martedì 21 maggio 2013

Lo scrittore-aviatore e il suo Piccolo Principe

Volare. Se viaggiare fu per lo scrittore-aviatore l'unico verbo coniugabile alla sua vita, beh, volare è stato il suo ausiliare del cuore.

Perduto il padre (un infarto) in una stazione ferroviaria, bocciato (due volte) all'ammissione alla Scuola Navale, costretto per campare a girare la Creuse in auto (da rappresentante) per vendere camion, Saint-Ex scelse - con (e come) trasporto - di guardare il mondo, anche quello tragico di "Lettera a un ostaggio" e di "Pilota di guerra", dal suo asteroide con gli occhi di un Piccolo Principe che si impegna eticamente in tutto ciò che fa:

"Il mestiere di testimone mi ha sempre fatto orrore. Che cosa sono, se non partecipo? Ho bisogno, per essere, di partecipare".

Per questo quel bambino biondo di 70 anni, caduto dal cielo giusto in tempo, prima che il suo creatore si inabissasse - un bambino, in questo odierno mondo, più extraterreste di quanto lo fosse allora - si fa ancora leggere così tanto e quasi ovunque: ha ancora parecchio da insegnare, ma con quella sua delicatezza di chi non vuole farti la morale.

(Cesare Fiumi, All'età di 70 anni il Piccolo Principe perdona chi l'ha ucciso, da Sette del Corriere della Sera)

lunedì 20 maggio 2013

Noi non siamo mancati al tempo


Il tempo ci è mancato
ma
noi non siamo mancati al tempo.

Il tempo si torce, si stende, si stira,
s'acciambella e chiude gli occhi.

Sazio, ci digerisce
e ci trascina nella sua notte.

(Pierre Maubé, pubblicato su Internazionale, traduzione di Francesca Spinelli)

domenica 19 maggio 2013

I libri italiani peggio che in un tunnel


No, non usate più la metafora del tunnel, almeno per il mercato del libro in Italia. Troppo ottimismo. E' come dire che prima o poi la crisi finirà e presto torneremo alla luce. Troppo ottimismo, appunto. E non è questa l'aria che si respira al Salone del Libro di Torino.

I dati, resi noti dall'Aie (cioé dall'Associazione Italiana Editori), sono impietosi. Nei primi quattro mesi del 2013 le vendite hanno segnato un - 4,4%, che si aggiunge al - 15% dei due anni precedenti: un intero settore industriale che sta sparendo, insieme alla possibilità di fare e condividere cultura in questo paese.

E  niente foglie di fico, per favore. Questa non è solo una rivoluzione tecnologica, dato che il libro digitale oggi rappresenta solo un misero tre per cento del mercato complessivo. Semmai il crollo delle vendite non coincide del tutto con un crollo delle letture, se è vero che anche a Torino in questi giorni si è fatto la coda agli stand che proponevano libri in offerta a un euro.

E sapete, questo mi sembra anche peggio, anche dopo aver riconosciuto che le tasche degli italiani sono sempre più vuote. Fatto sta che per uno smartphone o un prodotto dietetico si può ancora essere disposti a spendere. Per la cultura no, la cultura va bene se si regala.

Scrive Simonetta Fiori, su Repubblica, in un articolo dal Salone pubblicato col titolo Librolandia nel paese dell'ignoranza:

Da noi non si intravede nessun barlume, dicono gli affannati abitanti della libropoli torinese. Solo un precipizio di mille metri, come quello avvistato da Willy il Coyote.

Solo che il mitico Willy dopo il precipizio e l'impatto al suolo si rivede di nuovo in pista, a tentarci per l'ennesima volta con il maledetto Bebeep. Con i libri non funziona così. 

sabato 18 maggio 2013

Come è bella, la rima della rabbia giusta

    Tu dici che la rabbia che ha ragione
    È rabbia giusta e si chiama indignazione
    Guardi il telegiornale
    Ti arrabbi contro tutta quella gente
    Ma poi cambi canale e non fai niente

    Io la mia rabbia giusta
    Voglio tenerla in cuore
    Io voglio coltivarla come un fiore

    Vedere come cresce
    Cosa ne esce
    Cosa fiorisce quando arriva la stagione
    Vedere se diventa indignazione

    E se diventa, voglio tenerla tesa
    Come un'offesa
    Come una brace che resta accesa in fondo

    E non cambia canale
    Cambia il mondo.

(Rima della rabbia giusta, da Bruno Tognolini, Rime di rabbia, Salani editore)

venerdì 17 maggio 2013

Sorpresa, le Maldive non sono solo quel mare

Succede con le mete più frequentate dal turismo internazionale, succede soprattutto con un posto come le Maldive, che per tutti o quasi tutti è soltanto il suo mare da favola, la barriera corallina, il sogno di un bungalow sotto le palme o di un resort di lusso per un viaggio di nozze.

E' successo anche per me, che anni fa trascorsi una settimana in un isolotto dell'arcipelago che in 20 minuti si girava per intero a piedi, oziando da mattina a sera. In camera c'era anche la tv con la Rai. L'idea che le Maldive fosse anche un paese con una sua storia e una sua cultura mi sa che non mi sfiorò nemmeno. O forse riuscii ad accantonarla alla svelta.

Succede con tutti o quasi tutti, ma per fortuna non è successo con Marco Carnovale, viaggiatore scrittore, che le Maldive non solo le ha girate in lungo e in largo e a più riprese, ma a provato a cercarle anche sugli scaffali delle librerie. E sorpresa, un posto che può più o meno contare su un milione di presenze turistiche all'anno è pressoché assente dagli scaffali. Davvero, come se le Maldive fossero solo quel sogno, quella cartolina da invidia.

Un vuoto a cui ora Carnovale pone rimedio, con il suo Viaggio alle Maldive. Libro intrigante, libro da autentico scrittore di viaggi, come già esplicita il sottotitolo, Arcipelago in bilico: una non guida per svelare le isole

Una non guida, appunto, cioé un vero libro di viaggi, capace di accompagnarci nelle storie e nei luoghi delle Maldive, tra una suggestione del grande Ibn Battuta e un'esplorazione della vita complessa e trascurata della capitale Malé.

Consigliatissima per tutti coloro che vogliono saperne di più, perché c'è ozio e ozio.

giovedì 16 maggio 2013

In un supermercato, se mi lasciassero accanto al reparto dei libri

Ma io non ci posso credere, davvero non ci posso credere che stiamo facendo questo a noi stessi, alla nostra storia, a quello che siamo.

Ai miei genitori non so come spiegarlo che se proprio non posso fare nemmeno la maestra vorrei aprire una libreria, se non fosse che non ho i soldi per farlo e comunque dopo dieci minuti verrebbero a chiedermi il pizzo.

Però davvero, farei la commessa in una libreria.

Anche in un supermercato, se mi lasciassero accanto al reparto dei libri.

Mi immagino che andrei dalle donne che fanno la spesa, le avvicenerei raccontando loro una storia e saprei convincerle, alla fine, a comprare insieme ai saponi anche un libro.

Mi pare un sogno. Mi pare in questo momento, sul serio, la cosa più utile e giusta che potrei fare nella vita.

(da Concita De Gregorio, Io vi maledico, testimonianza di Anna, Einaudi editore)

mercoledì 15 maggio 2013

In Brasile, tra futuro e nazismo

Laddove, in questi nostri tempi difficili, scorgiamo una speranza per un futuro migliore in zone semi-sconosciute, è nostro dovere additarle, indicandone le possibilità. E' per questo motivo che ho scritto questo libro.

In questo modo Stefan Zweig, l'autore della Novella degli scacchi e di altri splendidi libri, presentava il suo ultimo libro, così impastato, fin da queste parole, dal senso della fuga e dalla speranza di una nuova vita in un accogliente altrove.

E già questo fa pensare. Stefan Zweig è tra gli scrittori che più di tutti sembrano legati alla cara vecchia Europa sul ciglio della catastrofe. Anzi a quel sogno incastonato dentro un continente, che fu la Mitteleuropa. Un mondo forse già finito con la Grande Guerra ma che poi il nazismo annichilì con la sua barbarie.

Per Stefan Zweig, ebreo di Vienna, rimase appunto solo la possibilità della fuga, l'ipotesi di una nuova vita. Per esempio in Brasile, terra tutto sommato ancora semisconosciuta dagli europei, dove forse avrebbe potuto reinventarsi.

Speranza che vibra ancora nel titolo di un libro che ora la casa editrice Eliot ripropone al lettore italiano: Brasile, terra del futuro.

E in effetti terra del futuro il Brasile lo è stata per tanti. Non per Stefan Zweig, però. Uomo che apparteneva al passato, uomo che così aveva scritto in Il mondo di ieri, titolo quanto mai eloquente.

 Inerme e impotente, dovetti essere testimone della inconcepibile ricaduta dell'umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece col suo potente e programmatico dogma dell'anti-umanità.

In Brasile, il 23 febbraio 1942, si suicidò, insieme alla sua giovane moglie. 

martedì 14 maggio 2013

Tra i ghiacci lassù, insomma, si ride

Quando già serpeggiava l'idea - dopo essere stati sommersi da una valanga di investigatori e investigatrici norvegesi, svedesi, danesi, finlandesi o islandesi - di essere passati da fenomeno letterario a cliché, l'editoria ha registrato una nuova sorpresa nordica: la presenza d'una variegata letteratura umoristica.
Tra i ghiacci lassù, insomma, si ride.

Così ci ha recentemente spiegato Sebastiano Trivulzi su uno dei paginoni centrali della cultura di Repubblica, in qualche modo spiazzando chi, come me, pur attratto dalle letterature del grande Nord, non era mai andato oltre le pagine del finlandese Aarto Paasilinna: grottesche, anticonformiste, pervase di ironia, eppure certo non da riderci sopra.

E già, qualche tempo fa mi era capitato tra le mani anche Musica rock da Vittula di Mikael Niemi. Però mica mi era bastato, per una dichiarazione così perentoria: tra i ghiacci lassù, insomma, si ride.

Il Nord piuttosto era  luogo di inquietudine metafisiche, di dolori esistenziali, di complessi rimandi tra gli spazi della natura e quelli dello spirito, di colpe e angosce. Filosofie tetre e sofferenze urlate come il quadro di Munch.

Poi sono arrivati tutti i gialli nordici, belli e intriganti, ma certo non allegri, come si conviene al genere. Tanto più se questi gialli si accompagnano alla riflessione su un modello di società dove non è tutto oro.

Di quei gialli, tra l'altro, abbiamo fatto anche indigestione. E ora? Dal Nord dobbiamo aspettarci un'altra valanga, non più di morti ammazzati, ma di situazioni umoristiche?

Perchè no, se anche Kierkegaard non è che fosse poi così cupo. 
 

lunedì 13 maggio 2013

A proposito del processo del signor K.

Un giorno K. è invitato (da una voce anonima, per telefono) a presentarsi la domenica successiva in una casa di periferia per partecipare a una breve inchiesta che lo riguarda.

Per non complicare e tanto meno prolungare il processo, decide di ottemperare all'invito. Dunque ci va.

Sebbene non sia stato convocato a un'ora precisa si affretta. All'inizio vuole prendere un tramvai. Poi si rifiuta per non umiliarsi, grazie a una puntualità troppo docile, davanti ai suoi giudici.

Tuttavia non desidera prolungare lo svolgimento del processo e perciò si mette a correre; sì, corre (nell'originale tedesco la parola "correre", "laufen", si ripete tre volte nello stesso paragrafo); corre perché vuole salvare la sua dignità e, allo stesso tempo, per non arrivare in ritardo a un appuntamento la cui ora resta sconosciuta.

Tale combinazione di gravità e leggerezza, di comicità e tristezza, di senso e non senso, accompagna tutto il romando fino all'esecuzione di K. e fa nascere una bellezza strana e incomparabile; mi piacerebbe definire questa bellezza, ma so che non ci riuscirò mai.

(da Milan Kundera, Il mio Processo. L'insostenibile bellezza del romanzo di Kafka, da Repubblica del 13 aprile)


domenica 12 maggio 2013

La città vecchia di Umberto Saba

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un'oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un grande porto di mare,
io ritrovo, passando, l'infinito nell'umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita d'amore,
sono tutte creature della vita e del dolore;
s'agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

(Umberto Saba - Città vecchia)

sabato 11 maggio 2013

Questa guerra no, non finirà


OTTIMISTA. Ma una volta che ci sia la pace...
CRITICONE. ... Allora comincerà la guerra!
OTTIMISTA. Ma tutte le guerre sono terminate con una pace.
CRITICONE. Questa no. Questa non si è svolta alla superficie della vita... no, è imperversata dentro la vita stessa. Il fronte si è esteso a tutto il paese. E vi resterà. E alla vita mutata, se vita ancora ci sarà, si accompagnerà la vecchia condizione di spirito. Il mondo perisce e non lo si saprà. Tutto quanto era ieri, lo si sarà dimenticato; l'oggi non si vedrà e non si temerà il domani. Si sarà dimenticato che si è persa la guerra, dimenticato di averla cominciata, dimenticato di averla combattuta. Ecco perché la guerra non finirà.
OTTIMISTA. Ma una volta che ci sia la pace...
CRITICONE. ... non ci si sazierà più della guerra!
OTTIMISTA. Lei ha da ridire perfino sull'avvenire. Io sono e rimango un ottimista. I popoli sbagliando...
CRITICONE. ....disimparano. Anzi, sparano!

                                           (da Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità, Adelphi)

venerdì 10 maggio 2013

In quel bistrot di Parigi, con Jean Paul Sartre

Loro erano programmati per odiarsi e distruggersi e invece erano caduti l'uno nelle braccia dell'altro. Era bello sentire il proprio patronimico. In Francia, si aveva soltanto un nome. Di colpo, un poco dell'odore, della musica e della luce del loro Paese tornava, anche se l'uno era un russo bianco, ortodosso praticante, antisemita e misogino, che odiava i comunisti, e l'altro un ex nemico, un rosso fervente, convinto ed entusiasta, che aveva partecipato all'instaurazione del comunismo. Quel tipo di differenze, che vi facevano sbuzzare quando eravate al paesello, lì sparivano. Soprattutto se si trattava di due russi insonni

Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia, mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

giovedì 9 maggio 2013

Scombinando i libri della nostra libreria

E' un piacere mettere in ordine i libri della propria libreria, un piacere che è importante concedersi di tanto in tanto, non una volta per tutte. Ma soprattutto un piacere che è tale nella misura in cui non ci si limita a ordinare: perché ciò che conta, mi sa, è prima scombinare, cioé mettere in disordine l'ordine e creare un nuovo ordine dal disordine.

Ciò che conta, credo, non è il criterio che si adotta - il colore delle copertine, la nazionalità dell'autore, l'argomento o il genere  - ma piuttosto la possibilità di cambiare il criterio precedente. Non fosse altro che in questo modo si potranno ritrovare libri che non si ricordava di possedere. E che a volte, sia detto per inciso, ci scopriamo a comprare una seconda volta.


Però c'è anche un altro buon motivo, ricordato una volta da Stefano Bartezzaghi su Repubblica:

A seconda di quelli a cui sono accostati i libri possono dare un'impressione diversa: difficile dimostrarlo, ma sentono anche loro l'influsso delle buone e della cattive compagnie.

Mi piace questa idea dei libri che non sono soli, che stanno in compagnia, che dalle buone e cattive compagnie si fanno influenzare.

Mica è solo fantasia: guardate come cambia l'idea che avete su un titolo, l'aspettativa che su di esso coltivate, in relazione ai titoli che ha alla sua destra e alla sua sinistra....

Sì, mi piace. Mi piace che cambiando posto, cambi anche la nostra idea di quel libro.

mercoledì 8 maggio 2013

Se con Greg Iles non ha funzionato

Afferma Clive Cussler: Un favoloso intreccio di suspense e intrigo. Rincara la dose Dan Brown: Dopo aver letto l'ultima pagina, non riuscirete a liberarvi di questa storia.

E sarà che tra i maestri del brivido ci si intende. Oppure sarà che il problema sono io, o meglio, il modo con cui mi sono avvicinato - verbo significativo - a queste pagine. Sarà che non era il momento giusto e che la testa era in cerca di un'evasione, ma non di questa evasione.

Sarà. Però non sono stato conquistato da La notte non è un posto sicuro di Greg Iles (Piemme). Anzi, per dirla tutta, avevo incominciato con un discreto entusiamo e ho finito con molta fatica.

E lo so, ho controllato, in rete su questo libro non mancano i giudizi positivi, anzi, le lodi sperticate. E chi assicura che questo è il miglior libro di Greg Iles - di cui in precedenza non avevo letto niente. Chi consiglia di partire dalle precedenti avventure del protagonista, quel Penn Cage che era procuratore distrettuale e che ora è diventato sin
daco di Natchez. Chi esalta soprattutto il ritmo di una storia che, per la verità, a me è sembrata mancare proprio del ritmo.

Ma appunto, forse ero io a mancare del ritmo giusto. E anche questo serve, per ragionare sulle singolari, sfuggenti, irripetibili alchimie che legano un libro al suo lettore.

martedì 7 maggio 2013

Ragionando sui poveri scrittori distrutti dall'e-book

Credo che debba fare riflettere, e non poco, l'intervento che Scott Thurow ha pubblicato qualche giorno fa su Repubblica, col titolo Poveri scrittori distrutti dall'e-book.

Premesso che è sempre il punto di vista di un fortunatissimo autore di best-seller e che, negli Stati Uniti non so, ma in Italia certamente, il povero scrittore lo è comunque anche sulla carta, è importante che si cominci a sottolineare che non è tutto oro quello che luccica; che non c'è solo un problema di nostalgia per il caro vecchio libro; che l'ebook non minaccia solo il lavoro dei librai, ma anche degli stessi autori.

Non fosse altro che per la pirateria:

Se io mi mettessi all'angolo della strada e dicessi a a chi me lo chiede dove può andare per acquistare merce rubata, e in cambio di questa informazione percepissi un piccolo compenso, finirei in galera. Eppure, i motori di ricerca fanno la stessa cosa.

In realtà quella che è entrata in crisi è l'idea che una cultura letteraria variegata, creata da autori di cui devono essere difese le fonti di sostentamento, e di conseguenza l'indipendenza, rappresenta un elemento fondamentale per la democrazia.

E lo so che questo è un libro dei sogni, lo so che il discorso porterebbe lontano, però la domanda con cui conclude Scott Thurow bisognerebbe farcela un po' tutti:

Molte persone direbbero che questi cambiamenti sono semplicemente una naturale evoluzione del mercato e non vedrebbero problemi se gli autori fossero ridotti a scrivere solo per il piacere di farlo. Ma che razza di società sarebbe?


lunedì 6 maggio 2013

La guerra trasforma la vita in un asilo

La guerra trasforma la vita in un asilo infantile, dove è sempre l'altro che ha cominciato, dove uno si vanta dei misfatti che rinfaccia all'altro, e la zuffa assume le forme del gioco dei soldati.

Quando c'è la guerra, si impara a guardar male ai bambini che giocano a fare i soldati.

Sono anticipazioni eccessive delle bambinate degli adulti.

(Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità, Adelphi)

domenica 5 maggio 2013

Ascoltate, è ancora il tramonto

Ascoltate, è ancora il tramonto sul colle dell'Assekrem. Giallo, ocra, azzurro, oltremare, carminio. Cielo, terra, montagne e valli.

Tutto.
 

Ma giù nelle gole c'è già il crepuscolo e la notte. Rosa, terra bruciata, viola, nero. Il nulla laggiù.
 

L'aria è così limpida che l'increspatura dell'ultimo orizzonte potrebbe essere all'altro capo del mondo. 

Se la Terra fosse piatta. E il fondo della valle su cui sta poggiando la roccia dell'Assekrem, il centro della Terra. 

Se il cuore della Terra fosse freddo come i crepacci a quest'ora della sera.

(Maurizio Maggiani, incipit de Il viaggiatore notturno, Feltrinelli)

sabato 4 maggio 2013

La Trieste di Saba, come la mia città

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
 
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
 
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
 
(Umberto Saba, Trieste, dalla raccolta Trieste e una donna)

venerdì 3 maggio 2013

Andrò a ritroso della nostra corsa


Andrò a ritroso della nostra corsa
di poco fa
che tanto bella mai ti sorprese la luna.
Mi resta una città prossima al sonno
di prima primavera.
O fuoco che ora tu sei
dileguante, o ceneri confuse
di campagna che annotta e si sfa,
o strido che sgretola l'aria
e insieme divide il mio cuore. 


(Vittorio Sereni, Viaggio di andata e ritorno, da Gli strumenti umani)

giovedì 2 maggio 2013

Aprire una scatola di sardine può essere arte

Lo stile è una risposta a tutto.
un nuovo modo di affrontare un giorno noioso o pericoloso
fare una cosa noiosa con stile è meglio che fare una cosa pericolosa senza stile.
fare una cosa pericolosa con stile è ciò che io chiamo arte.
La corrida può essere arte
Boxare può essere arte.
Amare può essere arte.
Aprire una scatola di sardine può essere arte.
Non molti hanno stile.
Non molti possono mantenere lo stile.
Ho visto cani con più stile degli uomini,
Sebbene non molti cani abbiano stile.
I gatti ne hanno in abbondanza.
(da Charles Bukowski, Stile)
da PensieriParole