sabato 23 luglio 2016

La Cornovaglia e il corvo di re Artù

Ha cominciato il suo volo nella stagione indefinita del mito, quando il suo corpo è diventato l'involucro che ripara l'anima di re Artù. E', si dice, la ragione per cui i corvi volano per il cielo d'Inghilterra indisturbati, nessuno li tocca, ignorando quale di loro sia il mitico sovrano che un giorno tornerà in fattezze umane a regnare sul paese.

Che bello il viaggio immaginario che rileggo in un vecchio numero di Tuttolibri. Marta Morazzoni lo dedica a una delle terre che più di tutte pare svanire dietro le nebbie dei tempi remoti e delle leggende, la Cornovaglia. Dimostrazione, ancora una volta, che ci sono molti modi di viaggiare; e che uno dei migliori è senz'altro conquistarsi un posto sul tappeto volante dell'immaginazione.

Tra qualche giorno mi spingerò in quella punta estrema dell'antica Britannia, protesa nell'Atlantico con la determinazione di un Occidente che non accetta niente oltre di sé: è la prima volta. Eppure in Cornovaglia mi pare di essere stato molte altre volte, sfidando gli scogli battuti dall'Oceano e molte altre insidie. Ho inseguito re Artù senza mai sospettare che potesse essere un corvo che volava alto. Mi sono accompagnato ai cavalieri della Tavola Rotonda. Ho cercato la mia Camelot, reggia fantastica che è un po' il Santo Graal dei castelli.

Per quello che valgono i buoni propositi, questo inverno voglio anche rituffarmi nei romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, così da ritrovarmi con vecchi amici quali Lancillotto e Percival.

E insomma, vedremo: ma è bello che esistano terre straordinarie anche solo per ciò che evocano.

Ps: a proposito di corvi e di Cornovaglia, come non dimenticare anche Gli uccelli di Daphne du Maurier, da cui il grande Hitchcock trasse ispirazione per uno dei più terribili incubi cinematografici? Ci sono molti modi per viaggiare, ma anche molti modi in cui i sogni possono declinarsi...

giovedì 21 luglio 2016

Tucidide, il mestiere dello storico malgrado l'uomo

Tucidide, per diversi e anche per il sottoscritto un nome piuttosto ispido e parecchie imprecazioni nei lontani tempi del liceo, per quelle versioni dal greco tutte in salita.

Così è, ma se qualcuno volesse saperne di più ecco un libro di Luciano Canfora, edito da Laterza, che ci dice molto, perfino troppo. E che, nella giungla delle fonti e delle molte interpretazioni che dell'uomo ci sono state date, ci restituisce anche il fascino e l'importanza dello storico.

Uomo di parte, Tucidide, discendente di famiglia importante nell'Atene del quinto secolo, personaggio di primo piano della politica, uomo con le mani in appalti e altri affari non del tutto trasparenti. Eppure in primo luogo storico. E storico di un genere particolare: non si tuffa in un passato lontano e ormai anestetizzato dal tempo trascorso, ma racconta esclusivamente ciò che avvenne ai suoi tempi.

E' lui che ci descrive con minuzia gli anni della guerra tra Atene e Sparta. Lui che mette al servizio della storiografia con un lavoro senza precedenti la geografia, l'economia, la scienza militare. Lui che  prova a individuare torti e ragioni, a volta costringendosi a risalire le correnti avverse delle appartenenze. Lui che prova a ricostruire i fatti senza le lenti distorte delle passioni.

Vai a sapere che uomo era davvero, Tucidide, come si comportò nella Grecia dei colpi di mano, delle disfatte in battaglia, dei tradimenti. Il sottotitolo del libro di Canfora - la menzogna, la colpa, l'esilio - qualcosa ci dice.

Eppure, pensate, fu questo ricco signore ostile alla democrazia a raccontarci per filo e per segno la
democrazia ateniese. Le cose, in fondo, non erano andate male sotto Pericle. Anche se forse più che la sostanza della democrazia erano state salvaguardate le forme.

Allo stesso modo fu lui, Tucidide, a indicarci i pericoli di una democrazia affidata solo alle maggioranze assembleari, dove chi ha ragione è spesso perdente. E raccontarlo non fu facile. Forse accompagnò le sue parole con un sorriso amaro o forse no.

Non so che uomo sia stato davvero, Tucidide, al di là di tutte le illazioni che non poteva non alimentare. Ma mi piace pensare che in lui si incarni lo storico quale essere: fedele a un lavoro di verità, malgrado tutto, malgrado anche se stesso.


lunedì 18 luglio 2016

Emile Zola e le parole di cui un paese ha bisogno

Ed è volontariamente che mi espongo. Quando alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore nè odio.... E l'atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l'esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice

Che parole sono queste, parole da scolpire nei cuori, parole che non sono retorica, ma che piuttosto impongono scelte, esigono comportamenti, sottraggono la possibilità della quiete interessata, che sa ma preferisce non sapere, che piuttosto distoglie lo sguardo.

Non sono retorica, per lo meno non lo sono state, perché proprio queste parole un tempo sono state grido che ha smosso le coscienze, chiamato all'esercizio della responsabilità, ripristinato il sentimento della giustizia. Sono tratte dal J'accuse di Emile Zola, uno dei più grandi esempi della cultura che sceglie il coraggio e la verità. Di uno scrittore che scorge e riconosce il punto di svolta, il crinale oltre il quale le cose non saranno più come prima. Che scende in campo perché sa che salvare un uomo - nel caso Alfred Dreyfus, l'ufficiale francese vittima di un'atroce macchina accusatoria - significa salvare un'intera civiltà.

Mi sa che in un paese normale le pagine di Zola sarebbero coltivate come patrimonio universale, da insegnare nelle scuole, assieme per esempio alla lettera sulla compassione di Rosa Luxemburg. E invece, sarà un caso che in Italia da molti anni non fossero ristampate?

Ci ha pensato ora la Giuntina: e queste sono le cose che ti fanno pensare a quanto possano essere preziose piccole case editrici senza ambizioni da classifiche di best seller. Con la prefazione - sarà anche questo un caso? - di Roberto Saviano:

Esistono storie, come questa, che quando le incontri non puoi cacciarle da te. Emile Zola mi ha insegnato che quando una storia ti entra dentro, tutto cambia. E non puoi riferirla, raccontarla, scriverne senza che i tuoi lettori sappiano tu da che parte stai

Parole da tenere di conto. Parole buone per un intero paese.

giovedì 14 luglio 2016

Tanto tempo fa, le vite che erano

Sono nato tanto tempo fa.

E' questo il primo rigo di Genealogia, l'opera con cui Izrail Metter, ebreo russo che ha attraversato tutto il Novecento, prova a mettere in ordine ciò che gli rimane del tempo.


Quanto potrebbe raccontare. Assai più, in effetti, di quanto ritroviamo in questo libro smilzo uscito per Einaudi. Assai più, se solo questa intendesse essere una autobiografia o un saggio storico.

Figurarsi, con tutto quello che Metter ha visto, fatto, subito, da uomo che arriva da quel mondo ebraico orientale spazzato via da Hitler, che ha conosciuto l'Unione Sovietica di Lenin e dei poeti della Rivoluzione, che ha resistito all'assedio di Leningrado, che è sopravvissuto allo stalinismo....

Eppure più che un filo da seguire, qui c'è bisogno di scavo. Di tornare indietro, di scavare, di oltrepassare il resoconto dell'esperienza, oppure di illuminare la propria esperienza con ciò che c'era prima e da cui in qualche modo discendiamo.

Genealogia, appunto. Genealogia che è mistero, buco nero, lapide che conclude le vite che ci hanno preceduto. Non fosse per qualche bagliore che ancora arriva a noi. Non fosse per il poco che avanza.

Come quella foto del bisnonno, un altro mondo e due o tre epoche prima. Una foto di metà Ottocento, che vai a sapere come non si sia persa. Un vecchio triste, pensoso, che indossa il soprabito a lunghe falde che era degli ebrei polacchi e galiziani. Siede con una mano poggiata sopra un ginocchio e l'altra su un grosso libro aperto.

Proprio questo libro - scrive Metter - aveva acceso la mia immaginazione.

Quel libro, esibito con orgoglio, è la dimostrazione che da tempo immemorabile nella sua famiglia si sapeva leggere. E si leggeva.

Un bagliore dal passato. La vita che non c'è più ma che ancora lancia un richiamo, come la luce di una stella ormai fredda. Riverberi della memoria, incanti, empatie. Ciò che oggi noi siamo.

lunedì 11 luglio 2016

Le parole che gonfiano le vele del mito

Non fatevi ingannare dal titolo - Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio - o meglio, sintonizzatevi con questo titolo, che prova a mettere insieme ironia e avventura, leggerezza e voglia di andare a vedere cosa c'è di là, perché, come recita la saggezza popolare, se non si va non si vede.

Titolo curioso per un libro curioso, che Riccardo Ferrazzi pubblica in una collana curiosa, Bassastagione, dell'editore Fusta di Saluzzo. Opere - a cura di Marino Magliani e Stefano Costa - capaci di mettere insieme geografie umane e paesaggi letterari, scommettendo su una singolare qualità.

Se volete capirne di più, ecco anche il sottotitolo, certo più esplicativo: Breve discorso sul mito. Ma anche in questo caso non fatevi ingannare. Questo non è un saggio denso e faticoso, su un tema che peraltro è tra i più importanti e intriganti che hanno accompagnato la storia dell'umanità.

Perché i miti - ci spiega Ferrazzi - contengono la prima manifestazione della nostra civiltà, sono il repertorio dei nostri vizi e dei nostri valori, la cartina tornasole del coraggio e della sofferenza. Per comprenderli bisogna in un certo modo mettersi in viaggio e rendersi disponibili all'avventura.

E dunque, questo è il viaggio che Ferrazzi ci propone. Dai miti della Genesi, della Cacciata dal Giardino, del Diluvio Universale - con quel senso di colpa che è il più primordiale dei sentimenti. Fino al mito dell'Isola Felice, dell'isola che non c'è ma che l'uomo ha costantemente cercato, da Dante a Cristoforo Colombo.

E quante storie che ci sono in mezzo. Mesopotamia ed Europa medievale, Inferno e Paradiso, Don Giovanni e Don Chisciotte.

E' una caccia al tesoro questo libro, un'indagine per fare luce sui luoghi remoti da cui un giorno siamo salpati e a cui forse un giorno ritorneremo.

Basta salpare, basta alzare le vele e lasciarle gonfiare ai venti delle parole.


giovedì 7 luglio 2016

Congo, questa è la nostra storia

Me l'avevano caldamente consigliato, solo che non ci credevo. Come si fa a leggere un libro sul Congo di quasi settecento pagine? Cosa ci sarà mai da raccontare sul Congo? E soprattutto, cosa c'entro io col Congo?

Ecco, domande così, giusto per mettere le mani avanti. Giusto per staccare un attimo, prendere fiato e azzardarmi in questo giudizio: signori, era vero, Congo di David Van Reybrouck è un capolavoro. Un libro da leggere e da regalare, a dispetto di tutto. Un libro che ci insegna come si può raccontare la storia di un paese, con tutte le storie che ci sono dentro. Mica solo quelle di un dittatore sanguinario, di qualche guerra incomprensibile e di un pugile che non era solo un pugile - si chiamava Muhammad Alì - che a Kinshasa entrò nella leggenda. 

Prima di tutto è una questione di sguardo. E' questione di sguardo sul nostro sguardo. Dici Congo e pensi a un esploratore che si chiamava Stanley, al celeberrimo "Dottor Livingston, suppongo?", galateo britannico in mezzo alla giungla, pensi a quell'incontro e al fatto che tutto sembra cominciato in quel modo. 

Bizzarro, però, cominciare la storia del Congo con un europeo, quando è qui cominciata la storia  dell'uomo.... E che bravo Van Reybrouck ad azzardare un colpo di occhio su ciò che c'è stato prima, per quanto se ne possa sapere, nel silenzio di ogni parola... "Allora non sapevamo che nel mondo esistessero persone con un colore della pelle diverso dal nostro... "

Questione di sguardo sul nostro sguardo, appunto. Il Congo, così remoto, così a parte, una sua storia, certo, ma una storia che non ci riguarda. E invece, ecco qui: la colonia personale del re del Belgio, il suo caucciù e il suo uranio che cambiano l'economia del mondo. Il crack di Wall Street del 1929 che arriva sin qui, le due guerre mondiali che anche il Congo combatte - perfino nelle trincee europee - e un vittoria sull'esercito fascista che fu uno dei peggiori - e più dimenticati - disastri del colonialismo italiano....

Solo per dire qualcosa, solo per dire che Congo è un grande mare in cui ci si può immergere e trovare l'insospettabile: fili che legano gli anni e che ci riportano a noi. 

Poi arrivate in fondo e capite finalmente che perfino la parola globalizzazione ha trovato un altro senso, che per capirla non importa andare a lezione dai grandi dell'economia. 

lunedì 4 luglio 2016

Tutti dormono sulla collina, come a Spoon River

Tutti, tutti dormono sulla collina.

No, non sono le poesie di Edgar Lee Masters e nemmeno li versi di un indimenticabile disco di Fabrizio De Andrè. Sono le parole di un libro che fa paura da quanto è grande e massiccio, pare un mattone, eppure può entrare nei vostri giorni come l'acqua del rubinetto, tenervi compagnia fino a pretendere un posto sul comodino accanto al letto.

Dormono sulla collina di Giacomo di Girolamo (edizioni Il Saggiatore): non fatevi impaurire dalla mole, dalle milleduecento pagine e più. Scivolano via, le pagine, come le vite che provano a fermare per un istante, le vite dopo la morte, le vite dopo che i riflettori si sono spenti.

Centinaia di storie che si incrociano, sulla collina. Centinaia di persone che provano a prendere la parola e a raccontare quello che sono stati, il destino che hanno avuto in sorte. Di loro ciò che rimane è questo, le parole che potrebbero occupare una lapide, una frase o due strappata al silenzio, la manciata di minuti che possono pretendere dalla nostra attenzione.

Eppure c'è tutta la storia di Italia che abbiamo appena dietro di noi, sulla collina. Storia prevalentemente tragica, quando non ridicola. Bombe, trame, esecuzioni. Misteri e vergogne. Una lunga terrificante striscia di sangue e tanti nomi inghiottiti come corpi che spariscono in una tempesta, senza che dopo ne rimanga niente.

Anch'io, quante cose, quante persone, ho dimenticato negli anni. Di quante forse non ho saputo nulla nemmeno ai tempi.  Ritrovo tutto qui, sulla collina.

Opera enciclopedica, si è detto. Non so se sia la definizione più giusta, in fondo è solo il colpo d'occhio che è facile sulla collina, dove tutti finiscono prima o poi, i giusti e gli gli ingiusti, i poeti e gli assassini.

Però davvero, non fatevi spaventare. Questa è la nostra Spoon River. Non c'è conclusione, sulla collina. Non c'è ordine. Tenetevelo accanto, questo libro. Ogni tanto apritelo, a caso. E' da lì che si ricomincia, sempre.


venerdì 1 luglio 2016

L'Olanda, i pittori e i libri che sono strada davanti a te

Le parole che gettano ponti, che creano possibilità di condivisione, che talvolta si fanno scrittura e addirittura libro. E che nei libri vivono e rivivono ogni volta che potranno incontrare un lettore.

Non solo lettere – magari d'amore – come nel quadro gemello di Gabriel Metsu, quello con la destinataria della lettera scritta dal giovin signore, seduta in una stanza inondata di luce, mentre una cameriera tira la tenda di una finestra che si spalanca su un mare agitato – restino fuori le vicissitudini della vita e i turbamenti dello spirito.  

Ma libri, uomini e donne assorti nella lettura di libri.

Per esempio la Vecchia signora che legge di Gerrit Dou. Se si segue lo sguardo dell'anziana sembra di poter riconoscere le lettere della pagina della Bibbia, nitide come le screpolature della mano che avvicinano il volume al volto.  

Gerrit Dou era stato apprendista di Rembrandt e si fece conoscere per la minuzia delle sue opere. E allora perché non ricordare, di Rembrandt, la sua Sacra famiglia di notte


Però tra tutti a me colpisce soprattutto la Donna che legge di Pieter Janssens Elinga, pittore di cui si ignora quasi tutto ma che si presume sia stato anche musicista. Sarà per questo che le sue scene di vita quotidiane paiono dotate di una particolare armonia.

Non è una signora, a essere colta dal pittore, mentre legge. Ma una servetta, una di quelle presenze taciturne nelle case dei benestanti, che in altri quadri vediamo versare il latte o lavare i panni. È seduta, girata di spalle. Immersa in un libro che si presume non sia una dotta dissertazione sull'astronomia o la teologia, piuttosto un romanzo cavalleresco. Uno dei best seller dell'epoca, insomma. Peccato che non ci fosse ancora qualcosa di simile a un bell'Harry Potter. In ogni caso la lettura l'ha rapita alle faccende domestiche. Si capisce che la padrona è via e che lei, la servetta, sta approfittando della sua assenza. Che dire della fruttiera appoggiata sulla sedia? E soprattutto delle pantofole abbandonate in mezzo alla stanza?

Chissà se di tutto questo dovrà rendere conto, al ritorno della padrona. Però, come mollare il libro ora, sul più bello?


Non sono solo riparo alle tempeste del mondo, le parole scritte. Possono essere anche altro, insubordinazione, atto di giustizia, presenza che invoca i suoi diritti. 

Possono essere strada che chiede solo di essere imboccata e percorsa, poi si vedrà. Come noi ora. Dai, Ernesto. Partiamo. 

(da  L'Olanda è un fiore, Ediciclo editore)

mercoledì 29 giugno 2016

Troppa felicità e quello che succede dopo

E' sempre lei, straordinaria nella dimensione di racconti che per densità e profondità potrebbero essere grandi romanzi, capace di scrivere con la scioltezza di un pittore ispirato,  ogni pennellata una nuova luce sulla nostra umanità. Alice Munro, canadese, premio Nobel qualche tempo fa, per quanto questi riconoscimenti possano contare qualcosa. Per me significano poco, quello che mi importa è la capacità delle pagine di catturarti e non lasciarti più.

Mi mancavano, i dieci racconti della raccolta Troppa felicità (Einaudi). Dieci storie, dieci luci che si accendono su mondi, che irrompono nella quotidianità di famiglie, di comunità di provincia, di esistenze che potrebbero passare per serene, quasi soddisfatte. Qui ci sono persino padri che uccidono i loro figlioletti in un raptus o figli che fanno fuori anziani genitori per una casa. Però potrebbero anche non esserci, perché poi è altro che alimenta la narrazione di Alice Munro, ciò che sta alla superficie ma soprattutto ciò che si agita dentro; illusioni che vengono meno, improvvise prese di coscienza, attimi di straniamento che cambiano tutto, amori che vengono meno non si sa come, pulsioni che incitano alla bugia o a sottili crudeltà.

Racconti da cui ho fatto fatica a separarmi. Più una sorpresa, l'ultimo racconto, quello che dà anche il titolo alla raccolta, inatteso perché con un'ambientazione storica e con una protagonista scovata tra le pagine di una biografia, Sofia Kovalevskaja, donna e matematica russa, con le sue vicissitudini nell'Europa dell'Ottocento.

"La verità è che la matematica richiede molta immaginazione", diceva Sofia. Mi emoziona a pensare alla potenza dell'immaginazione che accomuna quella donna dell'Ottocento ad Alice Munro.

lunedì 27 giugno 2016

Sognando l'Australia insieme a Bill Bryson

 Solo sei mesi prima questa mi sarebbe sembrata la più deprimente delle punizioni immaginabili: guidare all'infinito attraverso un paesaggio in gran parte caldo, arido e vuoto. Ma adesso lo capivo benissimo. Tutto quel vuoto e quella luce abbagliante hanno una qualità seducente di cui potete non stancarvi mai: un pensiero stupefacente.

Ci sono arrivato in ritardo, ma ci sono arrivato. Con tutti i libri di Bill Bryson che in questi anni ho divorato, sempre con grande godimento, mi mancava proprio questo, In un paese bruciato dal sole. L'Australia. E vai a sapere perché l'avevo lasciato da parte, quasi avessi temuto il passo falso dell'autore che piace sempre o quasi sempre. Meglio seguirlo, il vecchio Bill, mentre è alle prese con i suoi vagabondaggi per la vecchia Europa o l'ancora più vecchia Inghilterra, mentre insegue l'ombra di Shakespeare o mentre si azzarda a riassumere in un solo libro - ancorché voluminoso - la storia del mondo.

E poi, a pensarci bene, che cosa poteva mai importarmi dell'Australia? Così remota, l'Australia, per di più senza esserlo davvero: mica un paese che sembra appartenere a qualcos'altro, come la Patagonia o il Bhutan, un paese che è distante ma dove alla fine si parla inglese e si appartiene al Commonwealth. L'Australia può forse essere un paese da sognare ma non da concepire per un viaggio: qualcosa del genere lo diceva il grande Pessoa.

Ovviamente era una gigantesca cantonata. Forse anche un alibi, di cui lo stesso Bill prende atto fin dall'inizio, quando rammenta che prestiamo un'attenzione scandalosamente scarsa ai nostri cari cugini degli antipodi e che soprattutto gli americani dimostrano un livello di attenzione che non è molto superiore a quello per la Bielorussia o per il Burundi. Solo per dire: chi mai si è accorto che anni fa il primo ministro australiano è stato portato via da un cavallone mentre passeggiava su una spiaggia e di lui non è stato più ritrovato niente?

Terra pericolosa, l'Australia. Terra di serpenti e ragni micidiali, di squali e altri animali assassini. Terra prosciugata da un sole infernale, terra vuota, di distanze inimmaginabili, di deserti che fanno paura. Quanto ad apprensioni non sono molto diverso da Bill. Però mi piace come sta dentro il suo personaggio, di viaggiatore goffo e curioso. In ogni caso sempre pronto alla domanda, all'incontro, alla meraviglia.

Gran paese, l'Australia. E' un pezzetto che me la sto sognando grazie a Bill. 

sabato 18 giugno 2016

Metti una domenica mattina, bici e cantine in Toscana

Allora prendo la bici ed esco.

Ecco, fa proprio così e lo fa molte volte Emiliano Gucci, scrittore e libraio che è nato a Firenze, lavora a Prato e che tra Firenze e Prato abita. Ci sono viaggi che portano lontano per chilometri e chilometri, ci sono viaggi che non ti allontanano troppo da casa - anche se pedalando si fanno sentire, come no, sulle gambe - e che pure consentono di scoprire mondi.

E' quanto Emiliano ci dimostra con le pagine di Sui pedali tra i filari. Da Prato al Chianti e ritorno, pubblicato nella collana Contromano di Laterza. Quante cose ci ha infilato dentro, a partire dalle due passioni che lo accompagnano e che tra loro si accompagnano anche piuttosto bene, soprattutto se sei nato in Toscana: le scorribande su due ruote e le visite alle cantine del buon vino.

Ma, soprattutto se vivi in Toscana, appunto, bici e vino sono la chiave per entrare dentro i territori, per incontrare le persone e le loro storie, per fare i conti con miti e leggende varie.

E allora ecco le colline del Montalbano e del Chianti, le strade e i vigneti di Carmignano o di Radda, ma anche i capolavori di Leonardo da Vinci e  del Pontormo, le memorie dei grandi toscani del ciclismo come Bartali, Nencini o Bitossi. Ecco una bicchierata ma ecco anche la polvere e il sapore di impresa nella giornata dell'Eroica. Ecco le parole che affiorano dalle letture dei grandi toscani della penna, da Curzio Malaparte a Indro Montanelli.

Passato e presente, muscoli e parole, fiaschi e pedali. Quante cose, davvero, anche solo saltando sulla bici la domenica mattina perché ci si vuole bene davvero e allora si parte e si tiene gli occhi bene aperti e vai a sapere cosa si riporta a casa.

lunedì 13 giugno 2016

Storia dell'uomo che vendette la sua ombra

Personaggio intrigante, Adelbert Von Chamisso, pensare che fino a ieri per me era solo l'eco di un nome, incontrato chissà su quale pagina.

Adelbert Von Chamisso, cioè uomo a cavallo tra due secoli, tra la rivoluzione e la reazione, tra la speranza di futuro e la nostalgia del passato. A cavallo anche tra due paesi ai tempi contrapposti dalla guerra, visto che era di famiglia aristocratica francese ma scelse la Germania.

(Thomas Mann disse di lui: Canzoni francesi echeggiarono presso la sua culla.... cantava in francese... ma quel che nasceva era tuttavia grande poesia tedesca).

Scrittore che ebbe uno straordinario successo in vita, e che pure, poesie a parte, in tutto l'arco della sua esistenza, scrisse solo un romanzo breve - o un racconto lungo che dir si voglia. Dopodiché divenne direttore dell'orto botanico di Berlino e fece lunghi viaggi scientifici ai quattro angoli del mondo, lavorando alle sue collezioni naturalistiche: destino da non disprezzare per uno scienziato che sosteneva di non avere più o di non avere ancora una patria.

Qualunque cosa Chamisso si sia atteso dalla scrittura, è un piccolo gioiello la sua Storia straordinaria di Peter Schelemihl, una settantina di pagine che narrano le vicende di un uomo che vende al diavolo la sua ombra. Cosa che non sembrerebbe un grande sacrificio, non fosse che proprio la perdita dell'ombra lo escluderà di fatto da ogni relazione sociale.

C'è molta letteratura a venire, in questo libriccino, da tante pagine sulla normalità che non c'è più fino a quella figura di diavolo borghese - un signore elegante e impacciato, che arrossisce parlando - che mi sembra porti già dalle parti del Maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Per non dire di quella perdità di identità di cui è presumibile sia metafora la perdita dell'ombra...

Nello spazio di un viaggio in treno quasi da pendolare me la sono fulminata, questa piccola grande opera. E sono contento che Adelbert Von Chamisso non sia più solo l'eco di un nome incontrato per caso.

sabato 11 giugno 2016

Annie Ernaux, per salvare il tempo in cui non saremo mai più

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.

Questo è il tempo, questo fa il tempo. Col tempo svaniranno le nostre immagini, le foto che custodiamo gelosamente nei nostri album, le foto con cui siamo finiti negli album degli altri, svaniranno come stanno svanendo, come sono svanite, le foto dei nostri genitori, dei nostri nonni.

Questo è il tempo, questo fa il tempo. Col tempo si annienteranno le parole con cui abbiamo nominato le cose, le persone, le azioni e i sentimenti, le parole con cui cui abbiamo provato a dare un senso, se non un ordine, al mondo.

Questo è il tempo, questo fa il tempo. Però poi ci sono altre parole, che il tempo lo riescono a raccontare. Certo non lo fermano il tempo, però sono come acqua nel grande fiume. Fanno in modo che anche noi si sia acqua che discende e va verso il mare. Senza sofferenza, senza nemmeno eccessi di nostalgia.

Parole come queste. Parole di un libro che considero un capolavoro: Gli anni di Annie Ernaux (L'Orma editore).  Parole, pagine in cui mi son tuffato. Poi la corrente mi ha portato via dolcemente per consegnarmi all'ultima riga. Questa, appunto:

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.

Libro che non so nemmeno definire, come succede con i libri più grandi. Libro che non è né autobiografia né saggio né cronaca collettiva, ma qualcosa di tutto questo e altro ancora. Certo straordinariamente capace di amalgamare in un'unica narrazione i fatti della vita privata e i fatti della storia. Di alternare la terza persona singolare alla prima persona plurale (mai la prima persona singolare): e anche questo qualcosa vorrà dire.

Libro che è semplicemente la vita. La mia stessa vita, anche se non sono una donna, non sono francese e ho qualche anno in meno. La mia vita, quale vorrei raccontare. Sicuro dello stesso epilogo:

Sarà il silenzio, e nessuna parola per dirlo, Dalla bocca aperta non uscirà nulla. Né io né me. La lingua continuerà a mettere il mondo in parole.

Sicuro di questo epilogo, ma senza rimpianto.




giovedì 9 giugno 2016

Un angolo del Maine, come il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

domenica 5 giugno 2016

Inseguendo l'ombra di Stevenson e della sua asina

Poi dicono che la letteratura di viaggio è finita, tanto tutto è stato già visto e raccontato. Meno male che si sbagliano e si sbaglieranno fino a quando ci sarà qualcuno che si mette in gioco con se stesso e sa usare non solo le gambe, ma anche una certa dose di immaginazione, la capacità di interrogare i posti, la buona compagnia di libri e di ombre del passato.

In cammino con Stevenson di Tino Franza (Exòrma edizioni) è un libro che tutti questi ingredienti li possiede in abbondanza. 

Non ci consegna un altro continente eppure ci porta molto lontano, in una Francia che non è la Francia delle consuete rotte turistiche, Normandia o Costa Azzurra per non dire di Parigi, ma la Francia rurale, montanara, selvaggia delle Cévennes, che sarebbe come dire a un francese di lasciar perdere Roma e Venezia e concentrarsi piuttosto sul nostro Aspromonte.

Ci porta lontano anche nel tempo, perché al viaggio di oggi intreccia il viaggio che il grandissimo Robert Louis Stevenson qui fece più o meno un secolo e mezzo fa, giovane che ancora doveva scrivere i suoi capolavori e decidere davvero cosa fare della sua vita. 

E inseguendo l'ombra di Stevenson - lungo il sentiero che oggi furbescamente si chiama Le chemin di Stevenson - sono molte altre le ombre che spuntano fuori. Briganti e ribelli, carbonai e contadini, osti e bestie feroci. Perché è questo - più volte l'ho sperimentato anch'io - che viene dato in dono ai camminatori: di spremere l'invisibile dalla terra che attraversano. Spesso si tratta proprie delle vite di chi ci ha preceduto.

Se qualcosa manca al viaggio di Franza mi sembra che sia solo un asino. Anzi, un'asina come quella Modestine che accompagnò Stevenson nei suoi giorni a piedi e dalla quale alla fine si separò a fatica. Problema dell'autore non del lettore, che per l'appunto sa confortarsi con l'ombra di Modestine, sempre presente in queste pagine.

mercoledì 1 giugno 2016

L'America in Greyhound, come una colonna sonora rock

Ero a metà strada fra una costa e l'altra dell'America, al confine tra l'Est della mia gioventù e l'Ovest del mio futuro.

Così scriveva il grande Jack Kerouac in Sulla strada, uno dei libri che più hanno accompagnato i miei anni più giovani. E vale per la storia dell'America, per la gran parte dei libri degli scrittori di quel continente, per i viaggi di chi può e vuole: è la direzione giusta, da est a ovest, dall'Atlantico al Pacifico.

Questa è anche la direzione del viaggio che racconta Mauro Buffa in Usa coast to coast (Ediciclo). Con una particolarità che mi ha intrigato fin dalla bella copertina. Nel paese che è quasi un monumento all'auto privata - sostanza e immaginario dell'America della Ford e della Chevrolet - Buffa sceglie il Greyhound, la mitica compagnia dei pullman con lo stemma del levriero.

Che è un modo diverso di viaggiare di conoscere un paese. Linee, orari, fermate alle stazioni di servizio, attese, cambi. Ma anche una diversa umanità nelle lunghe ore a bordo.

Chi sceglie di spostarsi in pullman, afferma Bill Bryson, è chi non può permettersi l'aereo e nemmeno la macchina: e questo in America vuol dire aver toccato il fondo. Tra le categorie di persone che potremo incontrare su un Greyhound ci sono i pazzi furiosi, coloro che sono appena usciti di prigione, oppure le suore. Tanto per dire.

Usa coast to coast, in effetti, è anche un libro di incontri, lo è assai di più che un libro di luoghi. E' anzi questo il suo fascino: attraversi le piane del Mid West oppure i deserti che precedono la California e sei in compagnia di un'America sbilenca, marginale, meticcia, spesso generosa.

E' l'America di chi si mette in strada e va verso l'Ovest. L'America che ha poco a che vedere con Wall Street, con le università del New England e con le imprese della Silicon Valley. L'America da colonna sonora rock: e quanto rock che viene a galla in queste pagine. Libro da leggere, libro a suo modo da ascoltare.

lunedì 30 maggio 2016

L'America non esiste, io lo so perché ci sono stato

Saga famigliare, indagine storica, storia di emigrazione, romanzo di sentimenti e persone che si cercano e si perdono per tutto il tempo di una vita, senza mai trovarsi se non per alcuni sfolgoranti, impagabili momenti.....

Quante cose che sa essere insieme Vita di Melania Mazzucco, libro che ho comprato diverso tempo fa - avevo scoperto, piuttosto genericamente, che parlava degli italiani in America e questo mi aveva incuriosito - e lasciato in attesa di lettura per diverso tempo, certo intimorito anche dalla sua mole non indifferente. Quante cose - e io che non ero affatto preparato, nemmeno avevo capito che Vita non si riferisce al cammino di tutti noi su questa terra, ma è il nome della protagonista...

Storia di una famiglia tra il Sud di Italia e l'America, che si annuncia con la Statua della Libertà e poi diventa troppe cose: fatica, miseria, possibilità, lavoro da schiavi e avvenire che si può inventare, ghetti che alimentano violenza e tubercololosi e spazi sconfinati, verso l'ovest, verso l'oceano, verso un'altra vita.

Storia di due bambini, Vita e Diamante, insieme sulla nave che li porta a New York, uniti da una promessa che più e più volte dovrà infrangersi contro gli scogli appuntiti delle circostanze.

Storia di un popolo condannato all'emigrazione  e di tutto quello che c'è stato dopo - il lavoro per innalzare grattacieli, scavare miniere, stendere ferrovie dall'Atlantico al Pacifico, ma anche i morti ammazzati per strada, la mafia che si dice che non c'è, eppure c'è, come no, anche se si chiama Mano Nera, nome buono per i giornaletti d'avventura.

Storia di partenze e addii, di radici tagliate e di legami ritrovati, di ritorni, anche, magari come figli e nipoti che ritrovano l'Italia come soldati impegnati sulla Linea Gotica...

E dunque, che dirvi, se non che è un libro da leggere, da portare in fondo anche a dispetto di  pagine a volte prolisse e di una storia che a volta si perde - e non è che importi, perché in effetti è proprio bello perdersi.

Riflettendo magari sulla splendida frase in epigrafe di Alain Resnais, da Mon oncle d'Amèrique:

L'America non esiste. Io lo so perché ci sono stato.

Mi sa che vale per chiunque abbia abitato quel sogno.

venerdì 27 maggio 2016

Wild, come ritrovarsi nel cammino più difficile

Me ne stavo andando. La California scorreva dietro di me come un lungo velo di seta. Non mi sentivo più una sprovveduta. E nemmeno un'amazzone cazzutissima. Mi sentivo fiera e umile e pacificata interiormente, come se anch'io fossi al sicuro lì.

Cheryl ha solo 26 anni e la sua vita è già entrata in un tunnel del quale non si scorge l'uscita. La morte della madre, divorata da una malattia, l'ha spinta sul ciglio del precipizio. Ha sfasciato un matrimonio, sta giocando pericolosamente con le droghe. Vai a sapere com'è che a un certo punto intravede un'altra strada. Una strada che è davvero una strada: lunga, difficile, solitaria. Eppure proprio su quella strada potrà ritrovare se stessa e recuperare un senso.

Così un giorno parte, per l'esperienza meno prevedibile della sua vita che è disordine all'ennesima potenza. Percorrerà a piedi l'intero Pacific Crest Trail, il sentiero che taglia da nord a sud gli Stati Uniti, dal Messico al Canada, attraversando deserti e scalando cime innevate. Tutt'altra cosa rispetto alla nostra via Francigena, per intendersi: vera wilderness, dove gli incontri che devi mettere in conto sono con serpenti a sonagli, orsi e uomini meno raccomandabili dei serpenti e degli orsi.

Fa pena vederla partire con quello zaino più grande di lei, dove ha stipato tutto alla rinfusa, a partire dalle cose più inutili e pesanti. Una sprovveduta, appunto: senza esperienza, senza fiato, il corpo fiaccato dagli eccessi.

Eppure parte, va avanti, non si arrende. Eppure va avanti e arriva in fondo.

Da leggere, di Cheryl Strayed (Piemme): una storia di tenacia, fuga, rinascita
Wild

mercoledì 25 maggio 2016

Alla ricerca di Don Chisciotte, la letteratura si fa viaggio



Mettete uno scrittore e un pittore a Madrid. In un luminoso giorno di primavera sono proprio sotto il monumento dedicato a Don Chisciotte e Sancio Panza. Il viaggio, certo, comincia da qui.

O forse no, comincia leggendo le vicende di quel gentiluomo allampanato che perdendo la ragione si credette chiamato a difendere i deboli e a riparare i torti del mondo. E forse comincia ancora prima, comincia con il viaggio del cavaliere dalla trista figura e del suo fido scudiero. O prima ancora, con il viaggio di Miguel de Cervantes insieme al suo eroe di carta, personaggio che finirà per oscurare persino il suo autore.

Perché è da lì che discende tutto, perfino il viaggio che oggi ci raccontano Claudio Visentin e Stefano Faravelli in Alla ricerca di Don Chisciotte, ultima creatura di Ediciclo. Viaggio nei luoghi della scrittura di questo capolavoro che appartiene a tutti, viaggio nei luoghi che si presume toccati dallo stesso cavaliere errante.

Così ci sono mulini a vento, piane arroventate dal sole, grotte e conventi. C'è Toledo, un tempo crocevia di culture e religioni. C'è la Mancia, che è la Spagna meno solcata dalle rotte del turismo internazionale. Ma c'è anche molto altro, in questo piccolo libro che si legge di un fiato e si gode con le sue illustrazioni. Perché molto succede: persino che i due - intendo Claudio e Stefano - finiscano per entrare dentro i panni dei personaggi che stanno inseguendo, il cavaliere e lo scudiero.

E i due, si sa, rappresentano molte cose: follia e buon senso, idealismo e vita quotidiana, passione e realismo. Coppie di opposti che bisognerebbe imparare a dosare nei nostri giorni. Magari largheggiando con l'ingrediente più pericoloso, ma anche più affascinante: quella capacità di inventare e inventarsi che è proprio della letteratura e che proprio in Don Chisciotte trova il suo inimitabile modello.

Inimitabile, ma buono per mettere in viaggio le persone, sui cammini di sogno e di polvere.

lunedì 23 maggio 2016

Inseguendo le esili tracce di Maestro Utrecht

Perché non c'è persona che non sappia cavarsela nella vita quando conosce le razze dei cani, la direzione del vento, le ore dei bus, una canzone come si deve e i numeri fino a cento...

Maestro Utrecht lo chiamano così perché un suo antenato pare che abbia partecipato alle trattative per la pace di Utrecht, ma in realtà non si sa bene chi sia. Conosce gli alberi, disegna gli uccelli, si muove a piedi di paese in paese. Con le sue mani sa fare un sacco di lavoretti, però la cosa che gli riesce meglio è parlare con i bambini, che lo stanno ad ascoltare incantati. In ogni caso è difficile capire chi sia davvero.

Invece l'autore, o comunque chi parla in prima persona, si trova a Utrecht per un suo lavoro di ricerca. E' lì che si imbatte nella storia di un povero italiano il cui corpo, ridotto a un mucchietto di ossa, viene ritrovato sotto il ponte di un'autostrada. Al suo funerale le uniche parole sono quelle di un poeta volontario in un'associazione che accompagna nell'ultimo saluto le persone sole.

Chi è davvero quell'uomo? Cosa c'è stato nella sua vita? E che cosa ne rimane?

Forse la storia del maestro che parlava ai bambini comincia a prendere forma proprio sotto quel ponte. E diventa ricerca e ricordo, insegue le tracce di un cammino di vita, si affatica dietro le domande. La curiosità si mescola alla pietà, si fa dovere del cuore...

E' un romanzo di grande dolcezza, di intensità senza effetti speciali, Maestro Utrecht di Davide Longo (NN editore). Libro giusto - leggo sulla quarta - per chi conserva biglietti di cinema, teatro e concerti in un cassetto, per chi ama viaggiare a piedi e fermarsi nelle piazze ad ascoltare le voci in sottofondo... 

Pensare che l'ho comprato solo per quell'Utrecht nel titolo (l'Olanda, lo sapete, è una mia debolezza). E invece ho scoperto un piccolo grande libro sulle esili tracce che lascia ogni vita e sul bisogno di restituire una storia o almeno un nome.

Ricordatevelo ogni volta che per strada incontrerete un barbone, uno svitato, uno che comunque con voi sembra non averci proprio niente a che fare.