sabato 18 aprile 2015

Nel Levante dei marinai e delle spezie

Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so


Inizia così Gli scali del Levante di Amin Maalouf (Bompiani), come una storia raccontata quasi per caso, per le pretese della curiosità e dell'insistenza, come una storia che, si dice, non appartiene ad altri.

E invece no, non ci vuole molto per capire che questa non è solo la storia di chi confessa la sua storia, è storia di tutti noi, è storia che riflette ciò che siamo o che dovremmo essere e che forse potremmo anche essere.

Storia immaginaria dell'ultimo discendente della dinastia ottomana, storia di un secolo che è fin troppo facile definire breve, storia che si affaccia su un mare di cui sembra di catturare perfino l'odore delle spezie trasportate nei secoli dalle navi mercantili.

Il Mediterraneo, mare nostro fin dal suo nome, mare che sta in mezzo, mare che dovrebbe unire e invece spesso ha diviso. E poi il Medio Oriente, crogiuolo di popoli e di religioni, civiltà che si dividono e che però non possono fare a meno l'una nell'altra. E nel cammino di una tragedia che arriva fino a noi, le vicende di questo uomo, eroe per caso e allo stesso tempo scarto,  uomo ponte, uomo che non sa coltivare pregiudizi e risentimenti, lui islamico che sposa un'ebrea nei giorni dell'ira.

Sarà per questo che finirà per anni in una clinica per malati mentali. Sarà per questo che mi piace, quest'uomo da cui mi farei accompagnare al cospetto del mare, per ponderare insieme su ciò che è più duraturo delle nostre follie.

venerdì 17 aprile 2015

Buona per tutti, la vita di Enrico

Anche per chi non era ancora nato negli anni di queste vicende. Anche per chi le notizie dei telegiornali ha cominciato a seguirle solo dopo che Enrico Berlinguer se n'era andato, ucciso da un malore durante un comizio a Padova. Anche per chi comunista non è mai stato e non ne ha avuto mai nemmeno la più tenue tentazione. E dirò di più: anche per chi di politica ne ha sempre masticata poca e con la dovuta diffidenza.

Perché è una bellissimo libro, Enrico Berlinguer di Chiara Valentini (Feltrinelli), biografia che finalmente mi è capitato di leggere, vincendo pigrizie e diffidenze. Biografia a tutto tondo, sottolineo, niente a che vedere con un saggio  o peggio ancora con il tentativo di propinarci un santino politico.

Nonostante le complicate vicende di un partito e di un leader che attraversa decenni decisivi della storia del nostro paese, qui c'è soprattutto un uomo. Schivo, rigoroso, attento, affettuoso, di poche e buone amicizie e di solidi affetti familiari. Un uomo che certe cose le ha capite perfino prima del tempo e che pure mi piace ricordare soprattutto per i suoi gesti misurati, per il suo sorriso triste.

Forse bisognerebbe partire dalla fine, da quel funerale che vide non un partito, ma la gente di un intero paese stringersi intorno alla sua figura. Ma se questo è l'epilogo, io mi tengo stretto l'inizio: la Sardegna, l'amore per il mare, gli amici con cui si poteva passare le notti a giocare a poker e a coltivare sogni.

mercoledì 15 aprile 2015

Tradurre, cioè dire la stessa cosa: o quasi

Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un'altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi "dire la stessa cosa".

Ecco, comincia così il libro che Umberto Eco dedica a una delle attività più complesse e affascinanti, quella della traduzione. Attività che, mi sa, spesso diamo per scontata: acquistiamo quel libro americano, danese o cinese, ce lo portiamo a casa,  ce lo leggiamo. A volte ci piace, a volte no. Ma qualunque sia il nostro piacere, e il nostro giudizio, poche volte ci viene in mente che in effetti non è stato scritto una volta, ma due volte.

Ed eccoci subito nel bel mezzo della questione. Subito, con le prime righe di Eco. Cosa vuol dire tradurre? La risposta è già nello stesso titolo del libro pubblicato qualche anno fa da Bompiani: Dire quasi la stessa cosa. Con quel quasi che concentra tutta la fatica, il mistero, il fascino della traduzione.

Cosa c'è dentro questo quasi? Come si misura? Significa che ogni traduzione è un insuccesso? O un'affermazione di creatività?

Non mi avventuro a raccontarvi le tante cose che Eco spiega in questa opera, non facile, certo, ma intrigante anche per i non addetti ai lavori.

Però se vi incuriosisce sapere "ciò che c'é dietro" a ogni libro, questo è un libro che fa per voi. E di quel "quasi" difficilmente riuscirete a liberarvi. 

lunedì 13 aprile 2015

Sherwood Anderson e la voce del torrente

Erano venticinque anni che scrivevo, avevo pubblicato qualcosa fra i venti e i venticinque libri, mi ero fatto un nome come uno degli scrittori americani più importanti del mio tempo, i miei libri erano stati tradotti in varie lingue: eppure, con tutto ciò, ero sempre senza soldi, sempre a un passo o quasi dalla rovina.

Era destino che il paese che più di tutti gli altri ha trasformato la  cultura in una gigantesca macchina per fare soldi fosse lo stesso paese che in maniera più realistica, direi anche più cruda, si è interrogato sui rapporti tra arte e mercato, tra creatività e successo. Ed è dagli Stati Uniti, non di oggi ma addirittura degli anni Trenta, che arriva un racconto perfetto per meditare su tutto questo. Pare scritto solo ieri.

Si chiama Le voci del torrente  (in Italia edito da Melangolo), porta la forma di Sherwood Anderson, autore che forse non è conosciuto come meriterebbe, non fosse altro che per i suoi Racconti dell'Ohio.

C'è molto della vita di Anderson in questo libriccino: e questo ce le rende ancora più intrigante. Ma c'è molto anche di quello che vorremmo leggere e che soprattutto vorremmo ritrovare nel nostro mondo.

Ecco lo scrittore che si fa i conti in tasca e i conti non gli tornano e allora si piega alle richieste degli editor e dei dirittori delle riviste che pagano profumatamente. Dovrà scrivere cose scorrevoli, gradevoli, accattivanti, cioé accomodanti. Cose che non disturbino, che vadano giù come acqua.

E lui inizia. Solo che poi si blocca. Si blocca e non va più avanti come un apparente buon senso gli imporrebbe. E sarà per quella notte insonne passata ad ascoltare i suoni del torrente vicino a casa. Sarà che tra quei suoni gli pare di scorgere anche i passi dei vecchi amici, le voci delle donne che ha amato. Ma con la luce del giorno, la nuova mattina, ha deciso:

Ero di nuovo deciso a non impormi, a lasciare che il racconto che stavo cercando di scrivere si scrivesse da sé, a essere ancora una volta ciò che ero sempre stato, uno schiavo degli abitanti del mio mondo immaginario.

Racconto dentro il racconto, ma soprattutto racconto che profuma di libertà.

Racconto come un antidoto, buono non solo per gli scrittori, ma per chiunque sia pronto ad arrendersi alle sirene di un sì troppo comodo.

Ps: Nella vita di Anderson, poi, le cose non andarono propriamente così. Un giorno si imbarcò per la Colombia, dove avrebbe dovuto tenere una conferenza a pagamento. Mangiando un panino inghiottì uno stuzzicadenti e morì di peritonite. Morte assurda, certo. Morte che è insieme esclamazione e irrisione. E mi sa che è meglio finirla qui.

sabato 11 aprile 2015

Ma com'è il localino tipico olandese?


Da anni coltivo una sana diffidenza per chiunque prometta un localino tipico, espressione che mi puzza come il pesce del giorno dopo. Purtroppo ho già fatto una discreta collezione di posti che di tipico avevano solo il consiglio interessato di qualche guida, magari con compartecipazione agli utili.

Col tempo ho sviluppato anche un discreto fiuto per le strategie acchiappaturisti e per le infinite
malizie in vetrina e sui menù. Tanto più che vivo in una città dove ogni poco ci si imbatte nelle insegne di antiche trattorie che non esistevano fino a due giorni prima.

Ci casco, ci casco ancora. Ma un po' meno, se è vero che basta che senta dire: localino tipico, perchè la spia rossa si accenda.

Però Chrstan l'ho già visto all'opera l'altra sera e mi fido. Gli occhi gli si sono illuminati all'idea di un bicchiere in compagnia. E io condivido. C'è qualcosa di storto in un giorno di bicicletta che non si conclude con una buona birra.

La mia personale versione del B&B: non Bed and Breakfast, ma Bike and Beer. Perciò saltiamo a terra e via tutti insieme, in coda al gruppo anche Ernesto, che con la camicia chiusa ai polsi e il golfino annodato alla vita pare uscito dal college. Ma come è il locale davvero olandese?

Chrstan mi dà la sua risposta: «Deve avere il camino da accendere quando è freddo».

Che mi piace come risposta, è giusto quanto mi aspetto da locali come i bruin cafè, a occhio i più tipici tra i tipici localini olandesi. Il nome rinvia al colore – bruno o marrone – ed è esattamente questo che intende richiamare: i pavimenti di legno, l'illuminazione soffusa, le pareti rese più scure dal tempo e dal fumo del tabacco.

 E qui si può aprire la discussione: che cosa distingue un bruin cafè da uno di quei vecchi pub inglesi o irlandesi, preferibilmente di campagna, con le insegne di ferro battuto fuori e i divanetti e le stampe dentro?

(da Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

venerdì 10 aprile 2015

Un albero per ricordare Enrica


Un tempo era solo un nome, forse nemmeno quello, certo un nome che nemmeno figurava nel doloroso elenco delle vittime della persecuzione. Enrica si era sottratta a quell'ultimo treno, quello per i forni di Auschwitz. Alla vigilia della partenza aveva scelto di uccidersi nel carcere di Santa Verdiana, così in qualche modo si era cancellata anche dalla memoria pubblica, riconosciuta, di tutte gli uomini e le donne inghiottite nella Shoah.

Un nome, questo era il libro che anni fa, con la casa editrice Giuntina, ho dedicato a Enrica Calabresi, la scienziata che le leggi razziali avevano cacciato dall'insegnamento e dalla ricerca, la professoressa che era andata incontro al suo destino per non lasciare i suoi allievi della scuola ebraica - anche loro espulsi dalle leggi razziali.

Mi fa piacere che oggi non sia più solo un nome. Le hanno dedicato vie e aule e questo è molto bello. Ma la cosa più bella l'ha fatta in questi giorni Castel San Pietro Terme - il comune nel cui territorio c'era (e c'é) la casa degli affetti familiari di Enrica.

A Enrica ha dedicato un albero. Un gesto semplice, ma profondo, come sono profonde le radici che l'albero metterà crescendo. Profonde e invisibili, come possono essere gli insegnamenti. Sono vita e tornano nella vita, anche quando di quell'insegnante non ci si ricorderà
più nemmeno il nome. Come è successo per Enrica che nonostante tutto è rimasta nel cuore di tanti suoi allievi molti e molti anni dopo.

E' bello che la vita di una persona si traduca nella vita di un albero. E non dovrei dirlo, ma mi sembra più importante dei ricordi che possono trasmettere le pagine di un libro.

Un albero, un albero che mi commuove ancora di più, pensando che è stato piantato davanti a una scuola elementare. Sarebbe piaciuto a Enrica. Spero che i bambini passandoci davanti lo chiamino con il giusto nome: l'albero di Enrica. 

giovedì 9 aprile 2015

Chi era Adriano, l'imperatore che mi ha tenuto compagnia?

Chi era Adriano? Chi era davvero, sotto le sue vesti colorare di porpora e senza il suo scettro Non credo di essermi mai posto questa domanda. Sicuramente non ho mai avvertito il bisogno di una risposta.

È che io ho preso per buono l'imperatore che ho incontrato e me lo sono fatto bastare. Non ho cercato altro, non ho ceduto a una smania di verità a tutti i costi. Adriano era l'Adriano del libro. Di quel libro letto la prima volta da liceale arrabbiato che voleva cambiare il mondo, poi da universitario assalito dai dubbi, quindi da giornalista inerme di fronte alla complessità di quello stesso mondo, infine da uomo di mezza età che ogni giorno smaltisce una delusione e ritrova una ragione, o almeno ci prova. 

Il libro di Marguerite Yourcenar, insomma. Memorie di Adriano. Quello con l'imperatore che parla in prima persona e racconta la sua vita al giovane Marco Aurelio, il filosofo che un giorno sarà imperatore. Le parole di chi ha  in serbo solo gli ultimi spiccioli di vita:

la meditazione scritta d’un malato che dà udienza ai ricordi.

Adriano è ancora l'uomo più potente del mondo. Solo che persino l'impero perde consistenza, forse anche verità, al cospetto di un corpo stremato. 

È difficile rimanere imperatori in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana

E la malattia è un osservatorio scomodo, ma regala vantaggi a chi  intende davvero vedere e capire. Adriano non si tira indietro. La sua storia è un magnifico palazzo descritto dalle cucine, non dalle sale del trono.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

martedì 7 aprile 2015

Scrivere di pirati, immaginare il vero

Non solo per chi ha divorato un libro come la Vera storia del pirata Long John Silver, scervellandosi sulle ragioni per cui viene di fare il tifo per uno dei peggiori delinquenti che hanno solcato gli oceani. E nemmeno solo per coloro che amano entrare nel retrobottega degli scrittori, per carpirne segreti e manie.

In realtà Diario di bordo di uno scrittore (Adelphi) di Bjorn Larsson può essere raccomandato anche a chi con questo scrittore non ha una particolare confidenza. Sarà che è diverse cose insieme e sfugge a ogni definizione: biografia, saggio letterario, backstage dei libri con cui Larsson si è fatto conoscere, soprattutto in Italia.

Molte cose ci sono in questo libro: le correnti che muovono in profondità l'ispirazione, le vele gonfie del vento dell'immaginazione, i lampi che accendono la notte con qualche buona idea....

Scrivere è un po' come navigare, afferma Larsson. E non è una frase molto originale, benché sia di un uomo che di professione voleva fare il geologo marino e che sulle navi ha vissuto per anni. Eppure c'è l'idea della navigazione, in questo libro.

E la scrittura è davvero sciogliere gli ormeggi, puntare la prua, disegnare una rotta. Attraversare quel mare che è la realtà. Magari per scoprire che la letteratura non deve per forza appiattirsi sul vero. Può anche immaginarselo il vero, scoprire le possibilità dentro la realtà. Scommettere sulle cose che esistono, ma anche su quelle che potrebbero esistere o esisteranno.

Larsson è uno di quelli che ha scommesso. E che più volte ci ha dato. 

sabato 4 aprile 2015

Era un brivido di libertà, Amsterdam

Era un brivido di libertà, Amsterdam, un sogno che aveva qualcosa a che vedere con altri sogni persi per strada. Anche un risarcimento, in un certo senso. 

Per ottenerlo erano sufficienti un treno nella notte, poche cose infilate in uno zaino e qualche lira in tasca – in tempi in cui l'euro non c'era e un viaggio era tale anche perché toccava cambiare valuta. 

Solo questo ed era un altro mondo che si spalancava. 

Chissà cosa aveva per la testa quel ragazzo che ero io. Chissà su quale futuro almanaccava. Oggi ad Amsterdam, domani in Tibet, o in Nicaragua, o forse anche in Patagonia. E sul serio, cosa avrei scelto nella vita? Il teatro d'avanguardia a New York o una capanna affacciata sul mare dei Tropici? 

Almeno almeno mi aspettava un appartamentino a Kreuzberg, il più  multietnico dei quartieri di Berlino. In ogni caso lontano. Oltre l'orizzonte su cui si allungava lo sguardo di ogni giorno. 

Via dal mio quartiere. Via dall'università da rievocare solo per le chiacchiere in corridoio e qualche morso di apprensione sul futuro, giustappunto. Via dalle cose che si poteva ragionevolmente pretendere dal sottoscritto. Lontano, lontano. 

E Amsterdam, è evidente, sarebbe stato un buon trampolino per staccarsi dalle cose come erano, verso le cose che mi attendevano.

(Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

venerdì 3 aprile 2015

La penna inglese che ti fa piacere i musei

La penna è la stessa, quella che mi è ha già fatto compagnia in altri deliziosi libriccini, tipo Nudi e crudi, Signore e signori o La sovrana lettrice: la penna elegante, leggera, sempre accattivante di Alan Bennett, uno di quegli scrittori che possono essere nati solo in Inghilterra, provate a immaginarveli da  qualsiasi altra parte.

Questa volta, a dire il vero, più che la pagina scritta bisognerebbe andare dietro alla sua voce, in un testo che è nato come una conferenza: e questo mi piace ancora di più, perché penso al contesto, quello di una conferenza dotta, in un ambiente molto rispettabile come quello della National Gallery di Londra, con un argomento decisamente molto serio, quale quello del rapporto tra uno scrittore e la pittura. Ci penso e poi incontro il solito Bennett, che serio proprio non riesce a essere e che pure proprio così ci dice cose piuttosto importanti. Allo stesso modo di Nick Hornby, quando si dà alle recensioni di libri.

E insomma, Una visita guidata (Adelphi) è proprio un gioiellino. Poche pagine e una valanga di sensazioni che ogni pagina sprigiona. Soprattutto per una persona come il sottoscritto che non si stancherebbe mai di andare alle mostre, solo che quasi mai soffre della sindrome di Stendhal, anzi.

Ed ecco Bennett, che si confessa candidamente:

La mia incapacità di reagire emotivamente ai dipinti era simile alla mia incapacità di provare sentimenti per Dio.

Che cita Nathaniel Hawthorne e la spossatezza che prova nei grandi musei Che auspica che alla National Gallery piazzino in bella vista cartelli con scritto: "Non deve per forza piacerti tutto".

Ed è come il professore che ti asseconda facendoti leggere Dylan Dog piuttosto che Guerra e Pace. Facendo in modo che il tuo cammino sia più leggero. E facendo di te il più formidabile lettore proprio di Guerra e Pace. 

mercoledì 1 aprile 2015

Odora la terra, parla il meno possibile


Ma qual era la tua meta, ci hai mai riflettuto onestamente?

Era così importante arrivarci? E per quale motivo, per poi raccontarlo a qualcuno?

La meta non ti appartiene più. Non fare, però, come quegli alpinisti che dicono di rinunciare alla cima e, mentre lo affermano con apparente saggezza, ripetono "io" dieci volte.

Tieni il capo chino. Anche se c'è il sole. Odora la terra. Parla il meno possibile.

Diventa ciò che diventi. Segna: "La meta è il cammino"

(da Luigi Nacci, Alzati e cammina. Sulla strada della viandanza, Ediciclo)

lunedì 30 marzo 2015

Tra maori e polacchi, il mondo dimenticato a Montecassino


La Storia quasi sempre è storia dei grandi, non di coloro che la fanno e la subiscono davvero: dei generali e non delle truppe. Ma se la Storia, in questo senso, quasi sempre è amnesia e silenzio, la forza della scrittura sa restituire voce a chi non l'ha mai avuta, sa raccontare le storie nella Storia, forse perfino conservare brandelli di vita.

A tutto questo - mica poco - ho pensato immergendomi de Le rondini di Montecassino di Helena Janeczeck (Guanda), romanzo corale che raccoglie e racconta parabole di vita e di morte intorno alla terribile battaglia con cui, per quattro mesi nel 1944, gli Alleati tentarono di sfondare le linee tedesche in Italia. Ma chi erano gli Alleati? Americani chewing gum in bocca e cioccolata da distribuire? Inglesi capaci di andare all'assalto con il gusto di un'ultima battuta?

E no, c'era un mondo, in quella battaglia. Indiani, nepalesi, maghrebini. Un migliaio di ebrei che imbracciarono le armi per rivendicare il diritto a esistere, mentre il loro popolo veniva spinto verso le camere a gas. Un battaglione di maori che mai si sarebbe immaginato di combattere in Europa. Persino un esercito, quello polacco, resuscitato dai suoi stessi carnefici sovietici, quanto ne rimaneva, almeno, dopo le stragi di massa e l'invio nei gulag siberiani.

Non c'è la penna dello storico, in queste pagine, ma la penna della grande narratrice, che annoda e srotola storie, cambiando punti di vista, spostandosi da un tempo all'altro per raccontare le vicende di chi, pur combattendo con i vincitori, non è sfuggito al destino dei vinti. 

E per raccontarli può servire anche l'incontro in un taxi di Milano, o un viaggio in Italia del nipote di un veterano maori, oppure le esperienze di due ragazzi cresciuti a Roma nei nostri anni.... perché è anche così che si fa storia.

sabato 28 marzo 2015

La guerra che cominciò come una cosa da niente

Dopodiché è venuto il momento di salire in treno ed era passata esattamente una settimana dal suo giretto in bici allorché, partito da Nantes sabato alle sei del mattino, Anthime è arrivato lunedì nelle Ardenne a fine pomeriggio.

Ecco cominciò così, come una cosa da niente. Con uno sventolio dai campanili e con un annuncio salutato da brindisi e berretti lanciati in aria. Con una sbronza e una partenza che era solo un arrivederci, a presto, tanto tra quindici giorni è finito tutto. Con un ufficiale che rassicurava, delle pallottole non dovete preoccuparvi, ma dell'igiene sì, perché è la mancanza di pulizia che ammazza. Con una marcia per entrare nell'idea che si era sì soldati, ma tanto che sarà mai. Con un primo assalto i cui i fanti vestivano divise sgargianti ed erano preceduti da un'orchestrina che, sotto il fuoco nemico, intonava la Marsigliese.

Sapete, di libri sulla Grande Guerra ne ho letti diversi, in questo periodo, alcuni molti belli. E di diversi ne ho parlato qui, su questo blog. Eppure li batte tutti questo libro di poche pagine pubblicato da Adelphi, che non è un saggio e che è prima di tutto l'ennesima prova narrativa di Jean Echenoz, scrittore che vi consiglio caldamente.

Il titolo, essenziale, dice già tutto: '14. Così, semplicemente, anche con l'apostrofo.

Si comincia con l'irruzione della guerra in una cittadina nella Francia del Nord. Irruzione che è già una parola sbagliata, perché la guerra arriva di soppiatto, come un gatto nella cristalleria. Sembra un gioco, all'inizio.

Poi ci saranno gli assalti e le trincee, ci saranno gli amici che moriranno e i corpi fatti a pezzi. Ma soprattutto Anthime, questo personaggio di cui finiremo per assumere lo sguardo incredulo, leggero, malgrado tutto sorridente. Lo sguardo di chi fa fatica a crederci ma che alla fine sa adattarsi e resistere. Come se questo fosse davvero l'unico modo per scamparla.

venerdì 27 marzo 2015

Che fine ha fatto il secondo uomo sulla luna

Mattias è fatto così, è una persona che si è sempre tenuto lontano dalla luce dei riflettori. Gli piace essere invisibile, comunque non arrivare mai primo. Ci sono persone così al mondo. Sono strane, in un mondo dove l'importante è vincere, non partecipare, ma ci sono. Sono strane perchè pretendono di essere normali e lo sono.

Mattias da ragazzino era uno di quelli che non si siedono al primo banco, non alzano la mano per primi, non trovano mai le parole giuste per attaccar discorso con la compagna di classe che gli piace. Quando ha scoperto di avere una straordinaria predisposizione per il canto non ha cominciato a sgomitare per guadagnarsi un posto al sole.

Da sempre fantastica sulle avventure spaziali, ma il suo eroe non è Neil Armstrong, il "primo" uomo sulla luna, è Buzz Aldrin, il "secondo" uomo sulla luna, quello di cui nessuno si ricorda, e che, per inciso, era il più esperto e capace tra i due. Mattias guarda la luna ma sa farsi bastare un pò di terra per il suo lavoro di giardiniere.

Non è un libro sulla luna, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea) di Johan Harstad, giovane autore dalla Norvegia. O forse lo è, anche se tiene i piedi ben piantati sulle terre dei mari del grande Nord. Lo è perchè bisogna sempre andare lontano per ritrovare se stessi, e questo è il viaggio che racconta Harstad, il viaggio più difficile.

Norvegia e poi le Faroe, isole distanti da tutto, sferzate dal vento e dal mare. Perdersi e poi ritrovarsi. La difficile battaglia della solitudine per investire in autenticità e poi riscoprire i legami.

Non tutti hanno bisogno del mondo intero.
Io volevo solo stare in pace. 


E un nuovo inizio che forse avrà il colore di altri mari, il calore dei Caraibi. Prima inseguiti leggendo e rileggendo una guida fino a consumarla, poi possibilità, vita che svolta, capitolo che comincia. Imbarcazione che lascia il suo molo:

Le Faroe erano ridotte a una parentesi nell'oceano e noi eravamo scomparsi 

E fai fatica a scioglierti da questo viaggio di 450 pagine e accettare la separazione. E magari vorresti gettarti in acqua e raggiungere Mattias e i suoi amici, nemmeno ti sentissi già in colpa per non essere partito con loro.

Ps: Consiglio su consiglio, questo è un libro che metto idealmente accanto a un altro di qualche anno fa, altra scoperta, libro per me davvero necessario. La scoperta della lentezza di Sten Nadolny. Altra storia di anomala normalità o di normale anomalia, di saggezza che procede per la tangente, di vittorie che rovesciano il buon senso e le attese.

mercoledì 25 marzo 2015

E se le librerie avessero tanto futuro davanti?


Paradossalmente si può cominciare la mattina a spolverare libri sullo scaffale. E' importante dedicare un po' di tempo a questa mansione, e i benefici sono molti.

Può cominciare così, il lavoro di libraio. O forse poteva cominciare così, ai tempi in cui le librerie non erano date per spacciate, non si era ancora entrati nell'era degli ebook e del download gratis e il lavoro del libraio era appunto un lavoro, con il futuro davanti. O forse...

E' inevitabile, il groppo alla gola, leggendo Felicemente annegato nei libri (Leonardo edizioni) di Alessandro Falciani, storico libraio fiorentino che in 40 anni di attività ha visto cambiare un mondo, dai tempi in cui la sua piccola libreria del centro si poteva prendere straordinarie soddisfazioni (fino a ospitare le presentazioni di alcuni dei più importnati autori internazionali) ai tempi del disastro, con la chiusura dell'Edison, ferita ancora aperta nel corpo vivo della cultura fiorentina.

Quarant'anni e un mondo che se n'è andato, un libro che usa il registro della nostalgia e i verbi rigorosamente al passato... O forse no... Forse....

Meno male che mentre lo leggevo, pensando e ripensando al mestiere che mi sarebbe sempre piaciuto fare (per dire, come quello del palombaro), strane notizie hanno cominciato a rimbalzare nella mia città. Quasi tutte insieme.... una nuova libreria in un quartiere dove non ce n'erano mai state, un'altra in un altro quartiere tirata su dagli ex dipendenti dell'Edison, un'altra ancora...

Epidemia di incoscienza? Gli ultimi giapponesi del libro che non si riesce a stanare dalla giungla? Chissà. E se fosse che le librerie cambiano - magari si trasferiscono dal centro alla periferia, magari accettano di vendere anche penne e giocattoli - ma hanno ancora un lungo futuro davanti a sè? 





lunedì 23 marzo 2015

In Olanda, la mia idea di inverno

Questa pianura con tutte le gradazioni del verde. Queste file di salici piegati sull'acqua e dietro, belli dritti, i pioppi. Questi paesini in lontananza, di cui si intravede solo la punta del campanile e poco più. E le mucche ovunque. E la vela di un'imbarcazione che procede lungo un canale, solo che il canale, nascosto dietro l'argine, non si vede: perché perfino nei Paesi Bassi, evidentemente, non tutto si lascia scorgere, malgrado l'orizzonte spalancato. 

 Chissà come sarà, di inverno: saltare giù dal letto, schiudere le imposte, scoprire lo spettacolo del manto di neve intatto. Non sono sicuro, a dire il vero, che da queste parti abbiamo imposte, considerata la fame di luce nei lunghi mesi invernali. Però rende l'idea: il primo vero movimento dopo il risveglio, per accogliere la luce e la quiete. Un giorno di sole dopo la tempesta. La neve che copre tutto e che è leggerezza, riposo. Il bianco che abbaglia. 


È l'inverno che ho visto in molte opere fiamminghe e che da sempre è stata la mia idea di inverno, nonostante abiti in una città dove anni interi vanno in archivio senza nemmeno un fiocco. Da me la neve è quasi sempre solo un annuncio, un disagio, una poltiglia di fango.

Però per me è questo l'inverno. Una finestra che si apre al mattino e lo sguardo che spazia. Ovviamente anche il fumo che sale dal camino, promessa di tepore e di pasti caldi. 


La finestra e il camino. La mia idea di inverno che si porta, indissolubile, l'idea della casa: necessariamente ospitale.


(da Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

sabato 21 marzo 2015

Con Brecht, nella giornata mondiale della poesia



Oh, bello innaffiare il giardino,
per far coraggio al verde!
 Dar acqua agli alberi assetati!
 Dai più che basti e
non dimenticare i cespugli e siepi, perfino
quelli che non dan frutto, quelli esausti
 e avari. E non perdermi di vista
 in mezzo ai fiori, le male erbe, che hanno
 sete anche loro. Non bagnare solo
 il prato fresco o solo quello arido:
 anche la terra nuda tu rinfrescala.

(Bertolt Brecht, Poesie e Canzoni, Einaudi)

venerdì 20 marzo 2015

Quando dalle parole degli intellettuali discende il peggio

Quando le parole sono l'uovo del serpente: il crimine che fa la prova generale. Quando non è solo questione di idee, sballate come tante nella storia del pensiero. Quando le parole sono esse stesse crimine per cui non è possibile invocare libertà.

Tutto questo mi è venuto in mente leggendo Precursori dello sterminio (edizioni Ombre Corte), libro curato dagli storici Ernesto De Cristofaro e Carlo Saletti, intorno a un documento di due rispettabilissimi intellettuali della Germania di Weimar, un giurista e uno psichiatra. Era il 1920, Hitler era ancora un pittore fallito e rancoroso, nessuno si sarebbe mai potuto immaginare come sarebbe andata a finire, in questo paese uscito a pezzi dalla Grande Guerra.

Erano sostenitori dell'eugenetica, i due. Persone che si ponevano seriamente il problema della "degenerazione della razza" e dell'impoverimento genetico di un popolo. Discorsi che potevano far presa in una Germania che aveva visto morire al fronte la sua "meglio gioventù": perché ci si doveva far carico degli storpi e dei matti?

Poi sarebbe arrivato Hitler e quelle idee diventarono "buone pratiche": sterilizzazioni ed eutanasie, magari spacciate da "morte caritatevoli". Quindi altri "trattamenti" cominciarono a essere autorizzati: tutto nel rispetto delle regole, perché quello era un regime che sapeva darsi le regole e che quelle regole faceva rispettare.

Si arrivò al programma T4, per "disinfettare" la nazione ariana. E decine di migliaia di persone sparirono nelle cliniche. E per la prima volta si usarono i gas. Prove generali anche queste, di quello che sarebbe successo in terre più a est, con la guerra nazista.

Anni più tardi medici e scienziati si sarebbero difesi nei processi: erano solo idee; era un modo di manifestare pietà; in ogni caso non avevano fatto altro che obbedire agli ordini e stare dentro le procedure.

E dunque è un libretto da leggere, questo: un piccolo grande insegnamento su ciò che è e non è responsabilità.

mercoledì 18 marzo 2015

I buoni che non hanno posto nella letteratura

Si sa, e lo testimonia la storia della letteratura, che è difficile rendere interessanti i personaggi buoni e gentili, come sono rari i grandi romanzi che parlano di felicità.

Ed è un fatto, per quanto triste e sgradevole, che i media si crogiolano nelle sventure umane, e sono quelle che la gente ha voglia di leggere.

Quando è stata l'ultima volta che nelle pagine di cronaca si è dato ampio spazio alla notizie di qualcuno che ha fatto qualcosa di buono per il prossimo?

Perché siano le disgrazie, i lutti e il dolore a far aumentare le vendite di libri e giornali me lo sono spesso chiesto, senza trovare la risposta.

Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: esistono persone buone, che vogliono il bene degli altri, a volte addirittura a proprie spese, e fanno il possibile per evitare di danneggiarli o ferirli. 

Perché non dovrebbero avere diritto al loro posto nella letteratura?

(Bjorn Larsson, Diario di bordo di uno scrittore, Iperborea)

lunedì 16 marzo 2015

Com'è che il mondo si gettò nella guerra

Nessun momento della Grande Guerra è paragonabile, per interesse , al suo inizio. Il silenzioso, discreto, raccogliersi di forze gigantesche, l'incertezza sui loro movimenti e le loro posizione, la quantità di dati che non si conoscono né si possono conoscere rendono la Prima guerra mondiale un evento insuperato nella sua drammaticità.

Così scrive Winston Churchill dopo la guerra, riandando a quegli inizi, con un un senso di stupore che i lunghi anni di trincee e massacri non hanno sopito.

Ed è questo ciò che prova a raccontare Max Hastings con Catastrofe 1914. L'Europa in guerra (Neri Pozza). Questo e quanto avviene nelle settimane appena precedenti, nel tentativo di capire come sia stata possibile e a chi si debba chiedere davvero conto di tutto questo.

Libro superbo, forte, emozionante come raramente succede. Libro che non spaventa con le sue quasi ottocento pagine, perché ha il passo del romanzo - della storia raccontata come talvolta sanno fare i grandi storici (soprattutto anglosassoni); e perché in qualche modo la sua costruzione ha qualcosa anche del film, con il suo montaggio che alterna grandi scene di massa - le mobilitazioni verso il fronte, il dispiegarsi delle forze, gli attacchi in profondità prima che tutto si paralizzasse nella guerra di posizione - a primi piani su personaggi che forse ebbero la possibilità di scegliere un altro destino e non lo fecero: sovrani, ministri, diplomatici, capi di stato maggiore che portarono disinvoltamente il mondo verso un conflitto accolto disinvoltamente - tanto per Natale tutti sarebbero tornati a casa.

C'è anche tutto questo tra le forze che determinano la Storia: ambizioni, paure, umori. Ci sono i sonnambuli che danno il titolo a un altro straordinario libro su questo 1914.

Da leggere per sprofondarsi nella lettura e per meditare su ciò che sono le vicende degli uomini.