mercoledì 17 dicembre 2014

Modiano e la storia di Dora, che di sé non ha lasciato traccia

Sono persone che si lasciano dietro poche tracce. Quasi anonime. Non si distinguono da certe strade di Parigi, da certi paesaggi di periferie dove ho scoperto, per caso, che avevano abitato. Ciò che sappiamo di loro si riassume spesso in un semplice indirizzo. E questa precisione topografica contrasta con quanto ignorammo per sempre della loro vita... con quel vuoto, con quel grumo di ignoto e di silenzio.

Ecco, forse è tutto in queste righe il senso ultimo di un piccolo grande libro del premio Nobel Patrick Modiano, Dora Bruder (Guanda): persone inghiottite dall'oblio, tracce evanescenti e ombre che forse abitano le strade e le piazze delle nostre città, grumi di silenzio, vuoti che si spalancano come se ci stesse per franare il terreno sotto i piedi.

Si legge in un lampo, Dora Bruder, ma poi è uno di quei libri che non se ne vanno, che continuano a interrogare come dovere della memoria, come necessità di riparazione, come vita che è stata cancellata dalle nostre mappe. Molti altri libri, molte altre storie, lascerò passare prima di non avvertire più lo sguardo addosso, enigmatico ed esigente, di quella ragazza in copertina.

Qualcosa del genere è successo anche a me, con la storia di Enrica Calabresi, che anni fa ho cercato di raccontare in Un nome (Giuntina), onestamente concedendo a me stesso che non c'era molto da raccontare, o forse c'era da raccontare più un bisogno di verità, una ricerca, che la storia di una persona.

Con Un nome la professoressa ebrea suicida prima della deportazione e una foto di tempi sereni in copertina. Con Dora Bruder un ritaglio di giornale in cui due genitori ebrei chiedono notizie della figlia scomparsa nella Parigi occupata da Hitler. Vuoto e silenzio appunto. Anche se poi la fine di Dora è, almeno burocraticamente, nota. Un treno per il lager senza ritorno per questa adolescente che non ha lasciato praticamente niente dietro di sé. Ma prima, prima che è successo? Che vita è stata quella di Dora?

Un mistero che non cambierà la nostra vita. E che pure dà un senso al nostro modo di stare al mondo e di interrogare la storia.

lunedì 15 dicembre 2014

Il matematico che amava la bellezza dei numeri

La sola difesa della mia vita, o di chiunque sia stato matematico nello stesso mio senso, è dunque questa: ho aggiunto qualcosa al sapere e ho aiutato altri ad aumentarlo ancora....

Che libro sorprendente che è Apologia di un matematico di Godfrey H. Hardy (Garzanti), confessione-riflessione scritta sul limitare della vita da una delle grandi menti del Novecento. Un libro in cui non troverete teoremi e dimostrazioni, tanto meno pagine cosparse di quei simboli che impongono la fuga immediata del lettore non specialista. Troverete humour, logica, malinconia. Troverete interrogativi potenti che riguardano la vita e che non solo la letteratura è chiamata a evocare e sfidare.

Non a caso Graham Greene, quando si ritrovò a recensirlo, affermò che assieme ai Taccuini di Henry James si trattava della descrizione più riuscita di cosa significa essere un "artista creativo". Anche ad utilizzare non note, versi, pennelli. Piuttosto le sequenze dei numeri.

C'è il senso della bellezza, in questo libro, perché anche un teorema può essere bello, come una poesia. C'è la battaglia contro l'inutilità, che è l'inutilità che spesso e volentieri viene attribuita alla matematica ma che investe inevitabilmente anche il senso del proprio passaggio nel mondo. C'è l'Inghilterra vittoriana, popolata da personaggi come Bertrand Russell, e c'è il mondo delle università inglesi, in effetti un mondo a parte. C'è la disperata consapevolezza del tempo che passa e che mina inesorabilmente le capacità intellettuali - la matematica esige menti giovani e raccontare piuttosto che dimostrare è già declino. E ci sono le considerazioni e le eccentricità di un uomo le cui ultime parole, in effetti, sono un atto di amore per il cricket, la sua vera grande passione.

Da leggere, questo libro. Non importa se si odia la matematica. Può riuscire addirittura nel miracolo di farcela considerare un po' più amica, nel cammino della nostra vita.

sabato 13 dicembre 2014

Sinibaldi, che alla scuola fece comprare due libri

Quando arrivai al ginnasio mi spiegarono che c'era una biblioteca e che ogni studente poteva indicare due libri da comprare per arricchirla. Ricordo ancora quali chiesi: "Cristo si è fermato a Eboli" e l'"Antologia di Spoon River".

Ne avevo sentito parlare molto, li desideravo ardentemente e li lessi.

Come vedi, sono proprio un prodotto dello Stato sociale!
Ma al di là della possibilità materiale di leggere qualcosa, ti rendi conto dell'importanza simbolica dell'atto?

Arrivi alla scuola superiore e ti chiedono di scegliere due libri. Significava dichiarare a un ragazzo l'importanza di quel luogo e dei libri.

(Marino Sinibaldi, Un millimetro in là, a cura du Giorgio Zanchini,  Laterza)

giovedì 11 dicembre 2014

Fate subito una cura di gentilezza

Perciò, ecco un consiglio veloce a chiusura del discorso. Dal momento che, a mio parere, la vostra vita sarà un percorso che vi vedrà diventare sempre più gentili e affettuosi, sbrigatevi.

Fate presto. Cominciate subito. C'è un equivoco, in ciascuno di noi, anzi, una malattia: l'egoismo. Ma esiste anche una cura.

Siate dei pazienti di voi stessi, bravi, propositivi, anche un po' disperati - cercate le medicine antiegoismo più efficaci, cercatele con energia, finché vivrete. Scoprite cosa vi rende più gentili, cosa vi libera e fa emergere la versione più affettuosa, generosa e impavida di voi stessi - e cercatelo come se non ci fosse niente di più importante.

Perché, in effetti, non c'è niente di più importante.

(George Saunders, L'egoismo è inutile. Elogio della gentilezza, Minimum Fax)

mercoledì 10 dicembre 2014

Il traduttore che scomparve nel nulla

Non venne fucilato un traditore: venne fucilato un uomo per trasformarlo in traditore.

Probabilmente successe anche questo, durante la guerra di Spagna, perché nelle guerre, soprattutto nelle guerre civili, succede davvero di tutto. Gli uomini sono spazzati via, mica solo dal fuoco sulla linea di fronte. Succede di tutto: tradimenti e spari alla schiena, ammazzamenti per paura e per noia, esecuzioni sommarie e fosse comuni.

Succede anche questo: che un inerme uomo di lettere finisca nel bel mezzo di uno dei conflitti più spietati del Novecento; che scelga da che parte stare - senz'altro la parte giusta - e paghi la sua scelta per mano non del nemico ma dei suoi. Chissà per quale trama, quale equivoco, quale manovra obliqua e inconfessabile.

Questa è la storia di José Robles Pazos, amico del grande John Dos Passos e di altri scrittori americani, repubblicano, rapito una notte di dicembre 1936 dai servizi segreti sovietici e sparito per sempre. Inghiottito in una voragine di buio e di silenzio, come molti altri che in quegli anni non si trovarono solo sotto il tiro delle armi fasciste. Volontari internazionali, anarchici, comunisti dissidenti che dovettero anche guardarsi le spalle.

A raccontare questa storia di "uno sconfitto tra gli sconfitti"  è Ignacio Martìnez de Pisòn in Morte di un traduttore (Guanda), libro forse non esaltante, saggio scrupoloso più che narrazione ad alta tensione emotiva, ma che è al merito di gettare un filo di luce su vicende che si vorrebbero consegnate all'oblio.

lunedì 8 dicembre 2014

C'era la musica nei lager di Hitler

C'era la musica, dentro i campi di concentramento: non solo a Terezìn, non solo per allietare i massacratori nazisti o per coprire le grida dei torturati, musica che non era sfondo e colonna sonora, ma piuttosto atto di resistenza, affermazione di dignità.

C'erano i musicisti, dentro i campi di concentramento: compositori e concertisti, direttori di orchestra e cabarettisti, primi violini e contrabbassisti di quintetti jazz, uomini sul ciglio del precipizio ma che non lesinarono energie per la musica, che bruciarono perfino le residue possibilità di salvezza, per la musica.

E c'è un musicista dei nostri tempi, Francesco Lotoro, si chiama. Io non ne avevo mai sentito parlare, ma è una vita che si è messo alla ricerca della musica dei campi, per strappare all'oblio ogni opera, per ridare vita a ogni nota. Una missione portata avanti con amore, tenacia, un pizzico di follia. Per essa ha rinunciato a contratti e possibilità di carriera e più volte ha prosciugato il conto in banca. Ha girato il mondo, dietro sopravvissuti e famigliari, archivi e scantinati, da archeologo della memoria. Ha già salvato 4 mila spartiti e prodotto decine di cd con quella musica, ma ancora non si è fermato.

La storia dei musicisti dei campi e la storia del musicista che da quei musicisti si è sentito chiamato. Con la consapevolezza che la memoria si salvaguarda in molti modi, che le testimonianze possono non essere solo parole.

Tutto questo è raccontato da Thomas Saintourens in Il maestro (Piemme). Un libro da leggere, che interroga sulla necessità dell'atto creativo, della fame di bellezza, anche nell'inferno di un lager.  

domenica 7 dicembre 2014

Il grande Jessie, a cui Roosevelt non strinse la mano

Non credo che tutto questo facesse piacere a Hitler e ai suoi gerarchi. Ma sta di fatto che le cose andarono davvero così quel giorno.

Non è vero che Hitler si rifiutò di stringermi la mano nel corso della cerimonia di premiazione. Hitler non c'era e basta. Non so se avrebbe dovuto esserci e all'ultimo momento preferì andarsene, ma non mi interessa saperlo. 

Mi ha sempre più interessato sapere il perché il presidente Roosevelt nel 1936, dopo le mie quattro medaglie a Berlino, non volle ricevermi per stringermi la mano.

(da Gino Cervi, Storie a cinque cerchi, Edit)

venerdì 5 dicembre 2014

Balzac e la vita che alla fine pretende il conto

Ci sono vite che la letteratura salva, ma anche vite che poi chiedono di saldare il conto alla letteratura: e il conto a volte è davvero troppo salato.

Prendete per esempio il grande Balzac, l'autore della straordinaria Comédie humaine, in Francia il più letto e acclamato degli scrittori, monumento nazionale quando ancora era vivo. La storia degli ultimi suoi anni è stata a lungo tenuta ben nascosta sotto una bella coltre di ipocrisia e forse anche di pietà. All'inizio del Novecento ce l'ha raccontata un altro scrittore francese, Octave Mirbeau, con una manciata di pagine che fecero scandalo e vennero addirittura bloccate dalla censura. Solo ora arrivano in Italia, grazie a Skira.

E dunque, cosa ci racconta Mirbeau in La morte de Balzac? Ci porta dentro un uomo alla fine della sua vita, che l'arte non può più salvare. Ci invita a trascurare le sue pagine per entrare nella stanza della sua agonia. Ci impone a fare i conti su ciò che rimane di tante glorie e di tante ambizioni.

Balzac nel suo epilogo, migliaia di pagine dopo: un uomo malato e derubato di molte cose, un corpo sfasciato e umiliato, soprattutto una solitudine che si fa perfino fatica a credere, figurarsi a sostenere. Nemmeno la moglie vorrà vederlo e salutarlo.

Un corpo abitato ancora da una splendida mente, che fino all'ultimo, mentre l'uomo se ne sta andando, spingerà lo scrittore a rivolgersi al medico: Pensate che domani possa rimettermi al lavoro? Suvvia! Sbrigatevi a curarmi! Devo lavorare!

Come in un romanzo, un romanzo di Balzac, il romanzo che Balzac non ha avuto modo di scrivere. Un romanzo invece della vita troppo vera e troppo esigente.

mercoledì 3 dicembre 2014

Pagine di gentilezza per regalo a Natale

Poi penso a come ci si affannerà nelle prossime settimane, per inventarsi qualche regalo di Natale, per sentimento o per dovere. A come si cercherà tra sconti e occasioni, con quel poco che della tredicesima rimane una volta pagati conti e bollette (chi ovviamente la tredicesima ce l'ha). I più come al solito si lasceranno incantare da moda e dispositivi elettronici. E come al solito sarà una delusione, per uno che come me, che da sempre sostiene che acquistare e regalare un libro rappresenta anche una scelta di consumo critico e consapevole; e che un libro regalato è assai di più di un bel regalo, perché quel libro, quel titolo, esprime qualcosa sia su chi lo dà che chi lo riceve.

E ora che ho letto L'egoismo è inutile. Elogio della gentilezza di George Saunders (Minimum Fax) ho anche un argomento in più. E' un libro così piccolo che si può perdere in una tasca. Poco più di settanta paginette, ma quelle che contano in realtà sono ancora meno. Un discorso che Saunders ha tenuto ai laureandi della Syracuse University.

Niente discorsi troppo alti. Niente compiacimenti intellettuali. Niente affermazioni definitive su qualche futuro professionale. Ma una lezione di vita straordinaria questo sì.

Quando mi guardo indietro vedo che ho passato gran parte della vita offuscato da cose che mi spingevano ad accantonare la gentilezza.

Saunders ci invita a non fare lo stesso errore. A coltivare la gentilezza, a farla crescere con tutte le attività che alla gentilezza fanno bene (Studiare serve. Immergersi in un'opera d'arte serve. Pregare serve. Fare meditazione serve...).

Perché farlo? Perché la gentilezza è la miglior medicina per la  nostra vita. Perché è il miglior antidoto a quell'egoismo che quasi sempre ci frega. Perché arriverà un giorno in cui non ci ricorderemo dei successi ma delle volte in cui non siamo stati gentili....

Che lezione, in questo libretto. Non me ne dimenticherò tanto facilmente. A volte può bastare una manciata di pagine per imprimere un senso diverso alla vita. Per provarci anche con chi ci sta vicino. Perché non provare a regalarle, queste parole, più utili di molte altre cose?

ps: L'egosimo è inutile di George Saunders costa 5 euro. Con qualche possibilità di sconto, rispetto al prezzo di copertina....

lunedì 1 dicembre 2014

Come pedine nella scacchiera di un'altra Cina

In Piazza dei Mille Venti si gioca sempre a go, nonostante il freddo che leva il fiato. I giocatori coperti di brina sembrano pupazzi di neve, mentre le scacchiere di granito, con tutte le partite che hanno accolto, non si sono solo consumate: sono diventate visi, pensieri, preghiere.

E' questa la prima immagine di un libro sorprendente, distillato di parole ed emozioni che ci porta nella Manciuria occupata dal Giappone. La giocatrice di go di Shan Sa (Bompiani) è un romanzo che in realtà è due romanzi, intreccio di due storie: lei la ragazza cinese che gioca a go, una vittoria dopo l'altra sotto lo sguardo diffidente e perplesso dei suoi connazionali; lui, il soldato dell'esercito imperiale che abbandona Tokio promettendo alla madre di scegliere la morte piuttosto che la vergogna.

Due persone che più distanti non si potrebbe immaginare: ma che gli eventi della Storia e le circostanze della vita avvicinano passo dopo passo, con la forza dell'ineluttabilità.

Sono loro, le pedine disposte nella scacchiera. Loro il bianco e il nero che mani invisibili muovono nel contesto di un gioco troppo grande e troppo crudele che mette di fronte due culture e due paesi in guerra.

Non ho più paura di nulla. Questa esistenza è solo una partita a go!

Un turbinio di eventi e di scelte che non sono scelte, fino al riconoscimento del destino che è al varco, fino all'accettazione di ciò che dovrà accadere.

E così arriva dalla Cina e mi prende di sorpresa una voce che mi porta lontano, alla ricerca di sintonie e corrispondenze. Fino in Argentina, fino al grande Borges, ai suoi scacchi, a quella scacchiera dove noi siamo i pezzi, mossi da giocatori che non sapremo mai riconoscere.

sabato 29 novembre 2014

Un noir per la storia più nera dell'Argentina

Ormai arrivano spesso da lontano i gialli e i noir migliori, quelli con una voce più autentica, con storie che non sono scontate e che non hanno bisogno di troppi effetti speciali. Arrivano da lontano e a volte sono anche capaci di portarci lontano: dentro paesi di cui finalmente si raccontano le vicissitudini e i tormenti.
Di tutto questo sono ancora più convinto dopo aver letto Mapuche di Caryl Fèrey (edizioni E/O), poliziesco sui generis che ha per protagonista Jana, giovane figlia di un popolo massacrato, e Rubèn, uno dei pochi sopravvissuti alle carceri clandestine di una feroce dittatura. Jana e Rubèn, ma soprattutto l'Argentina: perché è di questo paese che sembra non finire più, per geografia e sofferenze, che in realtà parla questo libro.

Colpi di scena a ripetizione, certo. Pagine da divorare una dietro l'altra, per scoprire come andrà a finire. Però è l'Argentina, soprattutto l'Argentina: non contesto, non fondale. Con le sue vicende che si dipanano tutte dietro le quinte della storia ufficiale, seguendo il filo ininterrotto della violenza e del crimine: dagli indios che nella pampa venivano presi a fucilate come conigli al giovani oppositori spinti giù dagli aerei, per non parlare della sorte di tanti figli di desaparecidos a cui sono è stato sottratto anche il nome...

E non l'Argentina qual era, piuttosto l'Argentina di oggi, restituita alla democrazia, ma ancora alle prese con i suoi fantasmi - fantasmi che spesso e volentieri non sono nemmeno fantasmi, ma persone in carne e ossa, in grado di rimettersi a nuovo per perseguire gli interessi di sempre...

 E mi fermo qui, perché un poliziesco è sempre un poliziesco, vietato scoprire le carte,

giovedì 27 novembre 2014

Henry James e la vita che si fa letteratura

Nessun compiacimento e certamente nessun alibi o possibilità di riscatto: perché l'arte può essere rifugio, forse anche cura, ma da sola non permette di salvarsi.

Prendete Henry James, il grandissimo Henry James, per esempio: uno dei grandissimi scrittori americani, riconosciuto e apprezzato dal mondo delle lettere quando è ancora un uomo di mezza età. Prendetelo per come ce lo racconta il romanziere irlandese The Master (Bompiani), libro che è stato definito come un'opera di finzione che segue fedelmente i fatti. Certamente meno di una biografia - anche perché si concentra su appena cinque anni della vita di James - e allo stesso tempo assai più di una biografia, perché di quella vita non si limita a raccontare i fatti, ma indaga sui segreti rapporti tra essa e la creazione letteraria.
Colm Tòibìn in

James è autore affermato, appunto, anche se deve incassare il bruciante insuccesso londinese di un suo dramma. E' l'americano che ha scelto l'Europa e che attraversa la crisi di un secolo al tramonto e che questa crisi fa sua oltre ogni consapevolezza.

Soprattutto è l'uomo che si ripiega, tentando di nascondersi al mondo e anche a se stesso. In realtà tuffandosi ancora di più nei ricordi e nelle paure. Incapace di accettare le relazioni per quello che sono e pretendono, James vive di rimpianti e forse anche di rimorsi. Gli affetti sono ciò che non è stato detto o fatto e ciò che forse avrebbe potuto essere diverso. Quanto agli istinti, ai desideri, meglio lasciare perdere. Solo una fiamma gelida al centro della vita.

Eppure da questi giorni sgorga l'acqua dell'ispirazione. Idee, trame, personaggi che si mescolano alla vita reale, che nascono dalla vita reale e a essa ritornano, in qualche modo.

Basterà? Certo che no. Ma la vita può essere anche questo, tempo che scorre, tempo distillato in letteratura. Quella letteratura che a volte è un'arma puntata contro se stessi.





martedì 25 novembre 2014

All'ora dell'aperitivo con le parole di Montaigne

Parlare di Montaigne alla radio, ogni giorno per tutta un'estate, all'ora in cui la gente si sta rosolando sulla spiaggia o sta sorseggiando un aperitivo?

Quando gliel'avevano buttata lì, Antoine Compagnon, illustre professore del Collège de France, l'aveva trovata un'idea piuttosto stravagante. E allo stesso tempo così azzardata da non avere il cuore di tirarsi indietro. E così aveva iniziato. Sotto il solleone di luglio e agosto, a mezzogiorno: una frase del grande Michel e alcuni minuti di riflessione pacata, intelligente, niente affatto spocchiosa.

Un successo: come temo possa succedere solo in Francia (con un pensiero sconfortato alla programmazione radiofonica delle emittenti italiane nello stesso periodo).

E ignoro in virtù di quali singolari meccanismi certe cose possano funzionare e altre invece siano destinate al naufragio. Ma ora che quelle divagazioni di Compagnon sono state pubblicate da Sellerio - con il titolo, appunto, di Un'estate con Montaigne - so di avere potuto mettere le mani su un piccolo grande libro.

Quante cose che ci insegnano, le pagine di Montaigne. Il dubbio che fa bene, la tolleranza, lo sguardo dell'altro, la giusta cautela nei confronti di ogni ambizione... da procurarselo, questo libretto. E da tenerselo a portata di mano, non importa se su una sdraio, un'amaca o al tavolo di un pub.

domenica 23 novembre 2014

Il poeta verso l'angusto sentiero del Nord

I giorni e i mesi sono viaggiatori dell'eternità.

Ugualmente gli anni sorgono e tramontano. La nostra vita è un viaggio, che alcuni trascorrono in barca, altri per strada, finché non invecchiano i cavalli del loro carro. Non è la strada la nostra vera dimora? Lo mostrano i poeti d'un tempo che hanno incontrato la morte camminando.

Anche per me giunse il giorno in cui l'infinita libertà delle nuvole mosse dal vento chiamava a vagabondare lungo le coste selvagge di Ki.

Quando ritrovai la mia capanna in riva al fiume, l'estate era finita; e nel tempo che impiegai a ripulire il legno vecchio dalle ragnatele, anche l'anno era finito.

Con la primavera nebbiosa tornò il prurito di riprendere la strada verso la dogana di Shirakawa; gli dèi del viaggio chiamavano, e io non potevo ignorarli.

Rammendai quindi le braghe, infilai un cordone nuovo nei passanti del cappello e già vedendo sorgere la luna di Matsushima.

Ho venduto la capanna, ospite per qualche giorno nel padiglione del mio discepolo Sampu, ma prima di lasciare anche quest'albergo, ho pennellato una poesia su una sciarpa che ho appeso al pilastro:

Questa bicocca da eremita
non sarà più la stessa
casa di bambole

(Basho, L'angusto sentiero del Nord, Vallardi)



venerdì 21 novembre 2014

Nella Manhattan che verrà

Non si sa mai.... Non si sa mai.... Ragazzo mio dovresti vedere i suoi progetti di costruzioni in acciaio... Già ha l'idea che il grattacielo dell'avvenire sarà costruito in acciaio e vetro.

Tempo fa abbiamo fatto degli esperimenti con tegole di vetro... Cristo, alcuni dei suoi progetti sono roba da rimanere di stucco... 

Ha sempre in bocca un certo imperatore romano, che trovò Roma di mattoni e lasciò di marmo. E lui, dice che ha trovato New York di mattoni e che la lascerà di acciaio... acciaio e vetro.

Vorrei che tu vedessi il suo piano per la ricostruzione della città. Uno scherzo di nulla!

(John Dos Passos, Manhattan Transfer, 1925)




giovedì 20 novembre 2014

Due grandi scrittori nel dolore della Grande Guerra

Due grandi scrittori molti diversi, accomunati dallo stesso destino nell'inferno della Grande Guerra. Non come soldati, ma come padri: entrambi saluteranno un figlio che dal fronte non tornerà più.

E dunque, da una parte c'è Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, l'investigatore che è lucidità, ragione, rigorosa deduzione capace di scartare tutto ciò che non è logico. Sconvolto dal dolore, alla morte del figlio Kinsley, si tuffò nello spiritismo: la negazione privata della morte, come qualcuno l'ha definita. Doveva esserci un modo per comunicare ancora col figlio perduto. Fece di tutto per crederci, lui che a Londra contribuì addirittura a fondare una chiesta spiritista.

Dall'altra c'è Rudyard Kipling, altro grandissimo della letteratura, che ci evoca profumi e misteri d'oriente, leggende, folletti che compaiono all'improvviso per spingere bambini in altre epoche. Forse anche lui fu tentato dallo spiritismo. Però non andò molto oltre su questa strada. Piuttosto trascorse il resto della sua vita a curare la memoria pubblica dei morti sui campi di battaglia. Dei moltissimi, tra cui anche suo figlio. Si impegnò nella Commonwealth War Graves Commission e fu lui a scegliere la frase biblica all'ingresso di molti cimiteri di guerra: Il loro nome vorrà in eterno - in effetti tremenda illusione anche questa.

Leggo le loro vicende nel bel libro di Jay Winter edito da Il Mulino, Il lutto e la memoria. E fanno riflettere, come no. Tra le altre cose, anche sulle incommensurabili distanze che separano la vita dentro i libri dalla vita fuori. 

martedì 18 novembre 2014

La notte di Romain sarà calma

Ci sono persone che conosco a malapena che si confidano con me con una facilità davvero sorprendente. Non so proprio perché lo facciano: sono portato a credere che sia perché sanno che non sono della polizia.

Il mestiere di madre, lo sai, è piuttosto mal pagato. La mia, almeno, ha avuto diritto a un libro.

Sì, odio ogni forma di intransigenza morale, l'umano è una festa popolare.

Tutti possono sbagliare, come diceva il porcospino scendendo da una spazzola per abiti.

Conosco un uomo molto distinto che in tutta la sua vita non è mai riuscito a votare, perché dare un voto a un altro che non sia lui lo manda in bestia.


Ecco, potrei continuare per un pezzo, anzi, allungarmi in un post dietro l'altro di questo blog, citazione dopo citazione, prima di finirla. Ovvero, prima di esaurire questa autentica miniera di saggezza e provocazione, buon senso e trasgressione che è La notte sarà calma di Romain Gary (Neri Pozza).

Solo uno come lui poteva scrivere un'autobiografia così, un'autobiografia che non è un'autobiografia, ma l'ennesimo tiro mancino che si è concesso, nel corso di una vita in cui, tra moltissime cose fatte, forse si è impegnato davvero solo per fuggire da se stesso.

Ebreo lituano naturalizzato, ma anche quintessenza del francese secondo ogni stereotipo e aspettativa. Raffinato intellettuale e sovvertitore di ogni discorso davvero serio. Eroe di guerra e diplomatico quasi contro se stesso e certamente per il gioco delle circostanze. Scrittore acclamato ma anche deciso a nascondersi sotto molteplici nomi fittizi. Innamorato della vita e suicida, un giorno a Parigi, poche ore dopo aver acquistato e indossato una magnifica vestaglia rossa per non far notare troppo il sangue.

Chi è stato davvero Romain Gary? Nemmeno questa autobiografia, che non è un'autobiografia, ci sazia con le risposte, al contrario. Semmai ci abbaglia, ci seduce, ci depista. Ci lascia andare e poi, un attimo prima che sia troppo tardi, ci riprende. Figurarsi, un'autobiografia che in realtà è una finta intervista, con la parte dell'intervistatore assegnata a un amico di infanzia.

In fondo, lo stesso gioco degli pseudonimi con cui beffò perfino i giudici del Goncourt. La vita come un gioco maledettamente serio. Come del resto pretende anche il cognome, quello autentico. In russo bari non vuol dire forse "brucia"? La vita come gioco, la vita come fuoco.

Fiamme che a volte se ne stanno buone tra gli alari di un caminetto. E che altre volte non si lasciano controllare.

domenica 16 novembre 2014

E l'aria si incendia di desideri e preghiere

Nessuno ormai è solo con se stesso e il proprio destino, ognuno scruta l'orizzonte.

Di notte, nell'ora in cui è coricato, solo e sveglio nella casa protetta e sprangata, il suo pensiero vola ad amici e a terre lontane: forse, a quella stessa ora, si compie parte del suo destino, un attacco della cavalleria a un villaggio galiziano, un assalto per mare, le cose che, proprio in quell'attimo, avvengono a migliaia, e a mille miglia di distanza, toccano la sua vita.

E l'anima lo sa, si dilata, desidera, presagendo, anelando a coglierne una parte, l'aria si incendia di desideri e preghiere che volano da un capo all'altro del mondo.

(Stefan Zweig, Il mondo senza sonno, Skira)

sabato 15 novembre 2014

Il banano davanti alla capanna di Basho

Per aggiungere incanto alla luminosa luna mi affretto a trapiantare nuovamente il banano. Le sue foglie sono così grandi che potrebbero celare un'arpa. Quando il vento le piega sono in pena come se fossero la coda di una fenice, e mi dolgo se le spezza, simili come sono a verdi ventagli.

Di tanto in tanto fiorisce, ma con modestia, il tronco è forte ma non attira le accette. E' paragonabile alla "specie di alberi inutili delle montagne", e dunque è prezioso.

Il monaco Kaiso faceva scorrere il pennello su queste foglie e Chookyo fu stimolai a dedicarsi agli studi vedendo spuntare nuovi germogli.

Io non imito né l'uno né l'altro, mi basta godere della sua ombra e amare la sua fragilità al vento e alla pioggia.

(Basho, Elogio della quiete, SE)

giovedì 13 novembre 2014

Una notte senza sonno, la guerra alle porte

Più breve è ora il sonno del mondo, più lunghe le notti e più lunghi i giorni.

Comincia così il primo dei tre racconti di Stefan Zweig che Skira raccoglie in un piccolo prezioso volumetto - intitolato appunto Il mondo senza sonno - che consiglio di cuore a tutti coloro che, particolarmente in questi mesi, si interrogano sulla Grande Guerra e sulle ferite che le tragedie della Storia lasciano sulle persone che a esse sopravvivono.

Che poi è il tema su cui mi sembra giri per intero la scrittura di Zweig, con la sua voce inquieta, evocativa, spoglia di ogni retorica. Si tratti de Il mondo di ieri, un titolo che dice già molto sulle amputazioni prodotte dall'ecatombe mondiale, così come della meravigliosa Novella degli scacchi, dove tutto - l'odio e la follia, la tragedi
a che si è consumata e la tragedia incombente - pare concentrarsi sulle sessantaquattro caselle bianche e nere di una scacchiera.

Zweig, lo scrittore che un giorno fuggirà dalla Germania delle leggi razziali ma che anche in Brasile sentirà l'orrore del mondo impazzito. Tanto che un giorno del 1942 metterà fine alla sua vita.

Sono da leggere questi racconti che invece ci portano dalle parti del primo conflitto mondiale, l'avvio del secolo breve della lunga guerra. Da leggere soffermandosi proprio su queste prime righe, sul sonno che non arriva in una notte d'estate, afosa, inquieta; su una notte della prima estate di guerra, quando ancora sono più i "si dice" che le certezze; su questo tempo dilatato, appesantito dai sogni, dalle premonizioni, dalle attese, complicato dai grovigli di un destino che forse altrove si sta decidendo.