lunedì 27 giugno 2016

Sognando l'Australia insieme a Bill Bryson

 Solo sei mesi prima questa mi sarebbe sembrata la più deprimente delle punizioni immaginabili: guidare all'infinito attraverso un paesaggio in gran parte caldo, arido e vuoto. Ma adesso lo capivo benissimo. Tutto quel vuoto e quella luce abbagliante hanno una qualità seducente di cui potete non stancarvi mai: un pensiero stupefacente.

Ci sono arrivato in ritardo, ma ci sono arrivato. Con tutti i libri di Bill Bryson che in questi anni ho divorato, sempre con grande godimento, mi mancava proprio questo, In un paese bruciato dal sole. L'Australia. E vai a sapere perché l'avevo lasciato da parte, quasi avessi temuto il passo falso dell'autore che piace sempre o quasi sempre. Meglio seguirlo, il vecchio Bill, mentre è alle prese con i suoi vagabondaggi per la vecchia Europa o l'ancora più vecchia Inghilterra, mentre insegue l'ombra di Shakespeare o mentre si azzarda a riassumere in un solo libro - ancorché voluminoso - la storia del mondo.

E poi, a pensarci bene, che cosa poteva mai importarmi dell'Australia? Così remota, l'Australia, per di più senza esserlo davvero: mica un paese che sembra appartenere a qualcos'altro, come la Patagonia o il Bhutan, un paese che è distante ma dove alla fine si parla inglese e si appartiene al Commonwealth. L'Australia può forse essere un paese da sognare ma non da concepire per un viaggio: qualcosa del genere lo diceva il grande Pessoa.

Ovviamente era una gigantesca cantonata. Forse anche un alibi, di cui lo stesso Bill prende atto fin dall'inizio, quando rammenta che prestiamo un'attenzione scandalosamente scarsa ai nostri cari cugini degli antipodi e che soprattutto gli americani dimostrano un livello di attenzione che non è molto superiore a quello per la Bielorussia o per il Burundi. Solo per dire: chi mai si è accorto che anni fa il primo ministro australiano è stato portato via da un cavallone mentre passeggiava su una spiaggia e di lui non è stato più ritrovato niente?

Terra pericolosa, l'Australia. Terra di serpenti e ragni micidiali, di squali e altri animali assassini. Terra prosciugata da un sole infernale, terra vuota, di distanze inimmaginabili, di deserti che fanno paura. Quanto ad apprensioni non sono molto diverso da Bill. Però mi piace come sta dentro il suo personaggio, di viaggiatore goffo e curioso. In ogni caso sempre pronto alla domanda, all'incontro, alla meraviglia.

Gran paese, l'Australia. E' un pezzetto che me la sto sognando grazie a Bill. 

sabato 18 giugno 2016

Metti una domenica mattina, bici e cantine in Toscana

Allora prendo la bici ed esco.

Ecco, fa proprio così e lo fa molte volte Emiliano Gucci, scrittore e libraio che è nato a Firenze, lavora a Prato e che tra Firenze e Prato abita. Ci sono viaggi che portano lontano per chilometri e chilometri, ci sono viaggi che non ti allontanano troppo da casa - anche se pedalando si fanno sentire, come no, sulle gambe - e che pure consentono di scoprire mondi.

E' quanto Emiliano ci dimostra con le pagine di Sui pedali tra i filari. Da Prato al Chianti e ritorno, pubblicato nella collana Contromano di Laterza. Quante cose ci ha infilato dentro, a partire dalle due passioni che lo accompagnano e che tra loro si accompagnano anche piuttosto bene, soprattutto se sei nato in Toscana: le scorribande su due ruote e le visite alle cantine del buon vino.

Ma, soprattutto se vivi in Toscana, appunto, bici e vino sono la chiave per entrare dentro i territori, per incontrare le persone e le loro storie, per fare i conti con miti e leggende varie.

E allora ecco le colline del Montalbano e del Chianti, le strade e i vigneti di Carmignano o di Radda, ma anche i capolavori di Leonardo da Vinci e  del Pontormo, le memorie dei grandi toscani del ciclismo come Bartali, Nencini o Bitossi. Ecco una bicchierata ma ecco anche la polvere e il sapore di impresa nella giornata dell'Eroica. Ecco le parole che affiorano dalle letture dei grandi toscani della penna, da Curzio Malaparte a Indro Montanelli.

Passato e presente, muscoli e parole, fiaschi e pedali. Quante cose, davvero, anche solo saltando sulla bici la domenica mattina perché ci si vuole bene davvero e allora si parte e si tiene gli occhi bene aperti e vai a sapere cosa si riporta a casa.

lunedì 13 giugno 2016

Storia dell'uomo che vendette la sua ombra

Personaggio intrigante, Adelbert Von Chamisso, pensare che fino a ieri per me era solo l'eco di un nome, incontrato chissà su quale pagina.

Adelbert Von Chamisso, cioè uomo a cavallo tra due secoli, tra la rivoluzione e la reazione, tra la speranza di futuro e la nostalgia del passato. A cavallo anche tra due paesi ai tempi contrapposti dalla guerra, visto che era di famiglia aristocratica francese ma scelse la Germania.

(Thomas Mann disse di lui: Canzoni francesi echeggiarono presso la sua culla.... cantava in francese... ma quel che nasceva era tuttavia grande poesia tedesca).

Scrittore che ebbe uno straordinario successo in vita, e che pure, poesie a parte, in tutto l'arco della sua esistenza, scrisse solo un romanzo breve - o un racconto lungo che dir si voglia. Dopodiché divenne direttore dell'orto botanico di Berlino e fece lunghi viaggi scientifici ai quattro angoli del mondo, lavorando alle sue collezioni naturalistiche: destino da non disprezzare per uno scienziato che sosteneva di non avere più o di non avere ancora una patria.

Qualunque cosa Chamisso si sia atteso dalla scrittura, è un piccolo gioiello la sua Storia straordinaria di Peter Schelemihl, una settantina di pagine che narrano le vicende di un uomo che vende al diavolo la sua ombra. Cosa che non sembrerebbe un grande sacrificio, non fosse che proprio la perdita dell'ombra lo escluderà di fatto da ogni relazione sociale.

C'è molta letteratura a venire, in questo libriccino, da tante pagine sulla normalità che non c'è più fino a quella figura di diavolo borghese - un signore elegante e impacciato, che arrossisce parlando - che mi sembra porti già dalle parti del Maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Per non dire di quella perdità di identità di cui è presumibile sia metafora la perdita dell'ombra...

Nello spazio di un viaggio in treno quasi da pendolare me la sono fulminata, questa piccola grande opera. E sono contento che Adelbert Von Chamisso non sia più solo l'eco di un nome incontrato per caso.

sabato 11 giugno 2016

Annie Ernaux, per salvare il tempo in cui non saremo mai più

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.

Questo è il tempo, questo fa il tempo. Col tempo svaniranno le nostre immagini, le foto che custodiamo gelosamente nei nostri album, le foto con cui siamo finiti negli album degli altri, svaniranno come stanno svanendo, come sono svanite, le foto dei nostri genitori, dei nostri nonni.

Questo è il tempo, questo fa il tempo. Col tempo si annienteranno le parole con cui abbiamo nominato le cose, le persone, le azioni e i sentimenti, le parole con cui cui abbiamo provato a dare un senso, se non un ordine, al mondo.

Questo è il tempo, questo fa il tempo. Però poi ci sono altre parole, che il tempo lo riescono a raccontare. Certo non lo fermano il tempo, però sono come acqua nel grande fiume. Fanno in modo che anche noi si sia acqua che discende e va verso il mare. Senza sofferenza, senza nemmeno eccessi di nostalgia.

Parole come queste. Parole di un libro che considero un capolavoro: Gli anni di Annie Ernaux (L'Orma editore).  Parole, pagine in cui mi son tuffato. Poi la corrente mi ha portato via dolcemente per consegnarmi all'ultima riga. Questa, appunto:

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.

Libro che non so nemmeno definire, come succede con i libri più grandi. Libro che non è né autobiografia né saggio né cronaca collettiva, ma qualcosa di tutto questo e altro ancora. Certo straordinariamente capace di amalgamare in un'unica narrazione i fatti della vita privata e i fatti della storia. Di alternare la terza persona singolare alla prima persona plurale (mai la prima persona singolare): e anche questo qualcosa vorrà dire.

Libro che è semplicemente la vita. La mia stessa vita, anche se non sono una donna, non sono francese e ho qualche anno in meno. La mia vita, quale vorrei raccontare. Sicuro dello stesso epilogo:

Sarà il silenzio, e nessuna parola per dirlo, Dalla bocca aperta non uscirà nulla. Né io né me. La lingua continuerà a mettere il mondo in parole.

Sicuro di questo epilogo, ma senza rimpianto.




giovedì 9 giugno 2016

Un angolo del Maine, come il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

domenica 5 giugno 2016

Inseguendo l'ombra di Stevenson e della sua asina

Poi dicono che la letteratura di viaggio è finita, tanto tutto è stato già visto e raccontato. Meno male che si sbagliano e si sbaglieranno fino a quando ci sarà qualcuno che si mette in gioco con se stesso e sa usare non solo le gambe, ma anche una certa dose di immaginazione, la capacità di interrogare i posti, la buona compagnia di libri e di ombre del passato.

In cammino con Stevenson di Tino Franza (Exòrma edizioni) è un libro che tutti questi ingredienti li possiede in abbondanza. 

Non ci consegna un altro continente eppure ci porta molto lontano, in una Francia che non è la Francia delle consuete rotte turistiche, Normandia o Costa Azzurra per non dire di Parigi, ma la Francia rurale, montanara, selvaggia delle Cévennes, che sarebbe come dire a un francese di lasciar perdere Roma e Venezia e concentrarsi piuttosto sul nostro Aspromonte.

Ci porta lontano anche nel tempo, perché al viaggio di oggi intreccia il viaggio che il grandissimo Robert Louis Stevenson qui fece più o meno un secolo e mezzo fa, giovane che ancora doveva scrivere i suoi capolavori e decidere davvero cosa fare della sua vita. 

E inseguendo l'ombra di Stevenson - lungo il sentiero che oggi furbescamente si chiama Le chemin di Stevenson - sono molte altre le ombre che spuntano fuori. Briganti e ribelli, carbonai e contadini, osti e bestie feroci. Perché è questo - più volte l'ho sperimentato anch'io - che viene dato in dono ai camminatori: di spremere l'invisibile dalla terra che attraversano. Spesso si tratta proprie delle vite di chi ci ha preceduto.

Se qualcosa manca al viaggio di Franza mi sembra che sia solo un asino. Anzi, un'asina come quella Modestine che accompagnò Stevenson nei suoi giorni a piedi e dalla quale alla fine si separò a fatica. Problema dell'autore non del lettore, che per l'appunto sa confortarsi con l'ombra di Modestine, sempre presente in queste pagine.

mercoledì 1 giugno 2016

L'America in Greyhound, come una colonna sonora rock

Ero a metà strada fra una costa e l'altra dell'America, al confine tra l'Est della mia gioventù e l'Ovest del mio futuro.

Così scriveva il grande Jack Kerouac in Sulla strada, uno dei libri che più hanno accompagnato i miei anni più giovani. E vale per la storia dell'America, per la gran parte dei libri degli scrittori di quel continente, per i viaggi di chi può e vuole: è la direzione giusta, da est a ovest, dall'Atlantico al Pacifico.

Questa è anche la direzione del viaggio che racconta Mauro Buffa in Usa coast to coast (Ediciclo). Con una particolarità che mi ha intrigato fin dalla bella copertina. Nel paese che è quasi un monumento all'auto privata - sostanza e immaginario dell'America della Ford e della Chevrolet - Buffa sceglie il Greyhound, la mitica compagnia dei pullman con lo stemma del levriero.

Che è un modo diverso di viaggiare di conoscere un paese. Linee, orari, fermate alle stazioni di servizio, attese, cambi. Ma anche una diversa umanità nelle lunghe ore a bordo.

Chi sceglie di spostarsi in pullman, afferma Bill Bryson, è chi non può permettersi l'aereo e nemmeno la macchina: e questo in America vuol dire aver toccato il fondo. Tra le categorie di persone che potremo incontrare su un Greyhound ci sono i pazzi furiosi, coloro che sono appena usciti di prigione, oppure le suore. Tanto per dire.

Usa coast to coast, in effetti, è anche un libro di incontri, lo è assai di più che un libro di luoghi. E' anzi questo il suo fascino: attraversi le piane del Mid West oppure i deserti che precedono la California e sei in compagnia di un'America sbilenca, marginale, meticcia, spesso generosa.

E' l'America di chi si mette in strada e va verso l'Ovest. L'America che ha poco a che vedere con Wall Street, con le università del New England e con le imprese della Silicon Valley. L'America da colonna sonora rock: e quanto rock che viene a galla in queste pagine. Libro da leggere, libro a suo modo da ascoltare.

lunedì 30 maggio 2016

L'America non esiste, io lo so perché ci sono stato

Saga famigliare, indagine storica, storia di emigrazione, romanzo di sentimenti e persone che si cercano e si perdono per tutto il tempo di una vita, senza mai trovarsi se non per alcuni sfolgoranti, impagabili momenti.....

Quante cose che sa essere insieme Vita di Melania Mazzucco, libro che ho comprato diverso tempo fa - avevo scoperto, piuttosto genericamente, che parlava degli italiani in America e questo mi aveva incuriosito - e lasciato in attesa di lettura per diverso tempo, certo intimorito anche dalla sua mole non indifferente. Quante cose - e io che non ero affatto preparato, nemmeno avevo capito che Vita non si riferisce al cammino di tutti noi su questa terra, ma è il nome della protagonista...

Storia di una famiglia tra il Sud di Italia e l'America, che si annuncia con la Statua della Libertà e poi diventa troppe cose: fatica, miseria, possibilità, lavoro da schiavi e avvenire che si può inventare, ghetti che alimentano violenza e tubercololosi e spazi sconfinati, verso l'ovest, verso l'oceano, verso un'altra vita.

Storia di due bambini, Vita e Diamante, insieme sulla nave che li porta a New York, uniti da una promessa che più e più volte dovrà infrangersi contro gli scogli appuntiti delle circostanze.

Storia di un popolo condannato all'emigrazione  e di tutto quello che c'è stato dopo - il lavoro per innalzare grattacieli, scavare miniere, stendere ferrovie dall'Atlantico al Pacifico, ma anche i morti ammazzati per strada, la mafia che si dice che non c'è, eppure c'è, come no, anche se si chiama Mano Nera, nome buono per i giornaletti d'avventura.

Storia di partenze e addii, di radici tagliate e di legami ritrovati, di ritorni, anche, magari come figli e nipoti che ritrovano l'Italia come soldati impegnati sulla Linea Gotica...

E dunque, che dirvi, se non che è un libro da leggere, da portare in fondo anche a dispetto di  pagine a volte prolisse e di una storia che a volta si perde - e non è che importi, perché in effetti è proprio bello perdersi.

Riflettendo magari sulla splendida frase in epigrafe di Alain Resnais, da Mon oncle d'Amèrique:

L'America non esiste. Io lo so perché ci sono stato.

Mi sa che vale per chiunque abbia abitato quel sogno.

venerdì 27 maggio 2016

Wild, come ritrovarsi nel cammino più difficile

Me ne stavo andando. La California scorreva dietro di me come un lungo velo di seta. Non mi sentivo più una sprovveduta. E nemmeno un'amazzone cazzutissima. Mi sentivo fiera e umile e pacificata interiormente, come se anch'io fossi al sicuro lì.

Cheryl ha solo 26 anni e la sua vita è già entrata in un tunnel del quale non si scorge l'uscita. La morte della madre, divorata da una malattia, l'ha spinta sul ciglio del precipizio. Ha sfasciato un matrimonio, sta giocando pericolosamente con le droghe. Vai a sapere com'è che a un certo punto intravede un'altra strada. Una strada che è davvero una strada: lunga, difficile, solitaria. Eppure proprio su quella strada potrà ritrovare se stessa e recuperare un senso.

Così un giorno parte, per l'esperienza meno prevedibile della sua vita che è disordine all'ennesima potenza. Percorrerà a piedi l'intero Pacific Crest Trail, il sentiero che taglia da nord a sud gli Stati Uniti, dal Messico al Canada, attraversando deserti e scalando cime innevate. Tutt'altra cosa rispetto alla nostra via Francigena, per intendersi: vera wilderness, dove gli incontri che devi mettere in conto sono con serpenti a sonagli, orsi e uomini meno raccomandabili dei serpenti e degli orsi.

Fa pena vederla partire con quello zaino più grande di lei, dove ha stipato tutto alla rinfusa, a partire dalle cose più inutili e pesanti. Una sprovveduta, appunto: senza esperienza, senza fiato, il corpo fiaccato dagli eccessi.

Eppure parte, va avanti, non si arrende. Eppure va avanti e arriva in fondo.

Da leggere, di Cheryl Strayed (Piemme): una storia di tenacia, fuga, rinascita
Wild

mercoledì 25 maggio 2016

Alla ricerca di Don Chisciotte, la letteratura si fa viaggio



Mettete uno scrittore e un pittore a Madrid. In un luminoso giorno di primavera sono proprio sotto il monumento dedicato a Don Chisciotte e Sancio Panza. Il viaggio, certo, comincia da qui.

O forse no, comincia leggendo le vicende di quel gentiluomo allampanato che perdendo la ragione si credette chiamato a difendere i deboli e a riparare i torti del mondo. E forse comincia ancora prima, comincia con il viaggio del cavaliere dalla trista figura e del suo fido scudiero. O prima ancora, con il viaggio di Miguel de Cervantes insieme al suo eroe di carta, personaggio che finirà per oscurare persino il suo autore.

Perché è da lì che discende tutto, perfino il viaggio che oggi ci raccontano Claudio Visentin e Stefano Faravelli in Alla ricerca di Don Chisciotte, ultima creatura di Ediciclo. Viaggio nei luoghi della scrittura di questo capolavoro che appartiene a tutti, viaggio nei luoghi che si presume toccati dallo stesso cavaliere errante.

Così ci sono mulini a vento, piane arroventate dal sole, grotte e conventi. C'è Toledo, un tempo crocevia di culture e religioni. C'è la Mancia, che è la Spagna meno solcata dalle rotte del turismo internazionale. Ma c'è anche molto altro, in questo piccolo libro che si legge di un fiato e si gode con le sue illustrazioni. Perché molto succede: persino che i due - intendo Claudio e Stefano - finiscano per entrare dentro i panni dei personaggi che stanno inseguendo, il cavaliere e lo scudiero.

E i due, si sa, rappresentano molte cose: follia e buon senso, idealismo e vita quotidiana, passione e realismo. Coppie di opposti che bisognerebbe imparare a dosare nei nostri giorni. Magari largheggiando con l'ingrediente più pericoloso, ma anche più affascinante: quella capacità di inventare e inventarsi che è proprio della letteratura e che proprio in Don Chisciotte trova il suo inimitabile modello.

Inimitabile, ma buono per mettere in viaggio le persone, sui cammini di sogno e di polvere.

lunedì 23 maggio 2016

Inseguendo le esili tracce di Maestro Utrecht

Perché non c'è persona che non sappia cavarsela nella vita quando conosce le razze dei cani, la direzione del vento, le ore dei bus, una canzone come si deve e i numeri fino a cento...

Maestro Utrecht lo chiamano così perché un suo antenato pare che abbia partecipato alle trattative per la pace di Utrecht, ma in realtà non si sa bene chi sia. Conosce gli alberi, disegna gli uccelli, si muove a piedi di paese in paese. Con le sue mani sa fare un sacco di lavoretti, però la cosa che gli riesce meglio è parlare con i bambini, che lo stanno ad ascoltare incantati. In ogni caso è difficile capire chi sia davvero.

Invece l'autore, o comunque chi parla in prima persona, si trova a Utrecht per un suo lavoro di ricerca. E' lì che si imbatte nella storia di un povero italiano il cui corpo, ridotto a un mucchietto di ossa, viene ritrovato sotto il ponte di un'autostrada. Al suo funerale le uniche parole sono quelle di un poeta volontario in un'associazione che accompagna nell'ultimo saluto le persone sole.

Chi è davvero quell'uomo? Cosa c'è stato nella sua vita? E che cosa ne rimane?

Forse la storia del maestro che parlava ai bambini comincia a prendere forma proprio sotto quel ponte. E diventa ricerca e ricordo, insegue le tracce di un cammino di vita, si affatica dietro le domande. La curiosità si mescola alla pietà, si fa dovere del cuore...

E' un romanzo di grande dolcezza, di intensità senza effetti speciali, Maestro Utrecht di Davide Longo (NN editore). Libro giusto - leggo sulla quarta - per chi conserva biglietti di cinema, teatro e concerti in un cassetto, per chi ama viaggiare a piedi e fermarsi nelle piazze ad ascoltare le voci in sottofondo... 

Pensare che l'ho comprato solo per quell'Utrecht nel titolo (l'Olanda, lo sapete, è una mia debolezza). E invece ho scoperto un piccolo grande libro sulle esili tracce che lascia ogni vita e sul bisogno di restituire una storia o almeno un nome.

Ricordatevelo ogni volta che per strada incontrerete un barbone, uno svitato, uno che comunque con voi sembra non averci proprio niente a che fare.

giovedì 19 maggio 2016

Ascoltando la voce delle case abbandonate


Vedere cosa? Vedere com'è una cosa abbandonata. E' una casa come tutte le altre solo che dentro non c'è più nessuno. Ma io lo sapevo che non era vero. E poi come si fa a dire se una casa è abbandonata? 

Ecco, ho appena finito La voce delle case abbandonate di Mario Ferraguti, scrittore, esploratore, uomo curioso che mi ha accompagnato per abitazioni in rovina, paesi di montagna riconquistati dalla natura, case che un tempo furono di contadini, pastori, casellanti.

E' un piccolo libro, ma faccio fatica a restituirlo alla mia libreria. Piccolo, ma destinato a risuonarmi a lungo dentro, così come hanno ancora voce i luoghi di cui si parla, ancora voce anche se non ci sono più le famiglie che li hanno abitati, magari per molte generazioni.

Di tutti i gioielli che finora Ediciclo ci ha proposto nella sua collana Piccola filosofia di viaggio, questo è uno dei più preziosi. Bello, suggestivo, intenso. Un viaggio tra i monti dell'Appennino più selvaggio - diventato tale anche per i tanti uomini che sono scesi a valle - che adopera la parola della poesia e la forza della visione.

Pensate a queste case, alla vita che le ha segnate, alla vita che in qualche modo vi rimane. Talvolta le radici degli alberi hanno frantumato le pietre, i rami si sono aperti una strada al cielo attraverso i tetti. Talvolta in cucina sono rimasti tanti oggetti come per una partenza improvvisa. O come se da un momento all'altro ci potesse essere un ritorno.

Quel ritorno che all'inizio le case si attendono. Tanto che all'inizio se ne avverte la tristezza. Prima che si affidino al tempo e al mormorio delle voci. Perché sono vive, le case, nonostante l'abbandono.




lunedì 16 maggio 2016

Tutta la Francigena nelle parole di Andrea Vismara

Ne accarezzi l'idea per tanto tempo, poi un giorno parti sul serio. E quello che era un sogno, una promessa, un obiettivo da tirare fuori dal cassetto e da spolverare di tanto in tanto, ecco, diventa davvero strada, diventa polvere e sudore, diventa un passo dietro l'altro. Diventa viaggio della vita, esperienza che ti cambia, o piuttosto ti riporta a ciò che sei davvero.

E' quanto fa Andrea Vismara per 913 chilometri e 39 tappe, dalla Val di Susa a Roma. E' quanto poi racconta in un bel libro, La mia Francigena (Edizioni del Cammino), che sa essere molte cose insieme: diario di viaggio - tutto è cominciato con i testi di un blog - e narrazione distesa, guida e riflessione sul cammino. Anzi, sul Cammino, con la meritata maiuscola. Senza enfasi, però, perché Andrea non si prende mai troppo sul serio, c'è sempre un sorriso a dare la giusta misura delle cose, a cancellare ogni eccesso. A smitizzare, anche, tanto la Francigena basta a se stessa.

Però quante cose che ci sono: borghi antichi e paesaggi da incanto, risaie padane e colline toscane, animali totemici e strani tipi che poi sono quelli che abbondano sempre tra il popolo dei camminatori. Sorprese esaltanti e certo anche qualche delusione, è ovvio.

Tante cose, dentro il silenzio, dentro la rarefazione dei giorni in cammino. Tante ma al posto giusto, ben sistemate tra il momento in cui si parte e il momento dell'ultimo passo. Quando si depone lo zaino, ci si guarda intorno, si ripensa a casa. E comincia un'altra vita.

giovedì 12 maggio 2016

Il testimone impostore, Don Chisciotte del Novecento

Io non volevo scrivere questo libro. Non sapevo esattamente perché non volessi scriverlo, oppure lo sapevo ma non volevo riconoscerlo o non osavo riconoscerlo; o non del tutto. Il fatto è che per più di sette anni mi sono rifiutato di scrivere questo libro.

Comincia in questo modo L'impostore di Javier Cercas (Guanda), scrittore che avevo già avuto modo di conoscere con Soldati di Salamina e Anatomia di un istante. Un libro scritto malgrado tutto: malgrado le amnesie e gli inganni della memoria, malgrado un protagonista da cui è normale sentirsi traditi, malgrado il sentimento di empatia che viene fuori e che si vorrebbe in tutti i modi cacciare via.

Malgrado tutto, certo: e per fortuna che malgrado tutto Cercas è arrivato fino in fondo.

Romanzo senza finzione, in cui la verità irrompe proprio nel momento in cui viene meno. Romanzo-inchiesta che attraversa la storia della Spagna e raccoglie le voci di molti senza nascondere la parabola dell'autore. Romanzo-biografia, all'inseguimento di un uomo che è un enigma. Difficile incasellare L'impostore, più facile fissare un punto di partenza, che in effetti è solo una domanda.

Chi è Enric Marco, l'uomo che si è inventato un passato eroico di deportato sotto il nazismo e poi di strenuo oppositore al regime di Franco? Perché ha mentito, perché si è inventato persecuzioni che non ha sofferto? Proprio lui che va nelle scuole, che partecipa alle cerimonie, che prende la parola come testimone. Lui che è la memoria e la coscienza pulita del suo paese, il sopravvissuto del lager....

Un impostore, appunto, come tale alla fine smascherato. E tuttavia non c'è mai fondo alle sorprese, quando si inizia a scandagliare le profondità di un uomo. Si comincia a provare qualcosa di buono anche per chi ti ha profondamente deluso.

Eric Marco, che alla fine affronta con dignità la tempesta delle accuse e delle offese, senza scappare, senza cercare alibi, semmai con un sorriso stupito. Eric Marco, che forse aveva solo bisogno di restituire un senso a una vita con un copione da fallito. Eric Marco, che ha attraversato le tragedie del Novecento, come Don Chisciotte ha fatto con l'epoca della cavalleria, inventando una vita che era solo nei sogni e nei libri. 

lunedì 9 maggio 2016

Malgrado il defunto odiasse i pettegolezzi

Mosca, 14 aprile 1930, poco dopo le 11 del mattino: un colpo di pistola uccide il poeta e scuote la capitale del socialismo mondiale. Rimane un corpo, rimangono domande senza risposta e su tutte una: perché si è ucciso Vladimir Majakovskij?

E' da questo sparo, è da ciò che succede in quella minuscola stanza ricolma di libri, che prende le mosse Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (Adelphi), straordinario romanzo inchiesta che assembla documenti, articoli, testimonianze intorno a una morte che ha fatto fragore e scandalo.

Già, perché si è ucciso Majakovskij? Perché è venuto meno il sogno del socialismo o perché il socialismo è un abito che ormai gli stava troppo stretto? Perché il canotto dell'amore si è infranto contro gli scogli della vita circostante? O perché come poeta ha già dato il meglio e ormai poteva solo plagiare se stesso?

Vai a sapere, perché. Ma certamente non è una morte come le altre. Provoca parole a non finire, grandine di parole, valanga di parole. A partire dalla nomenklatura sovietica, irritata e imbarazzata da una morte così poco confacente al poeta della rivoluzione, eppure ben attenta a sgombrare il campo da ogni motivazione politica del suicidio. Per non dire di ciò che passa dalle labbra dei critici, dei giornalisti, dei letterati, dei rivali e delle amanti, dei cittadini che accorrono al funerale, diventato funerale di stato, celebrazione di massa, emozione collettiva. Ipotesi, ricordi, illazioni, naturalmente pettegolezzi, tanti pettegolezzi....

Non c'è verità in questa storia. Non c'è come non c'è davvero Vladimir. E' il posto vuoto, il convitato di pietra, mentre tutti parlano, mentre le parole si aggiungono alle parole e occupano ogni spazio, fin quasi a togliere il respiro.

Quello sparo è la pietra tombale per un'intera generazione di poeti della rivoluzione. Oltre  quel corpo, oltre le domande senza risposta, dopo rimangono solo una quantità di versi meravigliosi e forse un brivido di libertà. 

giovedì 5 maggio 2016

L'imperatore che cambò il mondo e si domandò perché

Eppure quei giovani erano i miei amici, e mi erano carissimi nel preciso momento in cui, in cuor mio, rinunciai a loro. Quale perverso animale è l'uomo, che ha caro soprattutto quanto rifiuta o abbandona. 

Di John Williams - grande americano di cui rimpiangiamo di avere solo quattro romanzi più un quinto incompiuto - è facile aver letto e ammirato due capolavori come Stoner e Butcher's crossing. Assai meno che si siano affrontate le pagine poderose di Augustus, romanzo corale, ambizioso, di rara intensità che ripercorre la straordinaria vita di Ottaviano.

All'inizio è solo un ragazzo dagli occhi azzurri, il fisico fragile, la compagnia di un pugno di amici con cui è bello condividere le parole dei saggi e i sogni dei giovani. Ma a soli 18 anni, con l'assassinio di Giulio Cesare, il destino lo chiama e lo cambia: dovrà gettarsi nella mischia, imporre l'astuzia della politica e la forza delle spade, ricorrere a tutte le seduzioni. Roma lo chiede, forse il mondo stesso lo chiede.

Sopravviverà a guerre civili, trame, congiure, tradimenti. Ma lo scotto da pagare sarà duro: perché alla fine della sua lunga vita l'uomo che consegnerà a Roma la pace e l'impero sarà anche un uomo solo, amputato negli affetti, senza più nemmeno il conforto della stessa figlia Giulia che dovrà condannare all'esilio. Un uomo che tornerà spesso all'idea di ciò che era, che poteva essere e che è diventato. Sempre allergico alle manifestazioni del potere, all'ipocrisia e all'adulazione di chi lo circonda, ma anche incapace di darsi una vera risposta: ne è valsa davvero la pena?

Romanzo la cui verità - come premette Williams - appartiene più alla verità della narrativa che a quella della Storia (e perciò, mi pare, ancora più vero), Augustus riecheggia inevitabilmente capolavori come Io, Claudio di Robert Graves e soprattutto Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Ma poi c'è la scrittura inconfondibile di Williams, tra ricostruzione storica, indagine psicologica, meditazione sui destini dell'uomo.

E davvero: è un libro da cui farsi accompagnare a lungo.

lunedì 2 maggio 2016

Da Canterbury a Roma, il cammino della vita

Metti che una volta parti davvero, zaino in spalla e gambe che non aspettano altro che di macinare la strada. Metti che davanti hai qualcosa come 1.600 chilometri e l'idea che questo possa essere davvero il viaggio della vita, perché non è che il viaggio della vita debba per forza implicare un altro continente, una meta esotica. Metti che il modo per regolare diverse cose con te stesso sia quello di inseguire le tracce di viandanti e pellegrini di secoli fa, ombre di un cammino che solo negli ultimi anni è ritornato in voga.... e si parla ovviamente della Via Francigena, ma non di un pezzo della via Francigena, proprio di tutta la via Francigena, da Canterbury a Roma.

E' quanto ha fatto, qualche tempo fa, Enrico Brizzi, insieme a Marcello Fini, al fotografo Valerio Gnesini, e di volta in volta qualche altro compagno di tappa. I diari che sono frutto di questa esperienza, pubblicati da Ediciclo, sono una bella lettura: insieme guida e suggestione, riflessione e proposta.

Comincia con una strada che non domanda altro che essere percorsa. Tre mesi e 33 città dopo rimane l'emozione di una viaggio strano e fertile: stipato come fu d'incontri con sant'uomini e personaggi bislacchi, viaggiatori autentici e semplici turisti, e arricchito dagli ultimi richiami del sacro e del selvaggio nel cuore dell'Europa occidentale.

Poi uno sistema questo libro sullo scaffale ed è già via con l'immaginazione: quale sarà il mio cammino, il mio viaggio della vita?

martedì 26 aprile 2016

Questa è l'Europa, fosse comuni sotto i campi di grano

Sono le fosse comuni in cui furono gettati i corpi degli ammazzati. Sono le paludi, i fiumi, le doline adoperate come discarica dei morti senza nome. Sono i boschi e i campi che ancora oggi conservano segreti che troppi hanno trovato conveniente lasciare tali.

Paesaggi contaminati, li chiama Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che il problema della memoria e dell'oblio se l'è ritrovato in casa, figlio e nipote di nazisti convinti e senza pentimento - e dev'essere insopportabile sapere che tra i tuoi famigliari c'è anche il comandante di una squadra di sterminio in Europa orientale.

Paesaggi contaminati è anche il titolo del libro che ora l'editore Keller propone al lettore italiano. Libro intenso, a metà tra il saggio e il reportage, che colpisce duro a ogni pagina, consegnandoci a un orrore smisurato. Dolore, ingiustizia, colpa. Ma anche memoria e pietas. Perché questa è l'Europa, un immenso cimitero senza croci, una distesa di fosse comuni.

Sì, questa è l'Europa, tra i Balcani e l'Ucraina, la Polonia e l'Austria: una terrificante successione di luoghi dove l'uomo ha praticato lo sterminio di massa e si è liberato dei cadaveri come si farebbe con le carcasse degli animali, infliggendo l'estremo oltraggio.

Questi luoghi sono oggi luoghi diversi. Anche se la terra ha coperto tutto. Anche se l'erba è ricresciuta e gli alberi hanno messo radici. Almeno la loro percezione è cambiata, lo si capisce nei silenzi e nelle parole sommesse, imbarazzate, di chi abita nei dintorni.

Poi è vero, bisogna vedere. Bisogna voler vedere. Perché non è facile accettare che anche il bel Danubio blu sia una grande fossa comune. E che le patate e le cipolle crescano su ciò che rimane di quei poveri corpi.

Quando paesaggi idilliaci celano oscuri segreti, recita la copertina. E questa davvero è l'Europa. Non l'Europa del Medioevo, ma ciò che ci ha lasciato l'Europa del Novecento. 
 

sabato 23 aprile 2016

L'ultimo inverno del riparatore di orologi

Bello, non bellissimo. O forse quasi bello, in realtà così e così. O forse un capolavoro. Un capolavoro
che non incanta e non cattura. O forse sì, solo bisogna prenderlo per il verso giusto, a trovarlo il verso...

Non è facile fare i conti con L'ultimo inverno di Paul Harding (Neri Pozza), con il suo fascino scontroso, con la sua raffinatezza da circolo esclusivo, con la sua bellezza che è la bellezza delle montagne più ripide, di cui fino all'ultimo non sai mai se arriverai fino alla cima.

La storia è bella, intrigante, commovente. C'è George, il riparatore di orologi (riparare orologi significa anche riparare il tempo?), inchiodato dalla malattia a letto, per l'ultimo inverno di una vita da ripercorrere all'indietro. C'è Howard, che di George è il padre, con la sua vita di venditore ambulante malato di epilessia, uomo di abbandoni e fughe e incontri straordinari. C'è l'America che non è l'America di New York e di Los Angeles, ma è l'America del New England, foreste e villaggi. C'è il silenzio che è anche il silenzio maestoso della natura, solo che quel silenzio si impasta con il ticchettio degli orologi. C'è un padre e c'è un figlio e sono due persone che sembrano destinate a non incontrarsi mai, solo che non si può dire, solo che in definitiva c'è sempre tempo....

Un capolavoro? Forse o forse no. Meritava il Pulitzer? Forse o forse no. Un libro importante, sicuramente, per quanto voglia dire. Un libro di emozioni a cui forse manca proprio l'emozione della scrittura, soffocata da eccessi stilistici e forse da qualche lezione di troppo di scuola creativa.

mercoledì 20 aprile 2016

L'Italia che torna alle cascine e alle masserie

Dalle serre della piana di Albenga alle coltivazioni di radicchio rosso di Chioggia, dalle risaie della Lomellina alle ciliegie della Puglia: c'è tutto questo nell'ultimo libro di Giorgio Boatti, che pure non è la solita guida ai buoni prodotti della tavola. E' qualcosa di più, di diverso, che spazia per le nostre campagne, ma guarda dentro la nostra storia; che ci permette di girovagare per l'Italia intera, ma che sa anche di viaggio interiore.

Il titolo dice già tutto: Un paese ben coltivato (Laterza). E che non sia nemmeno un saggio di scienze agrarie ce lo chiarisce definitivamente il sottotitolo: Viaggio nell'Italia che torna alla terra e, forse, a se stessa.

Boatti, certo, ormai è specializzato in viaggi che ci restituiscono una visione diversa dell'Italia. Lo aveva fatto con il suo girovagare per i monasteri della penisola, realtà di silenzio e raccoglimento che resistono malgrado tutto. E ora ecco un'altra Italia rispetto a quella che tante volte è stata raccontata in questi anni, l'Italia delle campagne abbandonate, della cementificazione, del cibo da fast-food.

Tra cascine e masserie, c'è un'Italia diversa che non solo sopravvive, ma che forse disegna l'idea di un futuro diverso: soprattutto quando sono i giovani che alla terra ritornano, con aziende che coniugano radici e innovazione.

Quel forse l'ho scritto e per cautela non lo cancello. Tanto un forse anche Boatti lo adopera, perfino nel sottotitolo. Ma val la pena di giocarsela, questa idea di futuro. Val la pena di raccontarla.