martedì 16 settembre 2014

Il noir sul lavoro che non c'è

Alain Delambre pareva avere tutto quello che si può pretendere dalla vita: un lavoro da manager, con relativo stipendio; la confortante idea di potersi permettere tutto o quasi tutto; perfino una bella famiglia, tenuta ancora insieme da sentimenti non inariditi. Ma cosa succede se a un certo punto la tua azienda si ristruttura (ovvero taglia) e ti manda a casa?

E' quello che succede ad Alain: e a quasi 60 anni, con le porte di altre società irrimediabilmente sprangate, niente è più come prima. Dovrà contentarsi di lavoretti che nemmeno uno studente fuori sede. Dovrà rinunciare a cene e vacanze, rattoppare gli abiti, ragionare sulla vendita della casa. Parabola triste, devastante, solo che a un certo punto pare schiudersi un'altra occasione.... Potrà essere suo quel posto, però prima ci sarà un finto sequestro, al servizio di una folle selezione del personale...

Mi fermo qui, tanto sono solo all'inizio e dopo se ne vedranno delle belle. Perché Lavoro a mano armata (Fazi editore) è prima di tutto un noir, firmato da uno dei maestri del genere, Pierre Lemaitre. O forse no, è  prima di tutto un romanzo che racconta la crudeltà del lavoro (e della sua assenza) nei nostri giorni.

Eh sì, un libro che non sai se leggere tutto di un fiato, provando a reggere il ritmo incalzante dei colpi di scena. Oppure se indugiare con qualche sconsolata considerazione sulle nostre insopportabili incertezze.


lunedì 15 settembre 2014

Sul viaggio che è sempre ritorno

Mi pare che fosse in uno dei romanzi di Novalis, il grande romantico tedesco, che ci si rivolgeva ai viandanti con questa domanda: "Dove siete diretti?". E la risposta, inequivocabile, era questa: "Sempre verso casa".

Il viaggio in fondo è sempre un ritorno, perlomeno un ritorno a se stesso. Questo è anche il tema di fondo del mio viaggio più difficile e forse del mio libro più complesso, "Le rughe di Cortona". Un viaggio verso casa.

Un viaggio, aggiungo, in cui sono andato davvero a fondo. E lo so che per i pessimisti al fondo non c'è mai davvero fondo, ma io insisto a non annoverarmi tra di essi. Per me toccando il fondo non resta altro che putare i piedi e darsi la spinta per risalire.

In definitiva il senso del viaggio è stato proprio questo: chiudere un cerchio; smarrire il sentiero e poi ritrovarlo.

Arrivando comunque nel vivo delle mie questioni irrisolte.

(Tito Barbini, in Le parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

domenica 14 settembre 2014

Quando si spengono le mille luci di New York

"La vita continua, la gente cambia", è quello che ha detto Amanda. Per lei bastava.

Tu volevi una spiegazione, un finale che attribuisse la colpa a chi la meritava, un finale di giustizia. Hai preso in considerazione la violenza e la riconciliazione.

Ma quello che ti resta è il presentimento che la tua vita svanirà in te, come un libro letto troppo in fretta, lasciandosi dietro una labile scia di immagini e di emozioni, fino a quando non ricorderai altro che un nome.

(Jay Mcinerney, Le mille luci di New York, Bompiani)

venerdì 12 settembre 2014

Un idealista tedesco in Papua Nuova Guinea

Verrà perciò raccontata, a titolo esemplificativo, la vicenda di un singolo tedesco, un romantico, che come molti altri di questa specie fu un artista mancato, e se essa dovesse richiamare alla mente qualche analogia con un successivo romantico e vegetariano tedesco, che forse avrebbe fatto meglio a restare accanto al suo cavalletto, ebbene, ciò è del tutto intenzionale e non a caso.

Non che in realtà c'entri molto, l'Hitler evocato in questa citazione (a proposito, meglio sopprimere senz'altro quel "forse") con l'August Engelhardt che è il protagonista di Imperium di
Christian Kracht. Se non per il fatto che entrambi respirano l'aria della Germania di inizio secolo, così intrisa di volontà di potenza e di ideali che volano troppo alto, in attesa di schiantarsi al suolo.

Almeno al protagonista di Imperium non abbiamo massacri da attribuire, crudeltà da elencare, se non nei confronti di se stesso: giovane idealista, vegetariano, nudista, autore di un libro dal titolo che è insieme programma e auspicio - Un futuro spensierato. Il suo sogno? Avviare una piantagione di noce di cocco, non per calcolo imprenditoriale, ma per regalare all'umanità un nuovo modo di alimentarsi.

Un futuro da costruire, lontano, molto lontano: in un brandello di quell'impero coloniale che di lì a poco  la Grande Guerra avrebbe spazzato via anche dalle carte geografiche: perché chi si ricorda ora che c'era un pezzo di Germania in quella che oggi è Papua Nuova Guinea e che quella che chiamiamo Nuova Britannia un tempo era la Nuova Pomerania?

Come andrà a finire, mentre tutto il mondo vacilla sull'orlo del precipizio, non sto a dirlo. Ma questo è certamente un libro che si fa leggere: originale, intenso, spiazzante.

giovedì 11 settembre 2014

In viaggio con il rumore e il silenzio


Il mondo dei viaggiatori potrebbe essere diviso in queste due categorie: silenzio e rumore.

Ci sono luoghi del pianeta dove il rumore imperversa e luoghi che abbndano di slienzio.

E mi piace pensare che organizziamo i nostri viaggi sulla base di una miscela di questi due elementi, ogni volta che abbiamo bisogno più dell'uno o dell'altro.

(Alessandro Agostinelli, da Parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

mercoledì 10 settembre 2014

L'Italia dell'altrove, ripresa dai margini

Ma sì, ci sarebbe un'idea quanto mai vaga di tornare a raccontare l'Italia meno italiana. Meno ovvia e meno vista. 

Un esperimento che già feci negli anni Ottanta, quando giravo con le corriere e andavo in posti minuscoli, sconosciuti, dove non va mai nessuno. 

Un'Italia dell'altrove, ripresa dai margini, dai confini. Raccontata in modo quanto più possibile semplice, elementare. Rasoterra.

 Ma ammesso e non concesso che io sia ancora in grado di accollarmi un compito del genere, capisco sempre meno per chi poi si scrivono quelle eventuali pagine. 

Gli editori, sa, si lamentano perché i miei libri non vendono abbastanza. Vorrebbero da me un romanzo ben strutturato, ordinato e pulito, mentre al contrario a me piace sparpagliare le parole, accettare il loro disordine creativo. 

Mi piace partire da una certa vaghezza, o da barbagli di luce, dal sentito dire, per poi concentrami e ascoltare le più diverse voci: interne ed esterne. E recuperare così l'idea della letteratura come pensiero anonimo e collettivo. 

Ma gli editori non vogliono queste cose, per loro sono all'antica. Loro vogliono l'ebook! Si, buonanotte!

(Gianni Celati, da un'intervista a Franco Marcoaldi su Repubblica)

lunedì 8 settembre 2014

I fatti che ti portano fuori pista e le mille luci di New York

I fatti sono semplici, i fatti sono fatti
I fatti sono pigri, i fatti sono matti
I fatti dipendono dal punto di vista
Se non fai attenzione ti portano fuori pista

Così cantavano i Talking Heads, la band che più di tutte credo riassuma la scena newyorkese degli anni Ottanta. Così cantavano e queste parole ritrovo in Le mille luci di New York di Jay McInerney, romanzo divorato solo questa estate, molti anni dopo essersi imposto come best-seller, con tanto di film a ruota.

"Come hai fatto ad andare in rovina?" chiese Bill.
"In due modi", rispose Mike, "gradatamente prima, e poi di colpo"

E così nel libro di McInerney ritrovo anche le parole del grande Hem, in Fiesta.

Due citazioni che ci portano perfettamente dentro questa storia. Perché, in effetti, quali sono i fatti che hanno portato "fuori pista" il protagonista (il cui nome, in un libro imperniato sulla seconda persona, non è dato sapere)? Com'è che è andato in rovina?

Ecco, è questa la storia che si racconta, la storia di un giovane che è una nave che si incaglia su un fondale basso, che è un sipario che scende e non si sa se si riaprirà per un secondo atto, che è un'auto che ha innestato la retromarcia per tirarsi indietro da tutto ciò che sarebbe ragionevole e raccomandabile.

Non sarà granché originale, la trama. Ma poi metteteci la New York degli anni Ottanta, con i suoi locali, i ritmi che pulsano nelle notti e nelle vene, le luci che seducono e illudono, i fiumi di cocaina. Metteteci una buona pena capace di scavare dentro, a volte perfino di commuovere (penso allo scampolo di vita conclusiva della madre). E allora sì, questo è un libro che si fa davvero leggere.

domenica 7 settembre 2014

Quel che i luoghi fanno a noi

Sappiamo raccontare benissimo, anche se a volte con qualche imbarazzo, che cosa noi facciamo ai luoghi, mentre siamo assai meno bravi a dire quel che i luoghi fanno a noi. 

Da un po' di tempo ho l'impressione che per ogni paesaggio importante le due domande da farci dovrebbero essere le seguenti: primo, che cosa so quando sono in questo luogo che non posso sapere da nessun'altra parte? 

Dopo di che, e senza speranza di risposta: che cosa sa di me questo luogo che neanch'io posso sapere di me stesso?

(Robert Macfarlane, Le antiche vie. Un elogio del camminare, Einaudi)

venerdì 5 settembre 2014

Amoz Oz: uno prende e se ne va altrove

Uno prende e se ne va altrove. Quel che si è lasciato alle spalle resta lì e lo osserva mentre se ne va. Nell'inverno del Sessantacinque Yonatan Lifschitz decise di mollare sua moglie e il kibbutz in cui era nato e cresciuto. S'era messo in testa di cominciare una nuova vita.
 
Comincia così, in questo modo fulminante, quasi conclusivo, Una pace perfetta di Amos Oz, libro che mi sono deciso a leggere dopo essersene rimasto parecchio tempo sulla mia pila delle letture in attesa. Vai a sapere, non mi fidavo troppo, rischiava di essere un mattone. Certo conservavo ancora l'incanto di Una storia di amore e di tenebra, lettura non meno impegnativa, anzi. Certo era stato proprio grazie ad Amos Oz che avevo compreso qualcosa di più di Israele. Però....

Però ti capita di aprire questo libro e cogliere questo incipit: uno prende e se ne va altrove. Parole che richiamano qualcosa, che mettono in movimento la curiosità. Parole in cui qualche volta, nella mia vita avrei voluto riconoscermi. S'era messo in testa di cominciare una nuova vita. Se solo ci fosse stata l'occasione. Se solo non mi fosse mancato il coraggio.

E dunque, è molte cose questo libro di magnifica scrittura e affascinante complessità. Anzi, poteva essere un libro solo con alcune di queste cose, e sarebbe bastato: perché ci accompagna dentro un kibbutz, cioé dentro un mondo che voleva costruire un altro mondo; perché ci racconta impietosamente un'epoca di passaggio, di pionieri invecchiati, di ideali appannati, di giorni che non sono come ci si era immaginato, benché molti traguardi siano stati tagliati, e forse proprio per questo; perché ci spiega molte cose di Israele, colta alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni.

Poteva essere anche un libro sul complesso passaggio di consegne tra una generazione e un'altra, passaggio che tristemente, ma forse anche necessariamente, è più di responsabilità che di convinzioni. E anche questo sarebbe bastato.

E invece è in primo luogo un grande romanzo sulla libertà. Sulla libertà e sulla terra in cui essa deve esprimersi. Sulla libertà che può oltrepassare i confini. Con tanto Baruch Spinoza dentro: e la cosa non spaventi.

Il resto è la grande capacità di narrazione di Amos Oz. E mi rimarrano dentro a lungo Yonatan, il ragazzo che voleva cominciare una nuova vita, Azariah, così strampalato, così ingenuo, così capace di cambiare le vite altrui con la sua affabulazione. Mi rimarranno dentro a lungo pagine quali il picnic dei ragazzi del kibbutz al villaggio arabo abbandonato. Pagine che mi sembra dicano più di qualsiasi saggio su Israele e sul suo dramma.

mercoledì 3 settembre 2014

Carrère: preferisco ciò che mi rende simile agli altri

Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, ho trascorso qualche ora davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito.

La vita mi ha reso testimone di queste due disgrazie, una dopo l'altra, e incaricato, o almeno così ho capito, di renderne conto. 

A me le ha risparmiate, e prego perché continui a farlo.

Mi è capitato di sentir dire che la felicità si apprezza a posteriori. Che pensiamo: non me ne rendevo conto, ma a quel tempo ero molto felice.

Per me non è così. Sono stato a lungo infelice, e molto cosciente di esserlo; oggi amo quello che è il mio destino, e della sua amabilità non ho un grande merito, la mia filosofia si riassume nella frase che, la sera dell'incoronazione, avrebbe mormorato Madame Letizia, la madre di Napoleone: "Speriamo che duri".

Ah, e poi: preferisco ciò che mi rende simile agli altri a ciò che me ne distingue. Anche questa è una cosa nuova.

(Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, Einaudi)

lunedì 1 settembre 2014

La strada blu, in Canada, estremo Nord

Il Labrador. Avevo undici anni quando questo paese - la terra che Dio diede a Caino, come la chiamava il capitano Cartier - mi fece segno. Fu grazie a un libro e alle immagini che conteneva: indiani, eschimesi, montagne, pesci, e lupi bianchi che ululavano alla luna.

Ecco, non può essere per qualcosa del genere. Per le dita che frugano su un mappamondo fino a fermarsi su un colore e un contorno. Per la fantasia che galoppa a briglia sciolta sulle pagine di un libro. Per le scelte che solo a un'età tenera possono essere tanto pure e determinate da sentirsele come una pelle, che c'è ed è quella che è.

E' così che una terra diventa l'altrove, il tuo altrove. Te ne sei innamorato prima ancora di metterci piedi. Anzi, forse i piedi non ce li metterai mai. Non importa. Come, per quanto mi riguarda, non mi importa nemmeno capire se il mio autentico altrove è la Scozia di un viaggio adolescenziale e di alcuni film oppure il Sarawak di Emilio Salgari.

Per Kenneth White l'altrove è invece il Canada (un ottimo altrove, aggiungo io), anzi, più che il Canada il Labrador, l'estreno nord che anche per i canadesi non merita. Non c'è nulla, perché andarci?

Ma è proprio quel nulla che da sempre ha rapito Kenneth White. In quel nulla ci sono silenzi, spazi. In quel nulla, in effetti ci sono anche storie, persone.

Vite di ieri, come quelle dello scozzese che bruciò la Bibbia e si fece sciamano o del nobile francese che si confinò in un faro "lontano dagli imbecilli e, soprattutto, lontano dagli intellettuali". E vite di oggi come quelli di indiani che non si sa bene come vivano oggi, perché con loro il mondo è stato una corriera che non si è fermata e li ha abbandonati sul ciglio della strada. Però non rimangono solo bottiglie da scolare, ci sono segreti da conservare, orizzonti da scrutare, feste a cui invitare quello svitato di straniero.

Quante cose, davvero, in quel nulla. Silenzi da ascoltare, vuoti che non sono vuoti. E più si sottrae, più c'è. Più si può cogliere la possibilità di una poesia. La poesia definitiva che solo l'altrove personale, questo altrove, può davvero consentire.

Perché questo succede con la strada blu. Quella del titolo di un libro di viaggio, proposto da Amos edizioni, che e tra i più originali e intensi che mi siano capitati negli ultimi tempi.

Non ho capito bene cosa sia la strada blu. Però sto già indagando sulle parole che mi aiuteranno a designarla davanti ai miei passi...

sabato 30 agosto 2014

Ti sembra importante, questa faccenda delle frasi

Perché scrivere?

Per comporre una certa frase, per finire una certa pagina.

Preoccuparsi delle frasi è un capriccio estetico, l'equivalente culturale del pizzicare la cetra mentre Roma brucia? Questa tesi non l'ho mai capita. Che altro ha a disposizione uno scrittore se non delle frasi? 

Chiedere a uno scrittore di non pensare alle frasi è come dire a un costruttore di non preoccuparsi della qualità dei mattoni.

Perché scrivere?

Perché ti sta a cuore questa faccenda delle frasi: ti sembra importante.

E le vuoi scrivere alla tua velocità da lumaca, con tutta la complicata attenzione che meritano.

Non è solo una cosa degli scrittori: in tutto il mondo la gente sta cominciando a capire la natura rivoluzionaria delle dimensioni ridotte e della lentezza. Del fare le cose con le proprie mani. Del prendersi il tempo che serve. Delle vite su scala umana.

Sono tutti modi di rivendicare le nostre capacità di esseri umani in un mondo che spesso ci vede esclusivamente come produttori o consumatori.

(Zadie Smith, Perché scrivere, Minimum Fax)

giovedì 28 agosto 2014

La strada blu, nel silenzio blu del Labrador

Forse la strada blu è questo paesaggio fra i silenzi blu del Labrador.

Forse l'idea di andare il più lontano possibile - fino al limite di se stessi - fino a un territorio dove il tenpo si converte in spazio, dove le cose appaiono in tutta la loro nudezza e il vento soffia, anonimo.

Forse.

La strada blu, forse, è semplicemente il cammino del possibile.

In ogni caso, volevo uscire, andare lassù e vedere.

(Kenneth White, La strada blu (viaggio in Canada), Amos edizioni)

mercoledì 27 agosto 2014

La voce di Eva Peròn, in quella Argentina

Qualsiasi cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a modo proprio. Ma è già molto se le pietre usate sono autentiche.

Così affermava la grande Marguerite Yourcenar - dandoci prova di quello che intendeva in un'opera straordinaria quale le Memorie di Adriano, vita dell'imperatore insieme vera e immaginata, o se si preferisce, ricostruita con i materiali che rimangono dopo la distruzione (non importa se di una guerra, di un terremoto o semplicemente del tempo).

Abel Posse, scrittore argentino, non solo cita la Yourcenar, ma ne segue i passi, per raccontare la parabola di vita di Eva Peròn, oltre il mito, oltre le note di una canzone o le immagini di film che certo non rendono a fronte di un personaggio così complesso e controverso.

E' un bel libro, un libro importante, La passione secondo Eva (Vallecchi editore). Non una biografia, nemmeno una storia linerare. Piuttosto un racconto corale, fatto di molteplici punti di vista, di coni di luce che si accendono e si spengono, di incursioni avanti e indietro nel tempo. E anche di malintesi, di equivoci, di amnesie che forse suggeriscono di più di tante memorie ufficiali.

Eva Peròn e il ventre profondo dell'Argentina in mano ai militari e ai latifondisti. Eva Peròn e la polverosa provincia da cui un giorno arriva questa ragazza minuta e bistrattata dalle circostanze, più voce calda che corpo oggetto del desiderio. Eva Peròn e la Buenos Aires del tango e dei teatri, dei caffè con cui si ammazza le notti e dei bordelli. Eva Peròn e la miseria di un popolo. Eva Peròn e una malattia che la porterà via troppo presto e che, certo, contribuirà non poco a insediarla per sempre nel cuore dei tanti.

Ci saranno saggisti e storici che sapranno spiegare meglio che cosa è stata e cosa ha rappresentato Eva Peròn. Ma quanta verità in questo libro. Quanta poesia.

lunedì 25 agosto 2014

New York, nel paese delle automobili e delle lavatrici

Per certi versi, i comportamenti e le abitudini di New York sono remoti da quelli del resto del paese come Venezia lo è dal resto d'Italia.

Non solo remota dal punto di vista geografico, né perché la sua testa ancora si volge metaforicamente verso l'Europa. Remota nei modelli e nelle attività fondamentali della civiltà: muoversi, mangiare, fare il bucato.

New York è una città di gente che si muove a piedi, in un paese di automobili; New York è una città compressa in un paese di grandi spazi; New York è una città in cui la gente porta i panni sporchi al lavasecco del quartiere, scarpinando per tre isolati.

Noi ci affidiamo ai piedi e al treno, e a qualche pedalata ricreativa in bicicletta, mentre l'America è - prima di tutto, soprattutto e definitivamente - un paese di automobili e lavatrici.

                                            (Adam Gopnik, Una casa a New York, Guanda)

sabato 23 agosto 2014

Faccio il poeta, anzi no, l'avvocato

"Quando mi siedo davanti al computer, mi coglie la disperazione!" è una cosa molto letteraria da dire.

"Quando mi siedo davanti al computer mi sento inutile" è, secondo me, un'affermazione un po' più vicina alla verità. Perché ci sono poche cose che possano far sentire più ridicoli, in questo anno del signore 2011, del sedersi a tavolino a scrivere un "romanzo".

No, in realtà eccone una: sedersi a tavolino e scrivere una poesia.

Il ruolo dello scrittore è diventato assurdo. Forse i lettori non se ne sono ancora accorti, ma gli scrittori lo avvertono intensamente. Conosco un poeta che, se gli si chiede cosa fa nella vita, risponde "L'avvocato" anche se non lavora come avvocato da più di dieci anni. 

Gli sembra che starsene in una stanza di Londra, nel 2011, e dire "Faccio il poeta" sia come dire "Accendo i lampioni a gas" o "Sono il banditore del villaggio".

(Zadie Smith, Perché scrivere, Minimum Fax)

venerdì 22 agosto 2014

Dimenticare Augusto, nell'"epoca della rozzezza"

Stendiamo un pietoso velo sul Mausoleo di Augusto, da molto tempo chiuso per restauri e allagato nell'unico giorno in cui era stato riaperto per celebrare il bimillenario (dicesi bimillenario). Questa è evidentemente l'Italia che non si smentisce nel modo in cui maltratta i suoi beni culturali. Ma la domanda è: come mai un personaggio come Augusto, così decisivo nella storia di Roma e diciamo pure dell'umanità, non è riuscito a entrare se non nel nostro immaginario almeno nel cono di luce della nostra attenzione?

Perché questo è fuor di dubbio, altri imperatori - per rimanere agli imperatori - ci sono riusciti assai meglio: Adriano, per esempio, e non solo per lo splendido libro della Yourcenar; e perfino Nerone, con tutto quello che ha combinato. E allora?

Una bella risposta l'ha data qualche giorno Maurizio Bettini sulla cultura di Repubblica, in un intervento in cui, appunto, si interroga sui motivi per cui abbiamo dimenticato l'imperatore che inventò la pace globale (non senza fare le sue guerre, in ogni caso). Scrive Bettini:

Augusto rappresenta la classicità della classicità, una sorta di classicità esponenziale, quella propria del signore di un'epoca che amò la perfezione della forma, l'eleganza, l'ironia, la cultura, perfino l'erudizione: tutti valori che la nostra società, incline alle sensazioni forti e dedita talora alla poetica delle rozzezza, rispetta e ammira, almeno a parole, ma certo non sente proprie.

Ecco, ora mi torna più. Non è per Augusto. E' la nostra "epoca della rozzezza" che ha i suoi problemi. Ora che ci penso, non ne dubito.


mercoledì 20 agosto 2014

Un bar per diventare finalmente adulti

Molto prima di avermi come cliente, il bar mi ha salvato. Mi ha ridato fiducia quand'ero bambino, si è preso cura di me quand'ero adolescente e mi ha accolto quand'ero un giovane uomo. Anche se siamo attratti, temo, da ciò che ci abbandona o promette di abbandonarci, alla fine credo che sia quello che ci accoglie a segnarci

Figlio unico di madre single, J.R. insegue la figura del padre, dj di New York, che conosce solo come una voce alla radio. Non lo troverà mai, o lo troverà solo quando sarà troppo tardi, come quasi sempre capita. Ma troverà un bar - un bar di quartiere, di quelli che fanno tanto America - che lo accoglierà con la sua varia umanità e lo farà crescere, accompagnandolo attraverso gli studi, le scelte del lavoro e degli affetti, la difficile battaglia per conquistare un senso e un equilibrio.

Bello, bellissimo, Il bar delle grandi speranze di J.R Moehringer (Piemme)
, uno dei più belli tra quanti letti negli ultimi tempi. Un libro che ho sottolineato fino a consumare la matita e da cui, a distanza di mesi, pesco ancora una pagina, una citazione.

Per intendersi, non un libro sull'alcol e relative sbronze. Si beve molto, certo, ma qui non siamo nei paraggi di Charles Bukowski e delle sue mosche da bar. Piuttosto è una storia su come si diventa grandi, sulla confusione dei giorni, sul modo in cui se ne può uscire.

E quante cose che ci sono: la gente del bar come un porto di mare a cui attraccano tutte le storie e i sentimenti, ma anche il rapporto tra la madre il suo unico figlio, una storia di amore poco più che adolescenziale complicata come solo a quell'età, gli esordi di colui che diventerà un grande giornalista... già, perché in questo libro così tenero e appassionante, melanconico e divertente, c'è anche il coraggio dell'autenticità. Il valore del raccontarsi mettendosi a nudo.

Un indimenticabile ritratto - leggo nella quarta di copertina - di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti. Per una volta la quarta di copertina la sottoscrivo al cento per cento.

lunedì 18 agosto 2014

J. R. Moehringer: Ogni libro è un miracolo

Il venerdì pomeriggio Bill e Bud mi interrogavano su quel che avevo letto quella settimana a scuola. Poi, disgustati, mi portavano in giro per la libreria riempiendo una borsa di libri senza copertina. "Ogni libro è un miracolo" diceva Bill.

"Ogni libro rappresenta un momento in cui una persona in silenzio - e quel silenzio è parte del miracolo, ricorda - cerca di raccontare a tutti noi una storia".

Bud poteva parlare senza sosta della speranza dei libri, della promessa dei libri. Diceva che non era un caso se un libro si apriva proprio come una porta.

Inoltre, diceva, intuendo una delle mie nevrosi, potevo usare i libri per mettere ordine nel caos. A quattordici anni mi sentivo più vulnerabile che mai al caos. Il mio corpo cresceva, si riempiva di peli, era animato da pulsioni che non capivo. E il mondo fuori dal mio corpo sembrava altrettanto volatile e capriccioso.

Le mie giornate erano controllate dagli insegnanti, il mio futuro era in mano alla genetica e alla fortuna. Ma Bill e Bud mi garantivano che il cervello era mio e lo sarebbe sempre stato. 

Dicevano che scegliendo i libri, i libri giusti, e leggendoli lentamente, attentamente, avrei potuto tenere sotto controllo almeno quello.

(J.R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze, Piemme)

sabato 16 agosto 2014

Charles Bukowski: mi ubriaco per aggiustare la parte ubriaca

Charles Bukowski: Oh, non scrivo mai a macchina la mattina. Non mi alzo la mattina. Bevo la sera. Cerco di stare a letto fino alle dodici, voglio dire a mezzogiorno. Di solito se mi devo alzare prima non mi sento bene tutto il giorno. Quando guardo e dice dodici allora mi alzo e comincio la mia giornata.
Poi di solito c'è un ippodromo vicino e mangio qualcosa e corro all'ippodromo dopo che mi sono svegliato, guido la macchina, scommetto sui cavalli, poi torno a casa e Linda cucina qualcosa e parliamo un po', mangiamo, beviamo qualcosa e poi vado di sopra con un paio di bottiglie e mi metto a scrivere a macchina. Comincio circa verso le nove e mezzo e vado avanti fino all'una e mezzo, le due, le due e mezzo di notte. Ecco.

Fernanda Pivano: Mangi solo una volta al giorno?

Charles Bukowski: Due volte al giorno. Mai tre.

Fernanda Pivano: E poi scrivi a macchina e poi riscrivi tutto?

Charles Bukowski: Sì, da ultimo ho riscritto senza bere, per farlo diventare chiaro, perché ero ubriaco quando ho scritto la prima volta. Poi mi ubriaco di nuovo per aggiustare la parte che ho scritto quand'ero ubriaco. Mi ubriaco per aggiustare la parte ubriaca. E funziona. Va molto bene così. Lo rende più divertente.

(Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, in Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle, Feltrinelli)