venerdì 2 dicembre 2016

Storia dell'ereditiera sparita dalle sue ville

Ma chi è la persona che possiede  Le Beau Chateau, che è la villa più costosa di tutto il Connecticut, insieme a quell'altra residenza a Santa Barbara, a picco sul Pacifico, più diversi appartamenti sulla Quinta Strada di New York, l'indirizzo più esclusivo nella città più cara d'America? Come mai in quelle case dove non mancano quadri di Renoir appesi al salotto, autentici Stradivari e inestimabili collezioni di bambole antiche pare che non ci sia traccia di vita? E chi può permettersi di possederle senza abitarle e tanto meno affittarle?

Sembrano interrogativi degni di un ispettore delle tasse o di un esperto di mercato immobiliare, invece alimentano uno dei libri più curiosi e intriganti che mi siano capitati negli ultimi tempi. Dimore vuote di Bill Dedman e Paul Clark Newell (Neri Pozza) sa essere insieme inchiesta, romanzo, spaccato sociale, storia di vita raccolta pezzo a pezzo, come le tessere di un mosaico.

E come tutte le vicende che meglio si prestano a essere raccontate tutto comincia per caso, se non addirittura per sbaglio. Ovvero quando uno degli autori - Bill Dedman - si mette a cercare casa e si lascia tentare da annunci di abitazioni che non si sarebbe mai potuto permettere (esercizio di ambizione tipicamente americano). E' questo il modo con cui arriva a Le Beau Chateau, rimane a bocca aperta e fiuta la storia: quella magnifica proprietà è disabitata da più di mezzo secolo.

Emerge un nome: Huguette Clark, ereditiera dalla leggendaria ricchezza. Ma emerge anche la storia di un'assenza. La storia di una donna che al mondo poteva permettersi tutto e che dal mondo invece si è chiamata fuori. Che poteva frequentare la società più esclusiva e invece ha deciso di sparire, fino a trascorrere l'ultimo ventennio della sua lunga vita - lei che è morta a quasi 105 anni - in ospedale. Per scelta, non per ragioni di salute.

Potrebbe essere l'americano più famoso di cui gli americani nostri contemporanei non hanno mai sentito parlare, dicono gli autori. E c'è davvero una storia da raccontare, poco importa che anche mettendo insieme titoli di proprietà e album fotografici sui misteri del cuore non si potrà mai davvero fare piena luce: sono le domande che contano, le domande e la sensazione di essere un po' più vicini alla risposta.



 

lunedì 28 novembre 2016

Se uno come Samuel Beckett alleva api a Parigi

C'è qualcosa di inquietante nel frequentare Beckett e nel constatare che è una persona normale.

Ci sono molto modi di leggere e considerare L'apicoltura secondo Samuel Beckett dello scrittore francese Martin Page (Edizioni Clichy), libro di poche pagine e concentrato di umori,spunti, emozioni: romanzo imperniato sul consueto pretesto del manoscritto ritrovato, finto diario con grandi  iniezioni di verità, divertimento letterario, vagabondaggio per Parigi, riflessione sulla fama che la scrittura può dare, riflettore acceso sugli ultimi anni di vita del grande scrittore irlandese.

Insomma, c'è un giovane studente che per qualche tempo viene assunto da Beckett per aiutarlo a sistemare i suoi documenti. Ed è questo giovane - ancora sul ciglio di una vita da costruire dopo la laurea - che racconta lo straordinario tempo trascorso in compagnia dell'autore di Aspettando Godot. Il quale è assai diverso da come ce lo aspettiamo: divertente, bizzoso, irriverente, più desideroso di sfornare dolci che di parlare di letteratura, scrupoloso nell'allevare api capaci di produrre miele a volontà nel centro di Parigi (Questo lo aveva spinto a guardare Parigi con occhi diversi e ad accorgersi che c'erano fiori e piante dappertutto).

Si sorride, si riflette, ci si abbandona, tra le pagine di questo libro. Come quando Beckett e il suo assistente si lanciano negli acquisti di oggetti improbabili da affidare agli archivi dello scrittore, a futura memoria (Bisogna prendere gli archivi come una finzione costruita da uno scrittore e non come la verità. E cosa ci dice questa finzione? Questo è il vero compito dei ricercatori). O come quando in un carcere svedese i detenuti mettono in scena Aspettando Godot, con notevoli conseguenze.

Già si sorride, si riflette, ci si abbandona tra le pagine di questo libro. E io lo consiglio fortemente.

venerdì 25 novembre 2016

Un ventilatore e intorno le persone e tutto un paese

Quegli oggetti sono rimasti lì, immobili, a volte solo per qualche anno, a volte per più di un secolo. Senza saperlo sono stati il paesaggio di fronte a cui si sono svolti i momenti più intimi dell'esistenza di tutte quelle persone che ora non ci sono più, ma che ci sono state, e in un certo senso ci sono ancora, riportate in vita, in una sorta di invisibile vita, proprio da quegli oggetti che sono sopravvissuti loro.

Ecco, questa è un'idea che tante volte è passata anche a me per la testa. Anzi, più che un'idea, a volte una sorta di rivelazione. Mi è successo, per esempio entrando nella casa di una persona che non c'era più, ma dove i suoi oggetti erano rimasti dove prima, come sentinelle condannate all'attesa vai a sapere di cosa. Soprammobili in salotto, fotografie incorniciate, cartoline in vista su una scrivania, libri abbandonati su un comodino come se la lettura dovesse riprendere, perfino elettrodomestici a volte. E' vero, malgrado il loro silenzio, gli oggetti custodiscono le vite trascorse e a volte alimentano qualcosa che allude a un'altra vita. Come i nomi, del resto.

E' successo anche a me, ma intorno a questa idea - o a questa rivelazione - Valerio Aiolli ha saputo scrivere un intero romanzo. Lo stesso vento, pubblicato da Voland, è un gran libro, dove c'è un ventilatore che un giorno Fausto, apprendista operaio fiorentino, regala alla ragazza che sposerà, Adriana. Pegno di amore davvero inusuale, certo. Ma comincia così la storia di quel ventilatore, che in queste pagine compare e scompare allo stesso modo di un fiume carsico, cucendo molte altre storie.

Intorno c'è l'Italia che crede nei proclami di Mussolini, c'è l'Italia distrutta dalla guerra e poi rapita dall'ottimismo del boom, c'è l'Italia percorsa dai venti del Sessantotto e poi un'altra Italia ancora, certamente con meno sogni e visioni. E ci sono le persone, le esistenze comuni segnate da amori e separazioni, nascite e lutti, giorni di lavoro e giorni di festa.

Il ventilatore passa di mano in mano, di generazione in generazione, di luogo in luogo. Da apparecchio all'avanguardia diventa curiosità da mercatino delle pulci. In fondo sempre inerte, anche quando le sue pale girano. Eppure è davvero fiume, che porta con sé le storie della vita. Allo stesso modo della scrittura di Aiolli che è grande scrittura: ma questa non è una rivelazione,  è da diversi libri che si sapeva.

lunedì 21 novembre 2016

Quando i sogni non svaniscono con l'alba

E ancora una volta mi viene da dirlo: meno male che non ci sono solo i grandi editori che inseguono il colpo da  best-seller, meno male che c'è ancora chi crede alla possibilità di scoprire e proporre voci originali, capaci di raccontare nuove storie, di usare linguaggi diversi, di sottrarre all'ombra ciò che troppo volte è dimenticato o taciuto.

Ecco un libro che non avrei letto senza un editore come Primamedia e che non avrei scoperto senza quel passaparola che per qualche buon libro a volte fa la differenza: I sogni non svaniscono all'alba di Gianni Manghetti.

Libro che intreccia due viaggi e due parabole di vita: quella del Biondo che ritorna nella sua Toscana dopo un passato di operaio in Francia, dove ha perso il lavoro e la famiglia per non aver voluto piegare la schiena; e quello di Gent, in fuga dalla guerra civile nel suo Sudan, che attraversa il Mediterraneo e cerca asilo politico in un'Italia che si dimostrerà paese assai diverso da quello sognato e auspicato.

Due storie di immigrazione che si intrecciano: ieri e oggi, l'italiano che va via come tanti altri hanno fatto - e magari oggi tendiamo a dimenticarcelo - e lo straniero che da noi cerca di cominciare un'altra vita - e quasi sempre di lui si ignora ciò che è stato prima, tanto da ridursi a presenza, a corpo estraneo per le nostre strade.

Due storie che raccontano il nostro presente di muri, confini liquidi, indifferenze e rimozioni. Due storie che attraversano il nostro presente e lo chiamano in causa. Un filo comune che non è solo il destino dell'uomo che migra - e che sempre migrerà per cercare altra fortuna. Se il Biondo perde il lavoro è perché non ha accettato che la sua fabbrica producesse quelle mine che nel Sudan di Gent macellano donne e bambini, in una guerra sporca combattuta contro i civili.

Quanta tristezza in questo libro: ci sono ritorni dove tutto è cambiato, uomini che faticano per niente, sudore nei campi di pomodori, notti alla stazione, bevute solitarie. Eppure, eppure, i sogni non svaniscono all'alba, come dice anche il titolo. Possono resistere, i sogni, basta avere la testa dura, basta guardare oltre. Basta affidarsi, magari a chi viene dopo di noi: come ai ragazzi del libro, che i loro sogni non li sacrificano per un buon posto e una carriera promettente.

Tristezza e poi una speranza che si schiude, un domani che può essere diverso. Grazie a un libro che non è a tesi, che è romanzo a tutto tondo, che semplicemente si fa leggere pagina dopo pagina: per vedere come va a finire.

giovedì 17 novembre 2016

Carrère e l'uomo che non vuole essere d'accordo con se stesso

No, non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l'abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge - non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo più, di saperne più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo. Scrivo questo libro per cercare di non essere troppo d'accordo con me stesso.

Mi sa che bastano queste parole per farsi catturare da questo libro così ricco, complesso, provocante. Così diverso da altri del grande Emmanuele Carrère - ce ne corre tra Limonov e i primi evangelisti - eppure così coerente col percorso di uno scrittore che si misura con la verità dei fatti, che non inventa perché la realtà richiede più immaginazione di ogni immaginazione, che racconta storie lontane raccontando in fondo sempre anche di se stesso.

Ecco qui, Il regno (Adelphi), l'opera con cui Carrère si spinge a indagare sul Cristianesimo degli albori, sui primi cristiani sospesi tra il miracolo del Messia e le persecuzioni de
i romani, modesta setta ebraica che presto avrebbe cambiato il mondo. Però non è il saggio di un teologo o di uno studioso delle religioni. Piuttosto è l'opera di un uomo che credeva e ora non crede più, ma che non ha smesso di stupirsi e interrogarsi. E in questo cammino ecco l'incontro con personaggi vivi, ecco storie dentro la storia, ecco domande che scavano nel profondo, inquietudini che si dissipano come nebbia al mattino. E dubbi, tormenti, tentazioni, sconvolgimenti.

Quante cose che ci sono qui dentro: narrazione ed erudizione, inchiesta e sense of humour. I misteri della fede, le grandi questioni dell'esistenza, ma anche la vita di Carrère, filo che si srotola nel farsi dell'opera: così che insieme a Paolo l'apostolo, a Luca l'evangelista, a Filippo di Cesarea e Flavio Giuseppe, non ci crederete, ma sbucano anche le vicende di una bay-sitter squinternata, le fantasie inquiete di Philip K. Dick, perfino un video porno che gira sulla Rete.

Questo e tant'altro. Un gran libro, per abbandonarsi all'uomo che non intende essere troppo d'accordo con se stesso. Mica poco, davvero.

lunedì 14 novembre 2016

Riscoprire il Mediterraneo con le stelle di una volta

Questo è il racconto di un viaggio. Parla di barche, di mare e di coste; di città antiche e di metropoli moderne, di porti ormai scomparsi e soprattutto di un tempo lontano quando le stelle orientavano il cammino.

Ecco il libro che non ti aspetti da uno storico: e lo dico con tutta la considerazione possibile per chi la storia la esercita. Non te l'aspetti, perché ci sono dentro molte cose che in un libro di storia, soprattutto se italiano, raramente ci sono. C'è buona, anzi ottima narrazione. C'è capacità di prendere per mano il lettore e di accompagnarlo dentro un tempo. C'è bisogno di immedesimazione, che non fa mai male. C'è persino immaginazione, che sembra che non c'entri niente con il mestiere dello storico,  e invece no, credo che per lo storico ci voglia anche l'immaginazione, purché onesta e ben alimentata dagli studi.

C'è tutto questo in Quando guidavano le stelle di Alessandro Vanoli, pubblicato dal Mulino. Libro di uno storico, appunto, ma soprattutto libro di viaggio, gran libro di viaggio. Anzi, di viaggio sentimentale, come recita il sottotitolo: anche se poi ogni viaggio, se è importante, evoca i sentimenti e con essi si misura.

Un viaggio, anzi quattro viaggi, attraverso il Mediterraneo, il mare ormai lontano, come si ricorda nell'introduzione. E' il nostro mondo, ma anche un mondo che ormai non c'è più.  E' la nostra storia, ma anche una storia divisa, lacerata, oggi perfino più complicata.

Sino a non molto tempo fa - spiega Vanoli - Il Mediterraneo era, a suo modo, anche una scelta di civiltà, l'idea di un'antica matrice comune. Signori della guerra e crociati, pirati e mercanti di schiavi, certo, erano all'opera. Eppure a quel mare appartenevamo tutti, grazie a quel mare ci si mescolava. Solo che tutto questo oggi sta scomparendo: il Mediterraneo è diventato confine liquido, steppa da cui prima o poi arriveranno i barbari.

Bene dunque riprendere il mare, magari scendendo un giorno al Pireo per cercare l'antico porto di Atene con le parole della Repubblica di Platone. Per trovarlo davvero,  nelle fonti della storia e della letteratura, come nelle suggestioni di un viaggiatore moderno. Bene respirare la stessa aria che gonfia le vele, fremere per l'ormeggio che si scioglie. Salutare il molo e scrutare orizzonti più ampi.

Questo libro l'ho divorato negli stessi in cui per lavoro partecipavo al lancio di Mediterraneo Downtown, a Prato, e cominciavo le presentazioni del mio Fibonacci, cioè di un grande toscano che seppe attraversare il Mediterraneo. Non mi paragono a questo libro in cui piuttosto ho ritrovato le sensazioni di altre letture - dalle parti di Braudel e Matvejevic - però ritrovo in queste pagine gli stessi sentimenti: curiosità come minimo. La voglia di andare sull'altra sponda per capire cosa c'è davvero.

E' una bella giornata si sole e le correnti sembrano favorevoli. I libri bisogna avere il coraggio di chiuderli ogni tanto e accettare la sfida e la fatica: i remi fendono l'acqua con lentezza e l'aria ha l'odore del sale. C'è un grande viaggio che ci aspetta e un mare infinito davanti a noi. 

venerdì 11 novembre 2016

Mordecai, politicamente scorretto e così tenero per Jacob

E c'è anche Jacob Due Due, anzi Jacob Two Two, cioè il bambino costretto a ripetere ogni cosa due volte, perché la prima non lo capisce nessuno. Non lo conoscevo, anche se credo sia piuttosto famoso tra i suoi coetanei, non fosse altro che per il cartone animato.

Il fatto è che è uscito dalla penna di uno degli scrittori che più mi sono cari, Mordecai Richler, l'autore de La versione di Barney, cioè uno di quei libri che se qualcuno mi facesse la domanda "che cosa ti porteresti dietro in un'isola deserta?", ecco, sarebbe proprio uno di quei libri.

Ma La versione di Barney non è solo un libro per adulti, è un libro che va letto con alle spalle il tempo della vita, un libro che ha bisogno delle lenti dell'esperienza. Come una cena da consumare dopo che all'aperitivo ci siamo serviti di tutti gli assaggi delle delusioni, delle infatuazioni, delle separazioni.

E invece ecco  Jacob Due Due, le cui storie in Italia sono pubblicate per Adelphi allo stesso modo degli altri titoli. Leggo in un bel libro di Christian Rocca, Sulle strade di Barney (più che una biografia un atto di amore nei confronti del grande Mordecai) che Jacob è in realtà il più piccolo dei figli della famiglia Richler, Jacob, appunto, detto Jake.

Era lui che doveva ripetersi sempre, perché la prima volta che apriva bocca nessuno gli dava ascolto. Da grande Jacob lo spiegò in un'intervista, che fu trasmessa nel teatro di Montréal dove si ricordava il padre defunto. Solo che saltò tutto. Gli organizzatori dovettero penare per sistemare le cose e fecero ripartire l'intervista dall'inizio. Jacob Due Due, appunto.

La cosa sarebbe senz'altro piaciuto a Mordecai. E a me piace che questo scrittore che tutti ricordano come uno dei più politicamente scorretti dei nostri tempi, poi potesse scrivere pagine così tenere per tutti i bambini.

lunedì 7 novembre 2016

Anderson, lo scrittore che ascoltò le voci del torrente

Erano venticinque anni che scrivevo, avevo pubblicato qualcosa fra i venti e i venticinque libri, mi ero fatto un nome come uno degli scrittori americani più importanti del mio tempo, i miei libri erano stati tradotti in varie lingue: eppure, con tutto ciò, ero sempre senza soldi, sempre a un passo o quasi dalla rovina.

Era destino che il paese che più di tutti gli altri ha trasformato la cultura in una gigantesca macchina per fare soldi fosse lo stesso paese che in maniera più realistica, direi anche più cruda, si è interrogata sui rapporti tra arte e mercato, tra creatività e successo. Ed è dagli Stati Uniti, non di oggi ma addirittura degli anni Trenta, che arriva un racconto perfetto per meditare su tutto questo.

Si chiama Le voci del torrente, porta la firma di Sherwood Anderson, autore che forse non è conosciuto come meriterebbe, non fosse altro che per i suoi Racconti dell'Ohio.

C'è molto della vita di Anderson in questo titolo riproposto da Il Melangolo: e questo ce le rende ancora più intrigante. Ma c'è molto anche di quello che vorremmo leggere e che soprattutto vorremmo ritrovare nel nostro mondo.

Pare scritto solo ieri. Ecco lo scrittore che si fa i conti in tasca e i conti non gli tornano e allora si piega alle richieste degli editor e dei direttori delle riviste che pagano profumatamente. Dovrà scrivere cose scorrevoli, gradevoli, accattivanti, cioé accomodanti. Cose che non disturbino, che vadano giù come acqua.

E lui inizia. Solo che poi si blocca. Si blocca e non va più avanti come un apparente buon senso gli imporrebbe. E sarà per quella notte insonne passata ad ascoltare i suoni del torrente vicino a casa. Sarà che tra quei suoni gli pare di scorgere anche i passi dei vecchi amici, le voci delle donne che ha amato. Ma con la luce del giorno, la nuova mattina, ha deciso:

Ero di nuovo deciso a non impormi, a lasciare che il racconto che stavo cercando di scrivere si scrivesse da sé, a essere ancora una volta ciò che ero senpre stato, uno schiavo degli abitanti del mio mondo immaginario.

Racconto dentro il racconto, ma soprattutto racconto che profuma di libertà.

Racconto come un antidoto, buono non solo per gli scrittori, ma per chiunque sia pronto ad arrendersi alle sirene di un sì troppo comodo.

Ps: Nella vita di Anderson, poi, le cose non andarono propriamente così. Un giorno si imbarcò per la Colombia, dove avrebbe dovuto tenere una conferenza a pagamento. Mangiando un panino inghiottì uno stuzzicadenti e morì di peritonite. Morte assurda, certo. Morte che è insieme esclamazione e irrisione. E mi sa che è meglio finirla qui.

mercoledì 2 novembre 2016

Storia dell'uomo che studiava le nuvole per la rivoluzione

Studiava i cieli, ma non era un uomo con la testa per aria, uno di quei tipi strampalati e sognatori che associo alla più indolente e poetica delle attività, guardare le nuvole che passano. Studiava le nuvole, ma era un uomo con i piedi ben piantati per terra. Lavorava come meteorologo, ma soprattutto serviva la rivoluzione: e se le nuvole hanno certo a che vedere con i sogni e le fantasie, mai si sarebbe immaginato che un giorno sarebbe stato la rivoluzione a ucciderlo.

E' una storia di nuvole e sangue, di sogni e tradimenti, quella che Olivier Rolin racconta in Il meteorologo (Bompiani). Una storia che pesca un nome tra milioni di altri trucidati nelle purghe di Stalin per non dimenticare l'orrore delle esecuzioni di massa e delle fosse comuni.

Aleksej - lo chiamo solo per nome - era il responsabile dei servizi meteo dell'Unione Sovietica, convinto che fare bene il proprio lavoro fosse utile alla rivoluzione: l'uomo nuovo avrebbe avuto più frutti dalla terra grazie a buone previsioni, avrebbe persino imbrigliato il vento per le sue fabbriche.

Vai a sapere che cos'è che lo spinse verso la rovina. Se l'invidia - e la delazione - di qualche collaboratore oppure la necessità di avere un capro espiatorio per le terribili carestie degli anni Trenta. Però anche quando finì in un campo in Siberia non smise di credere nella rivoluzione e nei suoi uomini. Per anni scrisse a Stalin, convinto che ci fosse un errore. Sarebbe bastata qualche informazione in più, giusto per chiarire. Non sbagliava così, una rivoluzione. L'unica risposta fu il suo nome inserito nella lista delle esecuzioni.

E' un libro triste, intenso, commovente. Un libro sulla rivoluzione che divora se stessa divorando i suoi uomini migliori. Sui sogni a cui si rimane attaccati. Sull'umanità preziosa, insostituibile, unica che si nasconde dietro ogni vittima di un crimine di massa.

Aleksej, il meteorologo. Aleksej, l'uomo che forse solo all'ultimo capì, corpo nudo in attesa della pallottola alla nuca. Aleksej, per me soprattutto il padre che alla figlia piccola - che non rivide mai più - non si stancò di inviare lettere colorate, disegni, indovinelli. Fino a che le lettere smisero di arrivare.

Bene che l'editore le abbia pubblicati, in questa edizione. Dicono più di tante altre parole. Misurano tutto lo scempio che è stato fatto. Aizzano la mia coscienza e mi aiutano a non scordare.

venerdì 28 ottobre 2016

Il romanzo della collina e dell'Italia che cambia

Comincia che sembra di stare dentro a una scena di Novecento di Bertolucci: la storia di una famiglia contadina ai tempi in cui dire casa e terra era uno dei modi di dire tutto. L'Italia rurale prima della guerra, prima di Pasolini e la scomparsa delle lucciole, prima del boom economico, dell'abbandono delle campagne, di Mike Bongiorno e i varietà in tv. 

Cascina della Sbercia, zona dell'Oltrepo, territorio di collina, che non è piana e non è montagna e per questo forse sta meno nel nostro immaginario, sempre che la collina non sia di per se stesso un marchio internazionale, come per il Chianti e le Langhe.

Anni Trenta, ecco la vita sempre uguale a se stessa della famiglia Mezzadra. Da qui parte la storia de L'erba che fa il grano di Paolo Repossi (Instar libri), bel libro di un autore che nell'Oltrepo vive e che dell'Oltrepo sta cogliere gli umori e  i sapori.

 Romanzo di collina, leggo in copertina: e mi piace. Come mi piace questa storia di una terra dove si piantano alberi per un matrimonio o una nascita e dove i figli sono braccia. Ogni pagina, almeno all'inizio, sa di erba tagliata.

Solo che il tempo non si ferma, neanche nello spazio di un romanzo. Il tempo va avanti, butta all'aria le carte, sovverte ciò che finora è sempre stato. Pochi anni e tutto cambia. La guerra, l'economia, la società. 

Come chiudere gli occhi e riaprirlo sull'altro mondo: i figli che erano contadini oggi lavorano in un autosalone. C'è la musica dei Beatles ed è già ora di andare a vivere in città.

Romanzo di collina, ma soprattutto romanzo di come è cambiato il nostro paese, con il suo cuore un tempo contadino. Il tutto raccontato con leggerezza, direi addirittura con la parola che sa farsi poesia. Romanzo in agrodolce. Romanzo che è passato e presente, per il futuro si vedrà. 

lunedì 24 ottobre 2016

Stoner, la vita più piatta diventa grande romanzo

Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplice domanda occasionale. I colleghi di Stoner, che da vivo non l'avevano mai stimato gran che,  oggi ne parlano raramente; per i più vecchi il suo nome è il monito della fine che li attende tutti, per i più giovani è soltanto un suono....

Arrivo buon ultimo a questo libro di cui tanti hanno parlato, senza risparmiare parole di cui largheggiamo anche con meno merito: rivelazione, capolavoro, caso editoriale. Arrivo buon ultimo, diffidente come sempre dei libri troppo acclamati, arrivo dopo aver confuso a lungo il titolo con il nome dell'autore e dopo essere passato per un altro suo libro, una vita dell'imperatore Augusto che è comunque grande letteratura.

Arrivo buon ultimo, ma non mi dispiace, perché è più facile sottrarsi al dovere della parola, della spiegazione, del giudizio. E godersi per intero Stoner di John Williams (Fazi editore) un libro che non delude ma che più di altri ha bisogno di silenzio.

La maggior parte degli scrittori, buttato giù il primo paragrafo del romanzo, avrebbero rinunciato - sottolinea Peter Cameron nella postfazione - A che scopo continuare?

Già, com'è che diventa romanzo la vita di William Stoner, docente universitario senza gloria e senza scandali, con la sua parabola priva di colpi di scena? E com'è che questo romanzo dove succede molto poco diventa un miracolo letterario?

Non ci sono fatti di sangue, riti satanici, battaglie politiche, anche il sesso è sotto la soglia del minimo garantito: siamo sempre in attesa di qualcosa, che però si traduce in altra attesa, mentre la vita scivola via, il tempo si accumula.

Stoner, come stone, pietra: e come pietra su cui non cresce niente pare la vita del protagonista. Eppure finiamo per amarlo, Stoner. Finiamo per riconoscerne l'umanità, per riconoscervi la stessa nostra umanità.

E in lui ritroviamo il nostro stesso destino, qualunque sia la la storia della nostra vita. In lui ritroviamo una vita che merita di essere vissuta, una vita più grande di tutte le apparenze, una vita che sa comunque nobilitarsi: sia per l'amore portato a una figlia, sia per gli occhi che si accendono nella passione dell'insegnamento.

venerdì 21 ottobre 2016

Se con l'Antigone possono tacere le armi

Questa volta non si trattava di recitare tre repliche di un teatro in un centro giovanile, ma di ergersi contro una guerra. Era sublime. Era impensabile, impossibile, grottesco. Andare in un Paese di morte con un naso da clown, riunire dieci persone senza sapere chi fosse chi. Prendere un soldato da ogni fronte e giocare alla pace. Andare in scena. 

Alzi la mano chi conosce Sorj Chalandon. Credo assai pochi, per ora: ed è un peccato. Nemmeno io ne avevo sentito parlare fino a qualche settimana fa. Poi al Festival della letteratura di Mantova, con il tutto esaurito agli incontri che avevo per la testa, mi sono imbattuto nel suo nome. Sorj Chalandon, francese, corrispondente per 30 anni di Libération, inviato in molte guerre e autore di reportage importanti sull'Irlanda del Nord e al processo a Klaus Barbie, il boia nazista.

Mi attendevo un incontro sulla sua carriera di giornalista più che navigato - meglio di niente - invece mi sono imbattuto in un romanzo che mi ha subito allettato.Titolo La quarta parete, pubblicato in Italia da Keller.  L'ho preso subito, alla libreria del festival, ho cominciato a leggerlo nel cuore della notte, ho fatto fatica a smettere.

E' la storia di Georges, giovane che viene dai sogni più estremi del maggio francese, per anni militante duro e puro deciso a inseguire la sua rivoluzione e per essa pronto alla guerra, convinto come molti all'epoca che c'è guerra e guerra.

Col tempo ha riposto nel cassetto molte illusioni, è diventato uomo di teatro e si trascina in una vita un po' così, direi di piccolo cabotaggio. Ma un giorno l'amico Samuel, regista greco fuggito alla dittatura dei colonnelli, gli chiede un sacrificio quale mai ha mai fatto prima. Lui è malato, non coronerà più il suo sogno, può pensarci Georges al suo posto?

Il suo sogno: rappresentare per una volta, per una sola volta, l'Antigone. Non in un tranquillo teatro parigino, ma nel Libano dilaniato dalla guerra civile - una guerra, tra l'altro, da cui sono discesi molti dei problemi che ancora ci attanagliano.

Sarà a Beirut, in ciò che rimane di un teatro sulla linea del fronte, sotto tiro da una parte e dall'altra. Con attori che sono palestinesi dei campi profughi (ricordate l'eccidio di Sabra e Chatila?), cristiani maroniti, drusi, sciti.... tutte le parti che si stanno massacrando, ma che per una sera, per quelle due ore, per quel lavoro teatrale che proverà a sostituirsi alla vita reale, magari riusciranno a far tacere le armi.

Mi fermo qui, non dico come va a finire. Vinceranno le leggi del cuore o quelle degli uomini indifferenti al cuore e al sangue? Però non poteva che essere l'Antigone, nei giorni dei cecchini e dei bombardamenti. Non poteva che essere la speranza della cultura, come possibilità di pace.

ps: La quarta parete del titolo è la parete invisibile che separa gli attori - e il palcoscenico - dagli spettatori e che fa sì che siano davvero sulla scene e nella storia. Ma forse la quarta parete è anche il sogno del teatro - della cultura - quale altra vita, altro mondo.

lunedì 17 ottobre 2016

Se la memoria è un canarino nella miniera

Mi perdo. Mi smarrisco a Katowice, eppure questa è la città dove sono nato e in cui ho trascorso la mia infanzia...

Ecco, sono questi i primi passi. E forse bisogna davvero smarrirsi per riannodare i fili. Bisogna davvero divagare con la testa e con i piedi per scoprire e riscoprire. Per rimanere in qualche modo fedeli al proprio passato e allo stesso tempo per guardare meglio avanti, grazie a quel passato. Soprattutto se è un passato doloroso e ingombrante quale può essere quello di una famiglia ebrea nella Polonia del Novecento.

Dopo aver tante volte apprezzato Wlodek Goldkorn sulle pagine dell'Espresso, ora incontro la sua storia in Il bambino nella neve (Feltrinelli), libro importante, profondo, coinvolgente. Libro di viaggio e più precisamente di ritorno, nella sua Polonia. Libro per ricordare ciò che è stato, libro sui destini di una famiglia, ma anche di un paese intero e di un popolo che di quel paese è stato parte importante.

E c'è la Polonia di prima della Shoah, con un mondo ebraico che non era solo quello dei villaggi, reso così diverso dalla nostalgia e dal rimpianto, ora che non c'è più. C'è la Polonia dell'occupazione nazista, di Auschwitz che è il cimitero di famiglia - Una preghiera? Non c'è niente di sacro ad Auschwitz - e dei campi di sterminio quali Treblinka e Majdanek di cui si parla molto meno perché sopravvissuti non ce ne sono stati. C'è la Polonia della rivolta del ghetto e di Marek Edelman, che per Wlodek è stato complicato maestro di vita. Ma c'è anche la Polonia che c'è stata dopo, quella sotto il socialismo, costruita sulle macerie della guerra contro i nazisti, eppure investita da spaventose ondate di antisemitismo: fino al pogrom e poi alla cacciata di tanti ebrei - Avevo quindici anni e diventai uno straniero in patria, un nemico interno, una quinta colonna. Straniero due volte, in un paese dove un mondo era già scomparso.

Da Katowice a Firenze, è stato lungo il viaggio di Wlodek: ancora più lungo, se non si misura con i chilometri, ma con le lacerazioni dell'anima, i disorientamenti della cultura, il lavorio delle emozioni.

Ma in questo viaggio - e questo è un grande libro di viaggio, nello spazio e nel tempo, non un diario o un memoir - c'è modo per crescere, per capire, per allargare lo sguardo, perfino per trovare le parole giuste. Per far sì che la memoria serva davvero al nostro presente.

Si dice che una volta si portavano nelle miniere i canarini, uccelli sensibili ai gas. I canarini avvertivano i minatori quando la catastrofe era imminente. Ecco, per me la memoria significa essere un canarino nella miniera, dare l'allarme quando sento l'acre odore del razzismo.

Non per vendetta, non per vivere con le spalle voltate indietro. Ma per il nostro sentirsi uomini oggi. 

giovedì 13 ottobre 2016

La scienza raccontata ai tempi di Facebook

 A scuola, ricordo, era un supplizio. La materia da scansare, sul serio, magari contando sulla clemenza dell'insegnante di turno. La chimica: incomprensibile e mortalmente noiosa, come quel manuale di cui mi sono liberato alla svelta.

Questa convinzione sulla chimica - e per la proprietà transitiva, anche sui chimici - me la sono portata dietro più o meno fino all'altro giorno. Poco importa che anche uno come Primo Levi sia stato un chimico, senza far niente per nasconderlo. Succede, nella vita.

Poi l'altro giorno sono incappato in questo libretto, dal titolo già singolare: Diario social di un rettore. Sottotitolo ancora più singolare: La chimica nel paese di Facebook. Autore Luigi Dei, rettore dell'università di Firenze: che è  dettaglio non da poco, perché uno sarebbe portato a considerare un rettore - anzi, un magnifico rettore - un personaggio che abita un altro pianeta. Un po' come il chimico: e Luigi Dei, per l'appunto, è chimico e rettore insieme.

Ho messo le mani avanti, ma solo per dirvi che questo libro - un piccolo grande libro - non è un trattato di chimica, ma una raccolta di post pubblicati su social da un docente universitario che su Facebook pare cavarsela non meno di molti suoi studenti. E già questa è una scommessa vinta: pensate, fare divulgazione scientifica sui social....

Ma poi sfogliatelo questo diario: altro che strane formule, parla di bolle di sapone, di fuochi di artificio, di patatine fritte, di collant. Parla di tutto ciò che ci circonda. Parla dei misteri che a volte sono tali solo perché su di essi non coltiviamo la nostra curiosità. Parla della materia di cui tutto è fatto e dell'avventura della mente che su di essa si interroga.

E accanto ogni post - pensate - c'è perfino un QR code per accedere a un brano musicale che a quel post, a quel lampo di luce sulla scienza, si associa. Incredibile, nella nostra testa possiamo combinare elettroni e Mozart, polimeri e Bruce Springsteen.

Che dire? Sapete che la chimica quasi quasi mi piace?


lunedì 10 ottobre 2016

Tra Merlino e il Santo Graal, il romanzo all'inizio dei romanzi

Pensare che è il primo romanzo in prosa nella storia della lingua francese: roba, pare, a uso e consumo di appassionati di filologia, comunque di studiosi seri. Pensare che il titolo basta a destare un ovvio timore reverenziale. Il Libro del Graal: roba, è evidente, da malati di strani esoterismi.

Diciamolo pure, se non fosse stato per il mio viaggio di quest'estate in Galles e Cornovaglia, sulle orme di Re Artù e dei suoi cavalieri, da questo libro mi sarei tenuto ben alla larga. Diffidandone con tutto il cuore.

Però è così: sono tornato e ho deciso di dedicare questo autunno, forse anche l'inverno alle storie del Re dei Britanni, con tutto quello che ne discende: compresa l'estenuante ricerca del Santo Graal. Per questo mi sono imbattuto anche in questa opera di Robert de Boron, scrittore di Francia, anzi, di Borgogna, dell'epoca della cavalleria e delle crociate.

E alle sue pagine mi sono avvicinato come chi se ne sta al bordo della piscina e sfiora l'acqua con le dita del piede, perché non sia mai, magari è troppo fredda. Per poi trovarmi di colpo in acqua e nuotare,  a nuotare con il freddo che se c'è stato ora se n'è andato via.

E ho letto di Giuseppe di Arimatea, primo custode del calice che raccolse il sangue di Cristo. Ho letto di Merlino, nato dall'unione di una donna e del diavolo, dotato del dono della profezia e della metamorfosi, profeta del Graal e guida di Artù. Ho letto dei cavalieri della Tavola Rotonda, delle loro peripezie, dei loro duelli, dei loro viaggi per mare e per terra. Ho letto infine di Perceval, il più indomito ma soprattutto il più puro di tutti, che arrivato al Graal una prima volta se ne dovrà tornare indietro perché non ha posto la domanda che doveva porre. Ma che in seguito - dopo aver ancora tanto cercato e penato - del Graal potrà diventare l'ultimo custode.

Sorprendente, coinvolgente, enigmatico, anche a prescindere dal misticismo che lo pervade: un romanzo, un vero romanzo. Alla fine da quella piscina non avrei voluto uscire.

sabato 8 ottobre 2016

In compagnia di Erodoto, primo reporter della storia

Ryszard Kapuscinski, si sa, è stato un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come modo per perdere le proprie certezze confrontandole con quelle altrui.

La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.

Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra.

Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.

Dopo Ebano, qualche tempo fa mi è capitato di riprendere in mano In viaggio con Erodoto, un altro libro di questo grande "giornalista viaggiatore" che è insieme una finestra sul mondo, una lezione di etica, una dichiarazione di amore per la varietà delle storie e delle culture, un dialogo con se stesso. Ma anche un confronto con il compagno di viaggio che ha accompagnato il nostro fin da quando, giovane senza arte nè parte cresciuto nella grigia Polonia socialista, ha avvertito impellente la necessità di guardare cosa c'era oltre la frontiera: Erodoto, appunto.

Già, perché questo antico greco non fu solo e semplicemente uno storico, fu l'uomo che non si accontentò di quanto gli dicevano altri, che piuttosto volle andare a vedere e toccare con mano.

Erodoto, primo reporter della storia. Erodoto al fianco di Kapuscinski e di quanti, ancora oggi, sono consapevoli che "se non si va, non si vede".

giovedì 6 ottobre 2016

In Polonia, per vedere se di là è meglio

Due sono i modi di stare al mondo: da pellegrini o da viandanti. I primi hanno un traguardo sicuro. I viandanti invece perdono quasi subito la strada maestra.

Francesco M. Cataluccio certamente appartiene alla seconda categoria. E' viandante che smarrisce la strada maestra ma proprio per questo può percorrere le molteplici strade che solcano una terra. Si perde, ma proprio per questo scopre ciò che non era in programma, incontra e accoglie, spinge lo sguardo sempre oltre, dietro l'angolo, all'incrocio. Non si sa dove finirà per arrivare, ma intanto è in cammino.

I fratelli si ricevono in sorte, gli amici invece si scelgono. Questo vale anche per le città, afferma all'inizio di Vado a vedere se di là è meglio, libro meraviglioso pubblicato per Sellerio, in cui racconta la vita trascorsa tra la Polonia e l'Europa Centrale.

Lo afferma all'inizio, quasi a voler riassumere il senso di un viaggio che è scoperta, rivelazione. Lui che nasce e studia a Firenze ma che in un gelido febbraio del 1977 approda a Varsavia, sentendosi subito come un topo nel formaggio. Ma come, Varsavia? Quella città distrutta dalla guerra e intristita dal socialismo reale, dove solo la vodka pare possa strapparti al freddo e alla noia?

Si, proprio Varsavia. Come un trampolino da cui tuffarsi per immergersi in un mondo, che certo non è il mondo a cui guarda la quasi totalità dei suoi coetanei.

Ma c'è letteratura - tanta - c'è arte, c'è storia. Ci sono incontri con personaggi straordinari, alcuni presenti in carne ossa, altri da incontrare nelle loro pagine, da amare, magari da tradurre in italiano, come Witold Gombrowicz e Bruno Schulz. Ci sono poeti, giornalisti, sognatori, viaggiatori sempre pronti alla scommessa, che è la scommessa che dà il titolo al libro.

Ed eccolo questo libro, che mette insieme luoghi abitati e geografie letterarie, architetture e aneddoti, vicino e lontano. Non ci crederete, ma a me ha trasmesso le stesse emozioni di lontane letture di Claudio Magris e Angelo Maria Ripellino. E come con loro ho viaggiato nei luoghi, nel tempo, attraverso le parole.

lunedì 3 ottobre 2016

I treni che attraversavano le nostre vite

E' un movimento magnifico che bisogna aver sentito per rendersene conto. Di una rapidità inaudita... Le città, i campanili e gli alberi danzano e si mischiano follemente all'orizzonte...

Così Victor Hugo scriveva in una lettera alla moglie, raccontando la folle e sconvolgente esperienza di un viaggio in treno da Bruxelles ad Anversa, sulla prima strada ferrata dell'Europa continentale. Era l'Alta Velocità di allora, cinquanta chilometri all'ora che erano sfida, sogno, azzardo per un mondo che fino a quel momento si era mosso con le carrozze a cavallo.

Insieme a quell'altra fenomenale invenzione - l'illuminazione elettrica che nelle case e nelle strade ha cambiato persino il rapporto tra il giorno e la notte - nient'altro come il treno ha dato senso e forza alla nostra idea di progresso. Anzi, è stato il progresso, finché progresso c'è stato: fiducia, ottimismo, rapidità, tecnologia ma anche emozione.

Quante cose sono cambiate da quando Victor Hugo ha scritto quelle righe. Abbiamo davvero l'Alta Velocità capace di portarci in poche ore da Roma a Milano, ma intanto i treni hanno patito la concorrenza di auto e voli low cost, hanno battuto in ritirata, hanno lasciato dietro di sé stazioncine abbandonate e linee secondarie abbandonate come rami secchi.

Erano la quintessenza del progresso, i treni, oggi sembrano argomento per pochi strampalati appassionati, roba da rievocazione storica. Meno male, allora, che ci si può imbattere in un libro come Il fascino del treno di Romano Vecchiet, bibliotecario di Udine esperto di locomotive.

Il fascino del treno, piuttosto che la sua storia. Divagazioni su binari e stazioni piuttosto che un saggio su un mezzo di trasporto. Perché i treni, che comunque sono sempre stati grandi testimoni della nostra storia, sono i libri che ha ispirato e i libri che è bello leggersi in viaggio. Sono gli scompartimenti dove ci si sedeva e ci si guardava uno di fronte all'altro e ogni tanto si attaccava anche discorso. Sono la possibilità di incontro, a volte persino una possibilità di cambiarci la vita. Sono le notte in cuccetta, l'idea di svegliarsi all'alba in un'altra città, in un paese di lingua diversa. Sono i pasti consumati in carrozza ristorante e le attese di una coincidenza su una panchina. Sono l'Inter Rail di quando ero ragazzo e con poche lire collezionavo tratte e abbracciavo l'Europa.

Divagazioni, appunto, che ben figurano nella collana Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo. Con tanta nostalgia e qualche spicchio di speranza, perché mica è detto che tutto debba sempre finire e basta. A volte le emozioni si accompagnano al buon senso. All'idea di un paese che anche così potrebbe essere migliore. 

giovedì 29 settembre 2016

Firenze e i luoghi a cui gli scrittori danno voce

E' il ragazzo che vi guarda all'interno della basilica di Santo Spirito, che c'è da sempre e che da sempre spinge il suo sguardo oltre le mura delle chiesa, fino alla gente che affolla la piazza, fino ai banchi del mercato e ai turisti seduti ai tavolini.

E' l'uomo che entra a Palazzo Medici Riccardi per una breve visita e ne esce anni e anni più tardi, dopo esser stato rapito da sogni e visioni che gli hanno consentito l'incontro con Lorenzo il Magnifico, Michelangelo e gli altri grandi del Rinascimento fiorentino.

E per ora sono arrivato qui, ai primi due racconti, rispettivamente di Valerio Aiolli e di Enzo Fileno Carabba. Intanto altre voci si sono aggiunte, in libreria ci sono già anche Marco Vichi e Anna Maria Falchi, mentre in rampa di lancio ci sono Leonardo Gori, Emiliano Gucci, Divier Nelli, Lorenzo Chiodi, che è come dire un bel pezzo del mondo della scrittura fiorentino e toscano.

Però non è per appassionati di storie minimi e locali, la nuova collana Narrare humanum est, proposta da Firenze Leonardo, casa editrice collegata a Clichy.
Collana - spiegano Marco Vichi e Sergio Risaliti, che l'hanno ideata e ora la dirigono - che nasce dall'idea che ogni cosa può essere attraversata dalla narrativa, anche i luoghi storici, gli antichi spazi urbani, i monumenti.

Ecco, questo mi piace, questa è l'idea che mi convince. Far sì che i luoghi della storia e dell'arte non finiscano solo in guide e i libri specialistici, ma si facciano racconto, invenzione, creazione di arte suggerita e ispirata da essi stessi. Far sì che gli scrittori coltivino nuovi sguardi, nuove capacità di narrazione, guardandosi intorno, annodando altri fili con la città che abitano.

E Firenze, splendido banco di prova per tutto questo.

lunedì 26 settembre 2016

Lombrichi e uva passa per una vita di talento

Ecco tutto quel che occorre, magari insieme a una certa serenità e al dono di sapersi rallegrare delle piccole cose, qualche volta anche proprio di niente.

Mi aveva già stregato con L'arte di collezionare mosche, Fredrik Sjoberg, ora si ripete con un altro libro dal titolo improbabile, Il re dell'uvetta, proposto ancora una volta da Iperborea. Con lui sembra proprio di uscire di casa con un retino per la caccia alle farfalle, non sapendo bene cosa succederà davvero. Magari quel retino si userà solo per provare a catturare la luce che sorprende le cose e le rende più incantevoli.

Entomologo, scienziato affabulatore, collezionista di insetti con lo spirito dell'artista, uomo catturato da sogni quali la possibilità di scrivere la storia naturale delle notti d'estate, questa volta il nostro ci spinge a inseguire la vita di tale Gustaf Eisen, personaggio oscuro e multiforme vissuto a cavallo di Ottocento e Novecento tra Svezia e California.

Eisen era uomo di grande talento, messo al servizio di singolari passioni. E anche uomo capace di inventarsi più volte la sua vita. Da zoologo è stato uno dei più grandi studiosi di lombrichi - e come dimenticare la vocazione allo studio delle mosche di Sjoberg? Però è stato anche grande viaggiatore, consulente di Darwin, amico di Strindberg, pioniere della coltivazione dell'uva passa in California, collezionista di tessuti maya del Guatemala, ecologista che per primo ha evocato la necessità di tutela delle sequoie, sedicente scopritore dell'oggetto che più di tutti ha destato fantasie e ossessioni, il Santo Graal... Basta?

Genio ed eccentricità, questo è stato Eisin e questo è ciò che ci racconta Sjoberg, che parlando di Eisin, parla spesso anche di se stesso e delle sue passioni. Bizzarre e marginali, ma capaci di abitare un cuore, magari fin dall'adolescenza.

Tanto quello che conta è starsene fermi ad aspettare le storie. Prima o poi - dice - tutto sembra far parte di uno stesso puzzle. Tanto la felicità può celarsi dove meno ci si aspetta, dove c'è il niente piuttosto che il tutto.