sabato 28 febbraio 2015

E' la sola differenza tra i morti e coloro che sono partiti?

- Chi ti ha detto che avevo un fratello?
- Nessuno. Ho sentito che gli parlavi. Gli parli, e lui è ovunque e in nessun luogo, quindi è morto anche lui.

   Lucas dice: 

- No, non è morto. E' partito per una altro paese. Tornerà.
- Come Yasmine. Anche lei tornerà.
- Sì, è la stessa cosa per mio fratello e per tua madre.

   Il bambino dice:

- E' la sola differenza tra i morti e quelli che sono partiti, vero? Quelli che non sono morti torneranno.

   Lucas dice:

- Ma come si fa s sapere se non sono morti durante la loro assenza?

                        (Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi)

giovedì 26 febbraio 2015

Il grande Kipling e i padri che hanno mentito

Se qualcuno domanda perché siamo morti,
Ditegli perché i nostri padri hanno mentito


Non mi incanta il Rudyard Kipling poeta - assai meno in ogni caso del Kipling narratore del Libro della giungla, di Capitani coraggiosi o di Puck il folletto - non mi incanta anche se i suoi versi sono una finestra spalancata sulla sua vita e su un mondo, quello dell'Impero britannico della regina Vittoria, che di fascino ne ha da vendere.

E sia chiaro, non che fosse un mondo giusto. Però come non perdersi in quelle atmosfere di riti coloniali e di tinte esotiche? Piantagioni e fumerie d'oppio, ricevimenti dal governatore e infamie coloniali. La voglia di dominare il mondo e quella di nascondersi al mondo. Ecco, proprio questa è la poesia di Kipling, che di volta in volta si assume la missione dell'impero - il deprecabile fardello dell'uomo bianco - ma cerca anche una via di fuga; e si fa parola di soldato e fuga di sognatore.

Non mi incanta, la sua poesia. Ma quante suggestioni che riesce a evocare, quello che già ai tempi era catalogato come un buon cattivo poeta.

In ogni caso c'è una parte dei suoi versi che non hanno niente a che vedere con l'India o altre terre dell'Estremo Oriente. Li ho scoperti solo ora, in un'antologia che gira intorno a If, la sua poesia più famosa - e che ancora una volta non mi incanta. Sono i versi che ha composto come lapidi immaginarie - ma poi non tanto - per i caduti della prima guerra mondiale. Una sorta di Spoon River europea, non per un cimitero di una piccola cittadina americana, ma per i morti ammazzati della grande ecatombe europea.

Niente retorica, niente fascino esotico. Ma forse le parole di un padre che in guerra ha perso suo figlio. E che da allora lavorò constantemente non per inventarsi altri capolavori, ma per alimentare la memoria. Dei tanti, degli innumerevoli come suo figlio.


Meditando sui viaggi nel vento del Vallo di Adriano



Non so cosa c'entri con questo viaggio. Non so, ma credo che valga lo stesso per i viaggi, meglio, per la smania di catalogarli con grande profluvio di preposizioni, aggettivi e sostantivi.
Il viaggio è sempre verso qualcosa, implica sempre una distanza. È vicino o lontano. Pare non contare per se stesso ma per la sua destinazione, regione, paese o continente che sia. 
Non so cosa c'entri, ma ora che mi sto dirigendo verso Walltown Crags avverto che molte delle cose che finora ho considerato dei viaggi appartengono al superfluo. Possono cadere a ogni passo, come foglie di autunno al primo stormire. 
Walltown Crags, balcone sul tempo, sui tempi, fuori dal tempo. Posto buono per sciogliersi dai pensieri e abbandonarsi a ogni congettura. Per riposare la mente e lasciarla andare, come un pattinatore che scivola sul ghiaccio con leggerezza.
Perché a volte capita, è in superficie che si scopre il senso della profondità.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)



lunedì 23 febbraio 2015

L'arte della menzogna nella Trilogia della grande Agota



Sono pochi i libri che rappresentano un'imboscata continua a ogni ragionevole convinzione dei propri lettori. Trilogia della città di K. di Agota Kristof ne è certamente uno: unica convinzione rimasta, in effetti, dopo averlo riposto su uno scaffale. Con un pizzico di rimorso, tra l'altro, per averlo colpevolmente dimenticato per anni e anni nella pila dei libri "in attesa".

Sarà che mi aspettavo qualcosa di diverso, da a questa scrittrice ungherese riparata in Svizzera nel 1956. Qualcosa comunque figlio del mondo tetro del socialismo reale imposto con i carri armati sovietici. Non avevo considerato che i conti si possono regolare anche con lo humour più nero e che il gioco delle parti, degli equivoci, delle bugie può rappresentare il peggior contrappasso per ogni pretesa di verità assoluta. 

E dunque la trilogia comincia in un remoto paese dell'est devastato dalla guerra. Non si dice, però più o meno è proprio l'Ungheria occupata dai nazisti. Immagino che non siano mancati i romanzi del realismo socialista, a raccontare quelle vicende. Però in scena entrano subito due gemelli: e con i gemelli, si sa, le cose inevitabilmente si complicano.

Perché ci vuole poco: e già nei giorni delle bombe e della fame, tutto si sovrappone, si separa, si sdoppia, si confonde. I destini di vita ora si intrecciano e ora si allontanano. Talvolta scompaiono, come fiumi carsici forse destinati a riemergere.

Ma in ogni caso: dov'è la verità? Trilogia della città di K. avrebbe potuto chiamarsi anche Trilogia della menzogna. E da subito Agota Kristof avrebbe giocato a carte scoperte. Perché in effetti questo più che un libro mi sembra un incredibile sala degli specchi, di quelle da luna park, in una sarabanda di rimandi e deformazioni. Menzogna della vita e menzogna come grande forza ispiratrice d'arte. Vai a sapere se alla fine si potrà trovare il capo giusto e sciogliere il groviglio.

"Non sono una bugiarda nella vita. Non so perché scrivo quelle cose", pare abbia detto un giorno Agota Kristoff, rispondendo alla domanda di un suo intervistatore. Leggendo la Trilogia viene il sospetto che proprio la menzogna sia la forma più sofisticata della verità.

sabato 21 febbraio 2015

Cosa rimane tra l'accusato e l'accusatore

L'avevo cominciato prendendolo un po' sottogamba, Espiazione di Ian McEwan (Einaudi) - come capita con un libro che ti trovi in casa senza sapere bene perchè. E non senza qualche diffidenza, sarà che l'ambientazione in una residenza dell'aristocrazia rurale britannica non è certo nuova.

Ma poi che pagine che sono queste. Anche se non pretendono di essere facili e scorrevoli come un torrentello di parole.

Espiazione è un grande romanzo sulla colpa, anzi, sul senso della colpa. Sui grandi interrogativi della morale fuori da ogni grande visione morale, perché in gioco qui c'è semplicemente il modo di stare al mondo, di relazionarci agli altri.

Semplicemente: si fa per dire. Perché la colpa è anche questo: segno, cicatrice. Ciò che rimane quando gli eventi sono alle spalle.

E forse la cosa che fa più impressione è proprio questo. Quanto rimane nel passare del tempo. La forza delle conseguenze che discendono anche da un singolo gesto, da una debolezza o da uno smarrimento.

La colpa di una ragazzina di 13 anni scaricata su una persona innocente. Un accusato che per tutta la vita ne sarà segnato. Però anche l'accusatore che non se ne libererà più. Tanto che la narrazione scandisce un percorso di espiazione di un'anziana: un tempo era proprio lei quella ragazzina.

Alla fine chiudi questo libro e mettendolo via già sei alla prese con la malinconia del lettore, che sa fin troppo bene che anche questa volta i fili di questa storia, i suoi personaggi, svaniranno dalla sua memoria.

Però ecco, sono sicuro che l'emozione di questa lettura rimarrà anche quando di questo libro mi rammenterò poco o niente.

Succede, succede proprio con i grandi libri.

giovedì 19 febbraio 2015

Szymborska, il miracolo e l'enigma in ogni cosa


La sua convinzione è che in ogni esperienza personale, anche la più apparentemente insignificante, siano nascosti un enigma e un miracolo.

Ovunque "sonnecchiano forze segrete" e la poesia "con l'aiuto di parole opportunatamente scelte riuscirà a risvegliarle". Facendo comunque attenzione ad abbordare di sbieco le questioni ultime dell'esistenza, come dimostra la celebre e meravigliosa poesia sulla morte del compagno di una vita, Konrad Filipowicz, vista attraverso gli occhi del suo gatto.

"Non so", così Szymborska esordisce nel discorso di investitura di Nobel. E proprio tale socratica ignoranza la spinge a fare domande senza trovare mai risposte.

Il suo maestro filosofico è Montaigne, il suo nume pittorico Vermeer, il suo fratello d'umorismo Woody Allen, che prova verso di lei un'ammirazione sconfinata.

(Franco Marcoaldi da Repubblica, Limpida, ironica Szymborska, i segreti di una poetessa popolare senza mai volerlo)


martedì 17 febbraio 2015

Sarajevo 1914, l'ironia della storia

Il piccolo, bizzarro melodramma che si svolse in Bosnia il 28 giugno 1914 ebbe sulla storia del mondo la stessa influenza di una puntura di vespa su un malato cronico, spinto dal delirio a scendere dal letto e dedicare i suoi ultimi giorni a distruggere un nido di insetti.

Piuttosto che fornire una vera causa alla Prima guerra mondiale, l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando di Austria-Ungheria servì come scusa per scatenare forze che era già in azione. 

Il fatto che un terrorista adolescente avesse ucciso l'unico uomo, ai vertici dell'impero asburgico, che avrebbe potuto utilizzare la propria autorità per cercare di evitare la catastrofe è solo un'ironia della storia, per certi versoi insignificante.

(Max Hastings, Catastrofe 1914, Neri Pozza)

domenica 15 febbraio 2015

Non c'è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare

Vado per sentieri da anni, e di sentieri leggo anche da tempo.

La letteratura sui viaggi a piedi è lunga e si presenta in forma di poesie, canzoni, storie, trattati, guide, carrate, romanzi e saggi. 

Il patto tra scrittura e cammino è tanto antico quanto la letteratura stessa: una passeggiata può facilmente diventare una storia, e non c'è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare.

(Robert Macfarlane, Le antiche vie. Un elogio del camminare, Einaudi)

venerdì 13 febbraio 2015

E mi lascio andare al vento

Mi giro intorno, mi lascio andare al vento. Sono un bambù, che si piega ma spera di non spezzarsi. Misuro lo spazio che mi accoglie, spazio verso il nord, rifletto. 

C'è stato un tempo in cui non esistevano questi campi ben ordinati, separati gli uni dagli altri dai contratti e dai muretti di confine, un tempo in cui tutto era solo e soltanto foresta. Mi sento più grande di quanto sono. Sarà che in questo posto posso prescindere da molte cose. Da quasi tutte in effetti. Quindi mi rimetto in cammino. 

Calpesto un prato verde, soffice come un tappeto su cui non disdegnerei di rotolarmi. Come a ricercare le capriole dell'infanzia. E perché no? È quasi sempre così, lungo il National trail. Non pensate a uno dei nostri sentieri segnati da solchi profondi, con l'erba che, nel caso, sopravvive solo al centro. Lungo il Muro spesso si ha la sensazione di attraversare il green di un circolo del golf.

Pare che dietro ci sia anche una scelta precisa. I prati aiuterebbero a preservare meglio ciò che ancora gli archeologi non hanno dissepolto. Non so se crederci, ma di sicuro approvano quelle pecore a poche metri da me, che alzano il muso e per un attimo, solo per un attimo, smettono di ruminare. 

Sono arrivato a Chesters, un posto che fin nel nome trattiene ciò che era. Da castra, l'antico accampamento romano. E prima ancora Cilurnum, parola celtica che richiama l'idea del calderone. Chesters era un antico forte costruito là dove il Muro scavalcava il Tyne per proseguire sull'altra sponda. 

Per almeno tre secoli vi hanno alloggiato truppe reclutate in regioni lontane. In particolare i cavalieri delle Asturie, terra aggrappata alla Spagna, terra sferzata dall'Oceano, terra di guerrieri e di minatori. Venne abbandonato solo tra la fine del quarto e l'inizio del quinto secolo, per essere inghiottito da secoli davvero bui. 

 Tutto questo tempo in mezzo e ora ci sono io. 

Non più erba, sotto i miei piedi, ma la strada lastricata che tagliava a metà l'accampamento. Le pietre levigate da milioni e milioni di passi di legionari.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

mercoledì 11 febbraio 2015

Se il titolo del libro fa la differenza



"Sinceramente - mi disse un editor - non credo che molti americani vorrebbero farsi vedere in giro con un libro con su scritto PERDENTI". Agli editori europei, invece, il titolo piace. E da questo siete liberi di dedurre ciò che volete sugli europei.

E in effetti questa è una bella cartina tornasole delle differenze tra le due culture, americana ed europea. Però con queste righe Paul Collins - autore di Al paese dei libri - intende parlarci dei titoli. Che sembrano niente e possono essere tutto. Che decretano il successo di un'opera o la condannano all'anonimato. Che sono sempre e comunque uno dei compiti più improbi e delicati per chi è chiamato a pubblicare qualcosa.

Il giornalista lo sa bene, tanto che quasi sempre prima si spreme le meningi per il titolo e solo dopo, in genere, scrive il relativo articolo. Figurarsi un editore o un direttore di collana.

Scrive Paul Collins:

Ogni titolo è un compromesso. Non può essere troppo astruso, altrimenti in libreria nessuno capirà cos'è. Ma non può neanche essere troppo ovvio, perché se no ci sarà di sicuro un precedente, specialmente se si è gli ultimi arrivati nella storia della letteratura.

Sostiene Collins che a forza di citazioni hanno spolpato perfino Shakespeare, lasciando solo congiunzioni e articoli. Sostiene Collins che il campione mondiale dei titoli è Tibor Fisher - autore tra l'altro di Non leggete questo libro se siete stupidi - e che lui se lo immagina come uno che sbraita alle conferenze urlando "E ringraziate che è il mio romanzo!". Sostiene Collins che si inizia con il titolo, ma bisogna preoccuparsi anche di quello che c'è dopo:

Certi libri vivono il loro momento di gloria nel frontespizio: dopo si va a scendere.

E io concordo.

lunedì 9 febbraio 2015

La suora e la professoressa ebrea, nel carcere insieme

Ci  sono storie come fili invisibili che solo i libri permettono di scorgere. Ci sono libri che ti prendono in contropiede, prima ancora che per le storie che raccontano, per le storie che suggeriscono, magari lasciandole lì, in quella penombra dove le evidenze e le possibilità danzano insieme fino a confondersi.

Questo è quanto ho provato leggendo un piccolo importante libro di Giovanna Lori, Sia benedetta la sua memoria, che mi sarebbe sfuggito se l'autrice non avesse a sua volta incontrato la storia che racconto io in Un nome: e quindi la storia di Enrica Calabresi, la professoressa ebrea che si avvelenò nel carcere fiorentino di Santa Verdiana per evitare la deportazione.

Prima di uccidersi lasciò un biglietto a una religiosa, affidandole quei pochi beni che le erano rimasti.
Chi era quella religiosa di cui non facevo nemmeno il nome?  C'era una storia dietro?

Ed ecco Giovanna Lori, che mi riporta a quel carcere e a quegli anni. Che con pagine scritte con buona penna ma soprattutto con ila forza delle emozioni mi consegna il nome e la storia che mi mancava: quella di Madre Ermelinda, suora che nel terribile periodo dell'occupazione nazi-fascista fece di tutto per salvare prigioniere o per recare loro un qualche conforto.

Con la forza delle emozioni, necessariamente: perché dietro questa religiosa dal fare burbero ma dal cuore grande come una casa spuntano anche le figure di un direttore del carcere che, insieme a lei, rischiò la pelle per non rassegnarsi agli ordini dei vari aguzzini. E insieme di una giovane figlia che, insospettata, riuscì perfino a comunicare con la Resistenza fuori. Rispettivamente il nonno e la figlia di Giovanna Lori.

Ecco, i fili invisibili che vengono allo scoperto. Le tessere del mosaico che compongono una storia, in attesa che altre vadano al posto giusto. Vite che balzano fuori dalle pagine di due libri, che si mescolano con vite di oggi, che lasciano intravedere perfino ciò che non potremo mai davvero sapere.

E ora quasi riesco a scorgerle insieme, Enrica e madre Ermenegilda, insieme sul ciglio della tragedia conclusiva. Sguardi e parole, umanità prima del veleno. 




domenica 8 febbraio 2015

Rileggendo la guerra dei nostri nonni

Dedicato a suo nonno, ma anche ai 650 mila soldati italiani che, non facendo ritorno a casa, non ebbero mai la possibilità di diventare nonni. E' un bel libro, La guerra dei nostri nonni di Aldo Cazzullo (Mondadori), un libro diverso da molti altri usciti in occasione del centenario della Grande Guerra.

Un libro da consigliare anche a coloro che non sono grandi appassionati di Storia e che pure sono disposti a cercare le storie nella Storia. Come se un vecchio reduce, se potesse essere ancora in vita, ci accogliesse al fuoco del caminetto per raccontarci le sue vicende.

Ecco, proprio così. Perché questo è un libro che non ha una tesi da dimostrare né un vero e proprio filo a legare i vari capitoli.

Un libro, certo,  dove ci sono anche le storie di persone che hanno lasciato un segno importante: Pietro Badoglio che quel mattino a Caporetto non dette l'ordine di fuoco all'artiglieria, vai a capire perché; Giuseppe Ungaretti che nelle trincee non solo salvò se stesso ma anche le sue parole di poeta; e anche Hitler, che nelle trincee fu risparmiato da un soldato nemico, e chissà come sarebbero andate le cose, invece....

Ma soprattutto le storie delle persone che erano i nostri nonni e che potevamo essere anche noi. I soldati massacrati l'istante dopo l'ordine di attacco, i prigionieri in mano austriaca a cui il governo italiano negò perfino il soccorso della Croce Rossa, i trentini che combatterono con l'impero e finirono bei campi di battaglia più lontani, incrociando i loro passi con la Rivoluzione russa, gli intervisti che dopo i tanti proclami scoprirono la realtà del massacro, i giovani fanti del Piave e del Monte Grappa, le donne che in quegli anni si fecero carico del lavoro e cominciarono a scorgere un futuro diverso....

Storie che sono la nostra storia. Storie da cui discendiamo anche noi e per cui siamo quello che oggi siamo.

venerdì 6 febbraio 2015

Ungaretti, poeta che scoprì i "fratelli" in trincea


Se Ungaretti fosse caduto, non avremmo mai letto le sue poesie. Le scriveva sui pezzi di carta che portava con sé. Forse non pensava nemmeno di pubblicarle....

Ecco, così Aldo Cazzullo ci racconta di questo poeta che io mi porto dietro sin dagli anni dell'adolescenza, soprattutto per le sue poesie scritte in trincea, parole scarne, essenziali, che sono una chiave per aprire il cuore.

Un giorno un ufficiale lo sorprese mentre si stava crogiolando al sole, indifferente ai suoi obblighi di soldato. Ebbe fortuna perché quell'ufficiale era Ettore Serra, grande figura di letterato. Invece di spedirlo alla corte marziale gli chiese chi fosse e cosa stava facendo. Scriveva poesie, gli confessò quel soldato semplice. Poi si frugò nelle tasche e gliele consegnò. Fu così che nacque la sua prima raccolta, Il porto sepolto, bellissima.

Ungaretti fece tutta la guerra da soldato semplice, soldato tra i soldati. In una lettera a Giovanni Papini spiegò: Mi sono lasciato andare cantando con gli altri soldati, e ho dimenticato me stesso.

Gli altri soldati erano i suoi fratelli, fragili come foglie in autunno. I suoi versi, scampati alla trincea, ce li hanno affidati. Vite che in realtà sono le nostre vite.

mercoledì 4 febbraio 2015

Ricordando Anna, quel giorno del 1943

A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.

Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
 

Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
 

Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata… 
 

Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
 

Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze.
 

E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
 

Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
 

Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
 

Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
 

Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada. 

(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

lunedì 2 febbraio 2015

Un reporter che non vorrebbe mai raccontare quella storia

Scrivere mi serve quanto a te serve ciò che hai nel bicchiere. Se posso scriverne, vuol dire che posso capirlo. E posso seppellirlo. E' l'unica cosa che voglio fare.

Dopo alcune letture decisamente impegnative, avevo voglia di tuffarmi in un thriller, comuneuq in uno di quei libri dove viene da bruciare una pagina dopo l'altra, per vedere come andrà a finire. Non so voi, ma è anche libri del genere - e di genere - che ritrovo nelle istantanee che ritraggono il piacere della lettura anno dopo anno. Che so, pomeriggi casalinghi con la pioggia battente fuori, influenze con il mal di testa che molla la presa giusto per goderti un romanzo, non troppo difficile però.

Questa volta la scelta è caduta su un autore come Michael Connelly e il suo Il poeta (Piemme). Giusto per la quarta di copertina, a solleticare il mio immaginario:

JackMcEvoy fa il reporter di nera. La morte è il suo mestiere. Ma ci sono storie che nessuno vorrebbe  scrivere. Storie a cui nessuno vorrebbe arrendersi...

Ecco qui, giusto quello che cercavo. E poco importa se tutto sommato la trama si scioglie prima del tempo. Tra queste pagine non c'è solo un omicida seriale da individuare e catturare. C'è per esempio il mondo del giornalismo americano mobilitato su un caso da prima pagina, mondo visto e raccontato dall'interno. E c'è l'Fbi, con i suoi mezzi, le sue procedure... solo per dire, tanto per dare una spinta al tuffo nella lettura.

sabato 31 gennaio 2015

Un libro di Tabucchi per compagno di viaggio

E poi mi ha chiesto se conoscevi il rumore del tempo. No, ho detto io, non lo conosco. Bene, fa lui, basta mettersi a sedere sul letto, durante la notte, quando uno non riesce a dormire, e restare a occhi aperti nel buio, e dopo un po' si sente, è come un muggito in lontananza, come l'alito di un animale che divora la gente....

Che fortuna doversi scegliere un libro per un viaggio - un libro abbastanza voluminoso, magari, in grado di accompagnarti per l'intero viaggio - e per una volta scegliere bene. Uno di quei libri su cui è bello anche indugiare su una singola pagina, lasciandosi andare al suono di una frase, alla sensazione che può lavorare dentro di noi, tra un gesto e un passo.

E dunque: cinque giorni in Spagna, a Valencia, accompagnato dai Racconti di Antonio Tabucchi (Feltrinelli). E lo so che sarebbe stato meglio a Lisbona. Ma non si può volere tutto. Sono contento così.

Davanti ai banchi delle tapas o beandomi al sole di un tiepido gennaio alla Città delle arti e delle scienze mi è capitato di indugiare su uno di questi racconti. Alcuni di essi capolavori - come Il gioco del rovescio, Piccoli equivoci senza importanza, I treni che vanno a Madras - altri forse meno.

In ogni caso sempre accogliendo dentro di me uno scrittore che sento come un amico, senza averlo mai conosciuto se non sulle sue pagine (una volta o due, di sfuggita, a qualche incontro). Come un amico che se n'è andato troppo presto, privando il mondo di molte altre storie degne della sua parola. 

giovedì 29 gennaio 2015

Il rugby per conoscere la Nuova Zelanda

Se dici rugby e dici Nuova Zelanda è chiaro che non si tratterà di un viaggio come gli altri. Così come è chiaro che andare a seguire i campionati del mondo non sarà solo una bella festa dello sport, perché la Nuova Zelanda, certo, è il rugby, è una squadra che è leggenda, ma proprio per questo il rugby sarà assai più di un'occasione per conoscere la Nuova Zelanda.

E così Meta Nuova Zelanda. Viaggio nella terra del rugby di Elvis Lucchese (Ediciclo) è un libro che si fa leggere con molto piacere anche da uno come il sottoscritto, affascinato da sempre dalla palla ovale, ma senza averne mai imparato nemmeno le regole (vergognandosi anche a manifestare la propria ignoranza).

E che per noi italiani la Nuova Zelanda sia soprattutto la squadra degli All Black non è del tutto una sorpresa. Come scrive Lucchese:

Molto di ciò che gli italiani sanno dei maori, lo sanno attraverso il rugby.

Ragionamento che si potrebbe prendere anche dall'altro capo del filo: senza il rugby i maori per noi sarebbero solo uno dei tanti popoli indigeni, magari più fortunato di altri cancellati dalla faccia delle terra.

Ma in ogni caso questo è proprio un bel libro di viaggio, che getta uno sguardo originale su un paese che resta simpatico a pelle e di cui in ogni caso si sa davvero poco.

Quanto al rugby è una sorprendente cartina tornasole per gettare un fascio di luce sulle complesse relazioni tra coloni e maori, ma anche sugli neozelandesi di oggi e la vecchia madrepatria. Non senza permetterci di ascoltare qualche storia che forse meriterebbe un libro al parte: come quella dell'emigrato italiano di inizio Novecento che finirà per indossare la maglia degli All Black. Il mondo è bello perché é vario.

martedì 27 gennaio 2015

Per il Giorno della Memoria: il nome di Enrica, il nome di tutti





Penso ai numeri dell'ecatombe. Quanti sono stati? Sei milioni? Qualcuno meno, qualcuno di più?

Troppi zeri: è una cifra così enorme da perdere di consistenza. Il suo significato si smarrisce. Non riesco a contare sei milioni di uomini, di donne, di bambini. Non posso vederli. Non posso immaginarmeli uno accanto all'altro.

Ma sarebbe lo stesso, e sarebbe sempre troppo, con uno zero in meno, con due zeri in meno, con tre zeri in meno. Anche mille sono inconcepibili, anche cento...

Lo so, c'è un solo numero che mi consentirà di comprendere.

Uno.

Uno, perché una sola la persona. Quella persona. Proprio quella e non altre. Lei che ho scelto per accompagnarmi. Lei, purché ne riesca a cogliere la vita prima della morte.

Enrica.

Quel volto.


                                                                           (Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina)

sabato 24 gennaio 2015

Storia quasi vera di un incontro impossibile con Pasolini

C'è Pier Paolo Pasolini, che oggi tutti dicono di conoscere, ma secondo me è come la Recherche di Proust, non si può non dire di conoscerlo, di sentirne la grande lezione che arriva fino a noi, però.... C'è un romanzo incompiuto, Petrolio, impervio e in odore di scandalo, che è stata la sfida estrema di un autore che già ai tempi era in odore di scomunica. E c'è una Laura Betti abbondantemente sul viale del tramonto, ma anche (legittima) erede spirituale di Pier Paolo, bisbetica, intrattabile, imprevedibile, donna che è nitroglicerina pura e che pure ha ancora la forza di un inspiegabile magnete.... E c'è anche un giovane scrittore che all'inizio degli anni Novanta, nel bel mezzo di quella rivoluzione antropologica dell'Italia che aveva presagito e annunciato il grande Pier Paolo, si trova a lavorare all'archivio di quest'ultimo e nelle grinfie della diversamente grande Laura.

Ecco qui, i quattro soggetti - perché nella lista includo anche Petrolio - che in qualche modo si muovono nelle pagine di Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, storia quasi vera di un incontro impossibile con Pier Paolo Pasolini, come recita il sottotitolo.

Libro complicato, libro assolutamente non lineare, perché così è la storia di questo mancato incontro. Libro che cresce come una marea bretone e si allarga fino a inondare i nostri anni, con le parole del poeta friulano che risuonano come quelle di una Cassandra, nella desolazione di una letteratura arrivata al capolinea e di intellettuali ridotti al ruolo di intrattenitori o di mascotte, magari a uso e consumo televisivo.

Libro complicato, certo, e nemmeno gradevole (facile che non lo voglia nemmeno essere), libro di cui mi sfugge la felice combinazione che lo ha portato a un passo dall'affermazione allo Strega. Libro da leggere anche solo per pagine come rivelazioni.

Per esempio verso la fine, con un sorprendente viaggio all'antica Eleusi, che è in realtà un viaggio dentro i misteri più profondi e indicibili, della morte e della vita, della creazione, fino all'audace accostamento tra la voce di Pasolini e quella di Eschilo... difficile, lo so, ma che emozione.

venerdì 23 gennaio 2015

Mark Twain, uomo che viaggia, uomo curioso


Le notizie sembrano uscire da me per natura, come vino dalla botte. Spesso mi è sembrato che avrei dato la mano destra, se avessi potuto trattenere i miei ricordi; ma non è stato possibile.

Sono convinto che Samuel Langhorne Clemens, che tutti noi conosciamo come Mark Twain, la mano se la sarebbe tagliata per la ragione opposta,  se cioé non fosse più riuscito a scrivere, a dare notizie come vino dalla botte.

Ma questa è una mia personale convinzione, quello che conta è tuffarsi in queste pagine, scritte da Mark Twain prima del successo e della fama, prima di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.

In Vita dura (Barbès editore) c'è il Mark Twain giovane, niente affatto destinato a diventare Mark Twain, lui che aveva lavorato come mozzo in un battello fluviale e cercato la fortuna come cercatore d'oro.

E soprattutto c'è il Far West, l'Occidente che si fa sempre più Occidente, in una lunga peregrinazione dove si incontra di tutto, i mormoni dell'Utah e i minatori del Nevada, ma poi perfino gli indigeni delle isole del Pacifico.

E c'è gente che appartiene al nostro immaginario cinematografico e che oggi è svanita dalla vita di quei posti. Ci sono scenari naturali mozzafiato che spero resistano laggiù, nel selvaggio West.

Ma soprattutto c'è lui, Mark Twain, l'uomo che viaggia, l'uomo che guarda, l'uomo curioso. Soprattutto l'uomo che sa raccontare, senza enfasi, colorando tutto di ironia e simpatia.

Queste storie noi le leggiamo. Ma potrebbe raccontarcele un vecchio zio, che ne ha fatte di tutti i colori e sa convivere piuttosto bene con le sue eccentricità. Davanti a un camino, solo per il gusto di conversare.