lunedì 26 settembre 2016

Lombrichi e uva passa per una vita di talento

Ecco tutto quel che occorre, magari insieme a una certa serenità e al dono di sapersi rallegrare delle piccole cose, qualche volta anche proprio di niente.

Mi aveva già stregato con L'arte di collezionare mosche, Fredrik Sjoberg, ora si ripete con un altro libro dal titolo improbabile, Il re dell'uvetta, proposto ancora una volta da Iperborea. Con lui sembra proprio di uscire di casa con un retino per la caccia alle farfalle, non sapendo bene cosa succederà davvero. Magari quel retino si userà solo per provare a catturare la luce che sorprende le cose e le rende più incantevoli.

Entomologo, scienziato affabulatore, collezionista di insetti con lo spirito dell'artista, uomo catturato da sogni quali la possibilità di scrivere la storia naturale delle notti d'estate, questa volta il nostro ci spinge a inseguire la vita di tale Gustaf Eisen, personaggio oscuro e multiforme vissuto a cavallo di Ottocento e Novecento tra Svezia e California.

Eisen era uomo di grande talento, messo al servizio di singolari passioni. E anche uomo capace di inventarsi più volte la sua vita. Da zoologo è stato uno dei più grandi studiosi di lombrichi - e come dimenticare la vocazione allo studio delle mosche di Sjoberg? Però è stato anche grande viaggiatore, consulente di Darwin, amico di Strindberg, pioniere della coltivazione dell'uva passa in California, collezionista di tessuti maya del Guatemala, ecologista che per primo ha evocato la necessità di tutela delle sequoie, sedicente scopritore dell'oggetto che più di tutti ha destato fantasie e ossessioni, il Santo Graal... Basta?

Genio ed eccentricità, questo è stato Eisin e questo è ciò che ci racconta Sjoberg, che parlando di Eisin, parla spesso anche di se stesso e delle sue passioni. Bizzarre e marginali, ma capaci di abitare un cuore, magari fin dall'adolescenza.

Tanto quello che conta è starsene fermi ad aspettare le storie. Prima o poi - dice - tutto sembra far parte di uno stesso puzzle. Tanto la felicità può celarsi dove meno ci si aspetta, dove c'è il niente piuttosto che il tutto.

domenica 25 settembre 2016

Stephen King e l'autobiografia del mestiere della scrittura


E' difOn writing. Autobiografia di un mestiere, il libro che non ti aspetti da parte di Stephen King, maestro del fantasy e dell'horror, l'autore che da decenni sbanca le classifiche di tutto il mondo, con le sue storie perfette anche per il cinema (solo Shakespeare l'ha battuto quanto ad adattamenti cinematografici).
ficile da catalogare,

Più facile dire cosa non è: ovvero non una vera un'autobiografia e tanto meno un manuale per aspiranti scrittori. O almeno non solo questo.

Certamente un libro bellissimo, affascinante, con cui l'uomo che ci ha regalato tanti brividi ora ci incanta con la magia: quella che trasforma le parole in una storia.

Un libro buono per chi si cimenti con la scrittura, ma anche per chiunque ami la lettura e voglia tornare ai suoi libri con uno sguardo più allenato, più consapevole, perchè ha acquistato confidenza con gli "attrezzi del mestiere".

Delle tre sezioni del libro – Curriculum vitae, La cassetta degli attrezzi, Sul vivere – emoziona soprattutto la terza. Il racconto di una rinascita dopo un terrificante incidente, di un ritorno alla vita grazie alla scrittura. E anche questo ha il suo significato.

A proposito, a vincere una certa mia ritrosia verso il campione dei best-seller è stato proprio il sottotitolo: "autobiografia di un mestiere". Scrittura insomma come qualcosa che se non può sostituirsi alla vita è in grado comunque di nutrire la vita. Ma soprattutto scrittura come mestiere, come lavoro, come fatica, come paziente tessitura di storie e di idee e di parole, il tutto cucito con l'ago della passione.

Ecco qui, c'è questo nel libro di King, ora rieccito da Frassinelli, niente a che vedere con un manuale di scrittura creativa, per intendersi, o con qualche consiglio elargito dall'altro della cattedra...

Bello e spiazzante, davvero

giovedì 22 settembre 2016

Elogio della frontiera per liberarsi dai muri

Una frontiera riconosciuta è il miglior vaccino possibile contro l'epidemia dei muri.

Ecco, se c'è bisogno di una citazione che sintetizzi tutto una riflessione, che abbracci un intero libro di poche pagine ma di grande densità, non può che essere questa. E' il succo di ciò che ci vuole trasmettere Règis Debray.

In Elogio delle frontiere, più un pamphlet che un saggio, il navigato intellettuale francese non smarrisce certo le qualità che da anni possiamo riconoscergli. Verve polemica, allergia al politicamente corretto, frasi secche e taglienti, ragionamenti al limite della provocazione, ma appunto ragionamenti.

In questo mondo sempre più diviso, ci si divide anche tra chi vuole confini come muri e chi i confini proprio non li vuole. E per tanta gente - intendo gente come per esempio il sottoscritto - è bello riconoscersi tra i secondi: perché è giusto, perché alla fine siamo tutti uguali, perché sogniamo un mondo libero da paura, perché è perfino emotivamente appagante....

Eppure, eppure, è una bella trappola anche la retorica del mondo senza frontiere. Non fosse altro che i confini sono anche mappa, visione del mondo, ordine. A forza di volerne farne a meno, si lascia il campo a chi su quei confini intende costruire muri - e quanti ce ne sono oggi.

Abbiamo bisogno di confini da attraversare. Abbiamo diritto alla frontiera. Per fare fronte - afferma Debray - agli scivoloni mortali del va bene tutto, tutto si equivale, dunque nulla ha valore.

Perché no? Un libro che come minimo rimette in discussione molte delle nostre convinzioni.

lunedì 19 settembre 2016

Nove racconti per interrogarsi sul passato di tutti

Il passato, è la sola realtà umana. Tutto ciò che è, è passato.

Così affermava Anatole France: frammento di una lettura di tanto tempo fa ora tornato a galla. Perché è questo che ti muove dentro Scritto nella memoria, raccolta di nove racconti italiani curata per Guanda da Marco Vichi. Un libro  che si interroga su ciò che ci lasciamo alle spalle e su ciò che, in qualche modo, comunque rimane nel nostro presente.

C'è molta buona letteratura in questo libro che raccoglie tanti autori di qualità - oltre a Vichi, in ordine rigorosamente alfabetico, Valerio Aiolli, Laura Bosio, Cristiano Cavina, Maria Rosa Cutrufelli, Gianmarco D'Agostino, Anna Maria Falchi, Dacia Maraini, Vincenzo Pardini. Sarà perché proprio ciò che sembra ormai chiuso e definito, nel tempo che si è già consumato, in realtà più si presta a essere modellato dal pensiero, dall'invenzione, dalla forza della parola.

Vai a sapere, però in queste pagine mi sono immerso. Ho trovato la luce e la sabbia di villeggiature al mare che da bambino sembravano non finire più. Ho riscoperto oggetti dimenticati in soffitta e che sono ancora in grado di rivelare una storia. Mi sono interrogato su parenti che non ci sono più e a cui avrei dovuto porre le domande giuste al tempo giusto. Mi sono lasciato tentare dal fascino di nomi consumati dal tempo e dall'abbandono. Ho meditato sugli incroci tra storie personali e storia collettiva, soprattutto quando quest'ultima gioca pesante e bussa alla porta con le armi in pugno.

A volte basta davvero poco. Un album fotografico - come per il racconto di D'Agostino - e un mondo si schiude. La storia è lì, con le sue connessioni, i suoi nodi, le sue suggestioni. E' lì e aspetta solo di essere raccontata. Ci sono libri che ci aiutano, libri che il passato se lo tengono stretto per contrabbandarlo nei nostri giorni.


venerdì 16 settembre 2016

Letteratura di evasione? Prendetela come un complimento (da Slb)

Letteratura di evasione? Chiamiamola pure così. E si evade davvero. Nella Londra medioevale, seguendo i passi di Fratello Athelstan, frate domenicano e segretario di Sir John Cranston, il coroner della città. 
I due protagonisti di Mistero alla Torre di Londra, il secondo del ciclo di Paul Harding dedicato ad Athelstan, seguono una lunga scia di delitti, iniziata molti anni prima nel Medio Oriente delle Crociate, e che tinge di sangue le mura già tetre della Torre di Londra. Il romanzo segue tutti i canoni del genere. Una trama ben congegnata, un gruppo di sospetti legati da una varietà di relazioni, indizi disseminati qua e là fra le pagine. Perfino un delitto in una stanza chiusa dall’interno, un classico della letteratura gialla. Difficile chiedere di più agli amanti del genere. E molto difficile staccarsi dalle pagine del libro una volta che ci s’immerge nella narrazione.
Accanto a Fratello Athelstan la vera protagonista del romanzo è la Londra del quattordicesimo secolo, crogiolo di affari, intrighi e violenza quotidiana. Paul Harding, dottorato in storia all'Università di Oxford, restituisce con grazia ed efficacia l’Inghilterra di Giovanni di Gand e Riccardo Plantageneto. Le sue differenze sociali, dalla ricchezza dei mercanti e dei nobili alla fame cronica della plebe. I suoi vicoli sordidi. La vita sul Tamigi. Le taverne con il vino speziato e i pasticci di carne. Gli impiccati ai crocicchi delle strade. Intanto Fratello Athelstan lavora con calma e metodo alla soluzione dei delitti.
Letteratura di evasione? Prendetelo come un complimento e immergetevi nella Londra di Fratello Athelstan.

lunedì 12 settembre 2016

Le sorprese di Hay e i libri che ti scelgono

E' uno dei rari libri che mi è venuto di leggere due volte. La prima, qualche anno fa, per scoprire la meravigliosa storia di Hay-on-Wye, il paesino gallese che ha saputo inventarsi un futuro diventando la capitale del libro, la Mecca di tutti i bibliofili. La seconda ora che a Hay-on-Wye ci sono stato - perché può succedere che città visitate con il tappeto volante delle parole a volte accolgano davvero i nostri passi.

Al paese dei libri di Paul Collins (Adelphi) è un libro che sa mettere insieme humour e intelligenza, riflessioni non banali e passioni più o meno eccentriche. Ci porta ad Hay - con le sue decine di librerie, una ogni 40 abitanti - e racconta di come abbia accarezzato l'idea di trasferirsi lì, lui che abita in California. Ci presenta Richard Booth, l'uomo che tutto questo ha reso possibile, con un'idea bislacca alcuni decenni fa: comprare i libri destinati al macero in America, farli arrivare da questa parte dell'Atlantico, provare a rivenderli. E poi ci porta in giro, per i pub e per le librerie di questo posto incredibile e della sua storia.

Bello rileggerselo ora, dopo aver respirato l'aria di Hay. Solo che ora, in questo libro sulla città dei libri, ho trovato soprattutto di che meditare sugli imprevedibili destini dei libri.

Hay e i suoi milioni di volumi stipati ovunque, persino nei fienili e nelle fabbriche dismesse. Alcuni necessari, quasi tutti da tempo condannati all'oblio. Tutti se ne stanno sugli scaffali, in attesa.

Impossibile trovare quello che cerchi. E' il caso che guida il visitatore appassionato di libri. E' il libro che in qualche modo ti guarda e ti sceglie. Qualche volta te ne accorgi e decidi per lui.

Un giorno - dice Paul Collins rivolgendosi agli altri autori i cui libri già popolano Hay - questo libro si unirà ai vostri, su quegli scaffali polverosi, con la rilegatura sgangherata e macchiata come le vostre, e guarderemo tutti insieme il tempo che passa.

Non è il più crudele dei destini. Io di libri così me ne sono riportati diversi a casa. Il massimo che potevo fare in vista del rientro in aereo. Di infiniti altri, è evidente, non mi sono accorto. Però è bello sapere che sono ancora lì. E che nel frattempo forse hanno già trovato la loro strada verso casa.

giovedì 8 settembre 2016

Inghilterra, la piccola grande isola di Bill

Mentre me ne stavo lì, mi venne in mente che una delle cose della Gran Bretagna che mi piace veramente, ma proprio sul serio, è questa: è inconoscibile.

E dunque, eccomi di nuovo a godermi un libro di Bill Bryson, nemmeno tre mesi dopo aver viaggiato in Australia sulle sue pagine: di questo passo rischia di diventare una sorta di dipendenza, ma tanto non è come per le bibite gassate o per i gelati, non fa male e se ingrassa è solo per accumulo di intelligenza e buon umore. Mi piacerebbe scrivere libri di viaggio alla maniera di Bill: e lo dico così, con tutta l'umiltà.

Ho appena finito di leggere anche Piccola grande isola. Come il postino che suona sempre due volte, Bill torna a raccontare nel paese a cui 20 anni fa dedicò Notizie da un'isoletta. Nel frattempo il giovine di improbabili speranze che un giorno sbarcò in Inghilterra è diventato autore affermato, ha messo su casa, famiglia e presumibilmente anche diversi chili di troppo. Ma nel frattempo, è evidente, qualcosa è successo anche a questo paese, che pure tra tutti è il più incredibilmente tenace  nel voler rimanere uguale a se stesso.

Bill prova a raccontarcelo in Piccola grande isola (Guanda), seguendo il filo di un viaggio più strampalato degli altri, perché l'idea è questa: prendere una mappa della Gran Bretagna, un righello e una matita; tracciare la più lunga linea retta tra due località; e quindi mettersi in viaggio, seguendo quella linea da sud a nord.

La Bryson Line congiunge Bognor Regis, cittadina sulla manica che ha visto tempi migliori, a Capa Wrath, in Scozia, faro sbattuto dalle onde atlantiche. Ma in mezzo c'è tutto il resto, compreso un numero esorbitante di divagazioni. E con esse storie, incontri, riflessioni, aforismi fulminanti. 

Il tutto sorretto da alcune convinzioni: che quest'isola di nebbia e pioggia che a volte sembra volerci punire con la monotonia sia in realtà il posto con maggiore concentrazione al mondo di cose da vedere (in realtà anche l'Italia non scherzerebbe, ma volete mettere con l'amore britannico anche per il più modesto dei dettagli?); che in fondo sia un paese fondamentalmente saggio (il voto sulla Brexit qualche dubbio me lo ha instillato); e che tuttora registri una sorprendente qualità della vita o comunque una capacità di contentarsi di quello che ha: unico popolo al mondo davvero capace di illuminarsi di fronte a una bevanda calda e a un semplice biscottino. 

Magari sarà anche per il clima, che insegna pazienza e stoicismo. Che dire, meglio lasciare l'ultima parola al vecchio Bill.

  Un britannico che si trovi in un campo minato, e al quale sia saltata in aria una gamba, ma che possa comunque dire “Te l'avevo detta che sarebbe andata a finire così”, è veramente un uomo felice. E questo, in un popolo, mi piace moltissimo. 

lunedì 5 settembre 2016

Trieste, Livorno, Taranto, il viaggio mediterraneo che non ti aspetti

Ecco, questi sono i viaggi che mi piacciono: non stanno nel catalogo di un tour-operator, non appartengono alla categoria dell'almeno una volta nella vita, non sono nemmeno il facile suggerimento di una guida o di una carta. Nascono piuttosto dal cuore del viaggiatore, dalla sua capacità di immaginarsi un itinerario, dal suo desiderio di mettersi in movimento e di cercare, attraverso il movimento, connessioni e suggestioni. In genere una buona lettura aiuta più di un titolo di viaggio.

E dunque, questi sono i viaggi che mi piacciono, ma soprattutto questo è il modo in cui mi piace che i viaggi siano raccontati: con intelligenza e garbo, con la capacità di trasformare un diario in una storia, di divagare, di assecondare la curiosità.

Tutto questo c'è in Città nascoste. Trieste Livorno Taranto di Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, uscito per Exòrma, libro che mi ha colto di sorpresa, su cui non avevo messo gli occhi e che forse non mi sarei mai portato a casa senza un buon suggerimento. Ma come, un libro su queste tre città? Che viaggio è? E qual è il filo che può tenere tutto?

Fili, in realtà ce ne sono in abbondanza, come spiega anche Alessandro Leongrande – l'autore de La frontiera – nella sua prefazione. Perché Trieste, Livorno e Taranto sono tre città di mare, che del mare hanno assorbito – accanto a poche altre città adriatiche, ioniche, tirreniche – la fluidità, l'instabilità, l'intima tolleranza, gli odori, la brezza, la luce.

Città mediterranee, certo, che hanno tratto linfa e anima più dal porto che dalla terra alle spalle. Ma anche città con un Novecento complesso alle spalle e una scommessa sulla grande industria che doveva essere il futuro e che invece oggi gronda di passato.

Si aggirano per queste tre città, gli autori, ne colgono gli umori e i sapori. Bazzicano osterie, caffè, librerie sorprendenti. Registrano le battute dissacranti e surreali di chi ne ha già viste molte e molte ne vedrà. Si concedono volentieri cacciucco, vini del Carso e cozze. Saltano su vecchi tram, perdono tempo tra le bancarelle dei mercati e sui moli degli arrivi e delle partenze. Ragionano di chansonnier maledetti e di gente che sta rendendo migliori i quartieri che sembravano spacciati.

Quante cose ci sono, dentro questo libro. Allo stesso modo della zuppa di mare che, con nomi diversi, ti imbandiscono in ogni scalo del Mediterraneo: tutto si può adoperare, tutto si mescola e conferisce un nuovo gusto. E non c'è dettaglio marginale, non c'è incontro di sfuggita, non c'è scampolo di storia che non faccia al caso.

giovedì 1 settembre 2016

Annie e il padre che non l'aveva mai fatta vergognare

Mi portava da casa a scuola sulla sua bicicletta. Traghettatore tra due sponde, con la pioggia e con il sole.
Forse il suo più grande motivo di orgoglio, o persino la giustificazione della sua esistenza: che io appartenessi a quel mondo che l'aveva disdegnato.

Bastano righe come queste per far emergere l'intera vita di una persona senza storia, tra le tante: prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria della provincia normanna, uomo del popolo, uomo senza istruzione e modi da cittadino, vita sottomessa alla necessità. Per rappresentare lui e per illuminare la relazione con la figlia, che lui ha fatto di tutto perché potesse studiare e fare una vita diversa, senza per questo mai immaginarsi che un giorno sarebbe perfino diventata scrittrice.

Di Annie Ernaux avevo già letto Gli anni, opera stupefacente, capace di mettere insieme autobiografia e storia collettiva, lettura che mi aveva conquistato fin dalla prima pagina. Ma che dire allora di quest'altro libro, Il posto (L'Orma edizioni)? Oserei parlare di capolavoro, se la parola non fosse logorata dall'uso.

Un libriccino in fondo, che si può leggere in due ore. Vai a sapere però quanto rimarrà dentro, vento di emozioni e di riflessioni che non viene meno. Quante cose, che ci sono: due generazioni a confronto che non sanno riconoscersi ma che si scoprono negli affetti, la fedeltà alle proprie radici e il bisogno di voltare le spalle a ciò che c'è di più caro, la famiglia e il mondo, gli immensi tesori di umanità nascoste in vite di lavori umili, di giorni che scorrono sotto gli eventi.  I silenzi, la forza del sentimento, le cose che resistono e che si mettono in moto comunque, basta avere occhi per guardare.

 Racconta suo padre, Annie Ernaux, parole, gesti, gusti,  racconta i mestieri più difficili del mondo, quelli di genitore e quello di figlio. Entra nel terreno più difficile per una scrittura che non inventa e non si sottrae - ci ho messo tanto perché riportare alla luce fatti dimenticati non mi veniva così facile quanto inventarli - e prima ancora che le storie di famiglia mette a nudo quei nodi emotivi che più di tutti è un'impresa sciogliere, sarà che ci sono troppi rimpianti. Distacchi, parole che si sono fatte mancare, incomprensioni, piccole crudeltà quotidiane.

Parabole di vita che a volte si cristallizzano in uno sguardo, in una frase.

La madre: "E' un uomo di campagna, cosa volete farci".

Il padre: Un giorno, con sguardo fiero: "Non ti ho mai fatto vergognare".

Mondi distanti. Mondi che i sentimenti, come la legge di gravità, riportano insieme. Nel tempo, col tempo. 

martedì 30 agosto 2016

Il mare che bagna i pensieri, attraverso l'Europa

Senza la differenza fra prossimo ed estraneo, fra appartenenza e non appartenenza, non sarei mai diventata una scrittrice.

Si racconta così, Ilma Rakusa, donna nata in Slovacchia da padre sloveno e madre ungherese, una famiglia con le valigie sempre pronte per assecondare le onde dei destini collettivi e le opportunità - più spesso le necessità - della vita. Senza questo continuo spostarsi, senza questo incessante sradicarsi che in realtà significa mettere radici in un mondo più vasto, oggi non avremmo il suo sguardo, la sua parola capace di imbrigliarci in una rete di emozioni e pensieri.

Il mare che bagna i pensieri, uscito per Sellerio, è un libro potente, un'autentica rivelazione: il libro che non mi aspettavo. Non un saggio, piuttosto un memoir, piuttosto un mosaico di storie, ricordi, scene di vari tempi della vita, cui corrispondono le tessere di una geografia che è anche emotiva.

Dalla Slovacchia alla Svizzera, da Budapest a Trieste, quante frontiere varcate, quante case abitate, quanti cambiamenti. Passaggi della memoria, una bambina che si fa adulta, la storia che si incrocia con il lessico e le abitudini di una famiglia. Un filo narrativo per sbrogliare tutta la matassa, quello della nostalgia. Nostalgia che prova a recuperare ciò che si era, ma anche nostalgia dell'Europa, nostalgia delle tante patrie, dei luoghi diversi e uniti da una storia individuale e collettiva.

Bambole di pezza, primi baci, zii lontani, da una parte. Dall'altra il grande fiume della storia. E a tenere tutto il miracolo della scrittura.

lunedì 29 agosto 2016

Se un libro mi aiuta a credere a Re Artù e ai suoi cavalieri

La lettura di questo libro vi farà trascorrere piacevolmente il tempo, ma regolatevi a vostro talento quanto al prestarvi fede e al credere tutto ciò che esso contiene.

Così scriveva nel 1485 William Caxton, primo tipografo di Inghilterra, all'atto di dare le stampe La storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, opera di ser Malory che avrebbe definitivamente consacrato il nome e il mito del sovrano dei britanni, di cui tanto si era già parlato nei versi dei bardi, nelle cronache dei monaci e nelle storie dei trovatori francesi.  

Diceva già tutto, William Caxton. Ovvero: vai a sapere se erano vere le imprese di Re Artù, ma in fondo si trattava di cosa meno rilevante rispetto alla possibilità di trascorrere piacevolmente il tempo sprofondandosi nella lettura; ciascuno poi era libero di crederci o non crederci, però in fondo, a pensarci bene, perché non crederci? Le parole non hanno forse il potere di creare mondi?

Quanti studiosi nei secoli si sono affannati a cercare la verità dietro o sotto il mito, provando a individuare quel personaggio storico, quel luogo, quella circostanza. E di tanto in tanto ecco la scoperta, la rivelazione, l'inevitabile bufala.

Io questo libro me lo sono portato in Galles, uno dei luoghi in cui la storia - incerta - più si intreccia con il mito - potente - del sovrano giusto e coraggioso e dei suoi cavalieri. Mi sono lasciato accompagnare dai saggi consigli di Merlino, dai sortilegi di Fata Morgana, dalle giostre dei cavalieri e dall'amore infelice di Lancillotto e Ginevra. E guardandomi intorno, respirando l'aria del Galles, ho sentito che quelli erano i posti, che quelle storie in qualche modo avevano lasciato un segno su quei boschi, quei laghi, quelle scogliere a picco sul mare.

Vero, falso? Che importa. L'immaginazione di Ser Malory - avventuriero che scrisse gran parte della sua opera in galera e non si sa se sia scampato al patibolo - è la magia della letteratura: creare e ricreare il mondo. Fare in modo che tutti noi, almeno per qualche tempo, ci si possa credere.

sabato 27 agosto 2016

Dylan Thomas, il clown della luna che ancora ci parla

Che dire di lui? Che era pretenzioso, dissoluto, bugiardo, infedele, inaffidabile. Che si perdeva in fondo ai troppi bicchieri. Che per quanto riuscì a vivere fu sempre lacerato tra la tentazione di una vita normale e una vocazione a distruggersi che quasi sempre ebbe la meglio. Che assegnava un'eccessiva fiducia alle parole e alla loro capacità di giustificare più o meno tutto.


Certo, fu tutto questo, Dylan Thomas. In qualche modo lo diceva lui stesso: Dentro di me albergano una bestia, un angelo e un pazzo. Ma soprattutto fu un poeta. E fin da bambino, tra i vicoli di Swansea o i pascoli della campagna gallese, coltivò il sogno della poesia.

E si apra pure il dibattito sul potere salvifico della poesia, sulla sua possibilità di riscattare davvero una vita. Il fatto indiscutibile è che Dylan per noi sarà sempre il poeta capace di illuminarci con i suoi versi come lampi nell'oscurità e di restituirci l'intima e divina felicità vitale nascosta nel cuore di tutte le cose.

A distanza di tanti anni è ancora amato, letto, ricercato, citato, con una fedeltà che di solito non appartiene alla letteratura: e ci sarà pure un motivo. O forse più di un motivo, perché certo non può essere solo il fascino del poeta bohemièn, pronto a mandare in frantumi la sua vita.

La sua vita, appunto. Quella che ci racconta splendidamente il suo biografo Paul Ferris in Dylan Thomas. Essere un poeta e vivere di astuzia e birra (Mattioli 1885), libro che appassiona come un romanzo e va al cuore del mondo che Dylan popolò con le sue emozioni.

Il vero Thomas - spiega Ferris – si nasconde più in profondità: dietro alle capriole che improvvisava in pubblico. Mi sa che un libro così poteva scriverlo solo uno come Ferris, nato e vissuto a Swansea come Dylan, che ha camminato per le sue strade, bevuto nei suoi pub, consumato il suo tempo a guardare barche in partenza e basse maree. 

Mi è piaciuto leggerlo negli stessi giorni in cui girellavo per il Galles, in qualche modo inseguendo anch'io l'ombra di Dylan, nella sua Boat House a Laugharne, come nel museo che gli è stato dedicato a Swansea.

Clown della luna, lo definì Charlie Chaplin. Poeta, poeta comunque, come lui volle sempre essere, come confessò anche in quella riga che poi è divenuto lo splendido sottotitolo di questo libro:

Preferirei in qualunque momento essere un poeta e vivere di astuzia e birra.

A Swansea mi sono imbattutto in una parete con una scritta in lettere bianche su campo nero: More poetry is needed, c'è bisogno di più poesia. E' ancora Dylan, che qualunque cosa sia stata non smette di parlarci.



mercoledì 24 agosto 2016

Cosa c'è prima dei barconi del Mediterraneo

Ho impiegato molto tempo per capirlo. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte. Sedersi per terra intorno a un fuoco e ascoltare le storie di chi ha voglia di raccontarle, come hanno fatto altri viaggiatori fin dalla notte dei tempi.

Dovessi scegliere le righe in grado di riassumere il senso e lo spirito de La frontiera di Alessandro Leogrande (Feltrinelli), non avrei dubbio, sono senz'altro queste. Giungono verso la fine di questo libro denso e intenso, che non è un romanzo, ma che si legge come un romanzo, che indaga sulle tragedie dei nostri giorni e sa allo stesso tempo acquistare un respiro più ampio, che racconta vicende di un'infinità di persone e che pure porta dentro la narrazione anche l'esperienza, il vissuto di chi scrive.

Ha scritto davvero un bel libro, Alessandro Leogrande, giovane scrittore e vicedirettore del mensile Lo Straniero. Senza retorica, con sguardo pulito, entra dentro l'immane tragedia dei nostri giorni, l'esodo di milioni di persone dai paesi della disperazione. Si interroga sulla nostra frontiera, quella linea immaginaria attraverso il Mediterraneo che unisce e più spesso separa, che è di tutti e di nessuno, che è possibilità di salvezza e tomba per tanti. Ma soprattutto intende andare oltre ciò che c'è alla fine del viaggio: un elenco di morti - di cui per la verità spesso ignoreremo anche i nomi - oppure una lista di richiedenti asilo scampati alla traversata ma non alle incognite del futuro.

E' importare scomporre questo esodo collettivo nei nomi, nei volti, nelle storie. E soprattutto è importante raccontare le storie di questi uomini, donne, bambini. Storie che iniziano prima, molto prima.

Libro importante, La Frontiera, proprio perché ci racconta questo prima. Sia esso l'Eritrea di una speranza rivoluzionaria degradata a orrenda dittatura, oppure la Libia implosa in terribili guerre tribali.

Storie, storie che sarebbe bello ascoltare dalla labbra stesse di chi ce l'ha fatta, perché è proprio con il racconto - dai tempi di Ulisse naufrago nell'isola dei Feaci - che lo straniero si fa davvero ospite. Ma in ogni caso racconto importante, racconto prezioso, in quest'epoca di confini che cambiano, di mura che si consolidano, di distrazione che cresce per il grido di dolore del mondo.


lunedì 22 agosto 2016

Tra fabbrica e pub, così era la vita in Inghilterra

Perché era sabato sera, il momento più felice e festoso della settimana, uno dei cinquantadue giorni di vacanza sulla lenta ruota panoramica dell'anno, un violento preambolo a una domenica di prostrazione.

Per Arthur, giovane operaio inglese, la febbre del sabato sera è un copione che si ripete: il giro dei pub, le sbronze, le risse, il sesso con donne sposate. Tutto quello che non c'è nel resto della settimana, perchè il resto è solo la routine del lavoro nella sua fabbrica di Nottingham.

L'adrenalina di questi fine settimana, il loro concentrato di pulsioni e trasgressioni, non cambieranno il mondo, anzi, non lasceranno niente se non un cerchio alla testa la domenica mattina. Eppure è tutto ciò che Arthur ha a disposizione per gridare il suo rifiuto contro una vita che per lui è già tutta scritta, faticare alla catena di montaggio e mettere su famiglia.

Prima di avventurarvi in queste pagine, osservate la data. Saturday Night e Sunday Morning  (ripubblicato in Italia da Minimun Fax) è del 1958: un'altra Inghilterra, un altro mondo, quello delle grandi fabbriche e del benessere che non esclude più gli operai. Anche loro possono cominciare a sperare in una casa di proprietà, nella televisione, nella settimana al mare.

Arthur, in fondo, beneficia di ciò che altri hanno conquistato sul terreno dei diritti. Ha soldi in tasca - poco importa se se li sputtana in birre - e un giorno avrà la sua pensione. Eppure, in una vita in cui mancano le speranze, in cui è già assente ogni soggetto collettivo (per dirne uno, il sindacato), Arthur è solo, Arthur non ha futuro.

Alan Sillitoe - lo stesso scrittore di La solitudine del maratoneta, uomo che viene dall'Inghilterra delle industrie e del lavoro proletario - ci ha regalato un romanzo di esordio folgorante, capace di rappresentare tutta un'epoca, ma anche con un personaggio destinato a rimanere.

Poco importa che Arthur non sia assolutamente simpatico. Che molte volte vorresti fermarlo, prenderlo per le spalle, portarlo via dal disastro incombente. Qui c'è tutta una generazione che non è stata raccontata. Con una frattura che la separa dai padri e che non è quella del giovane Holden e tantomeno quella del Sessantotto.

 Leggendolo ho pensato ad Arthur e poi ai ragazzi dei nostri anni con ancora meno futuro - dove è finito il lavoro? - e ancora meno capaci di intravedere una possibilità di protesta. Forse proprio questo libro del 1958 ci può aiutare a capire qualcosa in più. E magari a scorgere una qualche speranza all'orizzonte. Non fosse che per i lampi di tenerezza, improvvisi e disorientanti, che anche uno come Arthur sa manifestare.

martedì 16 agosto 2016

Cimiteri, parole, treni: la Bosnia di Azra è di tutti

E dunque, in primo luogo mi viene da ringraziare la casa editrice - la Spartaco di Santa Maria Capua Vetere - che ha proposto questo piccolo grande libro: ennesima conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che un'editoria piccola ma coraggiosa ci fa respirare l'aria di un mondo più vasto. In secondo luogo mi viene da ringraziare il libraio di una delle mie librerie predilette - l'Ora Blu di Firenze - che questo libro me l'ha messo tra le mani con la più incoraggiante delle frasi: prova a leggerlo, non te ne pentirai. In terzo luogo, mi viene da ringraziare l'autrice, Azra Nuhefendic, che con il suo Le stelle che stanno giù, mi ha dimostrato che c'è ancora spazio per una scrittura che sa insieme essere testimonianza, reportage, denuncia, narrazione elegante e partecipata.

Azra è una giornalista bosniaca musulmana, che ai tempi ha lavorato per la tv di Belgrado e oggi vive a Trieste. Nelle sue cronache - ma è riduttivo chiamare cronache, quasi fossero lavori destinati al consumo di un giorno - ci racconta la Jugoslavia - il paese che c'era prima - e quindi la Bosnia Erzegovina nel mezzo dell'orrore sopportato anche in prima persona. Ciò che è successo, come le cose sono cominciate e cosa ne è disceso, perché una guerra non si conclude mai solo con il cessate il fuoco.

Azra cerca ragioni, indaga sugli scheletri negli armadi, insegue parabole di vita, si interroga prima di tutto su ciò che è stato della sua vita, al crocevia come una delle grandi tragedie del Novecento.  Riepiloga terribili nefandezze, ma sa anche commuovere con giganteschi lampi di umanità, raccontando per esempio di quei "nemici" serbi, che nei giorni più duri, l'hanno nascosta, protetta, sfamata (un popolo è sempre al plurale, ci sono volti, nomi, storie, persone come un vicino di casa che ti può consegnare oppure salvare). 

Parla di cimiteri che ora dividono le comunità anche da morti, in un paese dove prima era comune accendere una candela per un'icona ortodossa, passare da una chiesa cattolica e poi condividere una preghiera con i musulmani. Parla di una lingua che prima era uguale per tutti e ora è il croato per i croati, il serbo per i serbi, il montenegrino per i montenegrini, il bosniaco per i bosniaci, con i linguisti al servizio dei nazionalisti per inventarsi ridicoli neologismi e gli interpreti chiamati per i primi incontri ufficiali dopo la guerra. Parla del treno tra Sarajevo e Belgrado che per diciott'anni non c'è più stato e delle altre linee, delle altre strade che sono state interrotte - Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finché la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio - non senza rammentare con nostalgia i treni della vecchia Jugoslavia socialista, che i giovani della sua generazione prendevano d'estate, per andare al sud, al mare: affollati, lenti, arroventati dal sole, ma anche carichi di un'idea di futuro che doveva essere per forza diverso.

Cimiteri, parole, treni: quante cose in questo libro. Quanti campanelli d'allarme da far funzionare, sempre e comunque. Quanta umanità di cui far tesoro in un mondo che non ha smesso di essere difficile. 

giovedì 11 agosto 2016

In viaggio con Tito, a caccia di ombre

Racconta Luis Sepùlveda in Patagonia Express:

Iniziai a camminare nel parco, poi per le strade deserte, e all'improvviso mi accorsi che l'eco dei miei passi si moltiplicava. Non ero solo. Non sarei stato solo mai più. Coloane mi aveva passato i suoi fantasmi, i suoi personaggi, gli indio e gli emigranti di tutte le latitudini che abitano la Patagonia e la Terra del Fuoco, i suoi marinai e i suoi vagabondi di mare.

L'avevo già incontrata, questa frase, però sono contento che Tito Barbini l'abbia scelta come epigrafe de Il cacciatore di ombre, che dopo esser uscito per Vallecchi, viene riproposto ora da Aska.

Soprattutto libro che non ci sarebbe mai stato senza la scoperta dell'autore di non essere più solo. Aveva per compagno di viaggio un uomo che solo per l'anagrafe non c'era più, Don Patagonia, straordinaria figura di missionario ed esploratore.

Da scoperte così, ne sono convinto, devono essere segnati i nostri viaggi. Per dire, come fate a percorrere ciò che rimane del Vallo di Adriano, nel nord dell'Inghilterra, senza avvertire alle vostre spalle i passi dell'imperatore e dei suoi centurioni? Come fate a incamminarvi per la Via Francigena senza lasciarvi accompagnare dalle ombre dei suoi pellegrini?

Non siamo mai soli, nei nostri viaggi. Non lo dobbiamo essere. Coltiviamo la compagnia che ci arriva da altri tempi. Altre profondità regalano ai nostri viaggi.

lunedì 8 agosto 2016

Lo scrittore in cammino nell'Inghilterra che non ti aspetti

Nell'agosto del 1992, quando la canicola cominciò ad allentarsi, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea di Suffolk in East Anglia con la speranza di sfuggire al vuoto che si stava diffondendo in me dopo la conclusione di un lavoro piuttosto impegnativo. Una speranza che sino a un certo punto si è anche realizzata, perché di rado mi sono sentito così libero come in quel periodo, durante le ore e i giorni passati a vagabondare.

Comincia così Gli anelli di Saturno (Adelphi), libro scritto in cammino attraverso il Suffolk - un posto che in effetti non verrebbe mai in mente di scegliere per un viaggio, almeno "prima" di questo libro - ma in realtà attraverso tutto il tempo e lo spazio che può abbracciare un viaggio, un viaggio che sa farsi spessore, profondità, squarcio, lampo di luce.

Chilometri lenti, chilometri a piedi, chilometri in paesaggi dai contorni sfumati dalla bruma, chilometri con i piedi gonfi e l'umidità che entra nella ossa. Altri avrebbero la sensazione di non arrivare mai da nessuna parte, ma W. G. Sebald, uno di cui chissà perché non viene di scrivere il nome per intero, fa venire il capogiro da quanto riesce ad arrivare lontano.

E dunque qui c'è perfino l'Africa nera di Joseph Conrad, c'è perfino la Cina al tramonto del Celeste Impero.

E tutto regge, tutto si tiene, tutto rimanda a tutto, nel passo leggero che si fa parola sommessa, ipnotica, coinvolgente, parola che sostiene a sua volta il cammino.

E l'ultima cosa che viene in mente, o forse la prima, non è che Sebald ci ha lasciato troppo presto, privandoci di vai a sapere quali altri libri. Ma che uno scrittore in cammino come lui non poteva che morire così, spazzato via in un incidente automobilistico, estrema beffa di una storia che  lui avrebbe saputo raccontare perfino troppo bene.

venerdì 5 agosto 2016

Quel circolo al bar nella Parigi di Sartre

Loro erano programmati per odiarsi e distruggersi e invece erano caduti l'uno nelle braccia dell'altro. Era bello sentire il proprio patronimico. In Francia, si aveva soltanto un nome. Di colpo, un poco dell'odore, della musica e della luce del loro Paese tornava, anche se l'uno era un russo bianco, ortodosso praticante, antisemita e misogino, che odiava i comunisti, e l'altro un ex nemico, un rosso fervente, convinto ed entusiasta, che aveva partecipato all'instaurazione del comunismo. Quel tipo di differenze, che vi facevano sbuzzare quando eravate al paesello, lì sparivano. Soprattutto se si trattava di due russi insonni.

Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia (Salani), mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

lunedì 1 agosto 2016

Quando partivano per rubare l'erba

Partivano. La gente di queste parti è sempre partita. Da questa borgata, da questa valle. Non per salire sulle creste, per vedere un orizzonte nuovo o per conoscere posti diversi. No. Partivano perché ci sono terre dove vivere è un lusso che non ci si può concedere sempre. Non tutto l'anno. E allora si va, finché ci sono posti dove andare.

Partivano, i pastori delle montagne del Piemonte. Partivano in albe gelide, con le ruote dei carri che scavavano solchi sulla ghiaia e i cani che correvano in qua e là per radunare le greggi. Partivano, per "rubare l'erba" dove l'erba c'era. Partivano, e non smettevano di partire, la loro vita era tutta una partenza, una partenza e un ritorno, d'estate verso gli alpeggi, di inverno verso i loro paesi.

Un altro mondo, non troppi  anni fa, eppure un'epoca fa. Il mondo prima della motorizzazione di massa, della televisione, di Internet. Il mondo che Marco Aime, antropologo, si ricorda bene, perché era il mondo della sua infanzia, delle sue radici famigliari.

Ci torna da adulto, da studioso, in quei posti. Ci torna, mescolando l'emozione dei suoi ricordi alle ultime testimonianze di ciò che è irrimediabilmente scomparso. Ci torna e accoglie volentieri la sua perplessità:

Ora mi sembra persino strano essere qui, a fare l'antropologo. Di solito un antropologo si occupa di cose lontane, va a ficcare il naso nelle case di gente straniera, diversa da lui.... 

Credo che sia proprio questa perplessità, con tutte le domande che ne discendono, a fare di Rubare l'erba (Ponte alle Grazie), un libro raro, con la sua bellezza impastata di malinconia.  

venerdì 29 luglio 2016

Paradiso e inferno nell'Islanda che fu

Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi.

Comincia così questa storia aspra e poetica, che appartiene profondamente all'Islanda, ai suoi mari tempestosi, alle sue montagne magnifiche e inospitali, e che pure sa andare alle cuore dei misteri della vita che sono di tutti.

Paradiso e inferno di Jon Kalman Stefansson, ex professore e bibliotecario di Reykyavik, di cui molti si stanno accorgendo, anche grazie a questo romanzo, da molto considerato tra i migliori della letteratura islandese degli ultimi anni. Meno male che in Italia Iperborea non ha mancato di farcelo scoprire.

Pochi elementi, essenziali come la natura di questa isola dei ghiacci e allo stesso modo potenti. Un ragazzo segnato dalla solitudine, un pescatore di merluzzo innamorato dei libri. Un comunità di pescatori di tempi in cui si esce in mare con la forza dei remi e non si sa mai se un'onda finirà per rovesciare la barca e frantumarla sugli scogli.

Un giorno tra le mani del pescatore capita tra le mani un libro - il Paradiso perduto di Milton - che è allo stesso tempo raro, complesso, splendido. Inseguendo le parole che uniche sono in grado di consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, il pescatore andrà incontro al suo destino.

Parole che aiutano a illuminare il buio dell'universo e del cuore, parole che a volte possono essere anche letali. La bellezza, il mistero, il destino. E in questa danza di vita e morte, il cerchio che si chiude, il viaggio che si completa.