venerdì 31 ottobre 2014

Che sorpresa, gli Americani di Sullivan

 Io lo adopero ancora il vecchio detto: un buon cronista si vede dalle scarpe. E quelle scarpe devono essere consumate, anzi, logore, a dimostrazione di tutta la strada che si è fatta per vedere, ascoltare, registrare.

E' questa la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo Americani di John Jeremiah Sullivan (Sellerio), libro di straordinari reportage attraverso un 'America insolita. Un'America che è, in gran parte, quella del dopo 11 settembre, ma che soprattutto è quale raramente ho trovato nelle pagine dei libri e dei giornali.

Perché questa è la seconda cosa che mi è venuta in mente: c'è bisogno di buone gambe, ma anche di uno sguardo che vaghi irrequieto e si posi su ciò che non è scontato. Di tanta voglia di setacciare la realtà alla ricerca di risposte non date.

Scrittore errante, reporter inquieto, Sullivan dalla curiosità è come divorato. E' fame che non si sazia e che per ogni pasto restituisce una storia.

E quante storie racconta Sullivan. Un grande raduno di "rock cristiano" e i primi passi sul palcoscenico di Michael Jackson. L'uragano Katrina e un week end a Disney World. I protagonisti di un reality show in tour tra discoteche e localini più o meno sordidi e uno scrittore del profondo Sud colto nell'ora del suo inarrestabile declino.

Per la New York Times Book Review è la più importante raccolta di saggi e reportage dall'uscita di Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Non sono in grado di giudicare, però vale la pena. 

giovedì 30 ottobre 2014

Come spiegare chi era Sandro Pertini

Come la storia che un padre racconta al figlio, magari perché non ha saputo farne nient'altro. E chissà se il figlio ci crederà davvero, però, incredibile, lo sguardo è attento, le labbra si stanno schiudendo in una domanda...

E' una storia che fa bene condividere con i propri figli, anche solo per vedere l'effetto che fa, quella che Giancarlo De Cataldo racconta in Il combattente (Rizzoli). Libro di cui la prima cosa che mi ha colpito è il sottotitolo: Come si diventa Pertini. Sottotitolo che fa riflettere e che prende subito le distanze da ogni cedimento retorico, che poi è ciò che fa sì che le persone straordinarie siano piantate sopra un piedistallo: perché è in questo modo che si perdono, e che le perdiamo.

E dunque, cosa dobbiamo ricordare di Sandro Pertini? L'antifascista che non fece un passo indietro e che per questo fu seppellito in carcere? Il vecchiettino con la pipa in bocca che salta in piedi durante la finale del Mondiale di Spagna e regala a tutti un fiotto di tenerezza nel tripudio sportivo? O forse qualcosa che va oltre i luoghi comuni, le istantanee della storia, i giudizi una volta per tutte?

E' bello, questo libro, perché ci restituisce un personaggio a tutto tondo, senza fare sconti alle asprezze del carattere e delle convinzioni. La storia di un uomo che sembra appartenere irrimediabilmente ad un'epoca morta e sepolta - un po' come Enrico Berlinguer - e che invece...

Invece fa bene parlare di Sandro Pertini, dopo che il nuovo è avanzato, dopo che ha vinto la politica vetrina, la politica spettacolo, comparsata televisiva e irruzione nei social media, con molta allergia per la sostanza e anche per l'essere semplicemente se stessi.

Fa bene parlarne e fa bene interrogarci: come raccontarlo ai nostri figli? Chissà se gli piacerà, il buon vecchio Sandro.

mercoledì 29 ottobre 2014

Gli atlanti stradali rendono visibile l'assenza


La cartina più comune del regno Unito è l’atlante stradale.

Prendetene uno e osservate il reticolo di strade e autostrade che copre la superficie del paese. In queste mappe la rete stradale che connette il paesaggio appare così fitta da far pensare che i nuovi elementi primari del territorio siano asfalto e benzina.

Gli atlanti stradali rendono visibile anche un’assenza. I luoghi selvaggi non sono più segnati. 

Le lande, le grotte, i picchi rocciosi, i boschi, le brughiere, le valli fluviali e gli acquitrini sono semplicemente scomparsi. Se mai sono mostrati, corrispondono a ombreggiature sullo sfondo o a simboli generici. 

Il più delle volte sono evaporati  come vecchio inchiostro, trasformati in memorie rimosse di una Gran Bretagna più antica.

(Robert Macfarlane, Luoghi selvaggi, Einaudi)

lunedì 27 ottobre 2014

Il poeta in carcere che scrive con l'acqua della ciotola

Ogni giorno scrive poesie sul pavimento di pietra, bagnando un dito nella ciotola dell'acqua che beve....

Come un antico poeta del Giappone, che sa che la bellezza è tanto più bella quanto è effimera. Perché ciò che conta è la creazione, non ciò che di essa rimane. Allo stesso modo dei fiori di ciliegio, i cui petali cadono subito. Bellezza che svanisce, bellezza che evapora, come quelle parole tracciate con l'acqua.

Tutto molto bello, ma non è la bellezza, almeno, non è solo la bellezza, che tutto questo richiama Liu Xiaobo: il poeta che scrive con i polpastrelli bagnati nella ciotola, perché non ha più carta e inchiostro. Perché quella ciotola d'acqua è l'unica cosa che in carcere gli rimane.

Liu Xiaobo, il poeta che hanno condannato al silenzio; il dissidente nella Cina che non ammette nemmeno l'idea del dissenso. Premio Nobel per la Pace, in una cerimonia in cui spiccava la sua poltrona vuota.

Liu Xiaobo, forse un imbarazzo per il regime, il giorno del Nobel. Oggi non più. Non fosse per qualche articolo - come qualche giorno fa quello di Giampaolo Visetti su Repubblica - appena un vago ricordo. Facilmente esorcizzato in Cina e anche fuori dalla Cina, da quel mondo che con la Cina ha smania di fare affari, figurarsi se ha tempo da perdere con quegli scocciatori degli attivisti dei diritti umani.

Vorrei che la bellezza delle parole scritte con le dita bagnate indugiasse tra noi. Vorrei che quelle parole resistessero anche dopo essere evaporate, solo per il fatto di esserci state per un istante. Vorrei che si trasformassero in grido di indignazione. Il nostro grido: ce la faremo?


sabato 25 ottobre 2014

I libri di viaggio fanno girare la testa


I libri di viaggio sono di moda, ma più che il mondo ti fanno girare la testa.

I libri di viaggio mi piacciono quando dell’autore conosco la patria, la famiglia e l’indirizzo di casa: quando insomma uno dei due termini, il viaggiatore e le terre viaggiate, m’è già noto. 

I viaggi invece descritti dall’uomo spugna che oggi si chiama cosmopolita mi ricordano il vano gioco delle nuvole che si riflettono nell’onda. Né di qua né di là sai dove appoggiarti. 

Per un attimo ammiri, poi sbadigli e prendi sonno.

(da i Taccuini di Ugo Ojetti) 

venerdì 24 ottobre 2014

La bellezza malgrado tutto, questo è il Cardellino

Prendete un ragazzino di tredici anni in una New York che sembra svelare il suo volto migliore, quello delle case e delle gallerie d'arte raccontate in qualche commedia più o meno brillante. Mettete un terribile attentato che a quel ragazzino porta via l'unica persona che veramente conta, sangue e macerie laddove prima c'era solo la bellezza dell'arte. E poi andate avanti, con quel che resta, con quello che la vita può ancora riservare.

Con quel boato terrificante, già alle prime pagine, potreste anche ingannarvi, pensare che sia un romanzo sul terrorismo, un legal thriller o una spy-story, comunque un libro classificabile in qualche genere. Invece no, è qualcosa di completamente diverso, Il cardellino di Donna Tartt, scrittrice americana che distilla le sue opere in tempi lunghi, segnati dalla ponderatezza e dalla meticolosità.

Pensate, questa è una storia segnata dalla morte della madre ma anche da un quadro, lo stesso titolo del libro e l'immagine in copertina, che è il capolavoro di Carel Fabritius, uno dei maestri del Seicento olandese. Quindi un libro sull'assenza, sul dolore di chi rimane, sulla solitudine, ma anche sulla bellezza, sull'arte che è leggera e indispensabile, che è prima di tutto consolazione.

E per dire, pensate a come si chiama il protagonista: Theo, come il fratello delle indimenticabili lettere di Vincent Van Gogh. Pensate a Fabritius, appunto, anche lui, come la madre di Theo, morto in una drammatica esplosione a Delft. Pensate a quanto c'è di Dickens e per la verità anche di Salinger in questa storia.

C'è perfino troppo, in questo romanzo lungo, sterminato, direi fluviale. Un libro in cui tuffarsi, per riemergere solo all'ultima pagina. 

mercoledì 22 ottobre 2014

Nel mondo, dopo aver navigato sul fiume al centro del mondo

Tutte le auto, i treni, le navi e gli aerei che avevo prenotato per i giorni successivi avrebbero continuato a portarmi nella stessa direzione conducendomi di nuovo a Shangai dove il mio viaggio avrebbe avuto termine.

Allora, assieme al fiume, mi sarei spinto oltre la Barriera di Woosung e la sua rossa boa, avrei passato il faro sfavillante e l'enorme boa di navigazione che stava proprio oltre il punto che un tempo era chiamato Capo Nelson. 

Presto, ancora una volta, sarei stato in pieno oceano, sulla via del ritorno per ricongiungermi con il resto del mondo.

Sarei tornato nel mondo, dopo aver navigato il fiume che sta proprio nel centro del mondo.

(Simon Winchester, Il fiume al centro del mondo, Neri Pozza)

lunedì 20 ottobre 2014

Il fiume al centro del mondo

Una Cina priva di un tale immenso corso d'acqua è quasi impossibile da immaginare.

E' il Fiume Azzurro, anche se di azzurro ha davvero poco. O piuttosto il Fiume Lungo, nome assai più comprensibile, visti gli oltre 6 mila chilometri dal Tibet a Shangai, attraverso lo sterminato continente asiatico. E anche, e più semplicemente, il Fiume: così, per antonomasia.

In cinese, è lo Yangtze: e per noi è poco più di una reminiscenza geografica dei tempi della scuola. Difficile, in ogni caso, essere pienamente consapevoli dell'importanza di questo fiume, cuore della storia e della civiltà della Cina (e quindi, tenendo a freno le nostre visioni eurocentriche, anche del mondo).

Forse non sarebbe stato così, senza quella spettacolare inversione di rotta di cui lo Yangtze è protagonista a sorpresa, con le sue acque che dopo una corsa di milleseicento chilometri incontrano la Montagna della Nuvola. Unico tra tutti i grandi fiumi che, nati dalle grandi montagne asiatiche, non si dirige al sud, ma punta a est, ancora più a est, senza sottrarre alla Cina una solo goccia d'acqua.

Viene da pensare che proprio quelle rocce su cui si infrange lo Yangtze siano l'ombelico del mondo, il luogo in cui si è decisa un bel po' della nostra storia. Ed è questa la sensazione che mi ha lasciato il bel libro di Simon Winchester, Il fiume al centro del mondo (Neri Pozza). Titolo davvero eloquente, per un viaggio straordinario, raro, imprevedibile.

Un viaggio a ritroso, dalla foce alle sorgenti. Verso le prime acque del Tibet, verso ciò che c'è stato prima di noi. Forse prima anche della stessa Storia, con i suoi disastri, le sue vergognose tragedie.


sabato 18 ottobre 2014

Basho: quando incontro un viandante

Ho soltanto due desideri: trovare un buon rifugio per la notte e sandali che si adattino ai miei piedi.

Il mio umore cambia di ora in ora, di giorno in giorno i miei sentimenti si rinnovano. Provo un'infinita gioia quando incontro un viandante che abbia, sia pur in limitata misura, eleganza d'animo. 

Foss'anche uno che solitamente eviterei detestandone le idee antiquate e la rigidità spirituale, se l'incontro lungo un sentiero di campagna camminiamo fianco a fianco conversando, e se lo scopro in una capanna ricoperta di mugura, provo un'indicibile gioia, come se scoprissi una gemma tra i sassi oppure oro nel fango, e annoto l'incontro ripromettendomi di riferirne in seguito in modo più esteso: questa è una delle delizie del viaggiare.

(da Basho, Piccolo manoscritto nella bisaccia, SE)

giovedì 16 ottobre 2014

Questo libro è la mia mappa

Decisi inoltre che durante i viaggi avrei tracciato una mappa da contrapporre all'atlante stradale.

Una mappa in prosa che ridesse visibilità ad alcuni dei luoghi selvaggi rimasti nelle nostre isole, o che li registrasse prima che svanissero per sempre.

La mia mappa . almeno così speravo - non avrebbe connesso città, paesi, alberghi e aeroporti. Avrebbe invece collegato promontori, falesie, spiagge, picchi montani, torrioni rocciosi, foreste, foci di fiume e cascate.

Questo libro è la mia mappa.
                       (Robert Macfarlane, Luoghi selvaggi, Einaudi)

mercoledì 15 ottobre 2014

Per i libri e i librai come per i palloni del Pakistan

In Italia l'anno scorso il 57 per cento degli italiani non ha letto nemmeno un libro. In Finlandia ogni persona legge in media 20 libri all'anno. E' un divario di civiltà che si commenta da solo e per il quale mi risparmio parole. In fondo mi ha stancato anche piangermi addosso, così come sono stufo di ministri che lanciano proclami che, nei fatti, sanno tradursi (se va bene) solo in qualche spot televisivo: più utile, in effetti, per i bilanci tv che per il mondo del libro.

Basta che non mi si venga a dire che è una questione di clima, che i finlandesi, poveretti, leggono molto perché di inverno non sanno che altro fare.

Eppure non è alla desolazione di queste cifre, rese note in occasione della Buchmesse di Francoforte, che mi viene da pensare. In questa fase, temo, c'è qualcosa di peggio della scarsa propensione alla lettura. Ed è il concetto che per i libri sia lecito non pagare e che per questo sia buono ogni trucco, stratagemma e illecito. Un po' come i grandi concerti ai tempi degli autoriduttori, quando si sfondava per non pagare il biglietto e però non era chiaro a chi si doveva presentare il conto.

La musica è un diritto, si diceva. Anche la cultura è un diritto: giusto, anzi, sacrosanto. Ma perché  a pagare deve essere quel poco che rimane dell'economia del libro e il lavoro che c'è intorno?

Eppure è così. Alle presentazioni dei libri - parlo per esperienza diretta - crescono le persone che si ritengono nell'indiscutibile diritto di pretendere una copia gratuita, magari dallo stesso autore, ritenuto, chissà perché, proprietario di intere tirature (per inciso, come se tutta fosse editoria a pagamento, che tristezza).

L'altro giorno in una biblioteca pubblica, peraltro splendidamente animata da persone attente e motivate, il bilancio è stato di due copie vendute e di dieci persone che si sono messe in lista di attesa per leggere il libro che presentavo, da poco uscito. Non accenno nemmeno a chi scarica illegalmente dalla Rete: perché per me si tratta di un furto, della peggior specie, in quanto furto ai danni non di una rendita ma del lavoro.

Credo che siano solo aspetti di un fenomeno più complesso, risultato di miopia o trascuratezza (prima ancora che della crisi che ha colpito le nostre tasche, perché per altri tipi di consumi, anche culturali, non è lo stesso).

Allo stesso modo - per quel 15 per cento di sconto e per la comodità di aspettare in casa con Amazon e compagnia - stiamo mandando a picco le librerie, soprattutto le librerie indipendenti. E così stiamo spensieratamente rinunciando a luoghi di socialità e al prezioso lavoro di mediazione culturale dei librai. Peccato che poi sulla Rete tutti i gatti sono bigi, tranne quelli più pompati dalle multinazionali dell'on line che peraltro, stiamo scoprendo in queste settimane, possono anche decidere di far restare fuori chi ritengono.

Insomma, il discorso sarebbe lungo. Però vorrei che per i libri valesse la stessa consapevolezza che possiamo avere per il caffè di Santo Domingo o per i palloni del Pakistan. Perché ogni gesto di acquisto può avere un suo valore, un suo peso. Essere gesto equo, critico, attento.

lunedì 13 ottobre 2014

Con Silvano Lippi e quella gavetta in fondo al mare

Ogni volta che se ne va uno dei testimoni ho più paura del silenzio e allo stesso tempo avverto su di me un'altra responsabilità.

E' quello che ho provato l'altro giorno venendo a sapere della scomparsa di Silvano Lippi, due volte scampato agli orrori della guerra, prima il naufragio dell'Oria (la più terribile e dimenticata delle tragedie del Mediterraneo, con le sue 4.200 giovani vite inghiottite) e poi il campo di concentramento di Mauthausen.

Da sopravvissuto, per una fortuita serie di circostanze, Silvano Lippi è stata voce necessaria per tessere quei pochi fili della memoria che, per quanto mi riguarda, ho provato a tenere insieme in La gavetta in fondo al mare: storia che, per un'altra fortuita serie di circostanze, è entrata nella mia vita e non mi ha più abbandonato. Le parole di quel monologo mi risuonano ancora dentro, sono ancora rabbia, indignazione, commozione. Ma non sono ancora niente rispetto alla sofferenza di Silvano Lippi, della sua lunga vita segnata per sempre e alleviata solo dalla possibilità della testimonianza.

Una nave è attraccata alla banchina in attesa dell'imbarco di questi soldati. Il piroscafo comincia ad inghiottire il suo smisurato carico umano. È subito incomprensibile come il ventre della nave possa contenere un così grosso numero di persone. Quando il carico è al completo viene chiuso ermeticamente il boccaporto. 

In realtà anche la sua vita forse è finita lì, quel giorno sulla banchina, quando fu tra gli ultimi a salire sull'Oria già stracolma, tanto che per lui non si trovò posto. Così fu fatto discendere, al contrario delle altre migliaia di ragazzi, pigiati nelle stive come sardine. 

In questo modo si salvò. O in questo modo morì lo stesso, per diventare un altro Silvano Lippi chiamato ad altre cose.

Ora non c'è più. Quel silenzio lo sento e ne ho davvero paura. Meno male che ha fatto in tempo a passare il testimone ad altre persone. Meno male che ovunque in Italia si stanno finalmente ritrovando e riconoscendo i familiari delle vittime dell'Oria: chi li fermerà più, a questo punto?

sabato 11 ottobre 2014

Modiano, dalle vecchie foto le possibilità della memoria

Patrick Modiano è uno scrittore della memoria come dicono i giudici del Nobel, ma di una memoria che non è la sua.

Da mezzo secolo si aggira nella sua Parigi alla ricerca di ricordi che non gli appartengono, servendosi di vecchie fotografie sfuocate, troppo bianche o troppo nere, di numeri civici in apparenza senza storia, di elenchi del telefono in disuso, di facce di uomini e donne sospette, di una toponomastica municipale superata, per tratteggiare più che ricostruire un passato precedente alla sua nascita.

Precedente di poco perché Modiano è stato concepito nel '44, in un appartamento del numero 15, Quai de Conti, sulla Riva sinistra della Senna, e nel '45, quando è nato, era appena finito il periodo che l'ossessiona ancora a quasi settant'anni, quello dell'occupazione e del collaborazionismo con gli invasori nazisti.

Quel periodo è come un labirinto di nome Parigi in cui Modiano si addentra per afferrare i fili di esistenze legate alla sua e sempre rimaste nebbiose.

(Bernardo Valli, Il Nobel che cerca i ricordi degli altri, da Repubblica)

giovedì 9 ottobre 2014

Il piccolo manoscritto nella bisaccia di Basho

Oriente od occidente, unica è la malinconia del vento autunnale.

Così scrive Basho, il monaco poeta del Giappone medievale, l'uomo in perenne cammino, leggerezza e irrequietezza a sospingerlo via. Cammino, vento, versi come sospiri: questa la vita che scelse, lui che un tempo aveva agognato di farsi una posizione nel mondo. Tranne poi capire che siamo come pioggia, che cade ed evapora, al massimo può regalare una stilla di bellezza.

Pellegrino vorrei fosse il mio nome alle prime piogge d'autunno.

Basho, nome che non era il suo, nome scelto per onorare il banano cresciuto rigoglioso davanti alla sua capanna (questo, in giapponese signifca Basho: banano). Nome che ci evoca il più grande dei compositori di haiku, manciate di sillabe, istanti di poesia come lampi luce. Nome che, forse più correttamente, dovrebbe richiamare la figura di un pellegrino che ci ha lasciato alcuni piccoli grandi libri di viaggio. Altrettanti gioielli che ancora riescono a trasmetterci le stesse emozioni di una vecchia stampa orientale. Come Piccolo manoscritto nella bisaccia (edizione SE)

 Per ricordare il vento e le nuvole (di luoghi indimenticabili)  ho annotato senz'ordine di tempo le mie impressioni: consideratele farneticazioni di un ubriaco, vaneggiamenti di chi dorme, e concedete loro un orecchio distratto.

Ma assai più di un orecchio distratto.

martedì 7 ottobre 2014

Perchè ogni minuto di viaggio è malinconico

In qualsiasi posto vai, lo fai per vederlo ma anche per eliminarlo, per non andarci mai più.

Per dire: lì ci sono già stato e quindi devo andare in un altro posto, dove non sono ancora stato.

E poichè i posti che non hai visto sono infiniti, non potrai più tornare negli stessi, perché ormai la giudichi come una perdita di tempo.

In questo modo, ogni minuto di ogni viaggio diventa così malinconico perché sei fermo davanti a qualcosa che, se hai abbastanza coscienza della vita futura, sai che non vedrai mai più. Che da quel momento fino a quando morirai non ci sarà un'altra volta in cui potrai essere di nuovo qui.

Anche per questo non puoi fare a meno di vedere "tutto"; perché non ci tornerai "mai più".

(Francesco Piccolo, Allegro occidentale, Einaudi)

domenica 5 ottobre 2014

Non basta portare i libri in piazza

Ma portare i libri non bastava, ci voleva qualcos'altro.

Una volta nella piazza, i libri non potevano restare chiusi, semplicemente esposti come merce che si trova su qualsiasi altra bancarella.

Bisognava leggere, leggere a voce alta di fronte a un pubblico.

Il libro come oggetto, materiale e immateriale, come portatore di storie, di lingua, di letteratura, sta vivendo una crisi inedita perché è scomparso l'atteggiamento della lettura.

La lettura è innanzitutto una pratica, è infilare con gli occhi una parola dietro l'altra.

Leggere, rendere visibile in una piazza la lettura era il modo migliore per completare il viaggio e rendere il giusto merito ai libri, agli scrittori, alle storie.

(Filippo Nicosia, Pianissimo.Libri sulla strada, Terre di Mezzo editore)

venerdì 3 ottobre 2014

A 20 km l'ora per amore della lettura

Editori che non sanno più a che santo votarsi, titoli che si accatastano nei magazzini, un futuro sempre più incerto e deprimente per chi sui libri ha provato a costruire una professione che - en passant - ha molto a che vedere anche con le qualità di un paese. Cosa fare se non arrendersi?

Oppure no, si può fare ancora. Per esempio mollare tutto solo per ricominciare con la più ardita delle scommesse. Per esempio acquistare un vecchio furgone che si tiene insieme per miracolo e reinventarlo come una libreria circolante. Per esempio percorrere in lungo e in largo le strade della Sicilia, una delle regioni italiane dove si legge meno, solo per riportare tra la gente i libri e prima ancora la pratica della lettura.

Questa è la storia di Filippo Nicosia e di quel furgone che è stato bello ribattezzare "leggiu": in siciliano, lieve, piano - piano come un mezzo che si appaga della sua lentezza - ma anche "leggiu" come "io leggo". Ambivalenza perfetta dei sindacati.

E così per un'estate intera - e per la verità anche per un pezzo di inverno - piano piano il furgone e chi lo occupa sono riusciti davvero a riportare i libri in posti dove le biblioteche marciscono e le librerie sono sparite una a una. Storia che è bello ripercorrere nelle pagine di Pianissimo. Libri sulla strada (bello anche il sottotitolo: in viaggio a 20 km l'ora per amore della lettura), titolo uscito per Terre di Mezzo.

Titolo, ma soprattutto storia controcorrente. Storia per rincuorarci.




mercoledì 1 ottobre 2014

Estasi e paura in una passeggiata nei boschi

Un giorno, non molto tempo dopo il mio trasferimento con la famiglia in una cittadina del New Hampshire, mi ritrovai su un sentiero che spariva in un bosco ai margini dell'abitato. Un cartello annunciava che non si trattava di un sentiero qualunque, ma del famoso Appalachian Trail...

Sono queste le prime parole di Una passeggiata nei boschi di Bill Bryson, autore con cui mi sento sempre in ottima sintonia e libro che, mi succede raramente, a distanza di diversi anni mi sono ritrovato a rileggere, per cercare conferma del buon ricordo e soprattutto per andare sul sicuro rispetto alla mia fame di pagine che rappresentino un elogio del camminare.

Il vero protagonista è quello che si annuncia fin da queste righe: l'immenso sentiero che attraversa da nord a sud tutti gli States, scendendo e risalendo le infinite cime degli Appalachi, oltre 3.400 chilometri in gran parte immersi nella wilderness americana, un percorso di incredibile suggestione per il quale pare ci vogliano cinque mesi e cinque milioni di passi, non propriamente una passeggiata con lo zainetto per la merenda.


Poi c'è lui, Bill, uno non molto diverso da me, capace di incantarsi alle meraviglie della natura come di infliggersi notti insonni per i rumori del bosco, perennemente in bilico tra estasi e paura. E c'è Katz (nomen omen...), il compagno di viaggio, ancora più improbabile, uno per cui il cammino sembra sia solo un intermezzo tra un'area di sosta e l'altra, un'attesa prima di ingurgitare merendine e bibite gassate. Eppure capace di qualche lampo di stravagante saggezza.

Fatica, bellezza, buon umore. E chissà, magari anche la possibilità di un nuovo senso da dare ai nostri giorni. Tutto questo, in una passeggiata nei boschi.


martedì 30 settembre 2014

Un racconto di viaggi è sempre una storia di incontri

E gli altri?

Per introdurre questo tema bisognerebbe precisare all'inglese: "last, but not least"... Insomma, la curiosità del viaggiatore e poi del narratore è una dote individuale, ma la storia che possiamo raccontare non sarà mai frutto solo del nostro lavoro.

"Senza l'aiuto degli altri non si può scrivere un reportage" diceva Ryszard Kapuscinski. Il reporter è solo "l'estensore finale", l'ultimo anello di una catena composta da moltissimi individui che ci offrono spunti, storie, riflessioni.

Un racconto di viaggio è sempre una storia di incontri. Non dimentichiamolo.

(Paolo Ciampi in Parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

lunedì 29 settembre 2014

La semplicità con cui venne alla luce il nome di Charlot


Il mio nome, solo a pronunciarlo, suscita ammirazione in ogni angolo del pianeta, in Birmania come nella Terra del Fuoco. 

Forse sarebbe meglio dire il nome del personaggio che ho creato, un pomeriggio di pioggia del 1914, durante la lavorazione di un cortometraggio, scegliendo degli abiti fuori misura in uno spogliatoio maschile.

Ma questi aneddoti li ho raccontati in ogni maniera, anche se mi sorprende sempre ricordare la misteriosa semplicità con la quale Charlot oi The Tramp, il vagabondo, come lo chiamo gli americani, venne alla luce.

(Fabio Stassi, L'ultimo ballo di Charlot, Sellerio)