venerdì 31 luglio 2015

Padri e figli nella saga della famiglia Karnowski

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso stimati per la vasta erudizione e l'intelligenza penetrante. 

Ecco, comincia così, con il passo del grande classico, senza la presunzione di volerlo essere a tutti i costi. Comincia con un colpo d'occhio che guarda lontano e annuncia la saga famigliare. Comincia con la sicurezza del narratore che sa dominare lo spazio e il tempo e le vicende che nello spazio e nel tempo si distendono.

E parola su parola, pagina dietro pagina, ecco La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, romanzo che mi lascia dietro una bella scia di interrogativi - come devono fare tutti i grandi romanzi - ma uno su tutti: come è possibile che questo libro, uscito nel 1943, sia rimasto in un cono d'ombra per così tanto tempo?

Il tempo, che non sempre è spietato, sta finalmente risarcendo chi ha avuto il solo torto di essere il fratello di uno straordinario scrittore, universalmente conosciuto. Buon per l'Adelphi, la casa editrice che ce lo ha riproposto, e buon per tutti noi.

E allora, se non l'avete ancora fatto, leggete la Famiglia Moskat di Isaac Singer e poi passate alla Famiglia Karnowski di Israel Joshua (o viceversa). Le stesse radici, più o meno anche lo stesso arco temporale, ma anche due pezzi diversi dello stesso mosaico. Nel primo caso il mondo ebraico dell'Europa Orientale cancellato dalla Shoah. Nel secondo, quel mondo che si mette in cammino verso l'occidente, che si fa altro, che almeno in parte trova scampo.

La saga dei Karnowski comincia con Daniel, che lascia il suo villaggio nell'Est e sceglie Berlino:  Si era sentito attratto - scrive Israel Joshua -  dal paese al di là della frontiera, da cui veniva tutto ciò ciò che era buono, illuminato, razionale. E figurarsi, chi avrebbe mai potuto pensare che proprio da quel paese sarebbero piombate un giorno la morte e la devastazione?

Ci sarà anche chi da Berlino riuscirà ad arrivare in America. E l'America sarà allo stesso madre e matrigna, terra di accoglienza e di straniamento. Ma con tutto questo la Famiglia Karnowski non è, non è solo, un romanzo sull'esilio e la persecuzione dei giovani con gli stivali (mai una volta ai nazisti si concede di essere chiamati tali).

Per esempio, è un anche un libro, anzi un capolavoro, sul tempo che passa e sulle generazioni che si succedono, con i propri diritti e i propri torti. Sulle scelte che separano. Sui figli che voltano la schiena ai padri e sui padri che non riconoscono più i figli. E sulle radici che, prima o poi, si lasciano ritrovare. Sugli affetti che non muoiono una volta per tutte.

Sulle persone che gli anni e le circostanze ci fanno riscoprire uguali dopo che testardamente ci eravamo pretesi diversi.

Bello, coinvolgente, commovente.





mercoledì 29 luglio 2015

Amos Oz, lo scrittore che si avventura nel deserto


Un grande scrittore? Quasi sempre un uomo che trascorre il tempo indossando i suoi personaggi. A volte un uomo che non ha paura a distruggere la sera ciò che la mattina ha inventato. Raramente anche un uomo che si avventura nel deserto, qualunque cosa sia quel deserto.

Questo almeno quanto ho imparato leggendo la splendida intervista di Francesco Battistini ad Amos Oz, pubblicata tempo fa da La Lettura del Corriere della Sera. Com'è la giornata di un grande scrittore come Amos Oz?

Una routine assoluta. Mi sveglio alle 5, cammino mezz'ora nel deserto. E' un isolato da qui. Silenzio e solitudine. Poi torno a casa e bevo un caffè. E' una parte molto importante della mia giornata. Penso alle cose da scrivere, ai personaggi, alla vita, a quel che è importante. Il deserto è un grande maestro di vita. Poi mi siedo al tavolo e comincio a chiedermi "se fossi lui" o "se fossi lei"... Tutto il giorno immagino d'essere altre persone.... Scrivo la mattina. Il pomeriggio, spesso, distruggo quel che ho scritto la mattina.

Ho l'impressione che ci sia una relazione profonda tra il deserto e la scrittura di Amos Oz. Tra i suoi libri e quella vita trascorsa ai margini del nulla, in quel kibbutz il cui segretario un giorno gli disse:

Tu potrai anche essere Tolstoj, non dico di no, ma se qui tutti si sentono artisti, chi le munge le mucche?

lunedì 27 luglio 2015

Leggendo Lamaitre e l'uomo che ha perso il lavoro (di Arnaldo Melloni)

E’ la storia di Alain Delambre un uomo di cinquantasette anni, una moglie e due figlie ormai adulte. Ha sempre lavorato come responsabile delle risorse umane, ma poi arriva la crisi e con essa il licenziamento, la disoccupazione. E’ quindi una storia emblematica, drammatica come tante simili in questi tempi dove essere intorno ai cinquant’anni e perdere il lavoro significa la morte civile.

E’ quindi un libro di denuncia, molto forte ma è anche un giallo che lascia intravedere una possibilità di riscossa attraverso un percorso paradossale e surreale.

Arriva una nuova proposta di lavoro, adatto alle sue esperienze professionali e Alain ci crede, vuole crederci e si infila, sottovalutandole, in una serie di situazioni poco chiare. Il desiderio di riscatto è fortissimo e passa sopra a tutto, ai sentimenti, perfino a quello forte per la moglie.

Il  test da superare per essere assunto consiste nel partecipare ad un finto sequestro di persona, organizzato per mettere alla prova i quadri di una grande azienda.  La disperazione e la voglia di ritornare una persona socialmente accettabile lo porteranno a tentare di tutto, perfino di riprendersi il “lavoro a mano armata”.

Si legge piacevolmente essendo strutturato come un noir ma è soprattutto un atto d’accusa alla società contemporanea e ai suoi meccanismi di esclusione. 

Ispirato da un fatto di cronaca, è un pugno nello stomaco, senza giudizi morali, una rappresentazione cruda di una realtà disperante.

 Arnaldo Melloni

(Pierre Lamaitre, Lavoro a mano armata, Fazi, pag. 447, 2013)

lunedì 20 luglio 2015

Nell'enigma di Charles Baudelaire

Qualunque sia il luogo, qualunque sia la condizione, c'è sempre un "altro" luogo, c'è sempre un'"altra" condizione che si sono perduti per sempre. Nessuna infelicità può misurarsi con questa, che è la pura constatazione di un'assenza.

Ecco, sono parole come queste che forse colgono il cuore stesso di ciò che è stato Charles Baudelaire.  Un uomo che è un sogno, un enigma, una tentazione. Una possibilità di riscatto della bellezza e un destino segnato.

Non so se ne ho capito di più, dopo aver letto La Folie Baudelaire di Roberto Calasso (Adelphi): libro impervio, ostico, affascinante. Libro che mille volte vorresti mollare e altrettante volte ti entra dentro con la sciabolata di un'emozione.

C'è dentro un sogno raccontato da Baudelaire. C'è la vita di un uomo che fu impavido sostenitore del diritto irrinunciabile di contraddirsi, che si teneva stretta l'arte per non arrendersi alla verità, che si rivolgeva alla madre come a un amante e che dedicava le sue poesie a una puttana da cinque franchi, che aborriva coloro che intendevano spiegare....

E ci sono molti quadri. C'è una città come Parigi che non è solo una capitale. C'è un tempo, che è la modernità, e che ci interroga su cosa sia il nostro, di tempo..... C'è troppo, forse. 

sabato 18 luglio 2015

Il superfluo che scivola via col cammino

Non so cosa c'entri con questo viaggio. Non so, ma credo che valga lo stesso per i viaggi, meglio, per la smania di catalogarli con grande profluvio di preposizioni, aggettivi e sostantivi.



Il viaggio è sempre verso qualcosa, implica sempre una distanza. È vicino o lontano. Pare non contare per se stesso ma per la sua destinazione, regione, paese o continente che sia. 

Non so cosa c'entri, ma ora che mi sto dirigendo verso Walltown Crags avverto che molte delle cose che finora ho considerato dei viaggi appartengono al superfluo. Possono cadere a ogni passo, come foglie di autunno al primo stormire. 

Walltown Crags, balcone sul tempo, sui tempi, fuori dal tempo. Posto buono per sciogliersi dai pensieri e abbandonarsi a ogni congettura. Per riposare la mente e lasciarla andare, come un pattinatore che scivola sul ghiaccio con leggerezza. 

Perché a volte capita, è in superficie che si scopre il senso della profondità.




(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

venerdì 17 luglio 2015

In Estonia, per scoprire ciò che abbiamo alle spalle

Un piccolo paese lontano, affacciato sul Baltico, uno di quei paesi di cui sa poco e che verrebbe da pensare tagliati fuori dalla Storia. E invece la Storia qui è passata e ripassata più volte, non ha fatto sconti, ha inflitto cara armati e campi di concentramento, ha presentato il conto con invasioni e dittature.

Estonia, un estremo lembo di Europa, un'identità di confine, una possibilità di libertà che si è dovuta fare largo nell'eterna contesa tra Russia e Germania. I tre racconti di Jaan Kross raccolti de La congiura (Iperborea) fotografano altrettanti momenti del secolo delle tragedie, il Novecento.

Tallinn, 1939: i sovietici si apprestano a occupare porti e basi militari, mentre gli estoni di lingua tedesca salgono sulle navi di Hitler. Pochi anni più tardi, l'Estonia è annessa alla Germania nazista. Ma la Liberazione significa solo 6 giorni di indipendenza: Stalin invade e annette. Cambiano i padroni delle carceri, ma nelle carceri finiscono sempre i dissidenti, gli oppositori, quelli che hanno anche solo inconsapevolmente intralciato il cammino.

Jaan Kross, grandissimo scrittore che ci spalanca una finestra su un mondo pressoché sconosciuto, tutto questo lo ha ben appreso sulle sue spalle, visto che è stato arrestato dai nazisti e poi, nel 1946, anche dai sovietici.

Ma questo libro non è solo autobiografia, assolutamente no. E' anche penna felice, che inventa, racconta, insegue i destini individuali, tenta di riacciuffarli nei buchi neri della storia. 

mercoledì 15 luglio 2015

Il viaggio di Saramago nel suo Portogallo


Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono, afferma il grande Josè Saramago e lo dice proprio al momento dei saluti, dopo un viaggio lungo 500 pagine, come a dire: non è finita.

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio.  Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. 

Dice anche questo, subito dopo. Anzi, sono proprio queste le ultime parole del suo Viaggio in Portogallo.

Ci ha preso per mano, Josè Saramago, e non ci ha più mollato. Ci ha spinto a varcare la frontiera con la Spagna, in un posto che difficilmente troveremmo sulla carta. Poi ci ha fatto posto in macchina, per vagabondare tra paesi di contadini chiese dimenticate, piazzette abbellite dagli azulejos. Non si è stancato di mostrarci un paese allo stesso tempo sospeso nel tempo e segnato dal tempo, che profuma di montagna e di oceano.

Ci ha quasi stancato, Josè Saramago: non è che l'ha tirata troppo per le lunghe? E com'è che ci racconta tutto in terza persona - attribuendo tutto a un viaggiatore senza nome ma che è ovvio che è lui stesso?

Sarà davvero che è il viaggiatore e non il viaggio che finisce. Sarà che finisce perché il viaggiatore non è mai lo stesso. Cambia con il viaggio. Con lo sguardo che ogni volta è diverso. Con il paese che non è mai lo stesso, anche se per qualche scherzo del destino, porta lo stesso nome.

Questo Portogallo che sarà un altro Portogallo. Prima o poi anche il mio Portogallo. 

lunedì 13 luglio 2015

In viaggio con i girasoli di Van Gogh

Magari è proprio questo che Vincent avrebbe voluto: essere ricordato per i girasoli, lui che per tutta la vita amò i fiori. Il suo cuore, che non traboccò mai di gioia, si allargava appena li vedeva in un vaso o per i campi.  Quando litigò e abbandonò la casa dei suoi genitori, pensò subito a procurarsi bulbi di narcisi, giacinti e crochi per la nuova abitazione a L'Aia, per i cui arredi certo poteva permettersi assai poco. E forse anche questo era un modo di coltivare la nostalgia e rimpiangere i giorni in cui si riempiva gli occhi delle margherite e delle violette della sua terra, la campagna del Brabante. 

I girasoli, dunque. Questo fiore americano che solo nel sedicesimo secolo arriva in Europa. All'inizio accolto nei giardini della migliore aristocrazia, ma solo per poco, perché questo è un fiore rustico, che sa provvedere a se stesso. Buono per ogni suolo e per i davanzali di chi non può permettersi giardinieri. 

Però che c'entrano i girasoli con l'Olanda? Perché i girasoli e non i tulipani?

Sono la mia Toscana, i girasoli. Sono gli invitati d'onore al gran ballo delle sfumature e dei profumi del Mediterraneo. E anche per Van Gogh, cosa possono essere se non l'esplosione dell'estate, i lampi di giallo nei campi di Arles? 

Però che bello, che nella sua vita a un certo punto ci sia stato tutto questo.     I fiori, l'arte, il dilagare dei colori. 

In tutto questo c'è un insegnamento che in qualche modo vorrei trasmettere a Ernesto. Magari più tardi, quando libereremo le nostre biciclette dalla rastrelliera e ripartiremo per l'Holland, sul finire di questa giornata. Chissà se troverò le risposte giuste. 

Non ora, con Ernesto fisso a studiare un quadro. Immobile, sembra trattenere il respiro: una posa troppo adulta, ancora una volta. 

Non voglio disturbarlo, ora. Spero solo che tutta questa bellezza  sia un passaporto per il suo futuro. 

Domanda, allora. Domanda del giorno e non solo di questo giorno: troverà anche lui i suoi girasoli?

(da Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

sabato 11 luglio 2015

Guido Gozzano, viaggiatore della nostalgia

Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo, scriveva Guido Gozzano, e sarà anche, io so solo che con i suoi versi teneri e malinconici questo ragazzo piemontese ci ha fatto un dono straordinario, che è bene tenersi stretto.

E' dai tempi del liceo, quando l'antologia di italiano mi ha fatto planare verso questo poeta "crepuscolare", che mi tengo stretto il suo mondo di care piccole cose, tanto decenti quanto di gusto discutibile, come i soprammobili nel salotto buono di una vecchia zia. Invece non avevo ancora letto le lettere che scrisse non da uno borghesissimo studio del Piemonte fin di secolo (intendendo l'Ottocento) ma niente di meno che dall'India. Sarà che da uno come lui nemmeno mi immaginavo che un giorno potesse partire e andare così lontano. 

Eppure è proprio così, Gozzano in India arriva nel 1911, non come uno scrittore in cerca di materiali per un suo libro, ma come un giovane avvocato torinese malato di tubercolosi, in cerca chissà di che cosa, forse di un'aria migliore, forse di un'altra vita. Di una guarigione comunque, che chissà, forse ha meno a che vedere con i suoi polmoni che con le inquietudini della vita. Qualcosa che alla lontana sa di Tiziano Terzani, insomma.

C'è chi ha scritto che Guido Gozzano è il viaggiatore che vede e racconta quasi soltanto se stesso, ma in ogni caso sono belle le sue lettere dall'India, prima pubblicate sul quotidiano La Stampa e poi raccolte nel volume Verso la cuna del mondo (oggi riedite da Edt). Belle anche se ho fatto fatica a riconoscere nel poeta dei salotti borghesi l'uomo che parla di Bombay metropoli ospitale oppure di Goa, peraltro, all'Emilio Salgari, già visitata con la fantasia, cento volte con la matita, durante le interminaboli lezioni di matematica. 

Poi però ho trovato queste righe, sulla nostalgia: e ho ritrovato davvero Guido Gozzano:

E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia!... La nostalgia, il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili all’ansia e al rimorso!

venerdì 10 luglio 2015

Il giornalismo al tempo delle bugie

A un dato momento la bugia stampata avrà la meglio su di me.

Questa era l'amara considerazione di Victor Klemperer, studioso del linguaggio tedesco, nella sua opera La lingua del Terzo Reich. Amara considerazione relativa a una verità che si misura con la bugia e che sa che la bugia finirà per prevalere. E' così che funziona: quando le cose finiscono su un giornale, quando iniziano a circolare in rete, quando sono riprese da altre testate, non importa che siano vere, il fatto è che è come se fossero vere.

Di tutto questo parla Luca Sofri, in Notizie che non lo erano. Perché certe storie sono troppo belle per essere (Rizzoli), libro che molto fa pensare e che riesce anche a essere divertente, accompagnandoci in una giungla di equivoci, di sfondoni, di allegre traduzioni e di morti più volte annunciate (su tutti Fidel Castro, il più dato morto dei vivi).

Solo una bella antologia di bufale, come si dicono nel gergo giornalistico? Direi di più, molto di più. Anche perché sfata diversi luoghi comuni. In primo luogo la supposta attendibilità della stampa tradizionale rispetto alle tante cose che circolano in rete. Vero il contrario, piuttosto: di certe cose ci si accorge di più perchè finiscono sul web; e quest'ultimo è piuttosto la cassa di risonanza di ciò che, sventuratamente, finisce pubblicato anche sui migliori dei giornali.

Ma se anche con quest'ultimi non c'è da stare allegri, bisogna solo rassegnarsi alla quotidiana disinformazione?

Forse è a un giornalismo diverso che si può pensare, che metta insieme professionisti e cittadini, nella consapevolezza - lo spiega Jeff Jarvis - che qualunque cosa svolga efficacemente il compito di creare comunità più informate - e quindi meglio organizzate - è giornalismo.

E forse si potrà continuare a fare le pulci - in questo modo mettendo in circolo non un virus letale per il giornalismo, ma vitamine per un giornalismo migliore, più attento e accurato.

O forse potremo semplicemente cavarsela come ci spiega nell'introduzione Craig Silverman:

Muovendoci con diffidenza e sapendo che dovremo arrangiarci, se vogliamo capire cosa sia vero e cosa sia falso in un mondo in cui c'è un sacco di falso, ben stampato. Divertente. 

mercoledì 8 luglio 2015

I maestri francesi consigliano gli aspiranti scrittori

Avete la stoffa di tre poeti, ma prima di sfondare avrete avuto sei volte il tempo di morire di fame, se per vivere contate sui prodotti della vostra poesia.

In questo modo, con un ammonimento che suona ancora tristemente attuale (sempre che oggi sia davvero concepibile la possibilità di "sfondare" con la poesia), Honorè de Balzac si rivolgeva a un aspirante scrittore. Ed è con questa pagina che comincia Troppe puttane! Troppo canottaggio!, curioso e intrigante libretto proposto da Minimun Fax e curato da Filippo D'Angelo, che raccoglie una serie di "consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese".

E dunque, innanzitutto il titolo: che è il consiglio, piuttosto ruvido, che il grande Flaubert rivolgeva allo scapestrato Guy De Maupassant, troppo incline a disperdere le sue energie in vari esercizi fisici.

E poi c'è solo da tuffarsi in questa antologia di grandi, con pagine non tutte uguali e non tutte capaci di parlarci ancora. Però anche straordinariamente ricche. Dotatevi di quadernetto e penna: e fate incetta di citazioni.

Charles Baudelaire: Sfido gli invidiosi a citarmi dei buoni versi che abbiano rovinato un editore.

Guy de Maupassant: Il talento è una lunga pazienza.

Andrè Gide: Scrivi il meno possibile, scrivi soltanto ciò che è indispensabile.

E molti, molti altri ancora. 

lunedì 6 luglio 2015

I sonnambuli che porteranno alla rovina il mondo

Lo zar aveva parlato, e i cosacchi, forti della loro straordinaria vocazione e tradizione militare, "ardevano dal desiderio di combattere contro il nemico". Ma chi era il nemico? Non lo sapeva nessuno. Il telegramma che ordinava la mobilitazione non forniva alcun particolare. Le voci abbondavano. In un primo momento tutti immaginarono che la guerra fosse contro la Cina....

Ecco, è solo una delle tante istantanee custodite da un libro magnifico, avvincente a prescindere dalle molte pagine, che ricostruisce i mesi precedenti allo scoppio del conflitto mondiale, fino ai giorni della dichiarazione di guerra e della mobilitazione, sul finire del luglio 1914. Opera dello storico australiano Christopher Clark (Laterza editore), titolo e sottotitolo dicono già molto: I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra. Buona premessa per lasciarsi portare via da questo racconto potente come un grande fiume.

E si può condividere o meno le responsabilità che alla fine l'autore distribuisce agli uni e gli altri - so che in effetti sono state discusse - ma il punto non è additare la Germania, l'Austria o la Serbia. Piuttosto è provare a dare un senso a ciò che senso non ha, e questo è peggio. Piuttosto è cercare di orientarsi in questa incredibile miscela di miopia, arroganza, imprevidenza, indifferenza. Non ci fosse poi il terribile conto dei morti, quasi un gioco di società, buono per una esclusiva località termale. E se non fosse tragedia sarebbe il trionfo del ridicolo.

Appetiti, ripicche, parole mancate, distrazioni. E in tutto questo la guerra che non è l'epilogo scontato, semmai il più improbabile. Altre volte si era danzato sul margine del precipizio, senza che fosse successo niente. Il più improbabile, finche davvero non avverrà veramente.

Re, imperatori, ministri, diplomatici, generali: Chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo. E da sonnambulo rovinerà nel precipizio, portandosi dietro il mondo.

sabato 4 luglio 2015

Il romano che dette voce al capo barbaro


Rubare, massacrare, rapinare, questo i Romani, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono d'aver portato la pace 

Che parole che sono queste, forse le più famose, le più citate, del più grande storico romano. In altri tempi ho penato sulle pagine di Tacito, ma i tempi del liceo e delle traduzioni sono lontani, e ora posso solo ammirarne la grandezza.

Tacito, lo storico che con un giudizio secco, nell'economia di un rigo o poco più, sa scolpire un'epoca, un evento, uno snodo della storia. Ma anche l'uomo profondo conoscitore dell'uomo, scrittore morale che indaga le passioni e gli interessi che muovono noi tutti.

La vita sotto quel regime di spie che fu l'impero di Domiziano?

Avremmo perduto persino la memoria, insieme con la voce, se fosse in nostro potere il dimenticare quanto il tacere

Ma sono soprattutto le parole del capo barbaro Calgalo, pronunciate nell'imminenza della battaglia con i romani, a commuovermi. Là dove hanno fatto il deserto...

A commuovermi perché il grande storico fa quello che si dovrebbe chiedere a tutti gli uomini: prova a immedesimarsi nel nemico, gli restituisce la voce.

La Vita di Agricola, allora, ancora di più de La Germania, dove pure non trattiene l'ammirazione per quei barbari semi nudi e feroci, ma anche dotati di un'integrità che ormai manca ai romani dell'impero.

Ancora di più: perché rende i barbari uguali a noi.

venerdì 3 luglio 2015

Tuffarsi nella storia antica per capire cosa succede oggi

Nel mio cantuccio universitario per lungo tempo ho coltivato un orticello fatto di crociate, di pellegrinaggi, di leggende e di racconti passati dal cosiddetto Oriente al cosiddetto Occidente....

Poi si dice che studiare la storia di altri secoli non serve, che è roba buona solo per accademici fuori dal mondo, per chi ha ancora la fortuna di vivere tuffandosi tra i libri, senza curarsi troppo di ciò che succede.

Comincia con quelle due righe, tra la giustificazione e lo scatto di orgoglio, L'ipocrisia dell'Occidente di Franco Cardini (Laterza), storico che su ciò che ci sta succedendo sa offrire molte più chiavi di lettura di tanti noti analisti e opinionisti dei nostri media.

 La marea montante del fondamentalismo, le esecuzioni e le vittorie militari dell'Isis, il nuovo califfato che si sta spingendo verso il Mediterraneo.... ma che cosa sta davvero succedendo? Forse è il momento di cominciare a ragionare con la testa piuttosto con le viscere. Di porsi le domande giuste con il coraggio di risposte assai poco piacevoli. E tuffarsi nella storia - fosse anche quella degli antichi califfi Abbasidi o di Saladino - ci può aiutare, come no.

Poi si dovrà davvero capire cosa è davvero successo in Libia o cosa significa parlare oggi di califfato. Si dovrà capire chi è che finanzia e sostiene il nemico alle porte e perché la nostra civiltà ha partorito l'orrore di Guantanamo nascondendoselo agli occhi. Responsabilità, sottovalutazioni, ipocrisie.

 Serve la lezione della storia, come no.

mercoledì 1 luglio 2015

Vent'anni fa, Alex, a un albero di albicocco

Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri che la vita mi dona.

Era l'estate di 20 anni. A Srebrenica l'Europa giusto dietro la porta di casa nostra si scopriva bestiale come non capitava dai tempi del nazismo. Non dietro la porta, ma a casa nostra, a un albero di albicocco a pochi chilometri da dove abitavo e abito, si impiccava Alexander Langer.

Era il 3 luglio 1995: se ne andava l'uomo che aveva impegnato la sua vita a costruire ponti tra popoli e religioni diverse e che, al cospetto di quegli stessi ponti in macerie, era come si fosse voluto fare carico di tutto l'orrore.

In quell'estate avevo altro per la testa. Probabilmente mi trovavo lontano da Firenze, a inseguire chissà che cosa. Certo se le notizie di Srebrenica e di Alex Langer mi raggiunsero non ci prestai molta attenzione e di quella distrazione ancora mi vergogno.

Ma forse avevo bisogno di tempo e di maturità per rendermi davvero conto che quella strage in Bosnia ancora ci punta il dito. E che è anche ai nostri giorni che manca terribilmente una persona come Alex Langer. Proprio a questi giorni in cui si rincorrono le notizie di muri, fili spinati, respingimenti.

Allora un buon consiglio per tutti. Provate a leggere Non per il potere, libriccino con cui Chiarelettere raccoglie alcuni dei principali testi di colui che Pino Corrias ha definito il più impolitico dei politici di professione, quasi un francescano.

E su queste pagine interroghiamoci sulla domanda che per Massimo Cacciari è stata la domanda di Alexander Langer: Non è che stiamo distruggendo tutte le nostre possibilità di convivenza? 

Domanda di ieri, domanda di oggi.  

lunedì 29 giugno 2015

Quando i colombi scomparvero (da SLB)

Da oggi i Librisonoviaggi si apre anche alle parole (alle letture, ai viaggi, ai consigli... ) di qualche buon amico. A cominciare è SLB.....


Una piccola nazione stretta fra la Germania nazista e il bolscevismo sovietico. “Quando i colombi scomparvero", l’ultimo romanzo di Sofi Oksanen, scava nei drammi vissuti dall’Estonia nel novecento con una cronaca che oscilla fra gli anni della Seconda Guerra Mondiale e la metà degli anni ’60.

Nel 1940, a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, i sovietici si impadroniscono manu militari della Repubblica di Estonia, i tedeschi occupano il paese nel 1941 fino a quando i russi tornano alla conclusione della guerra. Fra la fine della dominazione nazista e il ritorno di quella sovietica passano appena “cinque giorni d’indipendenza, cinque giorni di libertà” nel settembre del  1944. Libertà e indipendenza riconquistate solo nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica. In pochi anni l’Estonia sperimenta sulla propria pelle le peggiori follie totalitarie del secolo breve europeo. All’orrore della guerra si aggiunge tutto il peso di macchine di dominio e di sterminio, costruite a tavolino e dirette da Berlino e da Mosca. Tritatutto in cui passano la vita degli individui e le loro relazioni personali. Una realtà in cui il tradimento e la delazione possono essere l’unico passaporto per la salvezza. Su questo sfondo angoscioso si muovono i protagonisti del romanzo della Oksanen. 

Durante la prima occupazione sovietica due giovani cugini, Roland e Edgar, disertano dall’Armata Rossa e raggiungono i patrioti estoni che si battono contro i bolscevichi. Quando le truppe naziste conquistano il paese, Roland rinuncia alle possibili occasioni di accomodamento e rifiuta di collaborare con i tedeschi. Si dà alla macchia e aiuta a organizzare l’evacuazione di cittadini estoni ed ebrei. Al ritorno dei sovietici continua a combattere per l’indipendenza dell’Estonia.

Il cugino Edgar, ambizioso carrierista di talento, cambia nome e si mette al servizio dei nazisti. Privo di ogni scrupolo, Edgar ha un’abilità luciferina nel rivoltare la casacca al momento giusto e alla fine della guerra da zelante collaboratore dei nazisti si ricicla in leale quadro comunista. Lo ritroviamo negli anni ’60 come spia della polizia e scrittore di propaganda di regime. Juudit, la moglie non amata di Edgar, è il terzo protagonista del romanzo. Una giovane donna frustrata e sospesa fra le vicende dei due cugini e i capricci della storia, in cerca di una sua personale via di fuga dalle brutalità del quotidiano. Completa la narrazione una piccola galleria di personaggi alle prese con le turbolenze della storia, tra sentimenti e necessità di sopravvivere.

La Oksanen, finlandese con radici familiari estoni,  amalgama con sapienza vicende personali e storia politica, in un mondo in cui la semplice esistenza può dipendere dall’arbitrio e dal tornaconto dell’ufficiale o del burocrate di turno. Una storia appassionata che non lascia indifferenti, anche grazie a una trama ricca di colpi di scena e a una prosa precisa e potente. Per il lettore italiano “Quando i colombi scomparvero” è inoltre un’occasione preziosa per venire a contatto con vicende storiche lontane dalla nostra esperienza e dalle nostre memorie collettive.

Senz’altro un libro da leggere.

SLB


sabato 27 giugno 2015

Il maledetto terzo giorno in bici e il paradosso di Zenone

Dicono che il terzo giorno sia il peggiore, per i viaggi su due ruote. Dicono e in realtà talvolta l'ho sperimentato. Il primo giorno anche i muscoli meno allenati raccolgono la sfida dell'entusiasmo e giocano sulla freschezza; il secondo non va affatto bene, ma uno lo sa, lo mette in conto, e sulle sue aspettative calibra la tappa e misura il rendimento; ma il terzo, perché il terzo proprio non si va, perché il nostro corpo è così molle e sfiatato?

L'ho sperimentato sulla mia pelle, il maledetto terzo giorno. Di volta in volta ho imprecato contro l'acido lattico, ho rimpianto la mia allergia agli allenamenti, ho studiato percorsi alternativi e soprattutto mezzi alternativi, hai visto mai che nei dintorni non ci sia una stazioncina. 

Ho tirato avanti così, con il miraggio di un comodo treno che per il popolo della bicicletta è l'equivalente del carro attrezzi per l'autista in panne. Macerandomi sui chilometri che non passano mai, sulla strada davanti che è sempre la stessa. Con contorno di deprimenti considerazioni sulla vischiosità dello spazio. E per pietanza qualche crudele disanima filosofica.

Al liceo, mi ricordo, scoprii Zenone, una di quelle teste che ai tempi la Grecia produceva in quantità industriale. 

Ricordate? Zenone e i suoi paradossi. La storia di Achille e la tartaruga che si sfidano alla corsa. Il piè veloce che accorda un vantaggio al suo risibile avversario, serenamente convinto che se la mangerà in un sol boccone. Solo che ogni volta che Achille raggiunge una posizione in precedenza occupata dalla tartaruga, quest'ultima è già avanzata, di poco ma è avanzata. E lo stesso quando arriva in quella nuova posizione. Il vantaggio diminuisce, tende verso l'infinitamente piccolo, però la tartaruga rimane sempre avanti. 

Dubito che la gazzella che il leone è sul punto di sbranare trovi motivo di conforto nella filosofia e in particolare in Zenone. Nemmeno io ne trarrei giovamento, nei panni dell'inseguito. Però il paradosso può acquistare una sua stupefacente parvenza di verità.

Avete presente quando i traguardi non si avvicinano mai? Quando semmai danno l'idea di allontanarsi?

(da Paolo Ciampi, Le nuvole del Baltico, Mauro Paglia editore)

venerdì 26 giugno 2015

Viaggiando nel tempo con Puck il folletto

Lasciate da parte Il libro della giungla, le lontananze esotiche, i tempi dell'impero inglese, té in veranda e battute di caccia alla tigre, partite di cricket sotto il sole tropicale e divinità dai nomi impronunciabili. Ruyard Kipling non è solo l'India, le colonie, un mondo inghiottito dalla storia.

Prendete per esempio Puck il folletto, un libro per tutte le età. Un libro con cui Kipling ritorna a casa, sempre che l'Inghilterra possa davvero essere la sua casa, e non piuttosto il più meraviglioso di tutti i paesi stranieri dove sia mai stato, come diceva.

Racconta Ottavio Fatica nella nota all'edizione Adelphi che per Kipling la macchina era una sorta di macchina del tempo. Sulla quattro ruote prendeva e partiva come gli altri, solo che riusciva a vedere ciò che gli altri non riescono a vedere, perché bene che vada è solo roba da ragazzi.

Andava scorrazzando per l'isola che non c'è, per quell'Inghilterra piena per lui di meraviglie e di misteri stupefacenti. Un giorno in macchina nella campagna inglese era un giorno in un museo fatato dove tutti i pezzi sono vividi e reali e, al tempo stesso, deliziosamente mescolati con i libri

Ed ecco dunque il Colle Fatato che non è solo un luogo di una mappa fantastica, è una torre di avvistamento per scrutare la storia e le storie, per far emergere dal buio dei tempi i personaggi, le leggende, ciò a cui è bello restituire la parola. Ecco Puck, fauno di shakespeariana memoria, che racconta ai bambini di cavalieri normanni, di pirati vichinghi e di centurioni romani del Vallo di Adriano.

Raccontando ai bambini, ma restituendo a tutti gli occhi con cui i bambini sanno ancora alimentare la meraviglia.

mercoledì 24 giugno 2015

L'autobiografia dà senso ai nostri giorni



C'è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito.

Sono queste le prime righe di Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé  di Duccio Demetrio (Raffaello Cortina editore), libro che può davvero schiudere nuovi orizzonti, con molti buoni consigli per riprenderci in mano la vita.

Attenzione al sottotitolo: racchiude davvero il senso di questa opera. Di questo si parla: dello scrivere non per mettersi in mostra, nella speranza di un editore e di un lettore. Ma per se stessi, affidando a questo lavoro la possibilità di dare un senso ai propri giorni, di ordinare il passato e in questo modo di attrezzarsi per il futuro.

Quante sorprese che ci possono essere in questo cammino. Per esempio capire che in realtà la nostra vita andrebbe declinata alla prima persona plurale, non per smanie di grandezza alla Cesare, ma semplicemente (diciamo così, semplicemente) perché noi stessi siamo una molteplicità di identità. Perché nello stesso nostro passato siamo stati altri.

Del resto scriveva Fernando Pessoa, il grande portoghese: E sento che chi sono e chi sono stato sono sogni differenti.

Ecco, scrivere è cura, è attenzione. E' scoprire questo nostro sogno - questi nostri sogni - e imparare a conviverci. 

lunedì 22 giugno 2015

Cara vecchia Londra, sul filo della memoria

Simonetta Agnello, non ancora signora Hornby, non ancora scrittrice affermata, atterra a Londra la prima volta nel settembre 1963. E' un altro pianeta - a tre ore di volo - rispetto alla sua Palermo. E forse anche quella Londra è un altro pianeta rispetto alla Londra di oggi: la Londra dei primi successi dei Beatles, la Londra che i tempi ancora non hanno scosso, in fondo facile da rappresentare anche con rassicuranti luoghi comuni, il tè delle cinque e le file ordinate al bus.

E' ancora una ragazza, Simonetta Agnello, che a Londra finirà per stabilirsi e fare carriera - in uno studio da avvocati. Una vita a Londra per una ragazza di buona famiglia siciliana. Ed è questa Londra che ora lei ci racconta, riannodando i fili della memoria, tra nostalgia e curiosità.

Per chi ama la cara vecchia Inghilterra, per chi ne è ancora tentato, è un libro da non perdere La mia Londra (Giunti). Lettura che restituisce il piacere del vagabondaggio per giardini pubblici e pub di tradizione. Lettura che non può che avere che un nume tutelare, quel Samuel Johnson, padre dell'illuminismo inglese, che a Londra arrivò giovane per sbarcare il lunario e che Londra non abbandonò mai più.

Il mondo non è ancora esaurito, affermava Johnson, fammi vedere domani qualcosa che non ho mai visto prima.

Così diceva, ma poi era Londra che gli si presentava come un libro pieno ancora di sorprese.