lunedì 20 marzo 2017

Camminando in Abruzzo, per trovare le storie del terremoto

Mi metto in cammino perché amo questa terra, ma ne vedo anche i limiti e le difficoltà. Mi metto in cammino per sentirla più mia. 

Quante ragioni possono esserci dietro un viaggio come questo.

C'è una terra bella, affascinante, troppe volte ferita, che non è la terra dove sei nato, ma è la terra dove i fatti della vita ti hanno portato, e forse proprio per questo la senti ancora più tua.

C'è un mondo tutto da scoprire e da far scoprire, perché ha ragione Paolo Rumiz, è più facile che un lombardo conosca l'Indonesia che l'Abruzzo.

C'è un anniversario tondo tondo da commemorare, non con le corone di alloro e le cerimonie ufficiali, ma con il ricordo che si fa largo nella vita e pianta radici nel presente, perché a questo devono servire gli anniversari, altrimenti tanto vale non farne di nulla.

E c'è un itinerario faticoso e tuttavia di grande suggestione, da portare fino in fondo per celebrare nel dovuto modo l'arte del cammino e la sorella arte dell'incontro.

Quante ragioni, davvero. Luca Gianotti, tra i più grandi scrittori di cammino che io conosca, parte il giorno dopo il Capodanno 2015, dalla sua casa in Abruzzo. Saluta ed è già in cammino, il freddo che arriva alle ossa, la neve sul sentiero che più volte gli imporrà di usare le ciaspole. Davanti un cammino di due settimane e una data per la testa, il 13 gennaio 1915, quando un terrificante terremoto  distrusse la Marsica e fece più di 30 mila morti: una delle più terribili tragedie della nostra storia, ma anche una delle più dimenticate, certo più del terremoto di Messina di pochi anni prima.

Sceglie un cammino a spirale, Luca. Non la strada più diretta, ma la più lunga per arrivare al centro, o meglio, all'epicentro. Macinerà molti e molti chilometri per raggiungere Avezzano, per rendersi conto di ciò che è stato il terremoto, come ha cambiato una terra e le sue comunità. Dividerà con altri alcuni tratti, raccoglierà storie, metterà in fila diversi incontri.

Da tutto questo ecco questo libro, La spirale della memoria (Edizioni dei cammini), bello e dolente, bello e utile. Un libro che parla direttamente al mio cuore, perché viaggio lento e capacità di ascoltare il passato per me sono imprescindibili, ma che sono convinto potrà conquistare chiunque sa mettersi in cammino per cogliere la profondità del tempo.

Luca ci accompagna tra paesi spariti o ricostruiti altrove, ci addita le baracche che da provvisorie sono rimaste dove erano, ci spiega ciò che è stato attraverso le pagine di Ignazio Silone - la cui vita fu segnata profondamente dal terremoto - o le corrispondenze del New York Times. Ci racconta tutto ciò che è successo subito dopo il sisma, con i ritardi, le inefficienze, le improvvisazioni e allo stesso tempo la tracotanza di istituzioni che da lì a poco avrebbero trascinato il paese nella Grande Guerra (eppure questo terremoto - che la guerra ha rimosso - avrebbe potuto servire da monito, non fosse altro che per la plateale impreparazione dimostrata). Solo che non si accontenta di guardare indietro.

Sa bene, Luca, che la memoria conta veramente solo se tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, come diceva Italo Calvino. E se dopo il 1915 altri terremoti hanno colpito l'Abruzzo, comunque non ci si può arrendere. Basta non piangersi addosso, basta non pensarsi diversi da quello che si è. Basta affermare con orgoglio quello che si è e si potrà essere: una meravigliosa regione che del Meridione ha tutte ciò che vale, la natura, la buona tavola,  l'ospitalità, l'assenza di frenesia.

Cose belle e invidiabili. Cose che si possono scoprire in cammino. Cose da cui si può sempre ripartire.


venerdì 17 marzo 2017

Il viaggio come arte di perdere tempo

Per me, viaggiare è fermarsi. Fare una pausa oziosa tra la tappa appena raggiunta e quella successiva.

Ma che regalo, è concedersi tempo, tanto tempo, per godersi l'ultimo libro che ci propone Ediciclo con la sua collana Piccola filosofia di viaggio. Ho ancora nel cuore l'emozione di altri titoli - per dire, La voce delle case abbandonate di Mario Ferraguti oppure La vocazione di perdersi di Franco Michieli - ma ora ho fatto in modo che a lungo mi tenesse compagnia L'arte di perdere tempo di Patrick Manoukian.

E' un libro che parla di viaggio senza parlare di mete e itinerari, ma di pause e di imprevisti. E io l'ho letto come Manoukian viaggia: perdendo tempo, che in realtà spesso è un modo di guadagnarlo; fermandomi e lasciando vagare il pensiero; incontrando altri pensieri che non avevo messo in conto.

Dev'essere un tipo particolare, Manoukian, viaggiatore a oltranza, giornalista free lance, autore di romanzi polizieschi e libri per ragazzi, figlio della generazione che negli anni Sessanta faceva l'autostop e fuggiva da molte cose.
A 20 anni, mentre lavorava come lavapiatti in un ristorante di Long Island, sentì parlare di un concerto che doveva tenersi in una certa Woodstock. Per raggiungerla fece 4 mila chilometri fino a San Francisco, solo per capire che Woodstock non era sulla West Coast, ma piuttosto vicino ai luoghi da cui era partito. Un chirurgo lo fece salire in macchina, gli diede ospitalità per la notte, poi insieme alla famiglia partì a sua volta e per qualche giorno gli lasciò casa e auto.

Quelli erano i tempi e Manoukian iniziò a capire che nei viaggi, davvero, non conta dove arrivi, ma come ci arrivi. Conta cosa c'è in mezzo.

Il viaggio è movimento, ma il viaggio vive dei momenti in cui ci si ferma. Sembra un paradosso, ma non vale così anche per la musica? Ci vogliono i silenzi, perché le note si facciano musica.

Il fatto è che siamo sempre portati a considerare il viaggio come qualcosa che succede nello spazio. Invece è in primo luogo qualcosa fatto di tempo: del resto non siamo anche noi soprattutto tempo?

Allora provate a sostituire il tempo allo spazio. Vedrete quante cose cambiano: il viaggio diventa ritmo, diventa dondolio di altalena tra la voglia di partire e quella di fermarsi, diventa sofà su cui è bello abbandonarsi per guardare il mondo.

Forse sotto sotto anch'io già la pensavo così. Avevo bisogno delle parole giuste - quelle di Manoukian - per crederci davvero.







lunedì 13 marzo 2017

Perdonateli, erano giovani artisti che cercavano la bella morte

Che rogna questi arditi di città. Massì, in fondo se la cercano loro la bella morte, non si può dire che ce li ho mandati io.

Prima provarono a rivoluzionare l'arte - e con l'arte la loro vita - poi  si convinsero che perfino con la guerra si poteva cambiare il mondo - e con il mondo la loro vita. Fu una crudele illusione, destinata a finire molto male. Però perdonateli, perché erano ingenui, idealisti, sinceri. Perdonateli, perché non ci misero ben più della faccia, non furono quelli dell'armiamoci e partite.

Gianni Biondillo ripercorre la parabola di uno dei loro, non tra i più noti: Antonio Sant'Elia, giovane architetto di straordinario talento, morto sul Carso nel 1916. Ma in uno splendido romanzo che nel titolo sa di Ungaretti - Come sugli alberi le foglie (Guanda) - c'è tutta la storia di una generazione: quella masnada di artisti, irredentisti e arditi che partì per il fronte, magari arruolandosi nell'improbabile Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti - e nome più squisitamente futurista non ci poteva essere.

Già, il futurismo: con le sue intuizioni e le sue provocazioni nate magari nelle aule dell'Accademia di Brera per poi animare le intemperanze di serate da scandalo. Filippo Tommaso Marinetti, ma anche tanti altri pronti a giocarsi molto, incendiando il passato e spingendo il presente a tutta velocità. Avanguardia, avanguardia: in marcia verso un altro tempo, che persino la guerra poteva accelerare.

La storia ci racconta come finì la corsa, per dirla alla Guccini. Dalla guerra igiene del mondo allo sporco delle trincee. L'immane massacro che concesse ben poco alla bella morte. E quante possibilità venute meno, quanti ingegni, quanti capolavori che ci sono mancati.

Di Antonio Sant'Elia ci restano solo una manciata di disegni, così belli che verrebbe da immaginarsi un futuro alternativo, se solo.... Una manciata di disegni e questo grande libro di Biondillo, canto dolente sulla bellezza e sull'inutilità.

martedì 7 marzo 2017

La saggezza degli alberi, simili a noi, migliori di noi

Ci sono libri che forse non avresti nemmeno mai messo in conto di leggere e che pure ti colgono di sorpresa fin dal primo rigo. Prendete un incipit come questo:

Gli alberi sono esseri enigmatici.

Che non è quello che ti aspetteresti da uno come Peter Wohlleben che gli alberi li ha sempre studiati e che per decenni ha prestato servizio come guardia forestale. In che senso, enigmatici? Sono sempre lì gli alberi, immobili e silenziosi. Li incontriamo sui viali delle nostre città, sui cammini che ci portano in collina: siamo così abituati a loro che non solo non ci aspettiamo che custodiscano segreti, ma non ci destano nemmeno troppe curiosità. Sono lì, semplicemente, come dati di fatto.

Ed ecco che appunto arriva uno come Peter Wohlleben, con il suo La saggezza degli alberi (Garzanti), un libro che a sorpresa diventa un best-seller. Sarà perché prima ancora che raccontarci qualcosa degli alberi ci invita a guardarli in modo diverso.

E prima di tutto: siamo sicuri che abbia ancora un senso la distinzione tra piante e animali, come ce l'hanno insegnata?

Ma guarda, anche gli alberi comunicano tra loro, magari grazie a un ricco vocabolario di odori. Anche gli alberi hanno sensazioni e provano dolore. E per aggiungere sorpresa a sorpresa: anche gli alberi hanno storie da raccontare e una storia può essere di come riescano a difendersi l'un l'altro e sostenere chi si è ammalato. Di come possano stringere addirittura amicizia tra di loro, magari sfiorandosi a vicenda con i ramoscelli più teneri e lasciando che i rami più grossi crescano dalla parte opposta. 

Hanno persino un carattere, gli alberi, tanto che il momento in cui in autunno lasciano cadere le proprie foglie dipende più dal loro carattere che dalle circostanze climatiche: il pauroso se ne sbarazza prima, il temerario le trattiene finché gli è possibile.

Quante cose ho imparato su questo libro: senz'altro che gli alberi sono più simili a me e agli altri animali di quanto avessi mai sospettato, vista la loro sedentarietà. Così simili e spesso migliori di noi.

Senz'altro che un albero in un bosco non è mai solo un albero, è parte di una comunità, come lo siamo noi nelle nostre città.

Solitamente - spiega Wohlleben - gli alberi sono esseri prudenti, ai quali ogni forma di fretta è estranea.

Vorrei che imparassimo dagli alberi - che peraltro ci saranno prima di noi e dopo di noi - a prendersi il tempo che ci è necessario: magari per leggere libri così, capaci di farci guardare in modo diverso ciò che ci circonda.

venerdì 3 marzo 2017

Kent Haruf, lo scrittore del non è mai troppo tardi

Ecco, è andata così: da parecchio tempo tengo in bella vista il cofanetto di Kent Haruf con la trilogia ambientata nella cittadina immaginaria (ma così vera) di Holt. E' in cima alla mia pila di letture da fare, prima o poi, solo che non l'ho mai iniziata. Sarà che aspetto un momento speciale per pagine speciali, da cui mi aspetto emozioni pari a quelle che mi hanno riservato altri grandi americani in questi anni, che so, Raymond Carver oppure Elizabeth Strout, oppure John Williams, tanto per dire.

Eppure due giorni fa di Kent Haruf ho preso Le nostre anime di notte (stessa casa editrice, NN), che è l'ultimo suo romanzo, scritto quando era già molto malato. Ieri l'ho cominciato e non l'ho mollato più fino all'ultima pagina.

Mi ci sono tuffato e sono rimasto nell'acqua di queste parole fino all'ultimo. Chi l'avrebbe detto, la storia di due anziani vicini di casa che hanno perso entrambi i loro coniugi. Due solitudini fino al giorno in cui lei bussa alla porta e domanda come se fosse la più naturale delle cose: vuoi dormire con me? Solo per parlare.

Ecco, comincia così, questo racconto lungo o questo romanzo breve, fate voi. Non vi dirò come va a finire - o vi dirò solo che persino nel finale resiste una commovente fiducia nella capacità della parola - ma c'è un'idea che vi entrerà dentro e forse non vi mollerà più, grazie a queste pagine.

Può essere sintetizzata in una frase fatta, ma prima... prima penso a Kent Haruf che combatte contro il tempo che la malattia gli sta lasciando per arrivare in fondo a questo romanzo che probabilmente non farà in tempo a vedere pubblicato. E poi penso a Louis e Addie, i due vedovi, al tramonto di vite che non lasciano andare rassegnati, ma che provano a riacciuffare. Benché tutto congiuri contro di loro, il buon senso come le convinzioni dei rispettabili cittadini di Holt.

Mi immagino l'urgenza che ha presidiato gli ultimi mesi di Kent, la sua lotta per arrivare a raccontare questa storia. E mi immagino che la storia non potesse che essere questa, una storia per urlare contro tutti e tutti questa frase fatta: non è mai troppo tardi.

Perché è alla fine che Louis e Addie cercano di rimettersi in gioco. E' alla fine che Kent trova l'ispirazione per questa storia. E' dalla fine che io ho cominciato a conoscere Kent.



giovedì 23 febbraio 2017

Se l'ignoto è ancora davanti a noi

Il libro che state per iniziare parla di esplorazione e di ignoto. E di quanto il mondo a forza di farsi sempre più piccolo e conosciuto abbia visto sparire quei sogni e quelle aspirazioni che per secoli sono andati assieme ai viaggi e alle scoperte.

Credete in me, i libri di Alessandro Vanoli sono tappeti volanti di parole, in grado di portarvi molto lontano. Ci entrate dentro in punta di piedi, convinti delle vostre coordinate geografiche e del vostro fuso orario, per trovarvi di schianto sbalzati in un altro continente e in un'altra epoca. E il bello è che non ci sono effetti speciali, semmai la competenza e la passione dello storico, insieme a quelle doti narrative che nello storico spesso scarseggiano.

L'avevo già sperimentato con Quando guidavano le stelle, racconto di un Mediterraneo più volte attraversato in un grande viaggio sentimentale. E lo ritrovo ancora di più in questo nuovo libro, L'ignoto davanti a noi (Il Mulino), con tanto di sottotitolo che è di per sé indicazione di rotta: sognare terre lontane.

Perché poi è vero, ogni viaggio, ogni autentico viaggio, è attesa, desiderio, emozione che non si lascia catalogare e ovviamente sogno. Vale in qualche misura ancora oggi, figurarsi ai tempi in cui le mappe erano approssimative, gli oceani erano popolati di mostri, le chiacchiere nelle taverne dei porti mescolavano ambizioni e superstizioni, interi continenti non c'erano o erano solo un contorno con la terra incognita dentro.

Erano tempi difficili, ma anche tempi meravigliosi di avventura e scoperta. Prima dei Gps, prima dell'altrove che ormai è un ovunque. Vanoli ci prende per mano e ci accompagna tra navigatori del mondo antico e pirati dei Caraibi, tra monaci buddisti in cammino e naufraghi tra isole che poi sono diventate letteratura.

E quanti nomi che ritornano dai romanzi e dalle fantasticherie di quando ero un ragazzo: Cristoforo Colombo e Ibn Battuta, Marco Polo e Henry Morgan.

Ciò che soprattutto mi interessa - spiega Vanoli quasi a mettere le mani avanti - è la storia del lento scomparire dello spazio esplorabile.

Sarà vero? Certo che no, per uno studioso che sospetto sia rimasto eterno ragazzo. Ci scommetto, perché con lui -  scopro - condivido libri che non ti mollano più, che lasciano il segno: Emilio Salgari, Robert Louis Stevenson, Italo Calvino e incredibile, incredibile, persino Peter Kolosimo (allora non ero il solo...).

E' evidente che non potrà che pensarla così:

Dell'ignoto abbiamo ancora bisogno e, soprattutto, a ben guardare di ignoto e di stupore è ancora pieno il mondo.

Così dice  Vanoli. E io insieme a lui.