lunedì 31 agosto 2015

La Lisbona di Tabucchi e di tutti noi

Ci sono città che sembrano vivere nella carta prima ancora che nelle pietre di cui sono fatte. Città immaginarie, ma a differenza di quelle di Italo Calvino reali, così reali da poter essere rintracciate in una carta, spiegate in una guida, percorse con i nostri piedi e affrontate con tutti i nostri sensi. Immaginarie e reali, ma soprattutto raccontate, plasmate, reinventate dalla letteratura. 

Come Buenos Aires, per cui non riesco a prescindere da Jorge Luis Borges. E che grazie a Borges sento di aver visitato, anche se in realtà non ci ho messo mai piede.

A Lisbona invece ci sono stato e volentieri ci ritornerei. Intanto è come se ci fossi stato un'altra volta, grazie a un libro che consiglio caldamente: A Lisbona con Antonio Tabucchi di Lorenzo Pini (Giulio Perrone editore). Sottotitolo secco e non casuale: Una guida. Attenzione, non una guida letteraria. Perché Lisbona, che è un'altra delle grandi città della letteratura, qui è raccontata nella sua verità. 

Ed è davvero Lisbona, anche se la inseguiamo attraverso il filo delle vicende di Sostiene Pereira. Oppure nell'allucinazione di Requiem, che allucinazione è, ma anche vagabondaggio per una città che non è da meno della Dublino di Joyce o della Praga di Kafka. 

E' davvero Lisbona, perfino quando seguiamo l'ombra del grande Fernando Pessoa e di tutti in suoi eteronomi - in un gioco di specchi e rimandi tra l'uno e i molti che siamo - Quel Fernando Pessoa che Antonio Tabucchi non ha solo amato e tradotto, perché siamo molto oltre sulla via della complicità e della immedesimazione....

Lisbona attraverso Tabucchi, in un libro che è tutt'altro che un gioco letterario o uno sfoggio di erudizione. Ci sono nomi, luoghi, circostanze.... Ma c'è soprattutto Lisbona, bellissima, e ancora più bella attraverso la forza della parola scritta. 

domenica 30 agosto 2015

Scoprire Milano con il commissario Ambrosio

"Vede, il fatto che dia importanza a un vecchio conto mi piace. Non le servirà a nulla, probabilmente, ma mi piace che la storia l'abbia un po' turbato. Lei ha immaginazione. E poi è un sentimentale, come me" rise. "Chi lo direbbe?"
"Io" disse Ambrosio.

Non avevo ancora incontrato il commissario Ambrosio - malgrado la notorietà raggiunta e il volto che, per una serie televisiva, ai tempi gli ha prestato Ugo Tognazzi. Non lo conoscevo  - e a parte interrogarmi su tanta distrazione per un appassionato di gialli come il sottoscritto, mi piace il gusto di questa scoperta tardiva. Mica è sempre necessario inseguire l'ultimissima tra le ultime novità. C'è tanto da scoprire, tra quanto abbiamo tralasciato negli anni.... Scoperte, davvero, che hanno un altro sapore.

E dunque, ho appena finito di chiudere Il caso Kodra, il romanzo con cui Renato Olivieri ha dato vita al commissario Ambrosio. Non ci sarei mai arrivato, senza il trafiletto di un settimanale che, prima del commissario, ricordava proprio Olivieri, giornalista colto e raffinato, innamorato delle cose belle e della sua città, Milano. Quanto bastava, per lasciarsi tentare.

E dunque, ecco questa singolare figura di investigatore, che fa la sua apparizione nel 1978, e non è un duro, un cinico, tanto meno un corrotto. Piuttosto un uomo malinconico, solitario, abituato ad alleviare i dolori della vita con buone letture invece che con eccessi alcolici.

Sono entrato bene nel libro - sarà anche per l'epigrafe dal Macbeth di Shakespeare (La vita non è che un'ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena...), che a suo modo la dice lunga.

E poi il corpo di quella donna disteso per strada - pare un incidente stradale - la nebbia di Milano (Ambrosio non lo immaginerei in nessuna altra città) e il primo passo di un'inchiesta che sgorga dal dubbio, ma prima ancora, forse, dalla nostalgia e poi dalla curiosità... che piacere, avere scoperto Olivieri e il suo commissario.... 

venerdì 28 agosto 2015

Il console di Roma, sul crinale tra due mondi

Il sole annunciò che il mondo mi riprendeva con sé, mi riportava tra i suoni e in mezzo alle voci: che io lo volessi o no, cominciava un nuovo giorno. Il console doveva alzarsi, per continuare il suo cammino tra i viventi. E io non era più l'uomo del giorno precedente.

Ecco il Marco Vichi che non ti aspetti, lontano dalla sua Firenze, lontano perfino da quella contemporaneità in cui si srotolano i suoi intrecci e prendono vita i suoi tanti indimenticabili personaggi. Con Il console (Guanda) azzarda un salto nel tempo di due millenni. Si inoltra in quel mondo romano dove ancora oggi, solo a provarci, potremmo trovare molte risposte. Non teme di avvicinarsi al mistero dei misteri, a quella croce piantata sul Golgota da cui è disceso tutto o quasi tutto quello che ci riguarda. Mistero avvicinato con gli occhi di un pagano, un'autorità dell'impero di Roma. Con gli occhi, con il sentito dire e poi con un incontro destinato a cambiare tutte le carte di una vita.

Eccolo, il governatore di Samaria, richiamato a Roma da Tiberio, imperatore più grande di quanto il suo carattere ombroso e gli intrighi di palazzo ci abbiano consentito di cogliere. Non è un governatore in disgrazia, in tempi in cui è facile che ogni fortuna sia travolta da un giorno all'altro. Tiberio lo vuole con sé, alla villa di Capri dove da anni si è ritirato. Presto sarà console di Roma. E intanto potrà trascorrere una notte con la sua schiava più bella.

Un console romano e una schiava. Che cosa ci può essere di più distante?

Eppure proprio in quella notte, in quell'incontro, cambieranno le traiettorie di un'intera esistenza. La prima luce su un crinale tra due mondi, tra l'impero ancora persuaso della sua forza e della sua necessità e quell'altro regno che per ora è di schiavi e di perseguitati.

Ma il crinale è anche dentro la storia di un uomo, le sue certezze, le sue prospettive. Un uomo che intuisce una singolare uguaglianza con la schiava che doveva essere solo strumento di piacere per una notte. E che dopo tanto rumore si accorge della necessità del silenzio: forse gli porterà in dono le risposte che ancora gli mancano.

Sorprendente, Marco Vichi, alle prese con il mistero dei misteri, nella Roma pagana. 

mercoledì 26 agosto 2015

L'Italia di Paolo Rumiz, sui treni dimenticati

Si stringe il cuore, a vedere come si sono ridotte le ferrovie italiane: mica quei missili sparati nelle gallerie dell'Alta Velocità, ma i treni che un tempo sugli orari erano detti locali, linee secondarie che generazione dopo generazione hanno accompagnato i cambiamenti del nostro paese, tirando su a bordo pendolari e famiglie dirette in villeggiatura. Si stringe il cuore, perché tra tagli, linee cancellate, stazioni abbandonate non è solo un pezzo dell'Italia del passato che se ne va, è anche un pezzo di futuro.

Però no, L'Italia in seconda classe di Paolo Rumiz (Feltrinelli) non è un atto di accusa contro lo stato comatoso, con poche lodevoli eccezioni, dei nostri treni. Magari è anche questo, ma è soprattutto un viaggio, un grande viaggio nato da un'"idea corsara": percorrere con quei treni 7.480 chilometri, la stessa lunghezza della mitica Transiberiana dagli Urali a Vladivostoc
k. Un viaggio in seconda classe, in un'altra Italia, senza fretta e in effetti anche senza una vera meta, se non quella di volta in volta consentita da (mai facili) coincidenze.

Incontri e pensieri lungo i binari. L'Italia che non è mai come vorremmo e l'Italia che riesce ancora a sorprendere per le sue riserve di bellezza e gentilezza, malgrado tutto. Il treno, dice Rumiz, è una grande macchina della verità. Entra nei luoghi sempre dal retrobottega, li svela impietosamente. Più di tanti saggi documentati, più delle inchieste dei giornali.

Che poi non si tratta solo di capire un paese, guardando da un finestrino. Mi viene in mente  Strade blu di Least Heat Moon, straordinario libro di viaggio attraverso un'America percorsa attraverso le strade minori. Allo stesso modo i trenini di Rumiz: un viaggio per capire qualcosa della stessa arte del viaggio e delle sue possibilità.


lunedì 24 agosto 2015

Roth e Zweig, due grandi nell'estate dell'amicizia (da SLB)

Estate del 1936. Stefan Zweig attende Joseph Roth sul marciapiede della stazione di Ostenda. Zweig ebreo viennese assimilato, scrittore di successo, ricco e acclamato. Roth, l’ebreo dai confini orientali dell’Imperial-Regia Monarchia. In miseria, alcolista allo stadio avanzato. Da anni coltivano una magnifica amicizia umana e letteraria. Nel 1931 erano assieme ad Antibes in Costa Azzurra e la sera rileggevano a vicenda quello che avevano scritto durante il giorno.

I due scrittori sono adesso parte della piccola comunità di tedeschi e austriaci in fuga dal nazismo che si ritrova in quella località balneare del Belgio. Una compagnia di “dileggiatori, combattenti, cinici, amanti, sportivi, bevitori, oratori e spettatori taciturni”. Gli esuli politici dividono il lungomare e i bistrot di Ostenda con i fuoriusciti ebrei e gli scrittori messi all’indice. Il nostalgico e monarchico Roth trascorre le giornate con una falange di comunisti, gettati assieme su quella spiaggia dal rullo compressore del destino.

Un jet-set internazionalista e prodigo di sogni velleitari, ma dove tutti vivono con la consapevolezza che le porte del possibile ritorno si chiudono ogni giorno di più. La grande Storia s’intreccia con le vicende quotidiane di questa Isola dei Famosi ante litteram, dove l’eco della Guerra di Spagna e dell'Anschluss accompagna le passioni e le invidie, le gelosie e le affinità dei protagonisti. E in mezzo a questo turbine di eventi Roth e Zweig vivono entrambi un’ultima e intensa stagione di amore.

Il libro di Volker Weidermann, editor della pagina culturale della prestigiosa Frankfurter Allgemeine Zeitung non è un romanzo stricto sensu, piuttosto il racconto di un’epoca e di un mondo visti attraverso l’amicizia fra Zweig e Roth e i personaggi che li circondano. Una narrazione storica, ricca anche di citazioni, che ricrea con mano leggera e il necessario distacco un’Europa ancora apparentemente spensierata ma che sta per essere inghiottita dalla catastrofe e dal sangue.

Un libro piccolo e prezioso. Da leggere.

SLB

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Volker Weidermann
“L'estate dell'amicizia”
Neri Pozza (collana: I Narratori delle Tavole)

Pagine 176, Euro 15,00

domenica 23 agosto 2015

Mai leggere in fretta i nomi

Ma ci sono i nomi, e io ho portato la 'Nita a leggerli.

Sono veramente tanti, e ci vuole molto tempo a leggerli tutti, uno via l'altro senza sorvolare su questo o quello, senza far preferenze.

Dare a ogni nome il giusto tempo, scandirlo bene perché non vada perso già nel pronunciare il successivo.

Ogni nome è un'anima, ed è tutto quello che resta di un'anima su questa Terra.

E allora non fare confusione, non dimenticarsi di nessuno nella fretta; leggere con calma senza saltare le righe, ci si può confondere.

(Maurizio Maggiani, Meccanica celeste, Feltrinelli)

sabato 22 agosto 2015

Limonov, che ha toccato il fondo diverse volte

Ho l'impressione di aver già scritto questa scena.

In una storia inventata, bisogna scegliere: il protagonista può toccare il fondo una volta, anzi è consigliabile, ma due è troppo, si rischia di ripetersi. 

Nella realtà penso che Eduard il fondo l'abbia toccato parecchie volte. Parecchie volte si è ritrovato a terra, veramente disperato, veramente privo di appoggi e, cosa che ammiro in lui, si è sempre rialzato, si è sempre rimesso in cammino, si è sempre fatto coraggio pensando che, quando hai scelto la vita dell'avventuriero, sentirsi così perduti e soli, senza vie di scampo, non è altro che il prezzo da pagare.

Quando Tanja l'ha mollato, per sopravvivere ha adottato la tattica di lasciarsi andare a fondo: la miseria, la strada, il sesso selvaggio, ai suoi occhi sono state altrettante esperienze. 

Stavolta gli viene un'altra idea.

(Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi)

venerdì 21 agosto 2015

Maurizio Maggiani e le storie che serbano la vita

Vivono nelle parole gli uomini e le donne, vivono nelle storie che di loro si conservano e si tramandano. Ma perché non se ne perda traccia c'è bisogno di persone che se ne facciano carico. E che le scrivano o le accompagnino a un sorso di vino in un'osteria, sono come maghi, che in qualche modo restituiscono ciò che si può restituire della vita.

Uno di loro è Maurizio Maggiani, grande affabulatore, nei cui romanzi non ho mai cercato una trama compiuta, ma semmai una cascata di storie, che sgomitano, si incrociano, si sovrappongono, si tengono insieme. E questo vale più che mai per Meccanica celeste (Feltrinelli), libro a cui sono arrivato dopo una lunga attesa e con qualche diffidenza.

Un libro che è allo stesso tempo facile e impossibile da raccontare. Siamo nelle terre che Maggiani chiama il "distretto", lembo di terra aspra e isolata tra la Toscana e la Liguria, terra di marmo e ribelli, di emigranti e di santi che non sono nemmeno nel calendario. Il narratore mette in cinta la sua compagna la notte dell'elezione di Barack Obama. Nei nove mesi di attesa ci saranno le storie a preparare la vita che arriva. Storie che affiorano dalla memoria e dalla terra. Storie del narratore e del mondo intorno, con i suoi legami di sangue e di affetto. Avanti e indietro nel tempo, dall'antica Roma alle battaglie sulla Linea Gotica fino alla bomba della stazione di Bologna. E quante storie, quanti volti che emergono dalla folla e si fanno sostanza, cuore pulsante, racconto.

La Duse e la Santarellina, l'Otello e l'Omo Nudo, Don Gigliante  e la Marta, fino al soldato venuto dal Brasile, lui che doveva liberare la Grecia e invece si trovò sotto le Apuane. Staffette partigiane e maestre elementari, suonatrici di fisarmoniche e pastori d'anime....

C'è un filo? Forse no, ma che importa. Il filo è la voce che narra. Il filo è noi che ascoltiamo. Il filo sono i racconti che ci salvano.



mercoledì 19 agosto 2015

Passo passo, lungo il Vallo di Adriano

Non so quanti conoscono il Vallo di Adriano. Quanti ne hanno già sentito parlare e quanti l'hanno preso in considerazione come una possibile meta di viaggio.

Credo pochi, ma credo anche che saranno sempre di più in futuro. Merito non della nostra scuola, certo, ma piuttosto degli inglesi. Che ne hanno fatto uno dei grandi itinerari europei per chi intende muoversi a piedi o in bicicletta.
 

Dal Mare del Nord al Mare di Irlanda, un coast to coast ancora piuttosto originale, con distanze che non spaventano nemmeno un pantofolaio come me.
 

Se non ci credete, date un occhio alla cartina. È come se all'alba del mondo un gigante avesse provato a strozzare l'Inghilterra. Non c'è riuscito, ma il collo è rimasto così.
 

Però in un viaggio come questo non ci sono da mettere in conto solo i chilometri. Anche gli anni vogliono la loro parte.
 

E ve l'ho già detto, sono qui per questo. Voglio inoltrarmi nella storia, non solo nella campagna inglese. 

Passo dopo passo, visto che le insidie non mancano: il tempo, lo so, a volte è una palude che inghiotte vita e risputa ombre.
 

Starò attento, con il mio bagaglio fatto più di domande che di indumenti. Accetterò a cuor leggero tutta la lentezza che è nell'ordine delle cose.
 

E per non smarrirmi ho scelto con attenzione la compagnia. Avrò Adriano al mio fianco, l'uomo dal quale discende tutto questo, dalle pietre del Muro giù giù fino alla gente che arranca per queste colline. 
Fino a queste pagine, anche.
 

Un imperatore romano per compagno, non è da tutti. Però me lo merito, con tutto il tempo che ho fantasticato su di lui. Sui segni che ha lasciato in questo mondo e su tutto ciò che di lui è semplicemente svanito.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

lunedì 17 agosto 2015

Limonov, poeta e teppista nella Russia di Putin

E' stato poeta e teppista, maggiordomo e delinquente. E' passato dalle peggiori periferie dell'Unione Sovietica alla scena underground di New York, dai salotti francesi alle prigioni russe. Negli anni ha goduto di effimere fortune che ha fatto di tutto per rovinare. Nelle guerre dei Balcani si è schierato con il peggio, con quale consapevolezza non si sa. In Russia ha provato in ogni modo a sovvertire il nuovo che avanzava, inventandosi un partito nazionalbolscevico da far rabbrividire.

Ma si può raccontare davvero un uomo così? Risposta affermativa: sì, se sei Emmanuel Carrère, scrittore che sa cibarsi della verità della vita per tradurla in romanzi che non riesci a mollare.

E si può addirittura innamorarci, di un uomo così? Domanda più complessa, ma risposta ancora affermativa: sì, si può, e non solo grazie alla penna di Emmanuel Carrère, capace di donarci un personaggio da romanzo di altri tempi. Il fatto è che Limonov - questo il suo nome e allo stesso tempo il titolo del romanzo - è così vero che sembra fatto apposta per un romanzo. O al contrario così romanzesco che fa bene scoprire che abbia fatto irruzione nella vita vera e ci sia rimasto. 

 Limonov, concentrato di pensieri sbagliati, azioni deprecabili, eccessi di ogni tipo. Ma anche uomo che si è messo in gioco, con coraggio, pagando sulla sua pelle. Uomo di passioni e, bene o male, di visioni. E' caduto, si è alzato, è caduto di nuovo: grande soprattutto nelle sconfitte. Concentrato di vita, anzi, di vitalità. E anche di possibilità, quasi sempre sprecate.

Ha incrociato la storia, ha provato a non farsi trascinare. Nostalgico di un'Unione Sovietica a cui è sopravvissuto contro ogni pronostico: senza l'aura del dissidente, ma piuttosto con i segni del deliquentello di provincia. Hooligan ai tempi di Breznev, scrittore da scandalo in altri tempi - un suo titolo: Il poeta russo preferisce i grandi negri. Punk - o qualcosa del genere - nella Russia di Vladimir Putin - non a caso ha eletto a suo eroe uno come Johnny Rotten. Mistico - o qualcosa del genere - nelle steppe dell'Asia centrale o negli spazi angusti di una prigione.

Anna Politovskaja di lui aveva capito più degli altri. In fondo se lo era trovato a fianco, prima di essere fatta fuori, nelle battaglie dei pochi per dare diritto di pensiero e di opinione a tutti in una Russia ubriaca di facili ricchezze.

E noi, noi possiamo immergerci nella singolare grandezza di Limonov. Perdonargli ciò che possiamo perdonargli, come faremmo con un poeta di avangua
rdia o con un cantante punk che troppe volte ha camminato rasente alla morte.

Forse farselo addirittura amico.





domenica 16 agosto 2015

In una domenica così il viaggio prosegue

È una domenica così, con i pensieri che vanno molto più distanti dei miei passi, che non si decidono a farmi uscire fuori di casa. 

Sarà per questo cielo metallico che invita a restarmene dove sono, per questa nuvolaglia come il mio umore. Non che il grigio debba per forza essere il colore del dolore, della perdita, della rassegnazione. 

A me richiama anche altre cose, il grigio, per esempio una casa come rifugio, la nostalgia come possibilità e i pensieri, i pensieri appunto, almeno i pensieri che sanno districarsi dalla matassa dei sentimenti e raggiungere i luoghi a cui appartengono.  

E dunque, tornare a calpestare i campi di battaglia della Grande Guerra,  respirare di nuovo l'aria dei posti che furono abitati da Ugo. Verso i quali mi trasporta il tappeto volante dell'immaginazione. 

Levandomi il terreno sotto i piedi solo per aiutarmi a planare su ciò che è stato.

Ha funzionato ancora una volta, il tappeto volante. In una domenica così il viaggio prosegue. 

(Paolo Ciampi, Nel libro, figlio, tu vivrai, Sarnus)

venerdì 14 agosto 2015

Amsterdam era un brivido di libertà

Era un brivido di libertà, Amsterdam, un sogno che aveva qualcosa a che vedere con altri sogni persi per strada. Anche un risarcimento, in un certo senso. 

Per ottenerlo erano sufficienti un treno nella notte, poche cose infilate in uno zaino e qualche lira in tasca – in tempi in cui l'euro non c'era e un viaggio era tale anche perché toccava cambiare valuta. 

Solo questo ed era un altro mondo che si spalancava. 

Chissà cosa aveva per la testa quel ragazzo che ero io. Chissà su quale futuro almanaccava. Oggi ad Amsterdam, domani in Tibet, o in Nicaragua, o forse anche in Patagonia. E sul serio, cosa avrei scelto nella vita? Il teatro d'avanguardia a New York o una capanna affacciata sul mare dei Tropici? 

Almeno almeno mi aspettava un appartamentino a Kreuzberg, il più  multietnico dei quartieri di Berlino. In ogni caso lontano. Oltre l'orizzonte su cui si allungava lo sguardo di ogni giorno. 

Via dal mio quartiere. Via dall'università da rievocare solo per le chiacchiere in corridoio e qualche morso di apprensione sul futuro, giustappunto. Via dalle cose che si poteva ragionevolmente pretendere dal sottoscritto. Lontano, lontano. 

E Amsterdam, è evidente, sarebbe stato un buon trampolino per staccarsi dalle cose come erano, verso le cose che mi attendevano.

(Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

giovedì 13 agosto 2015

Tutto un mondo in un bistrot di Parigi


Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia, mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

martedì 11 agosto 2015

Singer, l'Infanzia nella Varsavia che non c'è più

Ci sono libri che dovrebbero essere un groppo di rimorsi e rimpianti, per un mondo che non c'è più: soprattutto se a farlo sparire  è stato il peggio dell'uomo.

Questo dovrebbe essere uno di quei libri, senz'altro: con le sue storie di una Varsavia ebraica che non c'è più, cancellata nella sua gente e nella sua lingua, spazzata via mattone su mattone, fino alle fondamenta. Eppure no, queste non sono pagine del rimorso e del rimpianto. Non destano quelle sensazioni che, per dire, poche settimane fa ho provato aggirandomi per Varsavia, per quei luoghi che non sono più quei luoghi, amputati di un passato che solo qualche targa o un monumento prova a riacciuffare.

Fin dal titolo questo è un libro intriso di dolcezza. I ricordi non fanno male, anzi, sono un modo di riconciliarsi con se stessi. Un giorno di felicità, così si intitolano le memorie di Isaac B. Singer. Il figlio di un rabbino povero alle prese con la varia umanità degli ebrei di Varsavia. Religiosi e operai, piccoli negozianti e artigiani. Il lattaio amico di famiglia e l'amico ribelle. Una galleria di figure e vicende quotidiane. La storia di un'infanzia a suo modo felice, nonostante gli stenti. Vita di uno scrittore che non è ancora scrittore, che nemmeno può fantasticare, sulla possibilità di diventare scrittore: e che pure da quel mondo tirerà fuori la materia prima dei suoi libri.

Chi lo poteva immaginare, era ancora niente. Quel mondo, che era perfino antico, si apprestava a sparire di colpo. Chi lo poteva immaginare.

domenica 9 agosto 2015

Francisco Coloane: ogni raffreddore, un racconto

Mi hanno domandato tante volte come scrivo, quali sono le mie abitudini di scrittore. A quanto mi risulta molti dei miei colleghi seguono determinati riti davanti alla pagina in bianco, fanno scongiuri o gesti strani, con il fine di evocare le muse ispiratrici o chissà cos'altro.

Alcuni fumano, altri bevono caffè. O alcolici. 

Per certe circostanze della vita, come risultato delle mie prime esperienze letterarie, ho preso l'abitudine di scrivere stando a letto. 

I primi racconti li ho scritti con l'influenza, grazie alla quale potevo presentare un certificato medico per non andare al lavoro. Potrei dire: ogni raffreddore, un racconto.

Credo che uno dei posti più comodi per scrivere sia proprio il letto.

In tal modo si può approfittare anche dei sogni... 

(Francisco Coloane, Una vita alla fine del mondo, Guanda)

venerdì 7 agosto 2015

Coloane, il ragazze che scelse il mondo alla fine del mondo

Ho vissuto più di quanto abbia potuto scrivere e ricordare.

Comincia così, con parole che sono una prova di umiltà, il libro di memorie del grande Francisco Coloane, scrittore per nostalgia, cantore di terre e mari australi che davvero costituiscono un altrove, il suo altrove.

Una vita alla fine del mondo (Guanda) non è la solita autobiografia che ci lascia un autore affermato. Le parti che contano meno sono quelle che raccontano gli esordi letterari, i lavori e le conoscenze a Buenos Aires, i primi riconoscimenti. Qui c'è soprattutto la storia di un uomo che nel mondo alla fine del mondo, giù, in fondo alle Americhe, ha trovato se stesso.

I sogni di un ragazzo che per cercare se stesso scelse l'estremo sud, anzichè il nord che pare essere la meta di ogni migrante. Le tempeste di una natura che giganteggia e da cui non puoi mai prescindere. I silenzi e le storie raccontate sulla tolda di una nave o al fuoco di un caminetto. Le tragedie consumate anche in queste terre rarefatte, dove pare ci possa essere posto per tutti. E il continuo ritorno, per quante volte la vita abbia provato a portarlo lontano.

E' in questa terra sempre spazzata dal vento che si può comprendere quanto possono essere profonde e tenaci le radici dell'uomo. E quanto possa essere irresistibile - e misteriosa - una vocazione che si fa scrittura.

mercoledì 5 agosto 2015

Giro d'Italia, nella provincia delle sorprese

Allora, la prima cosa che mi viene in mente, è che se attraversate una fase di (sacrosanta) depressione sulle sorti presenti e future del nostro paese, allora Viaggio al centro della provincia di Franco Marcoaldi è un buon antidoto: e non perché ci spacci sogni e illusioni quanto basta, no. Solo che è capace di farci guardare oltre le miserie della cronaca,oltre quello che comunque vediamo o ci fanno vedere di solito.

Ci sono diversi altri motivi per leggere Viaggio al centro della provincia.

In primo luogo, il suo autore non è un giornalista che intende raccontarci un'"altra" Italia, l'Italia che noi non vediamo, e nemmeno un viaggiatore di professione, per così dire. Franco Marcoaldi è semmai un poeta-reporter, con il suo sguardo curioso e incuriosito, che da subito diventa anche il nostro sguardo.

In secondo luogo, per raccontare un paese intero Marcoaldi si allontana dal centro e ci porta nella provincia, restituendole di per se stesso dignità. Provincia che va declinata al plurale, in tutte le sue differenze, nel bene e nel male. E che sia già possibile parlare al plurale è una buona notizia, no?

In terzo luogo, in questo giro di Italia da Belluno a Barletta, da Benevento a Carrara, da Enna a Vercelli, c'è tutta la bellezza del grande viaggio, del viaggio vero. E Marcoaldi lo spiega benissimo:

Se la parola viaggio è sinonimo di sorpresa e spaesamento, allora quello nelle province italiane è un viaggio a tutti gli effetti. Ben più di quanto spesso non accada con emte considerate, a pieno titolo, esotiche.

Dedicato a chi la parola viaggio procura allergie, se come minimo non si riferisce al Nepal.

In quarto luogo, senza cercare effetti speciali, Marcoaldi ha scavato e ha portato alla superficie un paese autentico, il cui cuore sfugge a governanti e ad addetti ai lavori:

Con umiltà e continuo senso di stupore, ho messo l'orecchio a terra nella speranza di raccogliere il ritmo di quel battito. 

C'è riuscito, e non è un caso che il nume tutelare di questa impresa sia stato il Piovene di Viaggio in Italia, 50 anni più tardi.

Richiudo questo libro e mi pare un faro che con la sua luce illumina una porzione di buio. Poi ciò che era in luce viene restituito all'oscurità. Però rimane la speranza che il giro si completi, che un'altra volta ancora si faccia luce.

lunedì 3 agosto 2015

Il viaggio del grande Kapu a casa sua

Ho inseguito le sue parole, i suoi sguardi sul mondo, fino nel cuore dell'Africa, fino nei villaggi più sperduti delle Ande, ma non lo avevo mai incontrato sulla sua terra: sarà che per un reporter irrequieto, un giornalista viaggiatore come lui, è davvero difficile immaginarsi casa e radici. Certo più facile pensare ai luoghi cui è arrivato che a un luogo da cui è partito.

E invece, eccolo il mondo di Ryszard Kapuscinski, nato a Pinsk, in quella che un tempo era Polonia e che oggi, dopo i rovesci della storia, è Bielorussia: un mondo di campagne remote, piccole cittadine di provincia, villaggi sempre uguali a se stessi. Contadini, zatterieri, soldati di leva, giovani decisi a tentare la sorte nella grande città. Questo è ciò che si legge in Giungla polacca (Feltrinelli).

Il mondo dell'infanzia e dell'adolescenza di Kapuscinski, prima che diventasse il Kapuscinski che conosciamo. Racconti più che reportage, opere di un uomo all'inizio della sua straordinara parabola umana e professionale, forse ancora alla ricerca della sua strada.

Però incredibile, proprio questo sembra uno dei viaggi che più hanno portato lontano il grande Kapu. In un mondo davvero distante, un mondo che poi ha dovuto fare i conti con la guerra e lo stalinismo. Un mondo che non c'è più.

venerdì 31 luglio 2015

Padri e figli nella saga della famiglia Karnowski

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso stimati per la vasta erudizione e l'intelligenza penetrante. 

Ecco, comincia così, con il passo del grande classico, senza la presunzione di volerlo essere a tutti i costi. Comincia con un colpo d'occhio che guarda lontano e annuncia la saga famigliare. Comincia con la sicurezza del narratore che sa dominare lo spazio e il tempo e le vicende che nello spazio e nel tempo si distendono.

E parola su parola, pagina dietro pagina, ecco La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, romanzo che mi lascia dietro una bella scia di interrogativi - come devono fare tutti i grandi romanzi - ma uno su tutti: come è possibile che questo libro, uscito nel 1943, sia rimasto in un cono d'ombra per così tanto tempo?

Il tempo, che non sempre è spietato, sta finalmente risarcendo chi ha avuto il solo torto di essere il fratello di uno straordinario scrittore, universalmente conosciuto. Buon per l'Adelphi, la casa editrice che ce lo ha riproposto, e buon per tutti noi.

E allora, se non l'avete ancora fatto, leggete la Famiglia Moskat di Isaac Singer e poi passate alla Famiglia Karnowski di Israel Joshua (o viceversa). Le stesse radici, più o meno anche lo stesso arco temporale, ma anche due pezzi diversi dello stesso mosaico. Nel primo caso il mondo ebraico dell'Europa Orientale cancellato dalla Shoah. Nel secondo, quel mondo che si mette in cammino verso l'occidente, che si fa altro, che almeno in parte trova scampo.

La saga dei Karnowski comincia con Daniel, che lascia il suo villaggio nell'Est e sceglie Berlino:  Si era sentito attratto - scrive Israel Joshua -  dal paese al di là della frontiera, da cui veniva tutto ciò ciò che era buono, illuminato, razionale. E figurarsi, chi avrebbe mai potuto pensare che proprio da quel paese sarebbero piombate un giorno la morte e la devastazione?

Ci sarà anche chi da Berlino riuscirà ad arrivare in America. E l'America sarà allo stesso madre e matrigna, terra di accoglienza e di straniamento. Ma con tutto questo la Famiglia Karnowski non è, non è solo, un romanzo sull'esilio e la persecuzione dei giovani con gli stivali (mai una volta ai nazisti si concede di essere chiamati tali).

Per esempio, è un anche un libro, anzi un capolavoro, sul tempo che passa e sulle generazioni che si succedono, con i propri diritti e i propri torti. Sulle scelte che separano. Sui figli che voltano la schiena ai padri e sui padri che non riconoscono più i figli. E sulle radici che, prima o poi, si lasciano ritrovare. Sugli affetti che non muoiono una volta per tutte.

Sulle persone che gli anni e le circostanze ci fanno riscoprire uguali dopo che testardamente ci eravamo pretesi diversi.

Bello, coinvolgente, commovente.





mercoledì 29 luglio 2015

Amos Oz, lo scrittore che si avventura nel deserto


Un grande scrittore? Quasi sempre un uomo che trascorre il tempo indossando i suoi personaggi. A volte un uomo che non ha paura a distruggere la sera ciò che la mattina ha inventato. Raramente anche un uomo che si avventura nel deserto, qualunque cosa sia quel deserto.

Questo almeno quanto ho imparato leggendo la splendida intervista di Francesco Battistini ad Amos Oz, pubblicata tempo fa da La Lettura del Corriere della Sera. Com'è la giornata di un grande scrittore come Amos Oz?

Una routine assoluta. Mi sveglio alle 5, cammino mezz'ora nel deserto. E' un isolato da qui. Silenzio e solitudine. Poi torno a casa e bevo un caffè. E' una parte molto importante della mia giornata. Penso alle cose da scrivere, ai personaggi, alla vita, a quel che è importante. Il deserto è un grande maestro di vita. Poi mi siedo al tavolo e comincio a chiedermi "se fossi lui" o "se fossi lei"... Tutto il giorno immagino d'essere altre persone.... Scrivo la mattina. Il pomeriggio, spesso, distruggo quel che ho scritto la mattina.

Ho l'impressione che ci sia una relazione profonda tra il deserto e la scrittura di Amos Oz. Tra i suoi libri e quella vita trascorsa ai margini del nulla, in quel kibbutz il cui segretario un giorno gli disse:

Tu potrai anche essere Tolstoj, non dico di no, ma se qui tutti si sentono artisti, chi le munge le mucche?