mercoledì 20 agosto 2014

Un bar per diventare finalmente adulti

Molto prima di avermi come cliente, il bar mi ha salvato. Mi ha ridato fiducia quand'ero bambino, si è preso cura di me quand'ero adolescente e mi ha accolto quand'ero un giovane uomo. Anche se siamo attratti, temo, da ciò che ci abbandona o promette di abbandonarci, alla fine credo che sia quello che ci accoglie a segnarci

Figlio unico di madre single, J.R. insegue la figura del padre, dj di New York, che conosce solo come una voce alla radio. Non lo troverà mai, o lo troverà solo quando sarà troppo tardi, come quasi sempre capita. Ma troverà un bar - un bar di quartiere, di quelli che fanno tanto America - che lo accoglierà con la sua varia umanità e lo farà crescere, accompagnandolo attraverso gli studi, le scelte del lavoro e degli affetti, la difficile battaglia per conquistare un senso e un equilibrio.

Bello, bellissimo, Il bar delle grandi speranze di J.R Moehringer (Piemme)
, uno dei più belli tra quanti letti negli ultimi tempi. Un libro che ho sottolineato fino a consumare la matita e da cui, a distanza di mesi, pesco ancora una pagina, una citazione.

Per intendersi, non un libro sull'alcol e relative sbronze. Si beve molto, certo, ma qui non siamo nei paraggi di Charles Bukowski e delle sue mosche da bar. Piuttosto è una storia su come si diventa grandi, sulla confusione dei giorni, sul modo in cui se ne può uscire.

E quante cose che ci sono: la gente del bar come un porto di mare a cui attraccano tutte le storie e i sentimenti, ma anche il rapporto tra la madre il suo unico figlio, una storia di amore poco più che adolescenziale complicata come solo a quell'età, gli esordi di colui che diventerà un grande giornalista... già, perché in questo libro così tenero e appassionante, melanconico e divertente, c'è anche il coraggio dell'autenticità. Il valore del raccontarsi mettendosi a nudo.

Un indimenticabile ritratto - leggo nella quarta di copertina - di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti. Per una volta la quarta di copertina la sottoscrivo al cento per cento.

lunedì 18 agosto 2014

J. R. Moehringer: Ogni libro è un miracolo

Il venerdì pomeriggio Bill e Bud mi interrogavano su quel che avevo letto quella settimana a scuola. Poi, disgustati, mi portavano in giro per la libreria riempiendo una borsa di libri senza copertina. "Ogni libro è un miracolo" diceva Bill.

"Ogni libro rappresenta un momento in cui una persona in silenzio - e quel silenzio è parte del miracolo, ricorda - cerca di raccontare a tutti noi una storia".

Bud poteva parlare senza sosta della speranza dei libri, della promessa dei libri. Diceva che non era un caso se un libro si apriva proprio come una porta.

Inoltre, diceva, intuendo una delle mie nevrosi, potevo usare i libri per mettere ordine nel caos. A quattordici anni mi sentivo più vulnerabile che mai al caos. Il mio corpo cresceva, si riempiva di peli, era animato da pulsioni che non capivo. E il mondo fuori dal mio corpo sembrava altrettanto volatile e capriccioso.

Le mie giornate erano controllate dagli insegnanti, il mio futuro era in mano alla genetica e alla fortuna. Ma Bill e Bud mi garantivano che il cervello era mio e lo sarebbe sempre stato. 

Dicevano che scegliendo i libri, i libri giusti, e leggendoli lentamente, attentamente, avrei potuto tenere sotto controllo almeno quello.

(J.R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze, Piemme)

sabato 16 agosto 2014

Charles Bukowski: mi ubriaco per aggiustare la parte ubriaca

Charles Bukowski: Oh, non scrivo mai a macchina la mattina. Non mi alzo la mattina. Bevo la sera. Cerco di stare a letto fino alle dodici, voglio dire a mezzogiorno. Di solito se mi devo alzare prima non mi sento bene tutto il giorno. Quando guardo e dice dodici allora mi alzo e comincio la mia giornata.
Poi di solito c'è un ippodromo vicino e mangio qualcosa e corro all'ippodromo dopo che mi sono svegliato, guido la macchina, scommetto sui cavalli, poi torno a casa e Linda cucina qualcosa e parliamo un po', mangiamo, beviamo qualcosa e poi vado di sopra con un paio di bottiglie e mi metto a scrivere a macchina. Comincio circa verso le nove e mezzo e vado avanti fino all'una e mezzo, le due, le due e mezzo di notte. Ecco.

Fernanda Pivano: Mangi solo una volta al giorno?

Charles Bukowski: Due volte al giorno. Mai tre.

Fernanda Pivano: E poi scrivi a macchina e poi riscrivi tutto?

Charles Bukowski: Sì, da ultimo ho riscritto senza bere, per farlo diventare chiaro, perché ero ubriaco quando ho scritto la prima volta. Poi mi ubriaco di nuovo per aggiustare la parte che ho scritto quand'ero ubriaco. Mi ubriaco per aggiustare la parte ubriaca. E funziona. Va molto bene così. Lo rende più divertente.

(Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, in Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle, Feltrinelli)

giovedì 14 agosto 2014

Dorme più profondamente chi è stato inondato dalla Storia


Ogni nave piena di pensiero e conoscenza segua la sua rotta
Gli avvenimenti oscillano e infine cadono prima degli uomini
Ma l'oscurità non ha lanterna antivento
Dov'é Mileto dov'è Pergamo dove Attalia e dove
Costan Costantino tinopoli?
Tra i mille sonni uno è quello del risveglio ma per sempre.

Artemide Artemide tienimi il cane della luna
Morde i cipressi e s'inquietano gli Eterni
Dorme più profondamente chi è stato inondato dalla Storia
Su, incendiala con un fiammifero come fosse alcol

E' solo Poesia
Quello che rimane. Poesia. Giusta sostanziale e retta
Come forse la immaginarono le prime creature
Giusta nell'acerbo del giardino e infallibile nel tempo

(Odisseas Elitis, da Come Endimione, in Elegie, Crocetti editore)

martedì 12 agosto 2014

L'atto d'amore degli accaniti lettori di Marcel Proust

Andrè Gide ne rifiutò la pubblicazione per poi mangiarsi le mani, tanto da ammettere nero su bianco che quello era stato "uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti" di tutta una vita. Succede anche con i capolavori. Dopo molti rifiuti Marcel Proust fu costretto a pubblicare a proprie spese Dalla parte di Swann, il primo dei volumi della Recherche. E pensare che a un secolo di distanza godono ancora di buona salute i lettori di Proust.

In genere non coltivano la loro passione nel segreto della stanza. Sarà che non esitano a fare outing. Si riconoscono e si lasciano andare al gioco delle citazioni e delle predilezioni. Così dalle parole di Proust discendono altre parole: scambiate in un circolo di lettura ospitato da una libreria come depositate nelle pagine di una rivista.

In questo contesto il più bell'omaggio per il centenario - non solo un omaggio in effetti - è il volumetto Dalla parte di Marcel uscito per le Edizioni Clichy con cui si raccolgono pensieri, articoli, interviste, disegni su Proust e la Recherche, pubblicati in questi anni sulla rivista Cultura Commestibile: redazione che, evidentemente, è anche un covo di accaniti proustiani, pervicacemente convinti che la Recherche sia il "libro che ha cambiato il modo di scrivere, forse anche di pensare".

E' una miniera di sorprese, questo libriccino. Io mi limito a riportare un consiglio, sottratto alla Guida essenziale per il buon proustiano:

La Recherche è l'opera più laicamente sacra dell'umanità e come tale va letta e riletta costantemente anche una sola pagina al giorno.

Buona lettura.

lunedì 11 agosto 2014

Così si fa festa in Olanda

Il compleanno è molto sentito a Zeewijk, e presumo lo sia ovunque in Olanda.

Se è il compleanno di vostra sorella, qui non si fanno gli auguri solo a lei, ma all'intero blocco familiare, vengono gli invitati, posano il regalo e stringono la mano a fratelli e sorelle e figli e genitori del festeggiato, facendo loro gli auguri. 

Auguri per il compleanno di tua sorella.

Credo si estenda persino ai cognati, ma non ci giurerei.

La festa olandese si riconosce dalla musica popolar triste a massimo volume, canzoni di barche che non tornano e di piccoli caffé sul porto, di padri che raccontano al figlioletto che la vita è amara e alla fine contano solo i numeri, e giù birra.

E qui ci sarebbe da aggiungere un lungo capitolo. L'abitante di Zeewijk accoglie tutto ciò che riguarda la parola birra con un ghigno, un gemito di piacere. 

Se vi incontra al supermercato con una cassetta di birra nel carrello, state pur certi che si fa una risata. Lo stesso succederà se passandovi accanto alla spiaggia d'estate vi sorprenderà con una birretta in mano. 

La birra fa ridere prima ancora di essere bevuta. La birrà è complicità.

(Marino Magliani, Soggiorno a Zeewijk, Amos edizioni)

sabato 9 agosto 2014

Tornando nella Firenze di Vasco Pratolini

Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. 

Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini.

Via Pietrapana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l'Arno sulla destra, i Giardini e l'Annunziata sulla sinistra. Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l'Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d'angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie "grasse" del Trecento.

Via de' Malcontenti ne era un'arteria e un monito; via dell'Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in un'età lontana un'immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò miracolare in mezzo al popolo, "rallegrandolo".

Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.

La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.

(da Vasco Pratolini, Il quartiere, Mondadori)

venerdì 8 agosto 2014

Quanto costò quella guerra fatta quasi per gioco

 Figurarsi che noi ce la siamo praticamente dimenticata, ci siamo lasciati scappare anche l'occasione del centenario. Giusto qualche reminiscenza dei tempi di scuola, prima di un'alzata di spalle, prima di andare avanti: una guerricciola da niente, di quelle che non fanno troppo male.

Poi arriva un libro come La Scintilla di Franco Cardini e Sergio Valzania, pubblicato ne Le Scie di Mondadori, e la prospettiva cambia non poco. Perché, ci spiegano i due storici, la guerra di Libia non è stata solo una conquista piena di pagine ingloriose, crudeli, scellerate. Peggio, molto peggio, perché è stato con quell'impresa, chiamiamola così, voluta dall'Italia sostanzialmente per ragioni di politica interna, che il mondo intero si è messo in movimento, oltre ogni previsione e capacità di controllo, fino a precipitare nella voragine della Grande Guerra.

Certo, non "la" causa, la ragione di tutto.  Piuttosto la piuma che aggiunta al peso fa franare tutto. La scintilla, appunto, che appicca il fuoco alla polveriera. C'era già prima, la polveriera, ma chi c'è entrato dentro in quel modo?

Fino a quel momento l'Europa aveva saputo controllare le tensioni, gestire le crisi, trovare una via di uscita. Ma da quando gli italiani sbarcarono sull'altra sponda del Mediterraneo, per appropriarsi di quello "scatolone di sabbia", senza nemmeno sospettare l'esistenza del petrolio, niente fu come prima.

L'impero ottomano dimostrò una volta per tutte la sua irrimediabile debolezza. Sui relativi appetiti si scatenarono due guerre balcaniche. Soprattutto in cancellerie di Stato e quartier generali si diffuse l'idea che la guerra potesse essere un buon modo di risolvere la crisi: rapido e abbastanza indolore, una sorta di Risiko per rettificare confini ed equilibri.

Poi successe tutto quello che è successo. In Tripolitania e in Cirenaica cominciò davvero il secolo breve della lunga guerra. E tutto per un'avventura su cui, ancora oggi, rimane il giudizio senz'appello di Gaetano Salvemini, un uomo quale ce ne vorrebbero molti ancora oggi in Italia, ma che ha avuto il problema di essere compreso solo troppo tardi:

Sia il quando, sia il perché, sia il come dell'impresa libica non si spiegano, se non tenendo presenti la incultura, la leggerezza, la facile suggestionabilità, il fatuo pappagallismo delle classi dirigenti italiane.

Un libro da meditare. 

mercoledì 6 agosto 2014

Chi riscopre Tarchetti, poeta della Scapigliatura

Meno male che c'è chi non si arrende e, anzi, proprio ora ci prova. Malgrado la crisi, malgrado i conti che non tornano mai, malgrado i tempi bui non solo per le vendite ma anche per la fatica che fa a farsi largo la qualità. Meno male che esistono ancora case editrici senza grandi spalle, ma che vanno avanti con le  loro proposte che niente hanno a che vedere con calcoli miopi che alla lunga fanno solo male. In natura c'è la biodiversità, ma anche nella cultura c'è qualcosa di simile, da tenere come cosa preziosa.

Prendete per esempio DeComporre edizioni, casa editrice di Gaeta, piccola, coraggiosa, intraprendente. Ricca soprattutto di passione, e lo posso dire, visto che ho avuto modo di conoscere le persone che la animano.

Ecco una loro proposta: Disjecta di Iginio Ugo Tarchetti.

Chi era, Iginio Ugo Tarchetti? Nemmeno io lo conoscevo, eppure un posto nella letteratura italiana ce l'ha avuto. Siamo verso la metà dell'Ottocento. Tarchetti è un ragazzo che ha appena voltato le spalle a una promettente carriera nell'amministrazione militare. Si è trasferito a Milano, che non è più la Milano degli Asburgo e delle Cinque Giornate. E' sempre più la Milano della buona borghesia, ma allo stesso tempo è la città dove soffia una brezza di inquietudine, che chissà, forse un giorno si farà tempesta.

All'ombra della Madonnina il nostro entra in contatto con i salotti della Scapigliatura e ne diventa una delle penne più rappresentative. Scrive, scrive molto, prima di morire troppo presto, a nemmeno 30 anni, consumato dalle difficoltà economiche e dalla tisi: epilogo quasi scritto sui muri per un poeta dell'Ottocento, per uno scapigliato che come tale non immaginiamo a mettere su famiglia e a invecchiare.

Disjecta è la sua raccolta poetica, pubblicata postuma nel 1879. Io la trovo bella, intensa, commovente. Può piacere o non piacere. Fatto sta che a riproporla, nella sua versione originale e integrale, è oggi DeComporre. Non uno dei nostri grandi editori. E allora: facciamo tesoro dei nostri piccoli.

martedì 5 agosto 2014

Cinque capitali per l'Europa che non ti aspetti

C'è Bucarest, che non è più la  città brutalizzata da Ceacescu e che comunque non è solo distesa di cemento, perchè i deliri del dittatore non hanno cancellato del tutto la sua storia e nemmeno i suoi alberi.

C'è Belgrado, che dai tempo di Milosevic e delle follie nazionaliste, di strada ne ha fatta tanta e oggi guarda al futuro con la sua movida in salsa balcanica.

C'è Sofia, la più enigmatica, un nome che evoca profumi e nostalgia, capitale di un paese che evocava grigiore e conformismo per antonomasia, e che oggi, al contrario, è capace di sorprendenti aperture al mondo.

C'è Varsavia, che finora poteva passare per la città simbolo delle sciagure del Novecento, questo e poc'altro, se non tristezza, tanta tristezza, e che invece oggi è più vicina a Berlino, per dire una grande città che vive nella contemporaneità.

E c'è Tirana, che per noi italiani evoca ancora non solo gli orrori della dittatura ma anche i disastri del post-comunismo, e che invece in questi anni ha fatto passi da gigante, magari anche grazie a un sindaco più artista che amministratore, bravo a capire che la storia si cambia anche colorando le facciate delle case.

Cinque città, cinque capitali, cinque storie che disegnano il volto della nuovo continente. Così rapidamente da sorprendere i nostri pregiudizi, duri a morire, con le loro radici che affondano in un'Europa cancellata dalla caduta del Muro:  quasi un quarto di secolo fa, ormai, e non sembra vero.

Solo ora mi è capitato di leggere A est di Flavia Capitani ed Emanuele Coen (Einaudi). Pagine che è un piacere leggere, un po' guida, un po' libro di viaggio, generose nelle riflessioni della storia e nell'esame delle nuove tendenze. Ci sono arrivato con qualche anno di ritardo, e chissà cos'è cambiato nel frattempo. Ma intanto mi basta, per spingermi con la fantasia e progettare nuovi viaggi, verso l'Oriente di Europa. 

domenica 3 agosto 2014

Ecco come finisce una guerra, per chi rimane

Ecco come finisce una guerra, mio povero Eugène, un immenso dormitorio di gente stremata che non si è nemmeno capaci di rispedire a casa come si deve.

Nessuno che ti dice una parola o soltanto che ti stringe la mano.

I giornali ci avevano promesso archi di trionfo, e invece stiamo ammassati in sale esposte ai quattro venti. Il "grazie affettuoso della Francia riconoscente" (l'ho letto sul "Matin", ti giuro, parola per parola) si è trasformato in beghe continue, stanno a lesinare sui 52 franchi di premio di smobilitazione, a lagnarsi per i vestiti, la zuppa, il caffé che ci danno.

Ci trattano da ladri....

(Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù, Mondadori)

sabato 2 agosto 2014

Uno si crede incompleto ed è soltanto giovane

Alle volte – diceva Italo Calvino - uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.

Beata incompletezza, allora: cosa se non l'incompletezza permette di tendersi come un arco, di essere freccia scoccata verso il futuro?

È questo che dona il coraggio e regala la possibilità della scelta.

È questo, essere giovani. A prescindere dall'epoca e dalle circostanze. Perché è l'ora di finirla, una volta per tutte, con coloro che rivendicano l'esclusiva sulla meglio gioventù, come se fosse un titolo di nobiltà, un carattere iscritto nei cromosomi. La generazione di coloro che osò cambiare il mondo, ai tempi della rivoluzione. I reduci di oggi.

Basta, per favore. Ogni generazione ha la sua meglio gioventù, la sua rivoluzione. Anche se non hai un Palazzo di Inverno da assaltare, una scuola da occupare, uno slogan da gridare.  Ogni generazione tiene viva la speranza e prepara la sua disillusione, solo per consegnare il testimone di una nuova speranza. Anche nella crisi più nera.

Per questo contemplo l'incompletezza di mio figlio e degli altri che come lui trascorrono giornate con i video di Mtv o i giochini del Nintendo. Non li giudico, semmai li invidio: hanno tutta una partita da giocare, loro.
Tra loro si annida la nuova speranza. Incoraggiamoli col nostro tifo.

E a chi scuote la testa, a chi va pontificando che i giovani di oggi sono tutti uguali, mica come ai suoi tempi, io infliggerei la visione obbligata e meditata dei Cento passi di Marco Tullio Giordana. Perché solo cento passi separano Peppino Impastato dalla casa dei mafiosi, che alla fine ti sembrano come te. Solo che dentro quei cento passi c'è una distanza di anni luce, c'è un altro mondo che solo l'energia dei cuori può far raggiungere. 

mercoledì 30 luglio 2014

I versi di Callimaco in un vecchio quaderno di liceo

Io consiglio a te anche questo, di non andare dove camminano i carri, e non spingere il carro sulle stesse orme degli altri né per una strada larga, ma per strade non battute, anche se spingerai il tuo carro per una strada più stretta.

Ho fatto una prova: questa frase è facile pescarla su Internet, anche se non sapete chi l'ha scritta, né a quale opera appartenga. Basta digitare la parola gioventù e scegliere su uno dei tanti elenchi di citazioni. Un attimo ed ecco qui: non andare dove camminano i carri...

Pochi click per catturare parole che resistono da duemila anni e più: il prologo delle Origini di Callimaco, poeta dell'antica Alessandria di Egitto... non spingere il carro sulle stesse orme degli altri...

Qualche giorno fa mi sono imbattuto proprio in questa frase, però non su Internet. Su un mio quaderno del liceo. Più precisamente sul suo retro di copertina. Come se per me avesse un valore particolare.

Però non per la fatica della traduzione – chissà se l'ho davvero mai tradotta dal greco – o perché mi potesse tornare utile in vista di una interrogazione.

Quei versi dovevano essere importanti come per me lo erano i versi di Garcia  Lorca, di Pablo Neruda, di Vladimir Majakovskij.

I versi che un ragazzo di nemmeno diciotto anni ricopia inseguendo i suoi sogni.

lunedì 28 luglio 2014

Vivere il tempo al tempo dello zapping digitale

Forse sto cambiando anch'io, allo stesso modo di chi, fino a qualche tempo fa, trattavo con una certa sufficienza. Io, la persona che aveva sempre tre o quattro libri in lettura contemporaneamente. Uno per la colazione, uno da portarsi in giro tutto il giorno, un altro paio per la buona notte.

Parole scritte per il tè coi biscotti e parole scritte per i minuti alla fermata del bus. Parole scritte per stare a casa e parole scritte per viaggiare.

Ora sempre più spesso acquisto libri destinati a ingrossare le pile delle letture in attesa, come le chiamo con un pizzico di consapevole ipocrisia. Ospiti garbati, i libri. Sistemati sul ripiano della credenza, accanto al vassoio della frutta, aspettano in silenzio il loro turno. Magari non arriverà mai.

Piuttosto sempre più spesso metto via un libro, accendo il computer, mi collego al mio profilo su Facebook e posto la prima cosa che mi viene in mente. Notizie, curiosità, citazioni, battute, saluti. Oppure plano su Twitter, incantato dal suo ritmo, dalla velocità con cui scorrono le sue righe, altrettante finestre sul mondo.

 È come salire su un tappeto volante e lasciarsi portare via.  Il mio zapping digitale: dopo la tv il mondo incantato del Web 2.0.

Vero, sto cambiando anch'io, non solo il mondo. E solo di tanto in tanto avverto il tarlo del dubbio.

L'altro giorno ci ho riflettuto un po' di più. Non è quello che faccio, mi sono detto. In realtà ciò che conta, ciò che sta davvero cambiando, è  il mio sentimento del tempo.

Ed è questo che mi sembra di aver capito: queste immagini, queste parole che scorrono sugli schermi, che circondano la mia vita, mi illudono di vivere il mio tempo. Ma non è questo, vivere il tempo, così come non è nuotare abbandonarsi alla corrente di un fiume.

Non è una successione di istanti ancorati a un eterno presente, il tempo. Ha bisogno di profondità, ha bisogno di spessore, il tempo.

sabato 26 luglio 2014

Abele e Caino, nelle parole del grande Borges

Abele e Caino s'incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. 

I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. 

Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. 

Abele rispose: "Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima". 

"Ora so che mi hai perdonato davvero" disse Caino "perché dimenticare è perdonare. Anch'io cercherò di scordare". 

Abele disse lentamente: "È così. Finché dura il rimorso dura la colpa".

(Jorge Luis Borges, da Elogio dell'ombra)

mercoledì 23 luglio 2014

Uno scrittore di noir per il libro che racconta i reduci

Sapeva che ci riprende da tutto, ma da quando aveva vinto la guerra, aveva l'impressione di perderla ogni giorno un po' di più.

Crepuscolare, visionario, spiazzante. Ci vogliono aggettivi in abbondanza per un libro come Ci rivediamo lassù (Mondadori) di Pierre Lemaitre, libro non sulla Grande Guerra, ma su cio che rimane, se rimane, dopo la guerra. Libro che parte dalle trincee per inoltrarsi nella terra di nessuno popolata da chi è sopravvissuto, libro che racconta le macerie della società e delle esistenze quando non ci sono più colpi da sparare, solo storie di vita a cui dare un senso.

Le illusioni dell'armistizio e l'ipocrisia di chi pensa di cavarsela innalzando qualche monumento a chi non c'è più. Lo sbandamento dei reduci e i valori della convivenza civile che non è che riprendono il loro posto appena i cannoni tacciono, fosse così facile. E molto, molto di più.

E' una lettura assai poco convenzionale, ma perfetta, in questo centenario della Grande Guerra. Fosse solo per riflettere che non c'è fine alla fine.

Però anche con un motivo in più. Perché questo non è l'opera che ti aspetteresti da Pierre Lemaitre, scrittore indubbiamente conosciuto soprattutto per i suoi noir. Eppure proprio per questo: perché malgrado i temi che affronta, malgrado le domande della storia e della morale, Ci rivediamo lassù sa essere appassionato come un grande noir.

lunedì 21 luglio 2014

I libri non sono lunghi, sono larghi

Quando tutto quanto fa spettacolo, noi siamo gli spettatori. Sempre più passivi e annoiati, sempre più affamati di emozioni nei confronti delle quali siamo sempre più impermeabili. Lo stesso meccanismo delle dipendenze – tabacco o scommesse non fa la differenza. Lo stesso vuoto dei ragazzi del muretto.

A volte quando ci penso, lascio risuonare dentro di me le parole che furono di un grande poeta, Paul Valéry:

Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Ancora il presente, insomma, con i suoi problemi nei confronti del passato e del futuro. Ancora il tempo.
Solo che dove fin qui ho scritto tempo, ora vorrei cancellare e tracciare la  parola cultura.

È come il tempo, la cultura. Non è un flusso di messaggi che arrivano e scivolano via, allo stesso modo degli aggiornamenti su Internet. Anzi, è tempo, la cultura.

Quando ci penso mi viene da guardare con affetto i miei ospiti silenziosi e pazienti, le letture in attesa. E con gratitudine, oltre che con affetto, accarezzo anche gli altri ospiti, i libri che un giorno mi hanno fatto compagnia. Anche loro se ne stanno pazienti – e anche un po' rassegnati - sugli scaffali.

Pensare che per qualcuno appartengono a un'altra epoca, come i vecchi giradischi e le cabine del telefono. Roba da collezionisti, o poco più. Che tristezza.

 Per fortuna a soccorrermi c'è sempre qualche citazione. Queste parole di Umberto Eco, per esempio:

Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio.

O più bella ancora, questa di Giorgio Manganelli:
 
Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi.

Ed è vero, mi piace pensarli così, queste invenzioni così singolari. Tanto strette da lasciarsi sistemare una accanto all'altro in libreria. Tanto larghe da abbracciare il presente, il futuro. Il tempo. La vita.

sabato 19 luglio 2014

Cosa lega i libri ai luoghi

La domanda da cui ogni volta sono partito ha a che fare con i libri. E con i luoghi.

Nasce dalla volontà di capire che cosa lega, che cosa può legare pagine di carta e inchiostro alla geografia fisica e sentimentale. 

Nella vita di ogni lettore appassionato ci sono singolari corrispondenze tra libri e paesaggi attorno.

Per questo "la tentazione di accoppiare luoghi e letteratura - ha scritto Giorgio Montefoschi - non ce la scrolliamo di dosso".

(Paolo Di Paolo, Ogni viaggio è un romanzo, Laterza)


venerdì 18 luglio 2014

Che tempo farà oggi? E domani?

Che tempo farà oggi? E domani?

Fino a qualche anno fa non mi preoccupavo molto di domande così. La meteorologia era questione da colonnelli dell'aeronautica o da anziani signori, piuttosto annoiati. Era la mappa dell'Italia prima del telegiornale, cioè prima delle notizie che davvero contavano. Era l'appuntamento con previsioni che non sempre ci azzeccavano e soprattutto non avevano niente a che vedere con ciò che avrei potuto fare o non fare. Indifferenti a gesti quali riciclare la carta, abbassare un termosifone, lasciare l'auto sotto casa.

Non è che ora mi appassionino, le previsioni del tempo. Le lascio volentieri agli inglesi che, così segnalano curiose statistiche, se le coccolano come il loro primo argomento di conversazione. Però è un pezzo che i miei pensieri girano intorno a questa storia dell'effetto farfalla.

Oggi è facile che questo concetto desti la tipica insofferenza riservata alle espressioni inflazionate. Però oltre l'uso e l'abuso, c'è la solidità della scienza. In fondo è di questo che parlava già il matematico inglese Alan Turing, uno degli uomini che dobbiamo ringraziare se oggi il computer è uno strumento di uso domestico come la moka per il caffè.

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Così diceva il grande Alan Turing, a cui fece seguito un altro matematico, Edward Lorenz, un nome legato alla teoria del caos:

Un meteorologo fece notare che, se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.

Era il 1963: a battere le ali era ancora un gabbiano, e non una farfalla; quel movimento leggero come un fremito non era stato collegato a varie tipologie di disastro, dal tornado in Texas al terremoto a Tokio. Però il concetto c'era già tutto. Sono contento che sia arrivato fino a me.

Insomma, oggi sono convinto che dalle cause più lievi si possano scatenare effetti giganteschi. E che più cause apparentemente lievi abbiano maggiori possibilità di scatenare effetti giganteschi. Gesti impalpabili, passi che in apparenza non lasciano orme. E sull'altro piatto della bilancia mica solo disastri. Anche doni di vita, possibilità di salvezza.

(in Paolo Ciampi-Massimo Orlandi, Semi di cambiamento, edizioni Romena)

mercoledì 16 luglio 2014

Wislawa mi insegna cos'è la poesia

Una raccolta da tenere sul comodino e da aprire a caso, con il rispetto per le cose belle e rare. Versi che ci porgono un dono inestimabile, il senso dell'attenzione, la sua necessità.

Attenzione che è rispetto, capacità di ascolto, gratitudine. Profondità, anche.

Torno e ritorno a La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska, la raccolta, credo completa, delle sue poesie\, pubblicata da Adephi. Non mi stanco di questo libro. Un giorno sono riuscito a domare la mia riluttanza per un nome troppo difficile, che mi evocava una scrittura fredda e astrusa e ho scoperto tutto questo.

Sono contento di aver scoperto Wislawa Szymborska. Le sono grato, perché continua a farmi compagnia.
Perché  mi rammenta insieme cos'è la poesia, in primo luogo: dare valore a ciò che rischia di scivolare via, frettolosamente bollato come irrilevante.