lunedì 2 maggio 2016

Da Canterbury a Roma, il cammino della vita

Metti che una volta parti davvero, zaino in spalla e gambe che non aspettano altro che di macinare la strada. Metti che davanti hai qualcosa come 1.600 chilometri e l'idea che questo possa essere davvero il viaggio della vita, perché non è che il viaggio della vita debba per forza implicare un altro continente, una meta esotica. Metti che il modo per regolare diverse cose con te stesso sia quello di inseguire le tracce di viandanti e pellegrini di secoli fa, ombre di un cammino che solo negli ultimi anni è ritornato in voga.... e si parla ovviamente della Via Francigena, ma non di un pezzo della via Francigena, proprio di tutta la via Francigena, da Canterbury a Roma.

E' quanto ha fatto, qualche tempo fa, Enrico Brizzi, insieme a Marcello Fini, al fotografo Valerio Gnesini, e di volta in volta qualche altro compagno di tappa. I diari che sono frutto di questa esperienza, pubblicati da Ediciclo, sono una bella lettura: insieme guida e suggestione, riflessione e proposta.

Comincia con una strada che non domanda altro che essere percorsa. Tre mesi e 33 città dopo rimane l'emozione di una viaggio strano e fertile: stipato come fu d'incontri con sant'uomini e personaggi bislacchi, viaggiatori autentici e semplici turisti, e arricchito dagli ultimi richiami del sacro e del selvaggio nel cuore dell'Europa occidentale.

Poi uno sistema questo libro sullo scaffale ed è già via con l'immaginazione: quale sarà il mio cammino, il mio viaggio della vita?

martedì 26 aprile 2016

Questa è l'Europa, fosse comuni sotto i campi di grano

Sono le fosse comuni in cui furono gettati i corpi degli ammazzati. Sono le paludi, i fiumi, le doline adoperate come discarica dei morti senza nome. Sono i boschi e i campi che ancora oggi conservano segreti che troppi hanno trovato conveniente lasciare tali.

Paesaggi contaminati, li chiama Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che il problema della memoria e dell'oblio se l'è ritrovato in casa, figlio e nipote di nazisti convinti e senza pentimento - e dev'essere insopportabile sapere che tra i tuoi famigliari c'è anche il comandante di una squadra di sterminio in Europa orientale.

Paesaggi contaminati è anche il titolo del libro che ora l'editore Keller propone al lettore italiano. Libro intenso, a metà tra il saggio e il reportage, che colpisce duro a ogni pagina, consegnandoci a un orrore smisurato. Dolore, ingiustizia, colpa. Ma anche memoria e pietas. Perché questa è l'Europa, un immenso cimitero senza croci, una distesa di fosse comuni.

Sì, questa è l'Europa, tra i Balcani e l'Ucraina, la Polonia e l'Austria: una terrificante successione di luoghi dove l'uomo ha praticato lo sterminio di massa e si è liberato dei cadaveri come si farebbe con le carcasse degli animali, infliggendo l'estremo oltraggio.

Questi luoghi sono oggi luoghi diversi. Anche se la terra ha coperto tutto. Anche se l'erba è ricresciuta e gli alberi hanno messo radici. Almeno la loro percezione è cambiata, lo si capisce nei silenzi e nelle parole sommesse, imbarazzate, di chi abita nei dintorni.

Poi è vero, bisogna vedere. Bisogna voler vedere. Perché non è facile accettare che anche il bel Danubio blu sia una grande fossa comune. E che le patate e le cipolle crescano su ciò che rimane di quei poveri corpi.

Quando paesaggi idilliaci celano oscuri segreti, recita la copertina. E questa davvero è l'Europa. Non l'Europa del Medioevo, ma ciò che ci ha lasciato l'Europa del Novecento. 
 

sabato 23 aprile 2016

L'ultimo inverno del riparatore di orologi

Bello, non bellissimo. O forse quasi bello, in realtà così e così. O forse un capolavoro. Un capolavoro
che non incanta e non cattura. O forse sì, solo bisogna prenderlo per il verso giusto, a trovarlo il verso...

Non è facile fare i conti con L'ultimo inverno di Paul Harding (Neri Pozza), con il suo fascino scontroso, con la sua raffinatezza da circolo esclusivo, con la sua bellezza che è la bellezza delle montagne più ripide, di cui fino all'ultimo non sai mai se arriverai fino alla cima.

La storia è bella, intrigante, commovente. C'è George, il riparatore di orologi (riparare orologi significa anche riparare il tempo?), inchiodato dalla malattia a letto, per l'ultimo inverno di una vita da ripercorrere all'indietro. C'è Howard, che di George è il padre, con la sua vita di venditore ambulante malato di epilessia, uomo di abbandoni e fughe e incontri straordinari. C'è l'America che non è l'America di New York e di Los Angeles, ma è l'America del New England, foreste e villaggi. C'è il silenzio che è anche il silenzio maestoso della natura, solo che quel silenzio si impasta con il ticchettio degli orologi. C'è un padre e c'è un figlio e sono due persone che sembrano destinate a non incontrarsi mai, solo che non si può dire, solo che in definitiva c'è sempre tempo....

Un capolavoro? Forse o forse no. Meritava il Pulitzer? Forse o forse no. Un libro importante, sicuramente, per quanto voglia dire. Un libro di emozioni a cui forse manca proprio l'emozione della scrittura, soffocata da eccessi stilistici e forse da qualche lezione di troppo di scuola creativa.

mercoledì 20 aprile 2016

L'Italia che torna alle cascine e alle masserie

Dalle serre della piana di Albenga alle coltivazioni di radicchio rosso di Chioggia, dalle risaie della Lomellina alle ciliegie della Puglia: c'è tutto questo nell'ultimo libro di Giorgio Boatti, che pure non è la solita guida ai buoni prodotti della tavola. E' qualcosa di più, di diverso, che spazia per le nostre campagne, ma guarda dentro la nostra storia; che ci permette di girovagare per l'Italia intera, ma che sa anche di viaggio interiore.

Il titolo dice già tutto: Un paese ben coltivato (Laterza). E che non sia nemmeno un saggio di scienze agrarie ce lo chiarisce definitivamente il sottotitolo: Viaggio nell'Italia che torna alla terra e, forse, a se stessa.

Boatti, certo, ormai è specializzato in viaggi che ci restituiscono una visione diversa dell'Italia. Lo aveva fatto con il suo girovagare per i monasteri della penisola, realtà di silenzio e raccoglimento che resistono malgrado tutto. E ora ecco un'altra Italia rispetto a quella che tante volte è stata raccontata in questi anni, l'Italia delle campagne abbandonate, della cementificazione, del cibo da fast-food.

Tra cascine e masserie, c'è un'Italia diversa che non solo sopravvive, ma che forse disegna l'idea di un futuro diverso: soprattutto quando sono i giovani che alla terra ritornano, con aziende che coniugano radici e innovazione.

Quel forse l'ho scritto e per cautela non lo cancello. Tanto un forse anche Boatti lo adopera, perfino nel sottotitolo. Ma val la pena di giocarsela, questa idea di futuro. Val la pena di raccontarla.

lunedì 18 aprile 2016

La bellezza che affiora nel romanzo che non ti convince

Mi è piaciuto o no? Mi ha deluso oppure mi ha convinto?

Ci sono anche i libri che ti lasciano così, in questa sospensione del giudizio, in questa incertezza che poi per certi versi è anche salutare, perché con la domanda che rimane per aria anche il senso di quella lettura non viene archiviato una volta per tutte.


L'amore, un estate di William Trevor (Guanda edizioni) per me è stato uno di questi libri.

E certo, già porsi domande del genere non è il massimo. Eppure, a pensarci e ripensarci, ne sono sicuro: anche in queste pagine trovo del bello. Come no.

Per esempio: questa Irlanda di almeno mezzo secolo fa, pascoli e pub, chiacchiere e moralismo all'ennesima potenza; questa relazione che non si sa se c'è, se inizia, se terminerà prima di iniziare, in una nube di incertezza, di indeterminazione, che spesso è come va davvero la vita; questo senso di attesa di qualcosa che dovrà pur succedere e non succede mai: e certo spesso la vita è anche questo, un'attesa che non si scioglie, qualcosa che si attende all'orizzonte del nostro Deserto dei Tartari, e quasi sempre è solo un miraggio.

E poi questo giovane senz'arte né parte, che ora tenta di fare il fotografo e ora non crede più né a se stesso né alla fotografia.

Ma soprattutto la casa dove abita, una bella vecchia casa che fa tanto campagna inglese (anche se siamo in Irlanda), questa casa che era dei suoi genitori e che ora, dopo la loro morte, si trova a vendere, vendendo con essa anche le sue radici, il suo passato, le testimonianze e gli affetti.

Magari la bellezza di un libro si trova dove non si cerca, nella direzione opposta e contraria alla quale sembra portarti.

giovedì 14 aprile 2016

Sangue e petrolio, in quella frontiera che è il Texas

Rispetto a JFK, non era rimasta sorpresa. Nell'anno in cui morì c'erano ancora in vita dei texani che avevano visto i genitori scotennati dagli indiani. La terra era assetata. Conservava qualcosa di primitivo.

Benvenuti in Texas, con la sua storia epica e tragica: la guerra con i messicani, la terra strappata agli indiani, le armi che si regalano anche ai bambini e che spuntano ovunque. Frontiera e allevamenti sterminati. Sangue e petrolio.

Tutto questo ci racconta Philipp Meyer in Il Figlio (Einaudi), gran libro che ci porta in luoghi degli Stati Uniti meno frequentati dalla grande letteratura e che pure forse dicono di più - o almeno altrettanto - di questo paese che tanti romanzi ambientati a New York o a Los Angeles.

E' una saga familiare che attraversa tre generazioni, nascita e declino di un impero familiare, fino alla partita finale con il destino. Come quel classico che è i Buddembrook di Thomas Mann, solo in salsa chili. Qui non c'è la buona borghesia di Lubecca, questa è una terra spietata, violenta.

Attenti ai piccoletti, in Texas; devono essere dieci volte più cattivi per sopravvivere in questa terra di giganti.

E spietata, violenta, è anche la trama di questo libro, nel quale però si respira l'aria dei grandi spazi, una singolare libertà. Qui vanno in scena le passioni nel loro stato più puro, senza ipocrisie, senza le lezioni del galateo.

Potenti, i legami del sangue. Solo che può succedere, per le strane traiettorie della vita, che un figlio provi a diventare qualcos'altro. Che siano i libri e non il potere a tentarlo. Che possa persino innamorarsi di una messicana... 

lunedì 11 aprile 2016

Se sono i numeri a condannare il Belpaese


I numeri parlano e raccontano. Così le statistiche ci consegnano la storia di un Paese che, da decenni, arretra e finisce ultimo anche laddove era primo.

Comincia con queste due righe che sanno di sentenza senza appello il nuovo libro del giornalista e scrittore Antonio Galdo, uscito per Einaudi. Verdetto esplicito nello stesso titolo, Ultimi, per non dire del sottotitolo: Così le statistiche condannano l'Italia. E con queste premesse è facile ipotizzare che si tratti di lettura piuttosto sconfortante.

Vero. Però però ogni tanto è salutare non alzare le vele di un viaggio immaginario, non partire sul tappeto volante delle narrazione, ma piuttosto adoperare un libro per tenere gli occhi ben aperti sulla nostra realtà. Fa bene sfatare luoghi comuni e mettere in discussione alibi. Non fosse che è solo così che si può cominciare a disegnare un altro orizzonte.

Com' è possibile che questo nostro paese sia finito come è finito? Galdo qualche risposta prova a darsela e prima di tutto si sforza di fotografare la situazione qual è: mica con l'invettiva e la lamentela, piuttosto con la forza delle cifre.

E' vero, i  numeri parlano, raccontano. A saperli interrogare. E se si riesce a farli parlare può venire fuori anche un bel libro, mica un saggio da esame di statistica. Figurarsi, persino un libro che non è tutto nero, che sa indovinare uno spiraglio, che sa intravedere un domani migliore.

giovedì 7 aprile 2016

Quelle statuine che raccontano la storia di una famiglia

Le eredità non sono mai banali. Che cosa viene ricordato e cosa dimenticato, nel passaggio? L'oblio può perpetuarsi, i possessori d'un tempo esser via via cancellati, ma può verificarsi l'opposto, una lenta accumulazione di storie. Che cosa mi viene tramandato insieme a questi piccoli oggetti giapponesi?

Può succedere: viene a mancare un parente più o meno lontano, vi ritrovate in casa un oggetto o più oggetti che prima forse non avevate mai visto, o avevate guardato solo con sufficienza e distrazione. Cose che erano mute e che ora cominciano in qualche modo a parlarvi. C'è perlomeno una vita, quella del parente defunto, che in qualche modo viene richiamata. Ma cos'altro c'è dietro?

Figurarsi se non è solo un oggetto che arriva nelle vostre mani, ma un'incredibile collezione di antiche statuine giapponesi, non più grandi di una scatola di fiammiferi, raffiguranti divinità, animali, personaggi di ogni tipo. Figurarsi se attraverso di esse si può ripercorrere la storia non solo di un vecchio eccentrico zio che ha vissuto in un altro paese, ma le vicende di un'intera famiglia.

E' quello che viene splendidamente raccontato in Un'eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal (Bollati Boringhieri), libro straordinario, le cui 400 pagine ho divorato nel corso di un viaggio - andata e ritorno - tra Firenze e Bari. Pensare che qualche mio conoscente l'aveva trovato un po' faticoso, forse prolisso....

Niente di tutto questo. Verrebbe da dire che questa è una saga famigliare come solo i grandi romanzi. Generazione dopo generazione, in effetti, si srotola la storia della famiglia Ephrussi, ebrei di Odessa che con il commercio di cereali sono diventati tra i più potenti banchieri d'Europa. Formidabile l'ascesa: favolose residenze a Parigi e Vienna, il titolo di baroni, la migliore arte dell'Ottocento, Degas e Renoir compresi, che entra nei loro salotti. Affari, mecenatisimo e conversazioni con Proust. Formidabile l'ascesa e spaventosa la caduta, con Hitler e le leggi razziali.

Anche solo per questo un libro da raccomandare. Eppure al centro della vicenda, vera spina dorsale della narrazione, non sono le vite degli Ephrussi, ma quelle statuine giapponesi, che passano di mano in mano, cambiano città e collocazione, accumulano ricordi.

Io - dice nelle prime pagine l'autore - voglio scoprire quale rapporto ha legato questo oggetto di legno che mi sto rigirando tra le dita - duro, semplice solo all'apparenza, giapponese - ai luoghi che ha attraversato.

Anche questo un viaggio. E un viaggio, davvero, con occhi nuovi.

lunedì 4 aprile 2016

Tra sogno e rocce, le tre montagne di Meschiari

Un anziano che azzarda l'ultima scalata della vita, con i suoi acciacchi e i suoi pensieri; due uomini che intrecciano una strana amicizia, perdendosi e ritrovandosi sui sentieri della Resistenza; un figlio che ascolta le ultime parole del padre in un bosco senza tempo. Tre parabole di vita, tre storie, tre montagne: è questa la sostanza del sorprendente libro di Matteo Meschiari, professore di antropologia e studioso del paesaggio, pubblicato da una piccola ma coraggiosa casa editrice piemontese, Fusta, nella collana Bassastagione.

Tre montagne, questo appunto è il titolo, è un libro difficile da raggiungere, come una cima dei miei Appennini. Certo non un libro di cui si legge nelle pagine di cultura dei quotidiani o che viene segnalato nei flussi dei social media o che spicca nelle vetrine delle principali librerie. Ci si può arrivare solo grazie a quelle strane magie per cui un libro, vai a sapere perché, accende la tua curiosità. Oppure grazie a quelle correnti che attraversano il grande mare della lettura e che un giorno depositano un consiglio sulla tua sponda - perché questo è in effetti il passaparola.

Libro difficile da raggiungere, ma poi anche non semplice da scalare: lettura che richiede sforzo, impegno, concentrazione. Ma poi è davvero come una cima che ti sei proposto di fare tua, per poi sorprenderti a ogni passo di ciò che vedi intorno a te e per ciò che riesci a fare.

Giochi di vento, disegni di luce, rocce, materia e sogno: queste sono le montagne di Meschiari. E una volta calpestate ti rimangono dentro.

giovedì 31 marzo 2016

Carofiglio e le parole dei passeggeri notturni

- Le menzogne peggiori si nascondono dietro gli avverbi. E sai qual è l'avverbio più pericoloso di tutti?
- Quale?
- Assolutamente. E' l'avverbio che nasconde le peggiori malefatte. Ricordatene quando diventerai grande.


Difficile classificare Passeggeri notturni, l'ultimo libro di Gianrico Carofiglio (Einaudi), difficile assegnarli anche un posto preciso nell'intera sua opera. Raccolta di brevi racconti, forse, ma anche di scritti che racconti non sono, che sono piuttosto microsaggi, spunti, rivelazioni. O piuttosto un almanacco che distribuisce in trenta titoli e trenta testi di tre pagine l'uno l'esperienza di un uomo che sa guardare oltre le apparenze e porre le domande giuste.

Voci raccolte nello scompartimento di un treno notturno, frammenti di conversazione a una cena o a una conferenza, citazioni prelevate da qualche rivista specialistica per una curiosità che non è certo da specialisti.

Parole che costruiscono una visione del mondo, parole che quel mondo provano a decifrare. Parole da maneggiare con cautela, restituendole a un significato preciso, trasparente, liberato dalle peggiori consuetudini.

Non è la prima volta, certo, che Carofiglio ci aiuta al buon uso della parola. Questa volta lo fa accompagnandoci tra storie, personaggi, aneddoti. In fondo è questo il potere della buona letteratura.




martedì 29 marzo 2016

Accompagnando il Danubio fino al suo mare

Quasi tremila chilometri dalla sorgente alla foce, attraverso dieci paesi e molteplici lingue, culture, storie. Sedici tappe più che robuste, molti incontri, suggestioni ed emozioni a non finire, perché si sa, pedalare fa bene al cervello, ci spinge addirittura più lontano di quanto consentano le ruote. Per poi raccontare tutto questo in un libriccino di novanta pagine, solo novanta pagine, dense ed essenziali, tanto che come non leverei una parola, difficilmente ne aggiungerei una.


Eccolo Il mio Danubio di Guillaume Prébois, giornalista ciclista che Ediciclo ci propone, con prefazione di Paolo Rumiz. L'ho letto per Pasqua, nelle pause di un'escursione in bici lungo il Sentiero della Bonifica, nel cuore della mia Toscana. E leggendolo mi sono lasciato trasportare nel cuore dell'Europa, ho rivissuto qualcosa dei tratti di Danubio che già sono riuscito a percorrere e ho fantasticato su altri viaggi nei Balcani e fino al Mar Nero. Ho riassaporato vecchie letture di Claudio Magris e di altri scrittori del grande fiume e attraverso di loro ho fantasticato su altri fiumi da accompagnare dalla sorgente alla foce - e perché no, per una volta anche dalla foce alla sorgente.

Poesia dello sforzo fisico che è un patto con noi stessi e con le terre che attraversiamo. Bicicletta che diventa assai di più di un mezzo di trasporto e si fa strumento di conoscenza, addirittura di indagine di ciò che ci circonda. E per il resto scrittura meravigliosamente limpida, capacità di cogliere nel viaggio ciò che davvero conta.

Lungo il fiume che è stato confine e via d'acqua. Da Ovest a Est, in direzione contraria rispetto alle invasioni, alle ondate dei popoli nomadi, alle orde che sono paura ancestrale. Per ritrovare, riscoprire, rinsaldare. Perché questo è il viaggio, questo è ciò che ci si riporta a casa quando il fiume si getta nel suo mare.

giovedì 24 marzo 2016

Con la forza delle parole, per non nascondersi

Non sono un'esperta nel maneggiare la vecchiaia, e neppure la morte. Lo sono - lo sono diventata - nel cercare vie d'uscita al dolore.

E' un libro di una triste dolcezza - o di una dolce tristezza - Così è la vita di Concita De Gregorio (Einaudi). Un libro sugli inevitabili addii, su ciò che passa, su noi stessi che, così è appunto la vita, passiamo. Un libro, in sostanza, sul tempo. Un libro per non nascondersi.

In un'epoca in cui la vecchiaia è qualcosa di cui vergognarsi - e da combattere col miraggio dell'eterna giovinezza e tanta chirurgia estetica - in un'epoca in cui la stessa morte pare qualcosa che è meglio rimuovere, fanno bene pagine così.

Le domande dei bambini, così imbarazzanti e così illuminanti, sono in realtà domande per tutti noi, ginnastica del cuore e della mente per imparare ad accettare e accettarsi.

Incredibile, ci può essere un viaggio tra ospedali e funerali che procede con passo lieve e una strana disposizione all'allegria. Dalla caducità delle nostre esistenze a ciò che davvero rimane. Dal senso di assenza a una sorprendente pienezza.

Grazie anche alla forza della scrittura, perché è anche attraverso di essa che s'impara a domare il dolore: nominandolo e così trasformandolo in forza. 



 

lunedì 21 marzo 2016

Il libro che ci insegna il buon uso della lentezza

I lenti una volta non godevano di buona fama. Venivano giudicati impacciati, maldestri, anche se eseguivano gesti difficili. Tutti li ritenevano goffi, anche quando procedevano con una certa grazia nel camminare. 

Direi che nemmeno oggi i lenti godano di buona stampa e lo dice a malincuore uno che la lentezza la pratica poco ma la porta in ogni caso in palmo di mano. Non a caso, tra l'altro, uno dei libri che da sempre mi è tra i più cari è La scoperta della lentezza di Nadolny Sten, splendido romanzo su John Franklin, grande esploratore e navigatore nella sua lentezza.

A questo concetto, che può diventare virtù e stile di vita, rende però un buon servizio un libro del saggista Pierre Sansot, uscito per Il Saggiatore. Copertina eloquente, titolo ancora di più - Sul buon uso della lentezza - per non dire del sottotitolo: Il ritmo giusto della lentezza.

L'autore è un filosofo e antropologo francese, cosa che faceva prospettare un qualche rischio di astruseria. Invece no, perché il libro scorre bene, divaga il giusto, va al punto senza puntarci mai direttamente.

Nei vari capitoli si tratta dell'andare a spasso - che non significa fermare il tempo, ma adattarlo a noi senza lasciare che ci metta fretta - così come della noia che fa bene - quella in cui ci si stira voluttuosamente, per cui si sbadiglia di piacere, tutti felici di non avere nulla da fare, di rimandare a più tardi le cose che non sono urgenti.

Si parla della vita di provincia, del buon vino che ha tempo dietro e che con il giusto tempo va assaporato, dell'arte del poco, che non è cosa da poco, perché per alcuni è la condizione che permette di tirare fuori una particolare creatività. E si arriva alle idee di una cultura dolce, facoltativa, silenziosa, per non dire di un'urbanistica ritardataria.

Un libro che non spalanca nuovi mondi, ma che permettere di vivere più comodamente nel nostro mondo.  Da leggere, vabbene lo dico, con piacevole lentezza.

venerdì 18 marzo 2016

Un mistero che sa di vento, salsedine e vecchia Scozia

Prima di tutto c'è il vento che su queste isole batte incessante. Prima di tutto ci sono le nuvole enormi che ridisegnano senza requie il cielo e ci sono le scogliere che precipitano su un mare profondo, pericoloso, agitato. Prima di tutto c'è un mondo alle estremità del mondo, con la sua gente rude, abbarbicata alle sue tradizioni, alla sua lingua gaelica, a una vita che non è cambiata poi tanto, nonostante i Suv e la tv satellitare. Pesca e pastorizia, pioggia e birra scura al pub: benvenuti nell'isola di Lewis, nell'arcipelago delle Ebridi, lembo di Scozia a ovest di tutta l'Europa.

Prima di tutto c'è questo, ma poi c'è un mistero, che riemerge prepotente dal passato e dalle acque di un laghetto prosciugato, con un piccolo velivolo e dentro la carlinga quello che rimane del corpo di una vecchia conoscenza. E c'è un omicidio che esige ancora verità e ci sono molti conti da regolare. Ci sono ragazzi che non sono più ragazzi, cresciuti con bevute, musica celtica e diverse cose che tra loro non sono state dette. E c'è Fin Macleod, ex poliziotto scozzese, che alla sua isola ha fatto ritorno per ricominciare un'altra vita dopo che la precedente è andata a pezzi.

Che bellezza L'uomo degli scacchi di Peter May (Einaudi), atto conclusivo di una trilogia che comprende anche L'isola dei cacciatori di uccelli e L'uomo di Lewis. Che fosse una trilogia l'ho scoperto solo nel bel mezzo del libro. Quasi quasi vado subito a comprarmi gli altri due. Quasi quasi vado a vedere se c'è un aereo per l'isola di Lewis.

mercoledì 16 marzo 2016

Luigi Nacci, poeta e scrittore della "viandanza"

Avevi il passo della nostalgia, vero?

E' così, Luigi Nacci, poeta e scrittore che da tempo si è messo in cammino. Non sai bene se la sua scrittura è quella del saggista o del poeta, però la sua è parola che fa bene leggere a voce alta e ascoltare, è parola che prende e culla, oppure che libera e spinge per le vie del mondo, parola in ogni caso che sa farsi anche agguato, sorpresa, fulminazione.

Per me è  successo anche con questa riga, nella prima pagina di Viandanza, libro con cui Luigi è uscito proprio in questi giorni per Laterza e con il quale prosegue la strada di vita e di scrittura cominciata con Alzati e cammina (Ediciclo).

Ho cominciato con il passo della nostalgia, ma quante cose mi sono capitate dopo.  Ecco - scrive Luigi - questo libro tratterà di quei sentimenti, quelle immagini, quei rumori di fondo che si fanno prevalenti durante il cammino.

Via Francigena o Cammino di Santiago non importa, perché la via è soprattutto dentro. E anche se è un libro che odora di sudore e fatica, che si porta dietro il ricordo di boschi attraversati e di cime raggiunte, che sembra farsi conversazione con un compagno di viaggio, ecco, mi pare un libro che racconta soprattutto il cammino della vita interiore. Basta scorrere i titoli dei capitoli: Paura, Stupore, Spaesamento, Nostalgia, Disillusione, Allegria, Arroganza, Umiltà...

E questa parola che è la parola di Luigi, questa parola - Viandanza - che è salutare tenere dentro, ecco, mi sembra esprima saggezza e leggerezza, ma soprattutto un altro modo caricarsi sulle spalle lo zaino della vita e di stare al mondo.

Un libro sulle partenze, così avevo definito a suo tempo Alzati e cammina.  E se questo fosse il libro dei ritorni?  

martedì 15 marzo 2016

Siamo stati via: storia giapponese nell'America dopo Pearl Harbour

Ogni tanto si fermavano per chiedere a nostra madre dove eravamo stati. "E' da un pezzo che non si vi si vede", potevano dire, oppure: "Sono passati secoli" - e lei alzava la testa e rispondeva solo "Oh, siamo stati via".

Siamo stati via: forse è proprio questo il vero titolo di un romanzo breve per pagine, straordinario per intensità quale Quando l'imperatore era un dio di Julie Otsuka (Bollati Boringhieri). Per me non una sorpresa solo perché di questa autrice avevo già letto lo splendido Venivamo tutte per mare, di cui ora questo libro rappresenta il seguito ideale.

Insomma avevo già incontrato le giovani donne giapponesi che avevano lasciato le loro case e attraversato il Pacifico per sposare uomini che nemmeno conoscevano - matrimoni per procura e per interesse - in un'America che non era solo un altro continente, era un altro mondo. La loro voce collettiva, forte e vibrante, è ora sostituita da una prima persona dalla parola dolce, sommessa, segnata dal ricordo. Ed è attraverso questa parola che si racconta cosa successe a una di quelle donne - e a tutti i giapponesi di America - dopo Pearl Harbour.

Con la guerra quegli immigrati e quei figli di immigrati divennero anche i nemici sotto casa. Ogni certezza andò giù come un castello di carta. Il loro destino fu la deportazione. Anni senza lavoro, lontani da casa e dagli affetti. Anni in cui furono a tutti gli effetti cancellati dalla vita del loro paese.

Una pagine triste della storia americana. Eppure raccontata con una singolare delicatezza, con una sensibilità orientale mescolata alla lezione della narrativa americana.

Sobrietà e dolcezza. E la forza dei legami familiari, la tenacia delle madri, la capacità di meraviglia dei bambini, oltre tutto, anche oltre l'indifferenza di chi sapeva, doveva sapere. 

lunedì 7 marzo 2016

Sulle strade del silenzio, di monastero in monastero

Perché girare l'Italia di monastero in monastero, se non sei alle prese con un naufragio esistenziale o non ti trovi nel bel mezzo di una crisi mistica? Perché bussare a quelle porte, in cerca di ospitalità e raccoglimento, se non stai maneggiando l'ipotesi di diventare anche tu monaco?

Eppure è proprio questo che ha fatto per un anno intero Giorgio Boatti, scrittore e giornalista che in altri libri si è occupato della strage di Piazza Fontana, del terremoto di Messina oppure dei professori che ebbero il coraggio e la dignità di sottrarsi al giuramento di fedeltà a Mussolini. Ha girato da un capo all'altro di Italia, mangiando nei refettori, ascoltando le varie liturgie delle ore, smarrendosi con i propri pensieri nei chiostri e negli orti dei monaci.

Poi ha raccontato tutto questo in Sulle strade del silenzio (Laterza), un libro avvincente, che mi ha regalato uno dei più singolari e affascinanti viaggi di cui abbia mai letto. Un viaggio non in altre latitudini, ma in un altro tempo, verrebbe da dire, non fosse che molte di queste esperienze sono ben piantate anche nella nostra epoca. Non fosse che attraverso queste isole di pace e bellezza si snoda, per contrasto, anche il racconto di questa nostra Italia.

Perché la risposta alla domanda iniziale forse sta proprio qui: in quel senso di spaesamento rispetto a un'Italia cambiata in fretta e male; in quel bisogno di ritrovare altri ritmi, altri gesti, altre profondità.

E' questo che ha fatto Boatti, scommettendo sul silenzio, sull'ascolto, sull'interiorità. Al termine del libro non ho nemmeno capito se è credente e di quale tipo. Però ha ragione lui: si può vivere l'esperienza dei monaci anche senza esserlo. Puntando semplicemente alla sottrazione di ciò che non è essenziale per la nostra vita.


venerdì 4 marzo 2016

Complicazioni e maldicenze in una piccola cittadina del Maine

Aveva sposato una ragazza dell'estate. E, come vi direbbero, in molti, non era quasi mai una buona idea. Aveva sposato una ragazza dell'estate che veniva dal Massachusetts, e già solo questo presentava complicazioni.

West Annett, cittadina del Maine, terra di antichi pionieri e protestanti particolarmente rigidi. America rurale, un altro pianeta rispetto a New York e San Francisco, ma stesso pianeta rispetto alla Guerra Fredda e alla paura dell'atomica. Tyler Caskey è un giovane pastore di anime, brillante nei suoi sermoni, forte nei sentimenti per la comunità che è chiamato a guidare. Solo che ha una moglie che non ti aspetti per un uomo di religione e che certo non si aspettano i suoi fedeli: una donna bella, giovane, sensuale, annoiata.

Cosa può succedere con una moglie così in un piccolo mondo antico come quello? E soprattutto cosa può succedere dopo che la morte piomba sulla famiglia di Tyler e  Tyler sembra aver smarrito le parole giuste per rivolgersi ai suoi fedeli?

 Grande romanzo Resta con me di Elizabeth Strout (Fazi editore), scrittrice che come poche altre sa disegnare con tratti essenziali e precisi  movimenti dell'animo, relazioni complesse, storie di vita ordinaria. 

Romanzo di solitudini e incomprensioni, Resta con me. Ma anche romanzo corale, del pregiudizio che fa presto a mettere radici, della maldicenza che è l'altro verso di una vita insoddisfatta e insicura.

Difficile trovare un varco quando tutto questo assedia una vita già colpita duro. A meno che non si spazzi via il tavolo delle carte, con il più clamoroso dei gesti. Il più autentico, quello di un cuore che non si preoccupa delle conseguenze. Quale sia, spetta a voi scoprirlo. 

mercoledì 2 marzo 2016

Dove c'era la frontiera dei cani

In tempi di muri che si alzano e di frontiere che tornano a chiudersi, sigillate da eserciti e nuove tecnologie, non fa davvero male dedicare due ore alla lettura di un piccolo grande libro, che getta un nuovo sguardo al più impenetrabile e drammatico dei confini quello che separava le due Germanie e con esse il blocco occidentale e quello orientale.

Quante cose sono state scritte, sul Muro di Berlino e su quella frontiera che in realtà spaccava il mondo a metà. Buon argomento per ragionamenti planetari e per analisi sui destini della storia, però quello che ci regala la scrittrice e giornalista tedesca Marie-Luise Scherer, con il suo La frontiera dei cani (Keller) è una visione ravvicinata, come se avesse usato un teleobiettivo capace di cogliere il dettaglio.

Il suo sguardo si concentra su quella striscia, disseminata di torrette di osservazioni e campo minati, che in quella che allora era la DDR, ovvero la Germania dell'Est, rappresentava la zona vietata. In realtà in quella striscia c'erano anche 297 villaggi, controllatissimi, isolati, abitati solo da persone di cui era riconosciuta la fedeltà al regime. Eppure per tutti quella era la "frontiera dei cani": i cani da guardia, addestrati per sorvegliare e nel caso acciuffare e dilaniare chi provava a scappare.

Un reportage, così si può classificare questo libro, per cui qualcuno ha rievocato l'espressione di new journalism. Scherer, che ricerca una scrittura precisa come un "lavoro sulle sillabe", per il quale "due frasi al giorno sono già una fortuna", ci prende per mano e ci consegna al cuore della Storia.

E tuttavia ce la racconta dal punto di vista della quotidianità, di un mondo che è al centro e allo stesso tempo sta ai margini: contadini e militari, fuggiaschi e cani, per farci capire davvero cos'è la frontiera. 



lunedì 29 febbraio 2016

Un libro sul Congo che è un miracolo (di Massimiliano Scudeletti)

 l'Africa in maniera non convenzionale.
Congo, il libro  di David van Reybrouck vincitore del premio Terzani 2015, uscito per Feltrinelli nel 2014, è un maledetto miracolo.

Settecento pagine di storia, (di questo si tratta anche se nell'edizione italiana manca il sottotitolo Una storia) dalla nascita dello stato coloniale africano ai giorni nostri,  raccontate con lo stile del reportage mescolando le voci di circa 500 intervistati. Un affresco corale che fuoriesce con la stessa potenza del fiume Congo che dal suo estuario intorbidisce le acque dell'oceano per chilometri e chilometri. Ma si sbaglierebbe a considerarla un opera di nicchia o riservata agli amanti dei reportage di viaggio: mezzo milione di copie vendute sono lì a testimoniare un successo di pubblico, vasto e trasversale. 

Anche la critica, solitamente ingenerosa con i successi commerciali, è rimasta muta: perché il libro è inappuntabile sul piano della scrittura, delle fonti, dell'apparato bibliografico e si legge bene, maledettamente bene. Le recensioni entusiastiche oramai si sovrappongono, ed è comunissimo trovarne citazioni in articoli e reportage che abbiano per oggetto, fateci caso, non solo l'Africa centrale, ma l'intero continente. D'altronde, perché spremersi a dire qualcosa d'intelligente quando altri l'hanno già fatto?

Quando partiamo per leggere Congo, ci aspettiamo di risalire verso il cuore di tenebra dell'Africa con tutti i protagonisti che abbiamo conosciuto o immaginato. Non ne manca nessuno, allineati lungo il fiume della narrazione di  Reybrouck. Ecco Stanley, sì proprio quello de "il dottor Livingstone suppongo", e Leopoldo II del Belgio che ebbe il Congo come sua proprietà privata. I funzionari belgi e la loro polizia, i contadini vessati e torturati dalla sete infinita dell'occidente per il caucciù, per l'oro, i diamanti e tutto il resto. E poi Mobuto e Lumunba, prima amici e poi l'uno il carnefice dell'altro, descritti in un'incredibile corsa in motorino che vale l'intero libro. E la guerra fredda,  il post colonialismo e il saccheggio continuato di un paese troppo ricco per essere felice sia che si chiami Zaire o Congo. E ancora i conflitti razziali giunti a noi, l'altro mondo, con il suono dei machete dato che hutu e tutsi proprio in Congo ebbero le loro basi per colpire in Ruanda. Gli stessi hutu e tutsi che portarono sui loro scudi il nuovo padrone del paese: Kabila. E poi, l'oggi con le sue incertezze, tra il gigante cinese che fornisce a caro prezzo strade e infrastrutture, mentre la guerra per bande delle multinazionali usa i signori della guerra e i loro eserciti di soldati bambini per garantirsi l'approvvigionamento di tutte quelle materie preziose che da sempre l'occidente pretende.

C'è tutto il Congo e quindi gran parte dell'Africa centrale accompagnate da musica - una su tutti Indipendence Cha Cha Cha -, sapori e centinaia di storie tragiche, insanguinate, ironiche, allegre. Ma c'è di più ed è un vero miracolo in un epoca in cui l'originalità è merce rara, più del coltan.

Reybrouck ha un 'idea chiara, non convenzionale, del colonialismo e non la nasconde: L'occidente ha delle colpe terribili, ma la storia africana, a cinquant'anni dall'indipendenza, non è solo una reazione all'azione dei bianchi. Ci sono nobili cose ed enormi errori tutti africani: Lumunba, per esempio, osannato padre della nazione scelse, secondo l'autore, una via troppo rapida all'indipendenza, quando il paese non aveva ancora una struttura politica, economica e militare autonoma. Provocatorio denigrare un martire, padre della patria? Certo, ma non si ferma lì e ci descrive Mobuto non solo come il più longevo e sanguinario tra i dittatori, com' è stato in effetti, ma anche come lo statista che ha dato un'identità ad  una nazione grande come un continente(1). Sarebbe sbagliato leggervi in controluce una critica di un conterraneo di valloni e fiamminghi, ai vani sforzi della Comunità Europea di creare un sentimento di comune appartenenza in tutti questi anni?

Ma dove Congo lascia il segno è nello smontare la dialettica arcaico/moderno, africano/europeo tramite la strada più difficile, quella che passa per i conflitti interetnici. Proprio  quelli in cui anche l'occidente più liberale ha sempre visto una traccia selvaggia, tutta africana, direttamente collegata ad un oscuro tribalismo. 

Quando Reybrouck ce li descrive, nelle loro terribili manifestazioni, ma con le loro cause squisitamente economiche, scioglie l'inganno che vede quei conflitti come arcaici,- dettati quasi da una differente umanità - e quelli europei "le contrapposizioni identitarie", come moderni (è sufficiente parlare di Balcani, di Ucraina o dell'egoismo odierno dei paesi europei?).
E questa è forse la descrizione più tenebrosa che Reybrouck ci lascia cadere nel piatto, un mondo "uguale" dove gli stessi fattori (stati in grave difficoltà economica, corruzione, leadership immature o miopi, circolazione delle armi e ricerca del profitto ad ogni costo), portano allo stesso risultato, né antico né moderno, solo spietato.

(1) molto chiara in questo senso l'intervista di Guido Caliron all'autore per il Manifesto del 2/10/2014

Massimiliano Scudeletti