domenica 12 febbraio 2012

Una bambina italiana in un altro Giappone

Lo so che La nave per Kobe  di Dacia Maraini è un libro che può non piacere, che può perfino deludere qualcuno, che magari si aspettava un romanzo e invece si è scoperto a inoltrarsi nei territori delle memoria privata.

Ed è vero, dipende proprio da ciò che ci si aspetta. Io l'ho comprato quasi per caso, solo perché mi era cascato l'occhio sulla copertina mentre gironzolavo tra gli scaffali di una libreria amica. Ora però posso dire di aver fatto davvero un buon affare. 

Certe volte capita così, non devi tuffarti nella trama, ma abbandonarti al flusso delle parole, che sono prima di tutto ricordi di luoghi, persone, stagioni. La memoria può essere più affascinante di qualsiasi invenzione letteraria.

Dacia Maraini ritrova i diari compilati dalla mamma in Giappone, il paese in cui la sua famiglia decise di trasferirsi, lontano dall'Italia fascista. Diari privati, come dovrebbero sempre essere, chiaramente non pensati in vista di un qualsiasi lettore. Poche righe di tanto in tanto, senza nessun ordine, seguendo solo l'istinto o un'urgenza del cuore, più promemoria che altro.

Parole su cui si innestano i ricordi di Dacia bambina, ma anche le riflessioni della donna più matura, della scrittrice affermata. Non so dire bene cosa ne venga davvero fuori. Però è quasi come un film costruito con un montaggio nervoso e continui salti di tempo e di luogo.

Bella la storia di questa famiglia che prova ad allontanarsi dalla storia di un mondo che sta andando per il verso sbagliato, che dice no al fascismo e ai suoi tentativi di impero per andare in un posto che davvero sta su un altro pianeta.

E intrigante questo Giappone, paese enigmatico e gentile, prima delle devastazioni della guerra e le accelerazioni del dopoguerra.

E quante cose vengono in mente, tranne poi ricredersi e convincersi che poi niente di tutto questo è davvero importante, che è il Giappone ma potrebbe essere anche il paese di Heidi, che quello che conta qui dentro sono solo gli affetti di una famiglia e il lavorio del tempo che passa e tutto cambia.

sabato 11 febbraio 2012

Se una nevicata così si era già letta

Ma come mai ogni ondata di maltempo è sempre la peggiore, inattesa e terribile come non si vedeva da un pezzo? Non sarà perché abbiamo perso il senso del tempo, della sua profondità, del suo valore?

Così ci suggerisce Antonio Scurati, su una pagina sulla Stampa - titolo, Una nevicata così si era già letta - che tocca senz'altro un tema di forte attualità visto gli sconquassi del Generale Inverno, e che pure mi piace pensare come un intervento a futura memoria.

Afferma Scurati:


Le forti nevicate, le grandinate, gli acquazzoni ci calano in un clima mentale da emergenza perpetua perché non riusciamo più a tessere mentalmente la trama che lega il passato al presente e, tramite questo, al futuro. Lo si sa: da qualche tempo qualcosa si è spezzato nel conto del tempo.

E certo nel conto del tempo va messo anche l'inefficienza (peraltro cronica e quindi non nuova) del nostro paese; come pure il bisogno di enfatizzare e spettacolarizzare l'emergenza. Ma detto questo, serve, come no, la cura che ci propone Scurati:

La letteratura in questo ci può aiutare. la letteratura vive, infatti, per sua natura, in un tempo più grande del presente.

E allora vengono in mente i gelidi inverni in montagna dei partigiani di Beppe Fenoglio oppure la Londra ghiacciata dei disperati di Dickens. E non si può che dare ragione a Scurati:

In letteratura un inverno non sarà mai solo questo inverno.

venerdì 10 febbraio 2012

Divertirsi e commuoversi con le ceneri di Angela

Che dire de Le ceneri di Angela di Franck McCourt (Adelphi) che non sia ancora stato detto?

Pensare che per un bel pezzo questo libro se n'è stato desolatamente in fondo alla mia pila di libri in attesa di lettura.... guardato con un misto di sufficienza e di diffidenza, sarà per il film (che mi dicono non sia un granchè), sarà perché viene facile diffidare per principio di ogni best seller, anche se, a pensarci bene, trattasi di atteggiamento decisamente spocchioso e anche un pizzico autolesionista.

Di questo sono convinto: un libro è davvero grande non quando si "limita" a destarti una grande emozione (e magari ci fossero tanti libri che si "limitano" a tanto), ma quando ti provoca un vero e proprio turbine di emozioni, che non sai veramente classificare, nè inchiodare una volta per tutte.

E con Le ceneri di Angela ti commuovi all'estremo e allo stesso tempo ti diverti come è raro che accada sulla pagina di un libro...

Da leggere, da leggere assolutamente. 

giovedì 9 febbraio 2012

Il viaggiatore che parlava solo di se stesso

Parlo eternamente di me

Così afferma perentoriamente Francois-Auguste de Chateaubriand nell'introduzione al suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme, pubblicato nel lontanissimo 2011, libro che molti indicano come inizio della letteratura di viaggio moderna, capostipite di una genealogia che nel tempo ci regalerà i Chatwin, i Bouvier, i Leigh Fermor.

E come nota Stenio Solinas nel suo bel libro (Da Parigi a Gerusalemme, Vallecchi) su questo nobile fuori dal tempo e dalla storia, che seppe essere diplomatico della Francia reale e vagabondo senza una meta, Chateuabriand era certo uno molto pieno di sè. Di lui il perfido Talleyrand assicurava:


Da quando non sente più parlare della sua gloria, si è convinto di essere sordo

Eppure la nostra letteratura di viaggio nasce proprio da lì, da quel parlo eternamente di me, somma vanità dell'uomo che si mette in viaggio. E che si permette di parlare dei paesi che incontra parlando solo di se stesso.

Eppure è così: prima c'erano i diari di bordo, i resoconti scentifici, i cataloghi naturalistici, le relazioni. Dopo c'è l'uomo, c'è lo scrittore, che sta nel mondo che attraversa, che lo racconta attraverso i suoi sguardi e le sue emozioni.

Perché il viaggio è questo: scoprire incidentalmente il mondo scoprendo se stessi.

mercoledì 8 febbraio 2012

Camminando tra i ruderi della nostra civiltà

Ma quanto più mi avvicinavo ai ruderi, tanto più si dileguava l'idea che quella fosse una misteriosa isola dei morti e cresceva in me la sensazione di ritrovarmi fra i relitti della nostra civiltà, andata a picco nel corso di una catastrofe a venire.


Come un postero forestiero, il quale, senza nulla sapere circa la natura della nostra società, si aggiri in mezzo a montagne di rottami metallici e di macchinari distrutti, che noi gli abbiamo lasciato in eredità, anch'io mi domandavo, senza poter scogliere l'enigma, quali creature avessero lì vissuto e lavorato un tempo, e a che cosa fossero mai serviti i primitivi impianti all'interno dei bunker, le traversine di ferro sotto i soffitti, i ganci alle pareti qua e là ancora piastrellate, i diffusori delle docce grandi come piatti, le rampe e i pozzi neri.


Dove e in quale epoca io sia veramente stato quel giorno a Orfordness, non saprei dirlo neanche adesso, mentre vado scrivendo queste pagine.

(W.G. Sebald, Gli anelli di Saturno, Adelphi)

martedì 7 febbraio 2012

Chateaubriand chi, quello della bistecca?

Chateuabriand è quello della bistecca?

Comincia con questa domanda irriverente, però poi sono ben altre le domande che si pone e pone Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand, il bel libro di Stenio Solinas proposto dall'editore Vallecchi. Domande che solo incidentalmente hanno a che vedere con la gastronomia e molto invece con il nostro cammino nel mondo.

Libro inaspettato, questo, libro da ascrivere nell'elenco sempre un po' avaro delle belle sorprese. Libro allo stesso tempo denso e leggero, e che è molte cose, saggio, reportage, racconto di viaggio, riflessione sui fatti della vita e della storia.

Libro che ha a che vedere con la passione giovanile per il visconte Francois-Auguste de Chateaubriand, letterato, intellettuale a cavallo tra due secoli, tra due epoche, ultimo dei classici, primo dei romantici, uomo immerso nelle vicende della storia eppure irrevocabilmente esule della storia.

Controrivoluzionario che celebra il passato e lo sotterra, eroe per caso dei tanti nostalgici che non gli legavano le scarpe, solitario tra i solitari che si dava già per morto mentre si lasciava portar via da una piena di emozioni e passioni, tanto da raccontare la sua vita come se fosse morto, nel suo straordinario Memorie d'Oltretomba.

Con tutto questo, chi legge oggi Chateaubriand? Chi lo conosce?

Pensare che il suo viaggio fino a Gerusalemme, che Solinas oggi ripercorre, ha segnato anche la nascita della moderna narrativa di viaggio.

Il fascino di questo libro è anche questo, imbattersi in un uomo dei nostri tempi, penso ora a Solinas, che, prima ancora di scrivere un libro, ha intrattenuto un dialogo fitto fitto con un uomo di due secoli fa, indagando nelle pieghe della sua vita, lasciandosi conquistare dalle sue parole.

Mi intriga quel ragazzino che teneva questo autore scampato alla ghigliottina nel posto di onore della sua libreria, che passava le serate rincorrendo le sue righe. Succede che da predilezioni come queste, o anche più strampalate, discenda qualcosa di buono per la vita.

Un libro, magari. Oppure una bistecca come il visconte comandava.

lunedì 6 febbraio 2012

Il nobile inglese che incontrà il mistico persiano

Quanti  straordinari personaggi si incontrano, sulle pagine de Gli anelli di Saturno, il libro con cui W.G.Sebald racconta un suo viaggio a piedi attraverso la contea del Suffolk. Viaggio nello spazio, ma anche viaggio nel tempo, grazie a pagine di libri e tracce che il tempo ha consegnato al presente, come onde che vanno a morire sulla battigia dei nostri giorni.

Un personaggio è senz'altro Edward FitzGerald, poeta inglese dell'Ottocento, discendente di una nobile famiglia anglo-normanna che non cercò onori e privilegi, ma che per gran parte della vita si accontentò di abitare in un modesto cottage, vivendo di poco o niente, leggendo sregolatamente nelle più diverse lingue

Viene ricordato, da chi lo ricorda, come un poeta, però l'unica cosa che riuscì a dare alle stampa in vita fu la sua straordinaria traduzione delle quartine di Omar Khayyam, il grandissimo poeta di Persia. Dice Sebald:

FitzGerald definì le interminabili ore che aveva dedicato alla versione dei duecentoventiquattro versi del poema come un colloquio con il poeta morto.

Non era stato solo un faticoso lavoro di traduzione. Con quelle interminabili ore si era costruito un ponte di parole tra due continenti, due civiltà, tra l'Oriente medievale e l'Occidente che ancora non sapeva intravedere il suo tramonto.

Ma prima ancora un colloquio tra due poeti capaci di infondere vita alle loro parole. Il mistico persiano e il nobile che non credeva più ai suoi quarti di nobiltà. Bello.




domenica 5 febbraio 2012

L'inglese che sa salvare le librerie

E' una bella storia per chi ama le librerie, quella raccontata da Antonella Barina in Come ti rilancio le librerie nell'ultimo Venerdì di Repubblica, con tanto di intervista a James Daunt. E soprattutto è un gran bel personaggio, questo James Daunt, quintessenza del gentleman inglese che ha aperto la sua prima libreria a 26 anni e che oggi, 22 anni più tardi, ne ha inaugurate altre sei, tutte a Londra, con un giro d'affari di dieci milioni di sterline.

Contro ogni pronostico, contro ogni sentenza capitale già pronunciata o che aspetta di essere pronunciata sulle librerie e sui cari libri di carta.

James Daunt, evidentemente, sa curare bene i suoi affari. Però non è un commerciante di cultura, basta vedere la sua prima libreria, dal gusto così rétro, con gli scaffali di legno, i lumi di altri tempi, i libri esposti di faccia, e non di dorso, perché il libro è una cosa così bella che vale la pena sprecare spazio.

James Daunt non ha dubbi che il futuro - un certo futuro - sarà indubbiamente dell'editoria digitale, che gli ebook venderanno sempre di più, che Amazon e gli altri sapranno curare i  loro affari.

Però è certo che le librerie continueranno a vivere se sapranno offrire ciò che l'on line non potrà mai offrire.

Per esempio autentici librai - gente laureata, colta, ben pagata, spiega - non solo commessi capaci di verificare se un libro è esaurito o disponibile.

Per esempio librerie con una propria personalità. Usa proprio questa parola: personalità. E' essenziale, spiega, una scelta titoli modellata sui gusti di quartiere. Mica solo il bestseller venduto ovunque, che tanto si trova anche al supermercato.

Ma pensate a una vetrina che è figlia del gusto, della curiosità, delle letture, delle suggestioni e degli accostamenti. Una libreria che diventa una caccia al tesoro, un'opportunità di scoperta.

Finiranno librerie così?

sabato 4 febbraio 2012

Se Dickens è un giaguaro, anzi no, un gatto

Pochi giorni ancora e, per chi crede a questi appuntamenti, avremo modo di celebrare i 200 anni dalla nascita di Charles Dickens: l'autore di Oliver Twist, David Copperfield, Grandi Speranze, Canto di Natale, solo per ricordare i primi titoli che mi vengono in mente.

Non so quanti di voi abbiano avuto un'adolescenza segnata anche dalla lettura delle pagine di Dickens. Io sono tra quelli, anche se tra Dickens e Salgari c'è di mezzo tutto un mare di emozioni e sogni.

E' passata una vita da quando mi sono lasciato alle spalle quelle pagine. E solo ora scopro, grazie a un bell'intervento di Antonio Debenedetti sul Corriere della Sera, quanto sia dibattuto questo scrittore, allo stesso tempo amato e detestato, lodato e criticato.

Se non lo avessi letto, chissà quale percezione avrei avuto di lui. A chi avrei potuto credere? AVirginia Woolf che lo stronca senza pietà con parole come queste (e non solo queste)?


E' uno scrittore per tutti e non, è lo scrittore di nessuno in particolare; è un istituto, un monumento, una strada pubblica continuamente calpestata da milioni di piedi.

O piuttosto sarei stato propenso a fare mio il giudizio di un critico cone Edmund Wilson?


E' il più grande scrittore drammatico che gli inglesi abbiano avuto dopo Shakespeare

Davvero, nella critica, si dice tutto e il contrario di tutto - ed è giusto che sia così, perché questo non è certo il terreno della verità, sempre che questo terreno esista.

Giorgio Manganelli però diceva che Dickens era un animale letterario tra il giaguaro e il gatto domestico. Non so bene cosa intendesse, ma tra tutti è questo il giudizio che mi piace di più.

Giaguari e gatti hanno popolato le mie fantasie di ragazzino, in quella stanza che con i libri diventava un tappeto volante.

Ci sta che Dickens sia un giaguaro. Anzi no, un gatto che fa le fusa.




venerdì 3 febbraio 2012

Lo scrittore e il dolce veleno della vanità

Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. 

Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome verrà stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. 

Uno scrittore è condannato a ricordare quell'istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ormai ha un prezzo 

(Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell'angelo, Mondadori)

giovedì 2 febbraio 2012

L'aeroporto di Schipol, un tratto al di là del mondo

La mattina dopo all'aeroporto di Schipol regnava un'atmosfera così meravigliosamente ovattata da farti credere d'essere già per un tratto al di là del mondo terreno.


A passi lenti, come sotto l'influsso di sedativi o come si stessero muovendo in un tempo dilatato, i viaggiatori vagavano per le diverse sale o si dirigevano, fermi sulle scale mobili, verso le loro destinazioni ai piani alti o nei sotterranei. 


Sul treno che mi aveva portato lì da Amsterdam, sfogliando il libro sui Tristi Tropici, mi ero imbattuto in una descrizione dei Campos Elyseos, una strada di San Paolo, dove chalet e castelli di legno, che un tempo dei riccastri avevano fatto costruire e dipingere a colori vivaci in una sorta di stile svizzero di pura fantasia - così ricorda Lévi-Strauss gli anni trascorsi in Brasile -, cadevano a poco a poco in rovina mentre attorno i giardini erano invasi da alberi di eucalipto e mango.


Forse è per questo che quel mattino l'aeroporto, attraversato da un tenue brusio, mi era parso l'anticamera del paese ignoto dal quale nessun viaggiatore fa ritorno.


                                                               (W.G. Sebald, Gli anelli di Saturno, Adelphi)

mercoledì 1 febbraio 2012

Il cammino nel tempo di W. G. Sebald

Nell'agosto del 1992, quando la canicola cominciò ad allentarsi, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea di Suffolk in East Anglia con la speranza di sfuggire al vuoto che si stava diffondendo in me dopo la conclusione di un lavoro piuttosto impegnativo. Una speranza che sino a un certo punto si è anche realizzata, perché di rado mi sono sentito così libero come in quel periodo, durante le ore e i giorni passati a vagabondare

Comincia così Gli anelli di Saturno, libro scritto in cammino attraverso il Suffolk - un posto che in effetti non verrebbe mai in mente di scegliere per un viaggio, almeno "prima" di questo libro - ma in realtà attraverso tutto il tempo e lo spazio che può abbracciare un viaggio, un viaggio che sa farsi spessore, profondità, squarcio, lampo di luce.

Chilometri lenti, chilometri a piedi, chilometri in paesaggi dai contorni sfumati dalla bruma, chilometri con i piedi gonfi e l'umidità che entra nella ossa. Altri avrebbero la sensazione di non arrivare mai da nessuna parte, ma W. G. Sebald, uno di cui chissà perché non viene di scrivere il nome per intero, fa venire il capogiro da quanto riesce ad arrivare lontano.

E dunque qui c'è perfino l'Africa nera di Joseph Conrad, c'è perfino la Cina al tramonto del Celeste Impero.

E tutto regge, tutto si tiene, tutto rimanda a tutto, nel passo leggero che si fa parola sommessa, ipnotica, coinvolgente, parola che sostiene a sua volta il cammino.

E l'ultima cosa che viene in mente, o forse la prima, non è che Sebald ci ha lasciato troppo presto, privandoci di vai a sapere quali altri libri. Ma che uno scrittore in cammino come lui non poteva che morire così, spazzato via in un incidente automobilistico, estrema beffa di una storia che sapeva raccontare anche troppo bene.

martedì 31 gennaio 2012

Com'era grande il mondo ai tempi di Chateubriand

A mezzogiorno gettammo l'àncora davanti Modone, un tempo Methoni, in Messenia. In un'ora ero già a terra, calpestavo il suolo della Grecia, ero a dieci leghe da Olimpia, a trenta da Sparta, sulla strada che tenne Telemaco per andare a chiedere notizie di Ulisse a Menelao: non era nemmeno un mese che avevo lasciato Parigi

Era il 1811, un'era geologica fa, quando Francois-Auguste de Chateaubriand pubblicava il suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme, opera che, si dice, segna il debutto della moderna letteratura di viaggi: non lo sapevo e lo sto imparando solo in questi giorni grazie a un gran bel libro di Stenio Solinas, Da Parigi a Gerusalemme, pubblicato da Vallecchi.

Tornerò su questo libro e tornerò su Chateubriand, però che effetto straniante che ti lascia questo passaggio: da Parigi alla Grecia dei sogni e dei versi antichi in nemmeno un mese.

Davvero era un grande viaggio.

E quanto era più vasto il mondo, allora. Quanto è cambiata da allora la nostra percezione del tempo e dello spazio.

lunedì 30 gennaio 2012

Lo storico che scelse il Medioevo per un frigorifero

E dunque, per prima cosa invidia, perchè darei molto per entrare anch'io nella casa di Jacques Le Goff, a Parigi, diciannovesimo arrondissement, anche solo per smarrirmi tra gli scaffali, indugiare tra i suoi libri e le sue pipe, centellinare quell'idea di silenzio profondo, laborioso, da cui sono germogliati libri che ci hanno raccontato il Medioevo come se ci si fosse dentro.

Però messa da parte l'invidia, è da leggere tutta la bella intervista che al grande storico ha fatto Alberto Mattioli, pubblicata sull'ultimo numero di Tuttolibri.

E per dire, è con queste righe che ho imparato che se il grande storico ha scelto la storia è per merito di un frigorifero.

A me piace la storia che ti vedi passare davanti agli occhi, afferma Le Goffe, raccontando della sua vita da ragazzino, anni Trenta, quando nella città dove abitava, Tolone, le ghiacciaie cominciarono a sparire, sostituite dai frigoriferi.

Era un avvenimento storico, perché cambiava la vita quotidiana, la vita delle persone, molto più delle guerre e dei Re.

Un frigorifero, ma poi anche un libro, Ivanhoe di Walter Scott. Uno di quei libri che leggi da ragazzo e che ti possono conquistare. Fino a scegliere di dedicare un'intera vita al Medioevo, come ha fatto Le Goff.

Tanto anche questa può essere storia che vedi passare davanti agli occhi. Anche questa è storia che puoi abitare. Dipende solo da te.

domenica 29 gennaio 2012

Viaggiare leggeri per prepararsi all'ultimo viaggio

Ciò che rende unico il tuo andare non è l'aver visto quelle montagne, quei monasteri, quei palazzi, o solcato quei sentieri, o attraversato quei mari, bensì su quella strada l'aver incontrato certe persone.


Purtroppo il turismo fa di tutto per impedirti gli incontri e ti fa viaggiare in gruppo; ma quando ti muovi da solo, con i mezzi lenti a basso consumo di energia, fatalmente ti trovi in queste situazioni.


E questo è un insegnamento enorme, soprattutto per l'ultimo viaggio della nostra vita, che è forse il più vero di tutti poiché sei rassegnato ad attraversare un mondo di cui non hai la minima idea, senza conoscere la lingua, senza nessun bagaglio, completamente nudo.


Credo che un uomo possa affrontare questo viaggio con più leggerezza se ha tanto viaggiato, poiché si è abituato a rinunciare al superfluo e alle fine capisce che deve lasciare in un angolino anche il proprio corpo, l'ultimo superfluo.


(Paolo Rumiz, intervista a Irene Ameglio, L'Indice)

sabato 28 gennaio 2012

Con Rumiz, il cammino che diventa narrazione

Parole e viaggi, che bel tema su cui riflettere, accettando le infinite rotte su cui ci può spingere la nostra curiosità.... Parole e viaggi: io l'avevo vista soprattutto come il libro che ti porti dietro e che segna un'esperienza. Oppure come la capacità di tradurre un viaggio in diario, resoconto, reportage.

E invece mi sa che c'è un legame ancora più profondo, necessario.

Come se ci fossero parole buone solo per quel viaggio, e viceversa. Come se prima di ogni altra cosa ogni viaggio si distinguesse non per ciò che di esso si potrà raccontare, ma per il ritmo, per la partitura delle parole che esso potrà pretendere.

Leggo da una bella intervista a Paolo Rumiz di Irene Ameglio, su L'Indice di gennaio:


Ogni viaggio comporta un linguaggio diverso, perché ogni viaggio ha un'andatura diversa, e anche la prosa cambia; e ci sono situazioni in cui la prosa non basta più, e devi passare al verso. Il cammino diventa narrazione; è una metamorfosi, che avviene attraverso l'andatura, la fatica, la solitudine dei bivacchi, la percezione del battito del respiro, i sogni, gli incontri, le ombre che ti seguono.

Mi piace. E mi convince.

venerdì 27 gennaio 2012

Il nome di Enrica, il nome di tutti

Giornata della Memoria 2012

Penso ai numeri dell'ecatombe. Quanti sono stati? Sei milioni? Qualcuno meno, qualcuno di più?

Troppi zeri: è una cifra così enorme da perdere di consistenza. Il suo significato si smarrisce. Non riesco a contare sei milioni di uomini, di donne, di bambini. Non posso vederli. Non posso immaginarmeli uno accanto all'altro.

Ma sarebbe lo stesso, e sarebbe sempre troppo, con uno zero in meno, con due zeri in meno, con tre zeri in meno. Anche mille sono inconcepibili, anche cento...

Lo so, c'è un solo numero che mi consentirà di comprendere.

Uno.

Uno, perché una sola la persona. Quella persona. Proprio quella e non altre. Lei che ho scelto per accompagnarmi. Lei, purché ne riesca a cogliere la vita prima della morte.

Enrica.

Quel volto.


                                                                           (Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina)

giovedì 26 gennaio 2012

Auschwitz, ho sentito che sei di moda

Auschwitz, ho sentito che sei di moda.
 

Bella gente di te dice grandi cose.
 

Presto ti tappezzeranno tutta di fogli di carta,
 

vi sarà fruscio in te come su neve immacolata,
 

tutto sarà candido, eccetto i caratteri di stampa,
 

reggimenti con la mano alzata e il passo cadenzato.
 

                                                                                               Meir Wieseltier

mercoledì 25 gennaio 2012

La scrittrice da bambina e il brutto anatroccolo

Non sono giovane e penso anche di non essere una scrittrice.

Così dice di sé Milena Agus, all'inizio di questo piccolo intelligente libriccino, Perché scrivere (senza punto interrogativo), pubblicato da una piccola intelligente casa editrice come Nottetempo.

E non è vero, quello che Milena Agus afferma, anzi, nega di sè. Siamo di fronte a una delle migliori voci della narrativa italiana, anche se il successo è arrivato a sorpresa, in una storia che sa quasi di fiaba.

Però non è questo che conta. Milena Agus ci prende per per mano e ci accompagna nel suo laboratorio di scrittura, spiegandoci come ha cominciato a scrivere e che cosa questo significa per lei. Senza che questo abbia a che vedere con i soliti consigli per aspiranti scrittori.

Piuttosto è bello inseguire le sue parole di scrittrice - e di donna che si intuisce incline alla ritrosia sui fatti personali - e con lei ritrovare la Milena bambina, quando i libri erano il rifugio e il sogno di un'età difficile.

Scrivere aveva il sapore di libertà di un'adolescente che non sapeva fare niente di quello che sapevano fare gli altri e perciò provava a rifarsi in questo modo, scrivendo e vergognandosi di scrivere, equilibrista in una prova che era facile presumere che non sarebbe riuscita a portare a termine.

E oggi, oggi la scrittura, così dice, è ancora la tana che si porta dentro. Però questa storia è anche una bella versione della metamorfosi del brutto anatroccolo.

Che dopo tanto penare ora può concedersi uno scatto di orgoglio:

Scrivo come mangio: mi abbuffo e poi mi pento che nel piatto non sia rimasto nulla.

martedì 24 gennaio 2012

E' Barcellona o Praga magica?

Si comincia con un ragazzo che dalla vita non ha avuto nulla, se non l'amore per i libri (che non è poco) e il sogno di diventare uno scrittore per il quale venderebbe l'anima, novello Faust che per la testa ha solo l'odore di inchiostro e la fame di firma.

Si continua e si finisce anche con una storia piena di tutti i colpi di scena che è doveroso attendersi in un libro come questo, che sa miscellare sapientemente tutti gli ingredenti del vecchio feuilleton per riproporli a un lettore dei nostri tempi.

C'è persino troppo ne Il gioco dell'angelo di Carlos Ruiz Zafòn, troppo, compreso un eccesso di mestiere e di compiacimento. E lo devo dire, mi era piaciuto di più L'ombra del vento - del resto, quando un libro viene presentato in copertina con l'espressione "dall'autore di..." c'è sempre d'aspettarsi la fregatura e qui almeno la fregatura non c'è.

Troppo, ma il fatto è che questo libro me lo sono portato a Barcellona, durante una vacanzina di qualche giorno fa, ed è a Barcellona che me lo sono letto, cercando nelle mie camminate la Barcellona degli anni Trenta raccontata da Zafòn, quella città di nebbie e misteri, quasi una Praga in versione catalana.

E allora ho bussato alle porte di questa storia e sull'uscio ho incontrato Don Basilio, il dispotico vicedirettore di giornale che vede come il fumo negli occhi l'uso liberale degli avverbi e l'aggettivazione eccessiva e che al giovane Martìn spiega cose così:


A sopravvivere in questo mestiere sono quelli che hanno priorità e non princìpi

Senza avere affatto tutti i torti, peraltro.

E così mi sono lasciato aprire la porta e sono entrato nella storia e la storia è diventata la mia mappa fantastica di Barcellona. Ed è con questa storia che ho compiuto il mio viaggio.