sabato 31 gennaio 2015

Un libro di Tabucchi per compagno di viaggio

E poi mi ha chiesto se conoscevi il rumore del tempo. No, ho detto io, non lo conosco. Bene, fa lui, basta mettersi a sedere sul letto, durante la notte, quando uno non riesce a dormire, e restare a occhi aperti nel buio, e dopo un po' si sente, è come un muggito in lontananza, come l'alito di un animale che divora la gente....

Che fortuna doversi scegliere un libro per un viaggio - un libro abbastanza voluminoso, magari, in grado di accompagnarti per l'intero viaggio - e per una volta scegliere bene. Uno di quei libri su cui è bello anche indugiare su una singola pagina, lasciandosi andare al suono di una frase, alla sensazione che può lavorare dentro di noi, tra un gesto e un passo.

E dunque: cinque giorni in Spagna, a Valencia, accompagnato dai Racconti di Antonio Tabucchi (Feltrinelli). E lo so che sarebbe stato meglio a Lisbona. Ma non si può volere tutto. Sono contento così.

Davanti ai banchi delle tapas o beandomi al sole di un tiepido gennaio alla Città delle arti e delle scienze mi è capitato di indugiare su uno di questi racconti. Alcuni di essi capolavori - come Il gioco del rovescio, Piccoli equivoci senza importanza, I treni che vanno a Madras - altri forse meno.

In ogni caso sempre accogliendo dentro di me uno scrittore che sento come un amico, senza averlo mai conosciuto se non sulle sue pagine (una volta o due, di sfuggita, a qualche incontro). Come un amico che se n'è andato troppo presto, privando il mondo di molte altre storie degne della sua parola. 

giovedì 29 gennaio 2015

Il rugby per conoscere la Nuova Zelanda

Se dici rugby e dici Nuova Zelanda è chiaro che non si tratterà di un viaggio come gli altri. Così come è chiaro che andare a seguire i campionati del mondo non sarà solo una bella festa dello sport, perché la Nuova Zelanda, certo, è il rugby, è una squadra che è leggenda, ma proprio per questo il rugby sarà assai più di un'occasione per conoscere la Nuova Zelanda.

E così Meta Nuova Zelanda. Viaggio nella terra del rugby di Elvis Lucchese (Ediciclo) è un libro che si fa leggere con molto piacere anche da uno come il sottoscritto, affascinato da sempre dalla palla ovale, ma senza averne mai imparato nemmeno le regole (vergognandosi anche a manifestare la propria ignoranza).

E che per noi italiani la Nuova Zelanda sia soprattutto la squadra degli All Black non è del tutto una sorpresa. Come scrive Lucchese:

Molto di ciò che gli italiani sanno dei maori, lo sanno attraverso il rugby.

Ragionamento che si potrebbe prendere anche dall'altro capo del filo: senza il rugby i maori per noi sarebbero solo uno dei tanti popoli indigeni, magari più fortunato di altri cancellati dalla faccia delle terra.

Ma in ogni caso questo è proprio un bel libro di viaggio, che getta uno sguardo originale su un paese che resta simpatico a pelle e di cui in ogni caso si sa davvero poco.

Quanto al rugby è una sorprendente cartina tornasole per gettare un fascio di luce sulle complesse relazioni tra coloni e maori, ma anche sugli neozelandesi di oggi e la vecchia madrepatria. Non senza permetterci di ascoltare qualche storia che forse meriterebbe un libro al parte: come quella dell'emigrato italiano di inizio Novecento che finirà per indossare la maglia degli All Black. Il mondo è bello perché é vario.

martedì 27 gennaio 2015

Per il Giorno della Memoria: il nome di Enrica, il nome di tutti





Penso ai numeri dell'ecatombe. Quanti sono stati? Sei milioni? Qualcuno meno, qualcuno di più?

Troppi zeri: è una cifra così enorme da perdere di consistenza. Il suo significato si smarrisce. Non riesco a contare sei milioni di uomini, di donne, di bambini. Non posso vederli. Non posso immaginarmeli uno accanto all'altro.

Ma sarebbe lo stesso, e sarebbe sempre troppo, con uno zero in meno, con due zeri in meno, con tre zeri in meno. Anche mille sono inconcepibili, anche cento...

Lo so, c'è un solo numero che mi consentirà di comprendere.

Uno.

Uno, perché una sola la persona. Quella persona. Proprio quella e non altre. Lei che ho scelto per accompagnarmi. Lei, purché ne riesca a cogliere la vita prima della morte.

Enrica.

Quel volto.


                                                                           (Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina)

sabato 24 gennaio 2015

Storia quasi vera di un incontro impossibile con Pasolini

C'è Pier Paolo Pasolini, che oggi tutti dicono di conoscere, ma secondo me è come la Recherche di Proust, non si può non dire di conoscerlo, di sentirne la grande lezione che arriva fino a noi, però.... C'è un romanzo incompiuto, Petrolio, impervio e in odore di scandalo, che è stata la sfida estrema di un autore che già ai tempi era in odore di scomunica. E c'è una Laura Betti abbondantemente sul viale del tramonto, ma anche (legittima) erede spirituale di Pier Paolo, bisbetica, intrattabile, imprevedibile, donna che è nitroglicerina pura e che pure ha ancora la forza di un inspiegabile magnete.... E c'è anche un giovane scrittore che all'inizio degli anni Novanta, nel bel mezzo di quella rivoluzione antropologica dell'Italia che aveva presagito e annunciato il grande Pier Paolo, si trova a lavorare all'archivio di quest'ultimo e nelle grinfie della diversamente grande Laura.

Ecco qui, i quattro soggetti - perché nella lista includo anche Petrolio - che in qualche modo si muovono nelle pagine di Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, storia quasi vera di un incontro impossibile con Pier Paolo Pasolini, come recita il sottotitolo.

Libro complicato, libro assolutamente non lineare, perché così è la storia di questo mancato incontro. Libro che cresce come una marea bretone e si allarga fino a inondare i nostri anni, con le parole del poeta friulano che risuonano come quelle di una Cassandra, nella desolazione di una letteratura arrivata al capolinea e di intellettuali ridotti al ruolo di intrattenitori o di mascotte, magari a uso e consumo televisivo.

Libro complicato, certo, e nemmeno gradevole (facile che non lo voglia nemmeno essere), libro di cui mi sfugge la felice combinazione che lo ha portato a un passo dall'affermazione allo Strega. Libro da leggere anche solo per pagine come rivelazioni.

Per esempio verso la fine, con un sorprendente viaggio all'antica Eleusi, che è in realtà un viaggio dentro i misteri più profondi e indicibili, della morte e della vita, della creazione, fino all'audace accostamento tra la voce di Pasolini e quella di Eschilo... difficile, lo so, ma che emozione.

venerdì 23 gennaio 2015

Mark Twain, uomo che viaggia, uomo curioso


Le notizie sembrano uscire da me per natura, come vino dalla botte. Spesso mi è sembrato che avrei dato la mano destra, se avessi potuto trattenere i miei ricordi; ma non è stato possibile.

Sono convinto che Samuel Langhorne Clemens, che tutti noi conosciamo come Mark Twain, la mano se la sarebbe tagliata per la ragione opposta,  se cioé non fosse più riuscito a scrivere, a dare notizie come vino dalla botte.

Ma questa è una mia personale convinzione, quello che conta è tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.

In Vita dura (Barbès editore) c'è il Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che aveva lavorato come mozzo in un battello fluviale e cercato la fortuna come cercatore d'oro.

E soprattutto c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico.

E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. Ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.

mercoledì 21 gennaio 2015

Storie di donne nella Grande Guerra

Nel grande cimitero di guerra di Redipuglia sono sepolti centomila soldati italiani e una donna, una sola donna che, per la cronaca, si chiamava Margherita Kaiser Parodi Orlando e fu anche decorata con una medaglia di bronzo al valor militare. Riconoscimento importante ma anche abbastanza fuorviante, dato che Margherita in guerra non combatté, ma portò soccorsi in prima linea. Allo stesso modo del resto di almeno altre 10 mila donne che vi parteciparono come infermiere.

E' una delle storie che si può ripercorrere attraverso un bel libro - Donne nella Grande Guerra, edizioni Il Mulino  - che raccoglie molteplici contributi (diversi tra l'altro scritti molto bene) su donne italiane i cui destini si sono incrociati con il conflitto mondiale.

Sono state tante, a dispetto dei numeri di Redipuglia. Per lo più personaggi umili, destinati a non lasciare il loro nome al ricordo collettivo: crocerossine, maestre, operaie, sarte, casalinghe. Ma anche donne - per esempio giornaliste - che qualche segno lo hanno lasciato. Anche se pure nel loro caso il ricordo è stato come un graffio sparito alla svelta. E bene lo ricorda nella sua introduzione Dacia Maraini:

Donne che hanno avuto una parte importante nelle cronache del tempo e che qualche volta sono state anche riconosciute e e ammirate dai loro contemporanei. Ma poi, appena si è cominciata la sistemazione della memoria comune, con un processo che potremmo paragonare alla scomparsa carsica dei corsi d'acqua, che pure alimentano importanti sorgenti, sono passate nel silenzio di una sepoltura che viene considerata "naturale", ma naturale non è.

Leggere questo libro, in occasione del centenario dell'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra, non è solo saldare un debito di memoria. E' anche rivolgersi a queste donne con il senso del rammarico: l'Italia avrebbe potuto essere ben diversa, se molti uomini, a partire da più illustri generali, si fossero comportati come queste donne.

lunedì 19 gennaio 2015

Antoine, l'aviatore dei cieli e dei deserti

Sono i cieli, ma anche i deserti. Sono le stelle che indicano la direzione più di una mappa. Sono gli spazi, ma anche i silenzi. Sono gli uomini, incredibilmente piccoli visti dall'alto di un velivolo e incredibilmente grandi quando ti accolgono con una brocca di acqua per liberarti dalla sete.

Non so bene spiegare perché, ma ci sono emozioni che risuonano come una musica antica, in Terra degli uomini, libro di Antoine de Saint-Exupèry che temo ben pochi conoscono, tanto di quest'autore la lettura obbligata è solo il Piccolo Principe.

Io stesso questo libro l'ho incontrato su una bancarella e recuperato in una vecchia edizione di Mursia: come una cosa preziosa che balza fuori da un baule.

Dentro, la storia di Antoine aviatore, perché questo era il suo mestiere, ai tempi in cui volare era un'avventura da pionieri e si volava su aggeggi che sembravano fendere l'aria per miracolo, esposti ai venti, alla pioggia, a ogni imprevisto.

Antoine scavalcava montagne, attraversava i deserti, per consegnare la posta. Ma così riscopriva se stesso. E nella solitudine ritrovava anche gli altri. Nei mondi dello spazio azzurro si poteva riconsiderare uomo tra gli uomini.

Un giorno il suo velivolo andò in avaria, dovette atterrare nel mezzo del Sahara (non vi ricorda qualcosa del Piccolo principe?), nel nulla. E in quel nulla scoprì molte cose...


sabato 17 gennaio 2015

Il dilemma: quale ordine alle nostre librerie


Avete un pomeriggio libero e avete deciso di mettere a posto i vostri libri. Non avete un pomeriggio libero, ma se non mettete a posto la libreria saranno i libri a mettere a posto voi... In ognuna delle due possibilità, mettetevi all'opera con animo sereno...

Così ragionava Stefano Bartezzaghi in un vecchio articolo pubblicato da Repubblica, sollevando la vecchia e mai troppo dibattuta questione dell'ordine da dare ai nostri libri.

E voi, come li sistemate nella vostra libreria? Pura casualità - non ci credo - o un qualche criterio più o meno logico, più o meno applicato con coerenza?

Per esempio, il colore. C'è anche chi ha deciso di ordinarli così i suoi libri. Lo scaffale rosso, quelle verde, quello blu....

Esteticamente può valere la pena, anche se, con Bartezzaghi, è evidente che sia pratica che gli intellettuali considerano in genere troppo frivola, degna di coloro che comprano i libri a metro perché facciano bella figura in salotto.

Si potrebbe provare per collana, forse un giusto compromesso con le esigenze del libro oggetto, anche se perfino Georges Perec aveva da ridire con questo criterio troppo editore-centrico.

Oppure per anno di uscita, o per nazionalità dell'autore, o per genere, o anche per argomento - ma si può davvero classificare per argomento? O forse assai più banalmente per ordine alfabetico.

Chissà come ve la siete cavata, ma in ogni caso non è male il consiglio che ci offreìiva Bartezzaghi.

Qualsiasi criterio si sia adottato, sarebbe importante cambiarlo, dopo un po'. Così si ritrovano libri che non si ricordava di possedere.

E ben venga il dilemma. Vuol dire che non abbiamo rinunciato ai libri. Che la cara vecchia carta resiste e difende il suo spazio.

venerdì 16 gennaio 2015

Il mistero di Alan Turing, padre del computer

Fra qualche giorno questa storia la vedrò anche al cinema, raccontata in The imitation game, ma intanto non è male arrivarci preparati, per cercare davvero di capire chi è stato davvero Alan Turing, il matematico inglese che ancora ci interroga, con le sue sfide scientifiche e i misteri della sua persona.

Alan Turing, cioè l'uomo che, negli anni della guerra contro Hitler,  riuscì a trovare la chiave per decodificare i messaggi generati da Enigma, la macchina che i nazisti ritenevano inviolabile: risultato di gran lunga superiore a una vittoria sul campo. Ma anche l'uomo che in molti indicano come il padre - uno dei padri - del computer. L'uomo che si è posto - e ci ha posto - domande che ancora danno le vertigini e che sanno di film di fantascienza, tipo: si può dire che una macchina calcolatrice automatica sia in grado di pensare?

Per saperne di più mi sono procurato L'enigma di un genio di Nigel Cawthorne (Newton Compton), rapida biografia che sa di libro fatto uscire in occasione del film, e che pure sa restituire, almeno in alcune pagine, il fascino del personaggio. Non solo lo scienziato, anche la persona: il ragazzo scontroso sui banchi di scuola, il giovane che correva quasi per punire il proprio corpo e che doveva arrivare fino alle Olimpiadi, l'omosessuale che la (sedicente) giustizia britannica condannò a una sconcertante castrazione chimica, l'uomo scomparso con morte prematura e misteriosa (suicidio? omicidio? incidente?), pare per una mela all'arsenico.

Non è un gran libro, ma c'è Alan Turing. In attesa del grande romanzo che merita.

mercoledì 14 gennaio 2015

Lo schiavo e il suo padrone nell'Istanbul dei sultani

Come se la mia vita, sfuggita al mio controllo, in mano sua si trascinasse altrove, e io non potessi porvi altro rimedio che quello di seguire da lontano le mie vicende, come in sogno.

Siamo nel Seicento, età di eserciti in movimento, corsari in mare, filosofi, mistici, poeti a caccia di risposte sulle domande ultime della nostra vita. Un gentiluomo italiano viene fatto prigioniero dai turchi e ridotto in schiavitù. Servirà un astrologo di Istanbul, figura importante alla corte del sultano, ambiente in cui è facile ottenere grandi onori un giorno e finire impalato l'indomani.

Si assomigliano come due gocce d'acqua, lo schiavo e il suo padrone, però in ballo non c'è solo la somiglianza fisica. Come fratelli gemelli le loro vite si sovrappongono e si confondono. Si guardano con sospetto, ma intanto condividono e scambiano i loro ricordi. E alla fine chi sarà chi?

E' questa la storia che Orhan Pamuk narra ne Il castello bianco (Einaudi), romanzo breve ma denso, romanzo che propone ancora una volta il tema del doppio, per sospingerlo verso latitudini meno battute. Certo, qui dentro cè tutta la fragilità delle nostre identità, che mentre si aggrappano ai nomi sembrano fatte della stessa consistenza dei sogni (e a proposito del Seicento, riferimento d'obbligo per La vita è sogno di Pedro Calderón de La Barca).

Però qui c'è anche altro: il gentiluomo e l'astrologo, lo schiavo e il padrone, sono anche una metafora dell'Occidente e dell'Oriente, della loro relazione complessa e mai risolta, ma anche fertile. Cosa saremmo, senza di essa?

lunedì 12 gennaio 2015

Con Fausto e Gino è una storia italiana


Ecco un libro da consigliare anche a chi di ciclismo mastica poco o niente, così come a chi non ne può più della storia degli eterni rivali, Fausto Coppi e Gino Bartali: ma come, un altro libro, non bastavano tutti quelli che anno dopo anno sono già usciti, promettendo rivelazioni o almeno particolari inediti?

E invece sì, è qualcosa di diverso Gino e Fausto. Una storia italiana, romanzo di Franco Quercioli pubblicato da Ediciclo. Diverso perché diverso è lo sguardo, il linguaggio, la voce, anzi, le voci che prendono la parola.

Occhio al sottotitolo: una storia italiana. E attraverso queste due vite intrecciate, raccontate non da uno storico dello sport ma da un narratore di storie, è tutta un'altra Italia che passa sotto gli occhi. Oltre le imprese sportive, oltre l'epopea dei due campioni, oltre la successione dei Tour, dei Giri di Italia, delle grandi classiche sulla strada.

C'è tutta la nostra storia, lì dentro. Quello che eravamo e da cui forse poteva discendere anche un'Italia diversa. Quello che è successo, i fatti, le parole, i sogni.

Con la forza di uno stile che mi riporta ai grandi scrittori di un tempo della mia cara vecchia Toscana, uno stile che è semplicità, esattezza, emozione, Franco Quercioli sospinge verso la cima la bicicletta del mia immaginazione. In alto, magari fino a un traguardo sui Pirenei: dal quale è più facile scorgere il senso di due vite e di un paese intero.

domenica 11 gennaio 2015

A venire improvvisamente viste come il nemico


Da un giorno all'altro, i nostri vicini cominciarono a guardarci in modo diverso. 

Forse era la bambina che non ci salutava più dalla finestra della fattoria in fondo alla strada. O forse i clienti di vecchia data che scomparivano all'improvviso dai nostri ristoranti e negozi. Oppure la nostra padrona, la signora Trimble, che un mattino ci prese in disparte mentre passavamo lo straccio in cucina e ci sussurrò all'orecchio: "Tu sapevi che stava per scoppiare la guerra?"

Le signore del club cominciarono a boicottare le nostre bancarelle di frutta, perché temevano che la merce fosse avvelenata con l'arsenico. Le assicurazioni ci cancellarono la polizza. Le banche ci congelarono il conto. I lattai smisero di consegnarci il latte a domicilio.  "Ordini dell'azienda" ci spiegò un lattaio sull'orlo delle lacrime. 

I bambini ci lanciavano un'occhiata e scappavano come cervi spaventai. Le vecchiette, quando incrociavano i nostri mariti, si bloccavano sul marciapiede con la borsa stretta al petto e gridavano: "Sono arrivati!". 

E anche se i nostri mariti ci avevano avvisati - "Hanno paura" - non eravamo comunque pronte. A venire improvvisamente viste come il nemico.

(da Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri)

venerdì 9 gennaio 2015

Il sogno è questa terra che si fa grano

Mi considero un poeta religioso e politico, una categoria pericolosa: quegli uomini che, se individuano un obiettivo, fanno un gran casino e coinvolgono tutti quelli che avvicinano per raggiungere il sogno.

Che straordinaria figura che ci racconta Massimo Orlandi in La terra è la mia preghiera (Emi), storia di Gino Girolomoni, padre del biologico in Italia. Confesso: non ne avevo mai sentito parlare, nè avevo mai sentito parlare della storia del suo marchio, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Meglio così, se questo ora mi ha permesso di tuffarmi in queste pagine, con il piacere della sorpresa, direi quasi della rivelazione. Merito di Massimo Orlandi, che va oltre la tradizionale biografia, per raccontare una vita "dal di dentro", scavando tra emozioni e vocazioni. E merito ovviamente di Gino Girolomoni, personaggio a tutto tondo, capace di parlare ai cuori e di toccare molte corde diverse.

Perché qui non c'è solo il padre di un diverso modo di fare agricoltura, il fondatore della prima cooperativa del biologico, il precursore di scelte che oggi ci è facile fare anche tra gli scaffali di un supermercato. Qui c'è l'uomo che ha deciso di diventare contadino, in anni in cui solo la parola era una sorta di insulto, che ha scelto di tornare alla terra quando tutti ne scappavano. C'è il mistico che nella natura ha intuito significati riposti, l'archeologo che in Terra Santa ha cercato la verità della Bibbia. C'è l'intellettuale presumibilmente allergico a questa parola, e che pure a me pare che a questa parola restituisca significato pieno, lui che ha restituito a nuova vita un monastero abbandonato, facendone luogo di silenzio, ma anche di incontro, frequentato da personaggi come Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Massimo Cacciari, Alex Langer.

E c'è il sognatore, soprattutto il sognatore. Perché questo di Massimo Orlandi è in effetti un libro su un sogno.

Un libro che ci si insegna che ai sogni non solo è possibile, ma anche necessario dare gambe, per metterli in cammino nella realtà dei giorni. Sogni come le zolle di terra da cui spunta il nuovo grano. 

mercoledì 7 gennaio 2015

Dal Giappone all'America, le donne arrivate dal mare

Ma sono solo dicerie, non è detto che siano vere. Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell'altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo.

Si conclude con questa voce, che non è più quella delle ragazze giapponesi che varcarono il Pacifico per cominciare una nuova vita in America, lo straordinario Venivamo per mare di Julie Otsuka (Bollati Boringhieri), uno dei libri più belli che mi sono capitati negli ultimi tempi. Si conclude con questa voce impastata di garbata rassegnazione, la voce di un'America che intende mettersi in pace con la propria coscienza, facendosi una ragione della sorte dei vicini di casa che da un giorno all'altro sparirono, rimossi e cacciati come il più subdolo dei nemici.

Però prima era loro la voce. La voce delle giovani donne "spose in fotografia", in viaggio dai villaggi del Giappone fino al porto di San Francisco, sbarcate in un mondo che era un altro pianeta, all'inizio del Novecento. Destino di mogli deciso a distanza, che sul ponte di una nave si sono scambiate speranze e fotografie. La voce di immigrate in una terra straniera in cui quasi niente andrà secondo le attese, con mariti dispotici e assenti, lavori umilianti, parole sottratte da una lingua incomprensibile.

Eppure anche figli che saranno messi al mondo, abitazioni per le quali si conquisterà decoro e persino qualche agio, gente che finalmente comincerà ad accorgersi di loro, fosse solo per scambiare un saluto per strada.

Fino al disastro di Pearl Harbour e alla decisione del governo americano di considerare tutti i cittadini americani di origine giapponese un pericolo, potenziali nemici da neutralizzare subito. Un taglio chirurgico e via: un mondo nel mondo di tutti i giorni amputato e nascosto in campi di detenzione.

Voce, anzi voci, perché il miracolo di questo libro costruito sulle storie vere, su tante testimonianze, è proprio questo. Questa voce - lirica e autentica - impastata di molte voci. Questa prima persona plurale, questo noi in cui è declinata l'intera storia. Questa storia che in realtà sono le storie. Questo noi costruito pezzo a pezzo con le storie di ciascuno.

Da leggere assolutamente, anche per riflettere su altre amputazioni della nostra storia.

lunedì 5 gennaio 2015

Il selvaggio che ci restituisce a noi stessi

Vivo a Cambridge, con qualche pausa, da una decina d'anni e presumo che continuerò a farlo negli anni futuri. E finché ci vivrò sono anche certo che sentirò l'urgenza di recarmi nei luoghi selvaggi.

Sostituisco Firenze a Cambridge, ed ecco, sento come mie queste parole, che compaiono quasi all'inizio dello splendido Luoghi selvaggi di Robert Macfarlane (Einaudi), libro che credo possa soddisfare l'immaginario di ogni uomo di città che, pur rimanendo intimamente e irrimediabilmente cittadino, sa che potrà ritrovare se stesso solo nella tensione verso ciò che non è città. Meglio, verso ciò che si attesta agli antipodi della città in quanto aspirazione ai luoghi più incontaminati, non segnati dalla presenza dell'uomo.

Mica semplice. Perché è vero ciò che afferma Robert Macfarlane:

Chiunque abiti in una città avrà ben presente quella sensazione di esserci stato per troppo tempo.... 

Però dove trovare il luogo selvaggio nel nostro mondo che anche dove non è stato inquinato e cementificato è stato comunque addomesticato? Che sia la campagna inglese come quella toscana....

E invece sì, è possibile. Almeno è possibile crederci, con la forza di queste pagine che raccontano lunghi e sorprendenti vagabondaggi tra isole e vette, brughiere e foreste.

Giusto per scoprire che si possono disegnare altre mappe, dove ciò che è messo in evidenza non siano i centri abitati e le strade - e perché poi dovremmo pensare che sia questa l'unica lettura di un territorio? Giusto per restituirci quel senso di lontananza che le automobili e i treni, per non dire degli aerei, hanno soppresso.

Per capire che anche nel paese più curato e civile il selvaggio può rispuntare a sorpresa - anche a un chilometro dalla casa dove abbiamo sempre abitato - e restituirci di nuovo a noi stessi. 

sabato 3 gennaio 2015

Scoprendo luoghi selvaggi a un chilometro da casa


Immaginai il vento che passava per tutti quei luoghi e per molti altri simili: luoghi separati da strade e edifici, da recinzioni e centri commerciali, da città e strade illuminate, ma selvaggiamente uniti, attraverso lo spazio, dal vento che soffiava in quell'istante.

Ci siamo frantumati in mille pezzi, pensai, ma la natura selvaggia può ancora restituirci a noi stessi.

Guardai di nuovo il paesaggio ai miei piedi: le strade, la ferrovia, la torre dell'inceneritore e le macchie di bosco - Mag's Hill Wood, Nine Wells Wood, Wormwood. Sparse sulla terra, erano tutte in fermento.

La natura selvatica dimorava anche qui, a poco più di un chilometro dalla città in cui vivevo.

Assediata da strade e edifici, minacciata in gran parte dei suoi rifugi, agonizzante in alcuni. 

Ma in quel momento la terra sembrava riecheggiare di una luce selvaggia.

(Robert MacFarlane, Luoghi selvaggi, Einaudi)

venerdì 2 gennaio 2015

Ma che cosa è una città?

Ah... Saskia. Che cosa è una città?

E Firenze?

Firenze che cosa rappresenta nell'immaginario di uno che ne è fuggito ragazzo, pur tenendola in petto come faro di orientamento, termine di paragone anche per gustare tutto "l'altro"?

E tu dove hai la tua stella?

In quale memoria trovi il tuo orientamento? Dove la tua sicurezza?

A quale immagine di città ricorri quando vuoi sapere chi sei? Quando vuoi trovare la fora di sentirti diversa dal montare della marea altrui?

(da Tiziano Terzani, Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria, Longanesi)

mercoledì 31 dicembre 2014

Tiziano, che ora voleva vivere una vita senza nome



Quando viene il mio turno al microfono, dico che è una sfida parlare di me, perché, compiendo 60 anni pochi mesi fa, ho deciso di non parlare più di me, di non ricorrere più al mio passato come a una moneta di scambio, come a una misura di grandezza e che, avendo speso una vita a farmi un nome, volevo ora viverne una senza nome.

Per cui quel che avevano davanti a sé era un a persona che cercava di non ripetersi, di non farsi bella di quel che era stata, ma una persona che cercava di essere nuova e che voleva essere conosciuta semplicemente come Anam.

(da Tiziano Terzani, Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria, Longanesi)

lunedì 29 dicembre 2014

Tiziano Terzani, a nudo nei suoi diari


Pensare che all'inizio mi rigiravo tra le mani qualche grandi di diffidenza: ancora un libro di Tiziano Terzani, a dieci anni dalla sua scomparsa? I diari, poi? Non sarà come voler dar fondo al pozzo?

Poi ho finito per acquistarlo, fosse solo per l'enorme gratitudine nei confronti di altri titoli. Ho finito di leggerlo e devo ricredermi: Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria (Longanesi) è un libro importante, direi un libro necessario per tutti coloro che nel tempo hanno incontrato Tiziano e che ora hanno occasione di ritrovarselo sul loro cammino: intendo il Tiziano autentico, non il Tiziano imbalsamato in un personaggio nel quale, con tutta probabilità, lui non si sarebbe mani riconosciuto.

Non so quale fosse la molla che lo portasse a consegnare se stesso alle pagine di un diario. Forse il bisogno di un dialogo con se stesso, non più appesantito e distorto da troppe altre voci. Ma insomma, qui dentro questo uomo c'è tutto, senza infingimenti, senza manipolazioni. C'è con le sue contraddizioni, le sue debolezze, le sue asprezze. C'è con le sue molte domande e con i tanti incontri che poi si sono riversati nei suoi libri. C'è con la sua malattia ma anche con la sua vita professionale, da cui credo si debba sempre partire.

Tiziano, per quanto mi riguarda, prima di tutto giornalista: ovvero uomo che per lavoro doveva interrogare il mondo e ascoltarne le risposte. E certo anche grande firma - e chi è giornalista sa quanto   si tiene alla firma - che alla fine ha rinunciato perfino al suo nome.

Ma questo è il mio Terzani, il Terzani che il mio sguardo ha trovato su queste pagine. Sono sicuro che altri troveranno il loro Terzani, su queste stesse pagine.









mercoledì 24 dicembre 2014

Gli auguri più belli con le parole di Rosa L.

Le parole sono di Rosa Luxembourg, tratte da quella bellissima lettera sulla compassione, scritta dal carcere, che i bambini in Germania studiano anche a scuola e che anche noi dovremmo conoscere un po' di più. In realtà una lettera che non è solo sulla compassione, ma anche sulla bellezza della vita, di qualunque vita si tratti.

Parole come un grande augurio per tutti voi, per il mondo intero.

Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell'oscurità, della noia, della prigionia invernale - e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità.

E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare. E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta l'orecchio.

In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori.

(Rosa Luxembourg, Un po' di compassione, Adelp