sabato 8 dicembre 2018

L'ambiente non annoia più, con l'ambasciatore delle foreste

Poco importa che si tratti di catastrofi che riguardano tutti, ogni volta che sente parlare di ambiente l'autore comincia a sbadigliare, preso dalla noia. A molti succede così. 

Un giorno un collega gli regala un libro che parla di tale George Perkins Marsh, primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln. Fa le fotocopie, le mette via, solo dieci anni più tardi capisce di chi si tratta: è l'uomo che, nel secolo del progresso e dell'industria, prima ancora che esista la stessa parola ecologia, capisce cosa sta succedendo al mondo. Il primo che parla di cambiamenti climatici e di foreste da salvare. 

Ne nasce un viaggio dalle foreste del New England alle foreste del nostro Appennino, passando per i deserti dell'Africa. Ma soprattutto comincia un viaggio intorno a una persona dimenticata - pensare che dall'altro lato dell'Atlantico Marsh è considerato il padre di parchi come Yellowstone - che ci regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, sulla stessa nostra civiltà. 

Non c'è più noia, con questo personaggio stravagante, che frequenta a malincuore la corte dei Savoia, ma si appassiona alle saghe di Islanda e coltiva l'idea di portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti. 

E chi è che parla, alla fine? L'autore o l'ambasciatore delle foreste?

(Dal risvolto di copertina del nuovo libro del sottoscritto: L'ambasciatore delle foreste, Arkadia editore)

lunedì 3 dicembre 2018

Il campanile affiora dall'acqua, insieme alla storia della sua gente

Ma oltre a questo non sapevamo che dirci. Forse perché dopo la guerra, insieme ai morti, bisogna seppellire tutto quello che si è visto e che si è fatto, scappare a gambe levate prima di diventare noi stessi macerie. Prima che gli spettri diventino l'ultima battaglia.

Molte cose ci sono dentro questo libro, che è un libro su ciò che non c'è più. O meglio, su ciò che c'era prima in un luogo dove l'acqua si è preso tutto per lasciare un'attrazione turistica del Sudtirolo, un'immagine da cartolina che è l'immagine richiamata anche in copertina. 

Resto qui di Marco Balzano (Einaudi) racconta di come quel campanile che affiora dal lago ha perso la comunità viva intorno, ma anche dell'amore per la propria terra e della voglia testarda di difenderla, di un confine su cui la storia si accanisce, di una lingua madre che non è la lingua del paese cui si appartiene, di una ragazza che vorrebbe fare la maestra ma insegnando nella propria lingua, di una diga destinata ad allagare case e strade, dei soprusi di un regime e degli interessi che nemmeno la democrazia ha saputo fermare. E molto, molto altro ancora.

E' davvero un bel libro, Resto qui, un libro che regala uno sguardo diverso. Difende le ragioni di chi resta e resiste, restituisce parola al silenzio. Malgrado tutto regala una speranza: le storie non devono finire per sempre sott'acqua, dipende da noi se potranno riemergere, insieme a ciò che resta del paese di Curon.

giovedì 29 novembre 2018

A Buenos Aires una storia di amore e anarchia

Comincia con un refolo di vento che viene dall'Atlantico, col caldo dell'estate australe, con i ricordi che si dipanano come un gomitolo tra le vie di Buenos Aires, con l'occhio che cade su lettere che sono già un romanzo. Comincia con un viaggio che sospinge verso un altro continente per poter diventare un viaggio nel tempo. Comincia perdendo subito la strada, perché è solo così che gli enigmi di una vita potranno trovare se non un senso almeno una qualche risposta nella lingua del cuore. 

Perché poi cos'è un viaggio se non il sogno di una storia da raccontare? 

Così si domanda Tito Barbini, quasi all'inizio del suo ennesimo viaggio in quell'Argentina che da sempre gli è altrove fedele, così si domanda e già è evidente il desiderio, anzi, il bisogno di raccontarla, questa storia.

E come sempre nelle sue pagine, anche in questo suo ultimo libro  - Severino e América. Storia d'amore e anarchia nella Buenos Aires del primo Novecento (Mauro Pagliai editore) - ci si smarrisce per ritrovarsi e ci si ritrova per smarrirsi ancora: è il destino di Tito, come del suo lettore che, tra le altre cose, questa volta ancora più di altre gode di una magnifica incertezza: tra le mani ha un romanzo o un reportage, un viaggio o un atto di amore?

Storia di amore e anarchia, recita il sottotitolo: e vai a sapere se l'amore viene prima dell'anarchia o viceversa. L'uno e l'altra, in ogni caso, alimentano la storia struggente di Severino Di Giovanni e di América, del sovversivo venuto dall'Italia e della ragazzina di Buenos Aires.

Un amore tenero e tenace, un amore pulito, capace di resistere a tutto, agli agguati del destino come alle sentenze che discendono dalle scelte. Di resistere e di riscattare illusioni, mortificazioni, errori, crimini. 

Ci si tuffa, in questa storia, non per vedere come andrà a finire, ma perché ci sono sentimenti di cui ancora oggi abbiamo bisogno, oggi forse ancora più di una volta. E possono essere sentimenti che ci legano a una persona scelta tra infinite altre, ma anche sentimenti che alimentano un'idea di giustizia che riguarda tutti.

E si finisce per provare nostalgia per quella Buenos Aires di miserabili emigrati, di tristi suonatori di fisarmonica, di banditi sognatori, la stessa Buenos  Aires di un altro libro che ho letto in questi giorni, Letti da un soldo di Enrique González Tuñón (Arkadia editore). Autore che, guarda la coincidenza, fu presente all'esecuzione di Severino.

Si finisce per provare nostalgia per quell'idea impossibile e generosa che fu l'anarchia, quell'idea così capace di stare dalla parte del torto con la forza della ragione, o viceversa. 

Quell'idea che finora per me era soprattutto una canzone di Francesco Guccini e qualche verso di Pietro Gori. E ora, grazie a Tito, è anche una musica che si spenge in un vicolo imprecisato della città del tango. 



venerdì 23 novembre 2018

Il sorriso della ragazza venuta dall'Africa

C’è l’incredibile sorriso di quella ragazza somala, colto in mezzo a una manifestazione di razzismo di piazza, quel sorriso capace di disarmare un’intera folla animata dal peggio di questi tempi grami. E c’è quell’altro sorriso che è un ricordo, un’assenza, forse anche un rimorso: quello di un’altra ragazza arrivata in Italia al termine di un viaggio che è l’inferno in terra.

Chi è Sahra? Qual è stata la sua vita prima e dove è svanita ora, dopo aver abbandonato il centro di seconda accoglienza? E perché è sparita? Quali rughe segnano il suo sorriso?

Sono queste le domande che accompagnano l’ultimo ottimo libro di Carmine Abate, Le rughe del sorriso (Mondadori): uno di quei libri che prima di tutto sono uno sguardo necessario su ciò che oggi molti provano a non vedere. E che allo stesso tempo sono viaggio, si fanno viaggio, il viaggio più terribile, il viaggio dei nostri tempi. 

E c’è quel continente da cui arrivano uomini, donne e bambini. C’è la Somalia devastata dai signori della guerra, ma riscattata dal coraggio e dalla tenacia di chi sa che anche salvare un orfano è una finestra sul futuro. E c’è la Calabria, da cui un tempo si partiva e dove oggi si arriva, la Calabria di Rosarno, ma anche quella di Riace.

Questo ci racconta Carmine Abate, da scrittore par suo, con la consapevolezza che il racconto è possibilità o almeno premessa di salvezza. 

Raccontare, dunque: cominciando da ciò che c’era prima, da quel passato rimosso, da ciò che restituisce volti e nomi. Così come ci diceva Alessandro Leogrande, prima di andarsene troppo presto, dopo aver condiviso con Carmine molte parole anche su questo libro, che per noi è come un passaggio di testimone: 
 
 Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte.

venerdì 16 novembre 2018

L'albergo dei perdenti nel fervore di Buenos Aires

Quando morirò non piantate un salice sulla mia tomba, ma una macchina da scrivere.

Così lasciò scritto Enrique González Tuñón, scrittore argentino della prima metà del Novecento, che con le parole provò a contenere il male di vivere e a riscattare l'inesorable richiamo dei margini e dei bassifondi. Così dipanò le storie dei perdenti, si perse in conversazioni da bar e bevute fino al mattino, morì troppo presto lasciandoci il sospetto di un talento in parte inespresso. Nel suo ultimo libro - La strada dei sogni perduti - parlò degli uomini che perdono i loro sogni. E non è come per gli oggetti smarriti, che ogni tanto si ritrovano.

Nessuno, che io sappia, ha mai restituito un sogno. Nessuno.

Nella sterminata prateria della letteratura sudamericana - o anche solo argentina - ecco ora rispuntare la sua figura troppo facilmente dimenticata. Merito della casa editrice sarda Arkadia, con la sua collana Xaimaca che, curata da Marino Magliani e Luigi Marfé, punta a restituirci le voci di scrittori di un continente che non finisce di sorprendere. 

Letti da un soldo è una raccolta di racconti che girano intorno a cinque persone che gli americani chiamerebbero losers. La risacca della vita li ha sospinti in un albergo che è una stamberga, dove si dorme al prezzo di un peso e con almeno un occhio aperto per guardarsi da topi e ladri. La fame è loro compagna, amplifica le sensazioni, inasprisce gli animi, succhia energie. Ma ancora più devastante sono la malinconia, il rimpianto, il sentimento dello spreco. 

C'è più passato che futuro. Ma c'è anche il presente di una Buenos Aires in tutto il suo fervore, in cui ogni strada è un groviglio di umanità. Ci sono moli, bordelli, caffè. Tossici, puttane, spie incrociano i loro destini con quelli di poeti mancati e di anarchici votati alla sconfitta. E a notte rimane solo l'eco di un tango, come una luce prima del risveglio: poi tutto sarà ancora più difficile.

lunedì 12 novembre 2018

Germania anno zero, il bravo giornalista dopo Hitler

Il giornalismo è l'arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile. Io non l'imparerò mai. 

Così scrive, come a giustificarsi, Stig Dagerman. E in realtà non ne avrebbe bisogno: nella raccolta di articoli pubblicati da Iperborea con il titolo Autunno tedesco dimostra di essere nel tempo e nel luogo giusto per raccontare un passaggio della storia che mette a nudo questioni di sempre e di tutti.

Germania, anno zero dopo la sconfitta della follia criminale di Hitler. Il paese è in macerie, il popolo alla fame. E' il momento della resa dei conti e di un presente sospeso tra gli orrori che si sono consumati e il groviglio degli alibi, degli opportunismi, dei rimpalli di responsabilità.

Abbondano i giornalisti inviati dal resto del mondo per raccontare la Germania vinta e distrutta. Ma la voce di Dagerman - un giovane inviato svedese con simpatie anarchiche e allergia per i luoghi comuni -  si stacca da quella di ogni altro.

Non generalizza, non astrae, non guarda solo dove vuole guardare. Si muove tra le macerie di Amburgo, Berlino, Colonia. Sale su treni stipati di senzatetto, scende in cantine popolate di disperati, prende nota di genitori che vedono i figli morire di stenti, di ragazzi che rubano patate, di ragazze che si accompagnano ai soldati vincitori. 

E' consapevole che la fame è una pessima maestra di democrazia. E' altrettanto consapevole dell'ipocrisia con cui si sta portando avanti il processo di denazificazione, lasciando a galla i peggiori per rifarsi sui più piccoli. Allo stesso modo, del resto, la guerra ha tolto di più a chi aveva meno, perché si bombardano le case, non i conti in banca.

Sosteneva Alain Finkielkraut:

Non cè bisogno della letteratura per imparare a leggere. C'è bisogno della letteratura per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie.

Questo ci insegna Stig Dagerman, giornalista malgrado se stesso, soprattutto uomo che prima di tutto si è assunto la responsabilità dello sguardo, senza prescindere dal cuore. In questo simile a un altro grande del giornalismo che guarda al mondo e che al mondo si mescola. Quel Ryszard Kapuscinski che mi ha insegnato che il bravo reporter deve essere prima di tutto una brava persona. 

Ecco, è questo che ho trovato, nelle terribili storie della Germania del 1946.