscere. Di porsi le domande giuste con il coraggio di risposte assai poco piacevoli. E tuffarsi nella storia - fosse anche quella degli antichi califfi Abbasidi o di Saladino - ci può aiutare, come no.

Poi si dovrà davvero capire cosa è davvero successo in Libia o cosa significa parlare oggi di califfato. Si dovrà capire chi è che finanzia e sostiene il nemico alle porte e perché la nostra civiltà ha partorito l'orrore di Guantanamo nascondendoselo agli occhi. Responsabilità, sottovalutazioni, ipocrisie.

 Serve la lezione della storia, come no.

mercoledì 1 luglio 2015

Vent'anni fa, Alex, a un albero di albicocco

Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri che la vita mi dona.

Era l'estate di 20 anni. A Srebrenica l'Europa giusto dietro la porta di casa nostra si scopriva bestiale come non capitava dai tempi del nazismo. Non dietro la porta, ma a casa nostra, a un albero di albicocco a pochi chilometri da dove abitavo e abito, si impiccava Alexander Langer.

Era il 3 luglio 1995: se ne andava l'uomo che aveva impegnato la sua vita a costruire ponti tra popoli e religioni diverse e che, al cospetto di quegli stessi ponti in macerie, era come si fosse voluto fare carico di tutto l'orrore.

In quell'estate avevo altro per la testa. Probabilmente mi trovavo lontano da Firenze, a inseguire chissà che cosa. Certo se le notizie di Srebrenica e di Alex Langer mi raggiunsero non ci prestai molta attenzione e di quella distrazione ancora mi vergogno.

Ma forse avevo bisogno di tempo e di maturità per rendermi davvero conto che quella strage in Bosnia ancora ci punta il dito. E che è anche ai nostri giorni che manca terribilmente una persona come Alex Langer. Proprio a questi giorni in cui si rincorrono le notizie di muri, fili spinati, respingimenti.

Allora un buon consiglio per tutti. Provate a leggere Non per il potere, libriccino con cui Chiarelettere raccoglie alcuni dei principali testi di colui che Pino Corrias ha definito il più impolitico dei politici di professione, quasi un francescano.

E su queste pagine interroghiamoci sulla domanda che per Massimo Cacciari è stata la domanda di Alexander Langer: Non è che stiamo distruggendo tutte le nostre possibilità di convivenza? 

Domanda di ieri, domanda di oggi.  

lunedì 29 giugno 2015

Quando i colombi scomparvero (da SLB)

Da oggi i Librisonoviaggi si apre anche alle parole (alle letture, ai viaggi, ai consigli... ) di qualche buon amico. A cominciare è SLB.....


Una piccola nazione stretta fra la Germania nazista e il bolscevismo sovietico. “Quando i colombi scomparvero", l’ultimo romanzo di Sofi Oksanen, scava nei drammi vissuti dall’Estonia nel novecento con una cronaca che oscilla fra gli anni della Seconda Guerra Mondiale e la metà degli anni ’60.

Nel 1940, a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, i sovietici si impadroniscono manu militari della Repubblica di Estonia, i tedeschi occupano il paese nel 1941 fino a quando i russi tornano alla conclusione della guerra. Fra la fine della dominazione nazista e il ritorno di quella sovietica passano appena “cinque giorni d’indipendenza, cinque giorni di libertà” nel settembre del  1944. Libertà e indipendenza riconquistate solo nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica. In pochi anni l’Estonia sperimenta sulla propria pelle le peggiori follie totalitarie del secolo breve europeo. All’orrore della guerra si aggiunge tutto il peso di macchine di dominio e di sterminio, costruite a tavolino e dirette da Berlino e da Mosca. Tritatutto in cui passano la vita degli individui e le loro relazioni personali. Una realtà in cui il tradimento e la delazione possono essere l’unico passaporto per la salvezza. Su questo sfondo angoscioso si muovono i protagonisti del romanzo della Oksanen. 

Durante la prima occupazione sovietica due giovani cugini, Roland e Edgar, disertano dall’Armata Rossa e raggiungono i patrioti estoni che si battono contro i bolscevichi. Quando le truppe naziste conquistano il paese, Roland rinuncia alle possibili occasioni di accomodamento e rifiuta di collaborare con i tedeschi. Si dà alla macchia e aiuta a organizzare l’evacuazione di cittadini estoni ed ebrei. Al ritorno dei sovietici continua a combattere per l’indipendenza dell’Estonia.

Il cugino Edgar, ambizioso carrierista di talento, cambia nome e si mette al servizio dei nazisti. Privo di ogni scrupolo, Edgar ha un’abilità luciferina nel rivoltare la casacca al momento giusto e alla fine della guerra da zelante collaboratore dei nazisti si ricicla in leale quadro comunista. Lo ritroviamo negli anni ’60 come spia della polizia e scrittore di propaganda di regime. Juudit, la moglie non amata di Edgar, è il terzo protagonista del romanzo. Una giovane donna frustrata e sospesa fra le vicende dei due cugini e i capricci della storia, in cerca di una sua personale via di fuga dalle brutalità del quotidiano. Completa la narrazione una piccola galleria di personaggi alle prese con le turbolenze della storia, tra sentimenti e necessità di sopravvivere.

La Oksanen, finlandese con radici familiari estoni,  amalgama con sapienza vicende personali e storia politica, in un mondo in cui la semplice esistenza può dipendere dall’arbitrio e dal tornaconto dell’ufficiale o del burocrate di turno. Una storia appassionata che non lascia indifferenti, anche grazie a una trama ricca di colpi di scena e a una prosa precisa e potente. Per il lettore italiano “Quando i colombi scomparvero” è inoltre un’occasione preziosa per venire a contatto con vicende storiche lontane dalla nostra esperienza e dalle nostre memorie collettive.

Senz’altro un libro da leggere.

SLB


sabato 27 giugno 2015

Il maledetto terzo giorno in bici e il paradosso di Zenone

Dicono che il terzo giorno sia il peggiore, per i viaggi su due ruote. Dicono e in realtà talvolta l'ho sperimentato. Il primo giorno anche i muscoli meno allenati raccolgono la sfida dell'entusiasmo e giocano sulla freschezza; il secondo non va affatto bene, ma uno lo sa, lo mette in conto, e sulle sue aspettative calibra la tappa e misura il rendimento; ma il terzo, perché il terzo proprio non si va, perché il nostro corpo è così molle e sfiatato?

L'ho sperimentato sulla mia pelle, il maledetto terzo giorno. Di volta in volta ho imprecato contro l'acido lattico, ho rimpianto la mia allergia agli allenamenti, ho studiato percorsi alternativi e soprattutto mezzi alternativi, hai visto mai che nei dintorni non ci sia una stazioncina. 

Ho tirato avanti così, con il miraggio di un comodo treno che per il popolo della bicicletta è l'equivalente del carro attrezzi per l'autista in panne. Macerandomi sui chilometri che non passano mai, sulla strada davanti che è sempre la stessa. Con contorno di deprimenti considerazioni sulla vischiosità dello spazio. E per pietanza qualche crudele disanima filosofica.

Al liceo, mi ricordo, scoprii Zenone, una di quelle teste che ai tempi la Grecia produceva in quantità industriale. 

Ricordate? Zenone e i suoi paradossi. La storia di Achille e la tartaruga che si sfidano alla corsa. Il piè veloce che accorda un vantaggio al suo risibile avversario, serenamente convinto che se la mangerà in un sol boccone. Solo che ogni volta che Achille raggiunge una posizione in precedenza occupata dalla tartaruga, quest'ultima è già avanzata, di poco ma è avanzata. E lo stesso quando arriva in quella nuova posizione. Il vantaggio diminuisce, tende verso l'infinitamente piccolo, però la tartaruga rimane sempre avanti. 

Dubito che la gazzella che il leone è sul punto di sbranare trovi motivo di conforto nella filosofia e in particolare in Zenone. Nemmeno io ne trarrei giovamento, nei panni dell'inseguito. Però il paradosso può acquistare una sua stupefacente parvenza di verità.

Avete presente quando i traguardi non si avvicinano mai? Quando semmai danno l'idea di allontanarsi?

(da Paolo Ciampi, Le nuvole del Baltico, Mauro Paglia editore)

venerdì 26 giugno 2015

Viaggiando nel tempo con Puck il folletto

Lasciate da parte Il libro della giungla, le lontananze esotiche, i tempi dell'impero inglese, té in veranda e battute di caccia alla tigre, partite di cricket sotto il sole tropicale e divinità dai nomi impronunciabili. Ruyard Kipling non è solo l'India, le colonie, un mondo inghiottito dalla storia.

Prendete per esempio Puck il folletto, un libro per tutte le età. Un libro con cui Kipling ritorna a casa, sempre che l'Inghilterra possa davvero essere la sua casa, e non piuttosto il più meraviglioso di tutti i paesi stranieri dove sia mai stato, come diceva.

Racconta Ottavio Fatica nella nota all'edizione Adelphi che per Kipling la macchina era una sorta di macchina del tempo. Sulla quattro ruote prendeva e partiva come gli altri, solo che riusciva a vedere ciò che gli altri non riescono a vedere, perché bene che vada è solo roba da ragazzi.

Andava scorrazzando per l'isola che non c'è, per quell'Inghilterra piena per lui di meraviglie e di misteri stupefacenti. Un giorno in macchina nella campagna inglese era un giorno in un museo fatato dove tutti i pezzi sono vividi e reali e, al tempo stesso, deliziosamente mescolati con i libri

Ed ecco dunque il Colle Fatato che non è solo un luogo di una mappa fantastica, è una torre di avvistamento per scrutare la storia e le storie, per far emergere dal buio dei tempi i personaggi, le leggende, ciò a cui è bello restituire la parola. Ecco Puck, fauno di shakespeariana memoria, che racconta ai bambini di cavalieri normanni, di pirati vichinghi e di centurioni romani del Vallo di Adriano.

Raccontando ai bambini, ma restituendo a tutti gli occhi con cui i bambini sanno ancora alimentare la meraviglia.

mercoledì 24 giugno 2015

L'autobiografia dà senso ai nostri giorni



C'è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito.

Sono queste le prime righe di Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé  di Duccio Demetrio (Raffaello Cortina editore), libro che può davvero schiudere nuovi orizzonti, con molti buoni consigli per riprenderci in mano la vita.

Attenzione al sottotitolo: racchiude davvero il senso di questa opera. Di questo si parla: dello scrivere non per mettersi in mostra, nella speranza di un editore e di un lettore. Ma per se stessi, affidando a questo lavoro la possibilità di dare un senso ai propri giorni, di ordinare il passato e in questo modo di attrezzarsi per il futuro.

Quante sorprese che ci possono essere in questo cammino. Per esempio capire che in realtà la nostra vita andrebbe declinata alla prima persona plurale, non per smanie di grandezza alla Cesare, ma semplicemente (diciamo così, semplicemente) perché noi stessi siamo una molteplicità di identità. Perché nello stesso nostro passato siamo stati altri.

Del resto scriveva Fernando Pessoa, il grande portoghese: E sento che chi sono e chi sono stato sono sogni differenti.

Ecco, scrivere è cura, è attenzione. E' scoprire questo nostro sogno - questi nostri sogni - e imparare a conviverci. 

lunedì 22 giugno 2015

Cara vecchia Londra, sul filo della memoria

Simonetta Agnello, non ancora signora Hornby, non ancora scrittrice affermata, atterra a Londra la prima volta nel settembre 1963. E' un altro pianeta - a tre ore di volo - rispetto alla sua Palermo. E forse anche quella Londra è un altro pianeta rispetto alla Londra di oggi: la Londra dei primi successi dei Beatles, la Londra che i tempi ancora non hanno scosso, in fondo facile da rappresentare anche con rassicuranti luoghi comuni, il tè delle cinque e le file ordinate al bus.

E' ancora una ragazza, Simonetta Agnello, che a Londra finirà per stabilirsi e fare carriera - in uno studio da avvocati. Una vita a Londra per una ragazza di buona famiglia siciliana. Ed è questa Londra che ora lei ci racconta, riannodando i fili della memoria, tra nostalgia e curiosità.

Per chi ama la cara vecchia Inghilterra, per chi ne è ancora tentato, è un libro da non perdere La mia Londra (Giunti). Lettura che restituisce il piacere del vagabondaggio per giardini pubblici e pub di tradizione. Lettura che non può che avere che un nume tutelare, quel Samuel Johnson, padre dell'illuminismo inglese, che a Londra arrivò giovane per sbarcare il lunario e che Londra non abbandonò mai più.

Il mondo non è ancora esaurito, affermava Johnson, fammi vedere domani qualcosa che non ho mai visto prima.

Così diceva, ma poi era Londra che gli si presentava come un libro pieno ancora di sorprese. 

domenica 21 giugno 2015

Due minuti di parole per cambiare la storia dell'America


Il miglior discorso che la storia americana avrebbe ricordato per sempre era di appena dieci frasi. Durava due minuti.

E' questa la storia che qualche tempo fa Marco Missiroli ci ha raccontato con  I due minuti che inventarono l'America, pubblicata su La Lettura.  E' la storia del discorso di Gettysburg, pronunciato da Abramo Lincoln dopo la battaglia più sanguinosa della Guerra civile.

Quel giorno - il 19 novembre 1863 - c'erano i famigliari dei caduti: non poteva essere un'orazione come le altre, non poteva essere la retorica della guerra.

Le autorità accolsero Lincoln spiegandogli che avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione. Chi lo precedeva - l'ex segretario di Stato - si stava dando daffare con un intervento di due ore.

Ma quando si presentò davanti alla folla, l'applauso fu rotto da una voce: chi ci ridarà i nostri figli?

Il Presidente si toccò la barba, guardò l'orologio, ripiegò in quattro i fogli e se li mise in tasca. In fondo, c'era bisogno di pochissime parole, per il discorso che si dice abbia rifondato lo spirito del Nuovo Mondo. 

Mi piace questa storia, mi piace ancora di più guardando a questi nostri giorni, in cui il tempo è scarso e le parole sono inflazionate. Come se ancora il valore e l'importanza di quanto si ha da dire si dovessero misurare sul tempo preteso e a volte indebitamente sottratto a chi ascolta.





venerdì 19 giugno 2015

Inseguendo l'ombra dell'ultimo pirata

Di questo sono sempre più convinto: i libri più belli sono quelli che sfuggono alle classificazioni, che non si fanno catturare troppo facilmente dalla nostra smania di ordine.

Ne sono ancora più convinto ora che ho avuto modo di leggere - e di godermi - l'ultimo libro di Tito Barbini, che è un amico, ma soprattutto è un grande scrittore viaggiatore, o piuttosto un viaggiatore scrittore, parole che non è indifferente mettere in una sequenza piuttosto che in un'altra... ma questo è un altro discorso.

E dunque l'ho letto, mi sono emozionato, ho covato il desiderio di saperne di più. Con le parole sono volato via, fino alle terre più lontane e addirittura fino a un altro tempo. Poi sono tornato a casa, mi sono rigirato tra le mani questo piccolo grande libro che arricchisce la collana delle Non Guide di Mauro Pagliai e mi sono domandato quale fosse lo scaffale giusto: romanzo, biografia, letteratura di viaggio? Solo per dire le prime cose...

Di questo libro mi piace già il titolo - L'ultimo pirata della Patagonia - capace di evocarmi avventure, distanze, traiettorie di vita che si fanno largo tra armi e burrasche - e mi piace ancora di più il sottotitolo: Viaggi veri e immaginari nei mari e nella terra ai confini del mondo.

Se tutti hanno un loro altrove immaginato, desiderato, a volte raggiunto, l'altrove di Tito non può essere che la Patagonia: quel paese alla fine del mondo sul quale ci ha regalato già molte pagine importanti.

Nemmeno la Patagonia, però, con la sua capacità di evocare ciò che davvero ci è essenziale, potrebbe bastarci, se fosse soltanto la cronaca di un viaggio. Tito sa bene che l'altrove si coltiva con la storia, con le storie. Non muovendoci semplicemente da un posto all'altro, ma andando in profondità, respirando il passato, raccontando le vite.

Ed ecco, dunque, che dopo Don Patagonia, lo straordinario missionario del Cacciatore di ombre, Tito incrocia i suoi passi con un'altra ombra: quella di Pasqualino Rispoli, l'ultimo pirata dei mari a sud dello Stretto di Magellano, pirata ma anche molto altro, direi piuttosto un Corto Maltese: avventuriero la cui storia si mescola a molte altre storie, di anarchici e generali, prostitute ed esploratori, indios e latifondisti.

Di più non vi dico, ma sono convinto che è proprio questo che deve fare lo scrittore viaggiatore (o il viaggiatore scrittore?). Scorgere le ombre, sceglierle, farsi accompagnare. E poi raccontarle. Tito, da grande affabulatore, ci riesce benissimo.

mercoledì 17 giugno 2015

Il silenzio che fa bene


Da sempre se ne occupa, fino addirittura a promuovere una vera e propria Accademia del Silenzio, intrigante già nel nome. Ma del silenzio Duccio Demetrio se ne è occupato in molti libri, nei quali ha provato a educarci a una dimensione che può davvero cambiare la qualità della nostra vita.

Per tutto questo credo che un buon punto di partenza sia questo libro, dal titolo lapidario, semplicemente Silenzio (Edizioni Messaggero Padova): pagine non solo da leggere, ma anche da provare ad ascoltare con attenzione. Tanto più che è proprio l'ascolto, meglio, la capacità di ascolto, uno dei grandi doni che ci porta il silenzio.

Cosa può offrici il silenzio e cosa può toglierci il silenzio. Quali diverse forme di silenzio ci sono, nella consapevolezza che il silenzio è tutt'altro che vuoto, negazione, impedimento. E com'è che il silenzio ci riporta a noi stessi, ma anche agli altri.

Un libro non semplice ma a cui fa bene dedicarci, dedicando tutto il tempo che gli è necessario: lettura senza fretta a cui proprio il silenzio regala qualcosa di più.

lunedì 15 giugno 2015

La vita agra del grande Luciano

C'era bisogno che gli occhi mi cascassero su questa copertina, per scoprire la magnifica collana Sorbonne, che la Clichy dedica ai protagonisti del Novecento, libretti agili e densi, ricchi di immagini e di citazioni, soprattutto di sguardi originali, a volte obliqui, per raccontare uomini e donne che hanno cambiato la nostra visione del mondo.

La prossima volta che vado in libreria me ne prendo un bel po', ma intanto eccomi con questo, dedicato a Luciano Bianciardi, il precario esistenziale (sottotitolo che già dice molto), curato da Gian Paolo Serino.

Non me lo potevo perdere, per l'amore che da sempre coltivo per questo grandissimo ignorato della nostra letteratura (in ogni caso più commentato che letto, come ricorda Serino), fino a curiosi processi di immedesimazione in altri anni (ho adoperato anche lo pseudonimo di Paolo Bianciardi su qualche giornale, che è tutto dire).

E dunque l'anarchico maremmano, l'inventore del Bibliobus che in anni inimmaginabili andava a portare i libri in posti dimenticati, l'uomo che non tradì mai i suoi minatori e che riuscì a farsi licenziare dalla Feltrinelli. Ma soprattutto l'uomo che riuscì a comprendere e a raccontare l'Italia dei consumi di massa e della televisione prima di Pier Paolo Pasolini e di Umberto Eco. Il primo a cogliere davvero la mutazione antropologica del nostro paese, con tutte le malattie che ci portiamo ancora dietro.

Voleva la più grande delle rivolte, Bianciardi: la coerenza di ciascuno. Quando gli arrise il successo, con quel capolavoro che è La vita agra - La storia di un'incazzatura in prima persona singolare - ci rimase male: si era aspettato che anche i suoi lettori si incazzassero, invece tutto quello che rimediò furono gli applausi.

Visse - o sopravvisse - delle traduzioni dei grandi americani, come Henry Miller. Se ne andò via troppo presto, a nemmeno 50 anni, ucciso dall'alcol in cui cercava l'assenza. In qualche modo ci riuscì: al suo funerale c'erano solo quattro persone.

Un buon modo di riscoprirlo è passare da questo libro di Clichy. A seguire, la meravigliosa biografia di Pino Corrias. E poi i libri, ovviamente i libri, del grande Luciano. 

domenica 14 giugno 2015

Vai a cercare la guerra degli altri

Pensai al viaggio concluso.

Ero partito per cercare i miei triestini con addosso la divisa dell'Impero sconfitto. Ma quando avevo trovato le loro tombe sui Carpazi polacchi e in Ucraina, e con esse quelle di altri italiani "sbagliati" come i trentini, non mi ero più potuto fermare.

Mi ero spinto fin sotto le nubi delle Argonne e nel fango delle Fiandre, con l'idea di scrivere anche di loro.

E ora mi ritrovavo, senza volerlo, di nuovo sul fronte italiano. Il cerchio si chiudeva alla perfezione.

Me l'avevano detto i Centomila di Redipuglia: vai a cercare la guerra degli altri, per capire che uomini eravamo noi, cresciuti a polenta e niente. 

(Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli)

venerdì 12 giugno 2015

Un sentiero non si realizza da soli


Il patto tra scrittura e cammino, afferma Robert MacFarlane, è tanto antico quanto la letteratura stessa: una passeggiata può facilmente diventare una storia e non c'è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare.

E che non sia solo una affermazione in linea teorica è lui stesso a dimostrarcelo, in uno dei libri più affascinanti che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. Le antiche vie, questo è il titolo (Einaudi), è un incredibile concentrato di storia e di poesia, un racconto che allarga il cuore e ti spinge al cammino per le strade che nei secoli gli uomini hanno percorso. Ognuno lasciando le sue impronte, come fanno tutti gli animali. Impronte che proprio grazie a questo libro si può provare  a scorgere.

Non ci avevo mai pensato: sono quelle impronte che poi fanno un sentiero, non il contrario. Il sentiero è consuetudine, è creazione consensuale, è il passo dopo passo di molti. Un sentiero non si realizza da soli.

Il sentiero è tempo ed è questo tempo che, tra le altre cose, questo magnifico libro ci aiuta a vedere nel nostro cammino.

I sentieri e i loro segni mi attirano da sempre: catturano il mio sguardo e lo tengono avvinto.

Così afferma Robert MacFarlane, spiegando che il cammino seduce l'occhio ma anche la fantasia. Che forse è l'occhio del cuore: quello che ci aiuta a ripopolare le antiche vie di storie e di anime. 

mercoledì 10 giugno 2015

Il silenzio senza il quale non c'è musica

Il silenzio non ci appartiene, il silenzio è della musica, della natura, delle cose. L'uomo pretenderebbe di possedere tutto, ma il silenzio si può solo cercare oppure, per paradosso, ascoltare.

Da Mario Brunello, uno dei più grandi violoncellisti al mondo, ci saremmo aspettati un saggio sulla musica o un diario delle sue esperienze per sale da concerto e festival internazionali. Invece no, è del silenzio che ciò ha voluto parlare. Quel silenzio che non ci appartiene e che in un certo senso è anche fuori del tempo, per lo meno del nostro tempo, ma che anche per questo è imprescindibile.

Ci sono molti tipi di silenzio, in questo saggio pubblicato per Il Mulino. Alcuni mi hanno preso alla sprovvista e stordito, pensate solo all'idea del grande silenzio che abita l'interno di un atomo, un grande silenzio quale possiamo più facilmente immaginare negli spazi tra la Terra e la Luna.

Ma soprattutto il silenzio da cui nasce la creazione artistica. Il silenzio che ha a che vedere anche con la musica - ma certo che si parla di musica, in questo saggio.... Silenzio senza il quale la musica non avrebbe forma, note e pause. Silenzio che nella storia della musica ha conquistato un rilievo sempre maggiore, da Bach a John Cage. Silenzio che è, non può che essere, non solo quello della creazione, ma anche quello dell'ascolto: premessa perché davvero ci sia la possibilità di un'emozione.



martedì 9 giugno 2015

Quando la poesia del cuore si fa politica

Per tutti ma soprattutto per coloro che in questi anni, anche con qualche ragione, si sono persuasi che la politica è solo uno schifo, carriera e ladrocinio; che niente si può davvero cambiare; che rimane solo da rassegnarsi e mandare tutti a quel paese.

Per tutti, ma soprattutto per coloro che se ne fregano e tirano avanti, perché che me ne può fregare di un detenuto, di un immigrato e magari anche di un malato terminale? Se ne fregano e tirano avanti,   finché potranno.

Per tutti, con la speranza che queste pagine vi facciano lo stesso regalo che a me: magari senza vergognarvi per una lacrimuccia di commozione e per un sorriso pulito.

In questi anni ho avuto modo più volte di incrociare Enzo Brogi  e le sue battaglie testarde e controcorrente, accese nelle periferie della nostra società, nei luoghi dove i diritti non hanno diritto, tra un'umanità dolente che non porta voti, anzi, se possibile li sottrae. Ed ecco, ora la sua storia  - la storia delle sue battaglie - la ritrovo in questo libro, pubblicato per Clichy, con un titolo che già dice tutto: Altre direzioni.

Altre direzioni rispetto alla politica mainstream, altre direzioni anche rispetto alla consapevolezza che noi stessi abbiamo di ciò che deve essere fatto. Si tratti di combattere per la dignità e il futuro dei detenuti, per la sessualità dei disabili o per la cannabis per i malati. Battaglie di civiltà, diritti in ballo che sono di chiunque, perché come sostiene Concita De Gregorio in una delle introduzioni: Se avete in mano il libro e lo leggete invece di esserci dentro, è stato il vento.

Ci sono altri buoni amici che Enzo ha chiamato a raccolta in questo libro e che mi piace citare, perché dicono cose meglio di quanto farebbe il sottoscritto.

Lorenzo Cherubini Jovanotti: Se il mondo è un minestrone sul fuoco è importante chi ci aggiunge gli ingredienti ma un ruolo decisivo ce l'ha chi lo tiene in movimento, che non si attacchi mai sul fondo.

Simone Cristicchi: Tutte cose marginali, tutte storie sulle quali voltiamo volentieri lo sguardo, tutti temi che stanno fuori dalla "normalità". Da questo strano male che è la normalità.

Tutto fuorchè un monumento a se stesso, una vetrina da politico di lungo corso, queste pagine. Che dimenticavo di dirvi: sono anche di ottima scrittura. Non guasta mai, ma soprattutto in questo caso, dove la poesia del cuore si fa largo e diventa parola migliore dell'uso che ne abbiamo fatto: politica.

domenica 7 giugno 2015

La pianura dove si levano ancora le ombre della guerra

Sono le terre che a differenza degli uomini non hanno dimenticato, mescolate come sono alle ossa e segnate da troppe agonie. Sono le ombre di chi ha perso la vita e ancora non ha trovato riposo. Sono i confini che la storia ha fatto e disfatto, crimine dopo crimine, tragedia dopo tragedia, senza che una voce sia riuscita a levarsi netta sopra le altre: ma perché tutto questo?

Si può partire da un sacrario di caduti in guerra in cui mancano gli altri morti, quelli che non si capisce perché abbiano combattuto dall'altra parte. Oppure dalla foto di un nonno che non si è mai conosciuto, se non per i ricordi trasmessi di bocca in bocca, e la cui parabola di vita non si allinea a ciò che ci hanno insegnato i manuali a scuola.

E' così che si può partire per un viaggio che è insieme nel tempo e nello spazio, in ciò che ci appartiene di più intimo e nelle enormi distese della pianura che a Oriente si allarga verso l'Asia. Un viaggio che ha il profumo della malinconia  ma anche della cosa ben fatta, secondo giustizia.

Vorrei saper adoperare le mie migliori parole per Come cavalli che dormono in piedi di Paolo Rumiz (Feltrinelli), perché sarebbero comunque meritate per quello che ritengo un grande libro sulla guerra e un grande libro di viaggio.

E c'è Trieste, la città di mare che aveva tutto un impero dietro e che ora ha perso anche i treni in grado di collegarla convenientemente con città con cui ha condiviso la storia. Ci sono i triestini che nella Grande Guerra hanno combattuto di là, al servizio di Vienna e del suo imperatore, per ritrovarsi poi senza niente in mano, sudditi di un altro paese che li ha presi come traditori e che, se morti,  non ha accolto le loro spoglie. E ci sono le molte storie di questi soldati per cui la guerra non fu il Carso o il Monte Grappa, ma il fronte orientale battuto dai cosacchi e da altri rovesci della storia.

Sono queste storie che Rumiz va a inseguire, in uno splendido viaggio in quella che allora era la Galizia (regione che oggi non sapremmo collocare nella carta geografica, parte di quel mito che è l'impero asburgico), tra la Polonia e Ucraina. Tra conti tra regolare con il passato e un presente che tutto sembra piuttosto che un allievo che ha inteso la lezione. 

Interrogativi di ieri e di oggi. Boschi e colline che ancora esigono i nostri passi. E la voce che si fa poesia, canto notturno, invocazione, sogno. Da leggere, assolutamente. 

venerdì 5 giugno 2015

Quando in Cile anche un libro faceva paura


Questa mi mancava, lo scopro solo ora. Nel 1981 il Cile del dittatore Pinochet Don Quijote, nemmeno fosse un pericoloso pamphlet sovversivo.
non trovò niente di meglio che proibire il

Non so quali ragione spinsero a tanto. Forse fu la contagiosa possibilità di libertà che circola per quelle pagine. O peggio ancora,  fu l'inammissibile esempio di un uomo, tutt'altro cavaliere rispetto ai cavalieri nostrani, che coltivava i suoi sogni nella vita di ogni giorno. O anche l'altrettanto inammissibile idea che, nel dubbio, è sempre meglio tifare per chi parte lancia in resta contro i mulini a vento piuttosto che per chi getta la spugna.

Non lo e mi sa che nemmeno ho voglia di saperlo. La prendo come una bella misura dell'idiozia - ovviamente criminale - che sono capaci di manifestare i regimi militari.

Ha scritto Gian Luigi Beccaria sulla Stampa:

Borges diceva  che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri

Vero, verissimo. Ma mi va di guardarla anche in un altro modo: provo piacere al pensiero di questi dittatori, di questi eserciti armati fino ai denti, che si lasciano spaventare dalla carta. Come l'elefante con il topolino.

mercoledì 3 giugno 2015

L'uomo che salvò l'arte di Firenze in guerra

In tempi in cui l'orrore della guerra e del fanatismo pretende il suo tributo non solo di vite ma anche di opere d'arte - pensiamo a Mosul o a Palmira - mi ha fatto bene leggere questa storia di un uomo che la guerra - un'altra guerra, ma non importa - ha attraversato con la sola missione di salvare l'arte.

Bella lettura, L'arte fiorentina sotto tiro di Frederick Hartt (Clichy), la storia, raccontata in prima persona, di un giovane storico dell'arte che dal New England sbarca in Italia con l'esercito alleato: uno dei "monument men", ovvero degli uomini che si spingeranno in prima linea per salvare il nostro immenso patrimonio dalle distruzioni dei combattimenti e dalle razzie dei nazisti.

 Scritto anche bene, questo libro, diario e cronaca ma anche avventura appassionante. Con momenti di straordinaria commozione: il giorno in cui i ponti e le torri medievali di Firenze furono spazzate via dalle mine naziste, ma anche il giorno, poco dopo la Liberazione, in cui proprio Hartt caricò un intero treno di opere che a Firenze erano state sottratte: e quello fu anche il primo convoglio civile a riattraversare il Po dopo la guerra.

E bella la figura di Hartt, che a Firenze tornerà per l'alluvione del 1966 - altra ferita enorme alla nostra arte - per poi esservi anche seppellito.

Che poi lo so che a uno viene da domandarsi: pensare ai quadri, alle statue, nell'orrore della guerra? E le vite umane?

E io dico: sì, proprio così. Anche questo è opporre la civiltà alla barbarie e aprirsi un varco verso il futuro.