venerdì 22 maggio 2015

L'uomo nell'ombra in un noir diverso

Per chi è stanco dei solito noir a menù fisso, ammazzamenti in dosi crescenti e rese di conti senza un sussulto. Per chi esige qualcosa di meno scontato anche nel raccontare i fatti di casa nostra, leggi mafia o 'ndrangheta, perché anche un romanzo di genere può essere una formidabile occasione per capirci qualcosa di più. Per chi sa che una buona trama non basta, perché bisogna entrare dentro i personaggi, scavare nei loro vissuti, nei tempi diversi della loro storia.

Beh, per tutto questo è davvero una buona lettura La firma del puparo di Roberto Riccardi (edizioni e/o), l'ultima inchiesta del tenente Rocco Liguori.

Dentro ci sono molte cose dentro, che sono anche pezzi di mosaico o piuttosto fili di una ragnatela che dovrebbero ricondurre al puparo, personaggio che vive nell'ombra e muove i fili di tutto.

Però c'è soprattutto il tempo, in questo libro. Il tempo dell'indagine, fiato sul collo per arrivare in fondo e salvare vite. Ma soprattutto il tempo della vita: tracce del passato che davvero galleggiano come sugheri in mare.

Perché poi questa è una storia che riporta a paese natio, alle radici, alla stagione dell'infanzia. A due ragazzini che hanno respirato la stessa aria e giocato gli stessi giochi, prima di incamminarsi su strade diverse: uomo di giustizia, l'uno, uomo di criminalità organizzata, l'altro.

Ci sarà possibile di ritrovarsi, per un atto di riparazione o almeno per un cenno di saluto?

mercoledì 20 maggio 2015

Il rapinatore di banche che leggeva libri

Di lui dicono che sia di una "bravura mostruosa" e che, oggi come oggi, sia il migliore a raccontare storie. Personalmente non credo tanto a classifiche di merito e qualità, ma certo, se ci sono e se valgono la pena, J.R. Moehringer se la batte ai vertici. Provare per credere. Soprattutto con il primo libro, Il bar delle grandi speranze, tra i più toccanti (e scritti bene, appunto) che negli ultimi anni mi siano capitati.

E ora ecco Pieno Giorno (Piemme), storia di Willie Sutton, rapinatore che per almeno un quarto di secolo è stato il nemico pubblico numero uno di tutte le banche di America. Però senza mai versare una sola goccia di sangue. E sempre in pieno giorno, scommettendo su astuzia, imprevedibilità, audacia. Prima di finire seppellito a Sing Sing - un carcere che di per sé appartiene al nostro immaginario - dove trasformerà la sua cella in una biblioteca, con Shakespeare e Dante a fargli compagnia.

Un giorno, ormai vecchio, ormai decisamente più saggio dei più, tornerà anche in libertà: e quel giorno si troverà a raccontarsi a un giornalista, a ripercorrere i luoghi della sua vita. Forse riuscirà a dare un senso a tutto.

Storia di rapine, evasioni, di parole scritte, che in Moehringer sono sempre possibilità di redenzione.  Storia dell'America del Novecento. Storia che mescola le carte del bene e del mare. Storia di amore, anche, di grande amore. E con l'amore, storia di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Un po' come sempre con questo scrittore: verità che si fa narrazione, vita vissuta che gioca sempre con i sogni e i desideri.


lunedì 18 maggio 2015

Cheever e quel laghetto che sembrava il paradiso

Questa è una storia da leggere a letto, in una vecchia casa, in una sera di pioggia...

Ecco, comincia così Sembrava il paradiso, ultima opera prima della morte di John Cheever, autore americano che anch'io conosco poco, ma con cui senz'altro vorrei avere maggiore confidenza. Se lo merita, la sua penna raffinata con cui sa raccontare  l'America che non è quella del sogno e forse non è nemmeno quella dei perdenti, ma certamente è l'America dei sobborghi, della provincia, delle esistenze lontane dai riflettori.

Lamuel Lears, il protagonista di questo romanzo breve, è un vecchio signore del New England, una notevole carriera e una complessa vita sentimentale alle spalle. Conserva le sue radici ben piantate in un paesino che è ancora incantato, dove non è arrivato nemmeno il fast-food. E in questo paesino c'è il suo luogo dell'anima, quel laghetto dove d'inverno da ragazzino pattinava. E dove ora da anziano torna a pattinare. Peccato che i ghiacci si sciolgano e che il laghetto dei sogni si riveli una discarica a cielo aperto...

Romanzo ambientalista? Sì, anche questo. Però è molto di più, quest'ultima prova di un grande narratore che, ho letto da qualche parte, possedeva "l'arte di conferire un’alta magnificenza emotiva e spirituale ai lati sinistri della vita"



domenica 17 maggio 2015

Provate Jonathan Franzen, nel giusto tempo

Ci sono libri belli di cui ti vien voglia di scrivere fiumi di parole, fosse solo per condividere il piacere di quella lettura. Ci sono libri bellissimi di cui invece non ti senti capace di dire praticamente niente, sarà che dovresti dire troppo, sarà che ti sembra di sciupare qualcosa, sarà che in effetti non c'è niente da aggiungere e l'unica cosa che puoi fare davvero è un'opera di sottrazione, per lasciare che parli solo il libro, direttamente, senza filtri.

Le correzioni di Jonathan Franzen (Einaudi) per me è un libro così. Un libro che mi ha regalato emozioni che da tempo non provavo e di cui non riesco a parlare, sarà che per parlarne in realtà dovrei parlare di me stesso.

In queste pagine ho visto la mia vita e la vita di tante persone che mi sono vicine. Ci ho trovato il mondo di oggi, la sua economia, la cultura che va per la maggiore. Allo stesso tempo sono entrato prepotentemente dentro la storia di una famiglia, inferno e squarci di tenerezza.

Pensare che per anni è rimasto dalle parti basse della pila di libri "in attesa di lettura", come una pratica burocratica che si cerca di non evadere, rimandandola alle calende greche. Una volta l'avevo perfino attaccato, due o tre paginette di approccio e poi l'immediata resa, per pigrizia: troppe pagine, caratteri troppo fitti, e poi che sarà mai, solo un altro buon scrittore americano.

(a dimostrazione che ogni libro ha il suo tempo. Mi era successo anche con l'Ulisse di Joyce)

Poi ho scoperto che Le correzioni aveva la dimensione ideale per un viaggio in aereo e una vacanzina in bicicletta. Ora l'ho finito da qualche giorno ed è sempre qui, accanto al mio computer. Non ho il coraggio di rimetterlo sullo scaffale.

E rifletto sulle "correzioni" del titolo, sulle traiettorie che non sempre sono quelle di una palla di biliardo, sui diversi movimenti che a volte dovremmo imprimere alle nostre vite, sulla triste constatazione che quasi sempre non siamo noi a correggere la vita, piuttosto è la vita che ci corregge: refuso da cancellare, variabile dipendente, discolo da rimettere in riga.

venerdì 15 maggio 2015

Un asino e i suoi sogni per compagno di viaggio

Un asino vive di niente: di cardi e di acqua fresca, di amore e di polvere. Un asino può portare di tutto e passare dappertutto. Un asino procede lentamente, ma va fino in fondo. Se avete bambini ha l'andatura giusta per loro, e mica solo l'andatura, perchè è anche un animale paziente e divertente.

Basta per iniziare a considerarlo un buon compagno di viaggio? Per chi ancora non si è convinto sulle pagine di Andrea Bocconi o di Robert Louis Stevenson (con il suo itinerario tra i monti delle Cevenne, su cui in effetti qualcosa da dire ci sarebbe), ecco un piccolo grazioso libro che Ediciclo pubblica nella sua collana "Piccola filosofia di viaggio".

Il ritmo dell'asino, questo il titolo, porta la firma di Mélanie Delloye, scrittrice belga che dopo un'infanzia trascorsa a viaggiare sui libri di Thomas Mayne Reid e Jack London, un giorno è partita con la famiglia (bambini compresi) e due asini al seguito. Da un paese all'altro dell'Europa se n'è stata via per tre anni: evidentemente senza un rimpianto.

E certo, a leggere le sue riflessioni viene una gran voglia di partire, in compagnia di questo animale che leggende e convinzioni popolari hanno troppe volte bistrattato.

Dice Delloye che è più facile incontrare l'altro viaggiando con gli asini che a cavallo, perché con quest'ultimo si guarda dall'alto in basso il viandante, mentre con gli asini si resta ad altezza d'uomo. Del resto è con i cavalli che per millenni ci si è fatto la guerra, mica con gli asini.

Mi piace pensare così. Mi piace pensare che un giorno sperimenterò questo compagno di viaggio. Mi piace sperare che in questo modo scoprirò non una bestia rassegnata e un po' passiva - così si sostiene - ma davvero, un animale che sogna in una profondità dove l'uomo non arriva


mercoledì 13 maggio 2015

Il cammino è fatto di buoni libri

 Il sole, affermava il grande Jean Giono, non è mai così bello quanto nel giorno che ci si mette in cammino.

E' vero, c'è sempre qualcosa che richiama un profondo senso di bellezza, nella decisione di mettersi in cammino. Anche a prescindere dalla nostra meta. Svegliarsi presto, caricarsi lo zaino sulla spalla, lasciarsi dietro una casa: gesti semplici che, idealmente, per me sono possibilità, promessa, nuovo inizio. Il cammino ha sempre a che vedere con una primavera, anche se i nostri passi lasciano impronte sulla neve.

Per quanto mi riguarda ho sempre pensato che in cammino non ci siano solo pensieri da sistemare - facendoli propri o più spesso liberandosene - ma anche parole. Soprattutto parole scritte, da incontrare e accogliere.

Per questo sono contento di aver scoperto, proprio in queste settimane in cui è più forte la tentazione della partenza, una nuova casa editrice, dedicata proprio al cammino.

Si chiama Edizioni dei Cammini, nasce dalla collaborazione tra il gruppo Lit e Luca Gianotti fondatore della Compagnia dei Cammini. Non so se abbia in mente di pubblicare anche guide e mappe - forse non ce n'è bisogno - piuttosto mi pare attenta alle tante cose che possono incrociare il cammino, una delle azioni più antiche, umili e profonde dell'uomo.

Tra i primi titoli vedo autori che non possono mancare sullo scaffale - o meglio ancora, nello zaino - di chi cammina (fosse solo con la fantasia). David Le Breton e Jonh Muir, per dirne due.

Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi.

Così diceva Italo Calvino. Faccio il tifo per ogni nuova avventura editoriale, figurarsi per questa. Mi piace salutarla proprio con le parole di uno scrittore che oltre alle città invisibili seppe scorgere i fili che ci legano al mondo.




lunedì 11 maggio 2015

Il ragazzo che in riformatorio scoprì la poesia

Era un ragazzo che si era perso, come ci si può perdere nell'America degli slums, della violenza di strada, dei penitenziari. Da lui non ci si poteva aspettare altro che rapine a mano armata, condanne a raffica e alla fine il passo più lungo della gamba, quello che ti porta disteso su un marciapiede, crivellato di colpi, oppure al braccio della morte.

Invece in riformatorio scoprì Shelley e cominciò a sognare la bellezza. Poi a diciassette anni, nel carcere dove doveva trascorrere tre anni, un anziano detenuto gli passò I fratelli Karamazov, I miserabili e Il rosso e il nero.

Fu così che scrisse le sue prime poesie. Fu così che Gregory Corso divenne uno dei grandi della Beat generation, assieme a Jack Kerouac e ad Allen Ginsberg.

Della prigione e della poesia scrisse una volta: 

Quando dicevo a mio padre che desideravo moltissimo scrivere, lui diceva: non c'è posto in questo mondo per uno scrittore poeta. Ma la prigione era diversa, c'era posto per uno scrittore poeta.

Il carcere fu la sua biblioteca. La scuola da cui uscì amando i suoi simili, come scrisse, perché tutti quelli che incontrai là dentro erano fieri e tristi e belli e perduti.

Di lui diceva Jack Kerouac:

Era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti. 
  
Solo l'altro giorno ho scoperto che le sue ceneri sono sepolte al cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide di Caio Cestio. Per l'appunto, non lontano dalla tomba di Shelley: il poeta i cui versi, letti in una cella, un giorno lo persuasero alla bellezza della poesia.

Davvero, cosa può essere delle nostre vite.

sabato 9 maggio 2015

Se la gentilezza è una presa di posizione

Aldous Huxley, lo scrittore inglese che nei suoi slanci visionari riusciva a manifestare una splendida concretezza, sulla gentilezza non aveva dubbi, semmai qualche imbarazzo. La gente gli domandava quale potesse essere la tecnica più efficace per trasformare la propria vita e lui, dopo anni di ricerche e sperimentazioni, poteva solo rispondere: just be a little kinder, prova a essere un po' più gentile.

Grande dono, grande opportunità, la gentilezza.  Su di essa mi è capitato in questi giorni di leggere un libro dello scrittore e psicoterapeuta Piero Ferrucci, con un titolo che scopre già le carte: La forza della gentilezza (Mondadori).

Certo non la gentilezza formale, da regole della buona società, la gentilezza di superficie, convenzionale e interessata. Ma la gentilezza che affonda dentro, questa sì che può essere potente. Soprattutto in questi tempi, di riscaldamento globale del clima, ma di raffreddamento altrettanto globale delle relazioni.

Afferma perentorio Piero Ferrucci: La gentilezza è una presa di posizione

E una forza, davvero una forza, sa impiegare per cambiare se stessi e il mondo: obiettivi per cui questo libro non manca di buoni spunti.

venerdì 8 maggio 2015

Viaggio nei numeri. E nella loro bellezza

Cos'è il numero, che l'uomo lo può capire? E cos'è l'uomo, che può capire il numero?

A porsi queste domande, poco più di mezzo secolo fa, era uno scienziato come Warren McCulloch. In realtà queste stesse domande ci accompagnano da quando uomo è uomo. Direi che appartengono alle grande domande della nostra filosofia, intesa come tentativo di indagare sulle possibilità della nostra mente e di dare un senso a ciò che apparentemente senso non ha.

E allora arrivano da lontano citazioni che sono anche tentativi di risposta. Il Libro dei morti dell'Antico Egitto: Puoi portarmi un uomo che non sappia contare sulle dita? Filolao, con uno dei suoi frammenti: Senza numeri, non si può né pensare, né conoscere. Oppure Agostino, che si interroga sl mistero del creato: Togli i numeri alle cose, e tutte periranno.

Già cos'è il numero? E come può aiutarci a capire meglio noi stessi e ciò che ci circonda?

Se domande così sono tentatrici - e sono sicuro che lo siano - c'è un libro che fa per voi: Il museo dei numeri di Piergiorgio Odifreddi (Mondadori).

Senza nessuna polemica, questa volta. Odifreddi non se la prende con niente e con nessuno, piuttosto si tuffa nei numeri e si affida al loro incanto. Si abbandona alle loro suggestioni e ne insegue i milli fili. Che possono portare anche alle domande ultime, quelle dei teologi, perché non c'è religione, alla fine, che non si sia misurata anche con i numeri.

Da zero verso l'infinito: storie che si incrociano con il pensiero, l'arte, la storia. Con tutto ciò che ci riguarda.

Diceva Proclo, nel suo commento a Euclide: Dovunque c'è numero, c'è bellezza.

Diceva Virgilio, nelle sue Bucoliche: Dio ama i numeri dispari.

Cosa c'entri non lo so. Però c'entra, in qualche modo.

mercoledì 6 maggio 2015



Jean: C'è una differenza tra di noi.
Julie: Perché tu sei un uomo e io una donna? Che differenza c'è?
Jean: La differenza, tra un uomo e una donna.

Trovata su una bancarella, acquistata e riletta in un'ora di treno, durante la quale mi si sono ridestati alcuni vaghi ricordi di una remota lettura liceale. Non so se da studente ne fossi rimasto colpito come ora: è presumibile di no, e non solo per il pregiudizio che accompagna i titoli imposti. Piuttosto, a quell'età, è chiaro, non ci si fa ancora a spaziare sulle distese della desolazione umana. E' bella per questo, quell'età.

E ora eccomi di nuovo tra le mani la Signorina Julie di August Strindberg (Adelphi). Un'opera che non sembra vero che sia potuta venire fuori dalla Svezia puritana della seconda metà dell'Ottocento.

La notte di San Giovanni, festa, ebbrezza, sensi più liberi del solito. Attrazioni e rimorsi, provocazioni e sopraffazioni. Eros e opportunismo. La spietata guerra tra i sessi e le gerarchie della società: la signorina Julie e il domestico Jean. Passioni, vibrazioni, parole che sono un fiume in piena verso una livida alba. Tutto in una notte, come il titolo di un film. Tutto in un atto.

Vertigini e convinzioni che vanno a pezzi. "Le mie anime - scrisse Strindberg nella prefazione - sono mescolanze di stadi culturali passati e presenti, brani di libri e di giornali, pezzetti d'uomini, lembi di abiti da festa ridotti a stracci, così come le anime stesse sono rattoppate".

Ora capisco un po' di più cosa intendesse. 

lunedì 4 maggio 2015

A Chesil Beach, quel matrimonio naufragato la prima notte

Che dire, se non che va letto, un libro come questo, poche pagine e tutto un mondo che si squaderna davanti, ogni parola che è quella che deve esserci e non una di troppo, ogni parola una pennellata, un'emozione, un tassello per raccontare una storia e un paese....

Chesil Beach di Ian McEwan (Einaudi): pensare che per almeno due anni è rimasto lì, nella mia solita pila delle "letture in attesa", impermeabile anche al caloroso suggerimento di qualche amico.

Sarà che non mi tentava, la trama. La prima notte in un luna di miele, il naufragio di una coppia.

Eppure, eppure, non è quello che succede che conta davvero. Piuttosto quello che non succede.

Inghilterra, anno del signore 1962, prima della rivoluzione sessuale, dei Beatles, delle minigonne di Mary Quant, prima di tutto, quando anche tenersi per mano in pubblico è un oltraggio alla morale e in camera di letto vincono inibizioni e imbarazzi.

C'è ciò che rimane dell'Inghilterra vittoriana, con le sue convenienze e ipocrisie, in questo libro. C'è un mondo che indugia sul ciglio della storia prima di trapassare del tutto, come il sole al tramonto.

E c'è ancora di più, molto di più, in queste pagine virate sul sentimento del rimpianto, con un'intensità che poche altre volte ho incontrato.

mercoledì 29 aprile 2015

Giacomo Leopardi e l'enigma della felicità

Quest'uomo che è un concentrato di dolore e che pure ci accompagnerà tutta la sua vita con le sue lune silenti, i dolci naufragi nell'infinito, i ricordi della fanciullezza. Quest'uomo debole e incerto eppure dalle mente inflessibile, direi spietata. Quest'uomo che amava le illusioni e che faceva di tutto per squarciarne il velo. Quest'uomo che fa paura da quanto ha sofferto e che pure ora conosco anche per come sapeva conversare amabilmente, con il dono della leggerezza, o per come trovava irresistibile, da gran goloso, i dolcetti napoletani.

Ovvero Giacomo Leopardi, che mi porto dietro dai tempi della scuola, tra i pochi autori che i programmi ministeriali non mi hanno inflitto, piuttosto mi hanno consegnato come un regalo da conservare con attenzione.

Dopo diverso tempo finalmente ho letto il Leopardi di Pietro Citati (Mondadori), libro che mi piaceva tenere in bella vista, non fosse altro che per la copertina con uno dei miei quadri e uno dei miei pittori preferiti - Le scogliere dell'isola di Rugen di Caspar David Friedrich, inquietudine ed enigma dell'infinito - ma che mai avevo osato affrontare. Libro impervio in effetti, per mole e densità, impervio ma bellissimo: di quelli che, alla fine, procurano la stessa soddisfazione di una montagna una volta che sei sulla cima.

Biografia ma anche rilettura dell'intera opera di un grandissimo che non sentiamo come poeta sul piedistallo, ma come uomo che, magnificamente, ci parla cuore a cuore. E che ci consente di riconoscerci, proprio grazie alle sue parole.

Citati entra dentro la vita Leopardi, vi partecipa, ce la rivela. E incanta, anche quando il suo discorso vola alto: indugiate, per esempio, sulle pagine in cui ci racconta dell'importanza della luna nella visione poetica di Leopardi.

Vola alto, ma per ritrovare sempre l'uomo che, estraneo ai tempi moderni quasi per definizione, meglio di tutti ha saputo esprimere la condizione di noi moderni. E per spingerci di fronte alla questione delle questioni: esiste la felicità? E se esiste, dov'è?

lunedì 27 aprile 2015

Ascoltando i Beatles in mezzo alla tundra

Palaja, al Nord del Nord, in mezzo alla tundra. Terra immensa che si fa fatica a racchiudere in una pagina dell'atlante, terra di distanze e di vuoto in mezzo. Terra che è facile dimenticare, tanto che vuoi che ci sia laggiù, se non neve e silenzio e manciate di uomini che non si capisce nemmeno bene di cosa vivono.

Palaja, per di più non oggi che certe cose sono più facili, perché si accende un monitor e ci si affaccia su un mondo di cui è evidente che si fa parte. No, Palaja agli inizi degli anni Settanta. Quando hanno appena cominciato ad asfaltare le strade.

Solo che con le strade capita che possa arrivare qualcos'altro. Magari un 45 giri - chi sa oggi cosa erano i 45 giri? - con una canzone dei Beatles o del grande Elvis. Che musica quella musica. Note che hanno attraversato il mondo, saltato ogni confine, attraversato la tundra come un lupo solitario, per arrivare quassù, a Palaja. Per arrivare e prendere domicilio nei cuori di alcuni ragazzi.

Tenero, divertente, spiazzante, anche un po' acerbo, questo Musica rock da Vittula di Mikael Niemi, enorme successo in Svezia, decisamente meno qui in Italia, dove, è chiaro, lo ha pubblicato Iperborea.

Raccomandato a chi non è convinto che la letteratura da export della Svezia debba essere sempre e comunque gialla - ovviamente gialla scandinava. Raccomandato a chi subodora che un romanzo del Nord non debba raccontare solo di coriacei taglialegna, di renne, di vokda a fiumi. Raccomandato a chi lo sa già che una storia di giovani e rock non debba per forza essere ambientata in una periferia di Londra o di Manchester, perché ovunque va bene.

domenica 26 aprile 2015

So che per il corpo vagano pensieri scalzi

Credo che in tutto il corpo abitino dei pensieri, anche se non tutti arrivano fino alla testa e si vestono di parole.

So che per il corpo vagano pensieri scalzi.

Quando gli occhi sembrano assenti perché lo sguardo è sperduto e l'intelligenza si è ritirata per qualche istante e li ha lasciati vuoti, e mente i pensieri della testa deliberano a porte chiuse, i pensieri scalzi salgono lungo il corpo e si installano negli occhi.

Da lì cercano un oggetto su cui fissare lo sguardo e sembrano serpenti che ipnotizzano degli uccelli.

Ipnotizzano anche i pensieri che sono in riunione e che devono interrompere le loro deliberazioni.

Felisberto Hernàndez (1902-1964), scrittore di Montevideo in Italia tradotto da La Nuova Frontiera

venerdì 24 aprile 2015

Per chi parte per il cammino della vita

Questo non è un libro sul Camminare. Ripeto: non è un libro sul Camminare. E' un libro sul cammino.

Gioca a carte scoperte Luigi Nacci, nel suo Alzati e cammina (Ediciclo). Che non è assolutamente un manuale sul trekking o un libro che racconta l'esperienza su qualche sentiero, magari ad alto coefficiente di spiritualità.

E' un libro sull'alzarsi  sul camminare, appunto. Un libro per chi a un certo punto decide di mettersi in cammino e in questo modo di rimettere in movimento la sua vita. Un libro per chi comprende che c'è un momento giusto per farlo e che quel momento non appartiene alle nebbie di un futuro indefinito.

E' un libro, certo, che odora anche di sudore e fatica. Che si porta dietro il ricordo di boschi attraversati, di cime raggiunte, di  merende di una volta consumate all'ombra di un albero, di vecchi scarponi che sono buoni compagni di viaggio.

Eppure è soprattutto un libro sulle partenze. Un libro che ci insegna la leggerezza degli zaini che dobbiamo caricarci sulle spalle della vita: le poche cose importanti - perché è sempre una questione di priorità. Le emozioni, gli affetti, le domande giuste, per le quali quasi sempre la risposta può attendere.



mercoledì 22 aprile 2015

Marino Sinibaldi: la cultura come il vento che ci muove

Definire la cultura è come ingabbiare il vento. Però è proprio questo vento che può gonfiare le vele della vita e permetterle di scegliere una rotta e una meta, liberandola dalle costrizioni, dai limiti, dai destini segnati.

E' questo lo spirito che, fin dal primo rigo, anima Un millimetro in là, l'intervista sulla cultura, pubblicata da Laterza, che Giorgio Zanchini realizza con Marino Sinibaldi, ideatore di Fahrenheit, la trasmissione radiofonica che più di tutte in Italia ha "fatto" cultura e reso la cultura protagonista.

E' una bellissima intervista, densa di riflessioni che accompagnano a lungo, pensate solo al tema della differenza - che genera movimento e pensiero - ma anche della diseguaglianza che invece indebolisce le motivazioni. Un'intervista che racconta molto anche di Sinibaldi, uomo che con i libri ha uno straordinario debito di gratitudine ("Nella mia vita quasi tutto è passato attraverso i libri, a loro devo in buona parte l'uscita da una situazione di marginalità sociale e culturale").

Ma soprattutto un'intervista che fa bene, perché scuote da ogni rassegnazione, aiuta a confidare ancora in un paese che sulla cultura può ancora scommettere. Un'intervista declinata sulla possibilità e sul futuro. Perché è giusto scommettere ancora su un pensiero che sia il più "lungo" e il più "largo" possibile: lungo nel tempo, verso i giorni che verranno, e largo nello spazio, capace di abbracciare tutte le differenze. 

lunedì 20 aprile 2015

Morte di un uomo felice, nella Milano di piombo

E' anche questa la parola scritta, una chiave per spalancare la porta di un tempo che non si è mai vissuto e che solo così, appunto, ci può essere restituito. Spalancarla non per restare sulla soglia, accontentandosi di un'occhiata. Ma per entrare dentro e sentirla tutto intorno.
Giorgio Fontana è nato nel 1981 ed è in quell'anno che colloca la storia che racconta in Morte di un uomo felice (Sellerio). Milano, estate che appartiene ancora ai cosiddetti anni di piombo, con la sua scia di sangue. Giorgio Fontana posa il suo sguardo attento, schivo, partecipe su un magistrato sulla linea del fronte. Giacomo Colnaghi, così si chiama, che sta indagando sull'organizzazione terroristica che ha ammazzato un noto esponente politico.

Detta così, gli ingredienti sono quelli del noir italiano, forse del romanzo di azione. E invece siamo completamente fuori dalle regole del genere. Perché è molto altro a catturare la nostra lettura. E in primo luogo proprio la figura complessa di questo magistrato, col suo senso del dovere e con le molte domande, con la sua religiosità che è dubbio, solidarietà, distanza dalle forme. Con la sua intima battaglia tra distacco e partecipazione. 

C'è tanto passato che pesa, nella sua vita, a partire dall'uccisione del padre, uomo della Resistenza le cui idee non sono mai state assimilate in famiglia e che per il figlio è un'assenza che non è mai davvero riuscito a superare. Tanto passato che si proietta nel presente per farsi responsabilità e abbandono, possibilità di condividere la sofferenza e ripiegamento.

Verso una fine che non sarò anch'io a raccontare, ma che appartiene tutta alla nostra storia. 


sabato 18 aprile 2015

Nel Levante dei marinai e delle spezie

Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so


Inizia così Gli scali del Levante di Amin Maalouf (Bompiani), come una storia raccontata quasi per caso, per le pretese della curiosità e dell'insistenza, come una storia che, si dice, non appartiene ad altri.

E invece no, non ci vuole molto per capire che questa non è solo la storia di chi confessa la sua storia, è storia di tutti noi, è storia che riflette ciò che siamo o che dovremmo essere e che forse potremmo anche essere.

Storia immaginaria dell'ultimo discendente della dinastia ottomana, storia di un secolo che è fin troppo facile definire breve, storia che si affaccia su un mare di cui sembra di catturare perfino l'odore delle spezie trasportate nei secoli dalle navi mercantili.

Il Mediterraneo, mare nostro fin dal suo nome, mare che sta in mezzo, mare che dovrebbe unire e invece spesso ha diviso. E poi il Medio Oriente, crogiuolo di popoli e di religioni, civiltà che si dividono e che però non possono fare a meno l'una nell'altra. E nel cammino di una tragedia che arriva fino a noi, le vicende di questo uomo, eroe per caso e allo stesso tempo scarto,  uomo ponte, uomo che non sa coltivare pregiudizi e risentimenti, lui islamico che sposa un'ebrea nei giorni dell'ira.

Sarà per questo che finirà per anni in una clinica per malati mentali. Sarà per questo che mi piace, quest'uomo da cui mi farei accompagnare al cospetto del mare, per ponderare insieme su ciò che è più duraturo delle nostre follie.

venerdì 17 aprile 2015

Buona per tutti, la vita di Enrico

Anche per chi non era ancora nato negli anni di queste vicende. Anche per chi le notizie dei telegiornali ha cominciato a seguirle solo dopo che Enrico Berlinguer se n'era andato, ucciso da un malore durante un comizio a Padova. Anche per chi comunista non è mai stato e non ne ha avuto mai nemmeno la più tenue tentazione. E dirò di più: anche per chi di politica ne ha sempre masticata poca e con la dovuta diffidenza.

Perché è una bellissimo libro, Enrico Berlinguer di Chiara Valentini (Feltrinelli), biografia che finalmente mi è capitato di leggere, vincendo pigrizie e diffidenze. Biografia a tutto tondo, sottolineo, niente a che vedere con un saggio  o peggio ancora con il tentativo di propinarci un santino politico.

Nonostante le complicate vicende di un partito e di un leader che attraversa decenni decisivi della storia del nostro paese, qui c'è soprattutto un uomo. Schivo, rigoroso, attento, affettuoso, di poche e buone amicizie e di solidi affetti familiari. Un uomo che certe cose le ha capite perfino prima del tempo e che pure mi piace ricordare soprattutto per i suoi gesti misurati, per il suo sorriso triste.

Forse bisognerebbe partire dalla fine, da quel funerale che vide non un partito, ma la gente di un intero paese stringersi intorno alla sua figura. Ma se questo è l'epilogo, io mi tengo stretto l'inizio: la Sardegna, l'amore per il mare, gli amici con cui si poteva passare le notti a giocare a poker e a coltivare sogni.

mercoledì 15 aprile 2015

Tradurre, cioè dire la stessa cosa: o quasi

Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un'altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi "dire la stessa cosa".

Ecco, comincia così il libro che Umberto Eco dedica a una delle attività più complesse e affascinanti, quella della traduzione. Attività che, mi sa, spesso diamo per scontata: acquistiamo quel libro americano, danese o cinese, ce lo portiamo a casa,  ce lo leggiamo. A volte ci piace, a volte no. Ma qualunque sia il nostro piacere, e il nostro giudizio, poche volte ci viene in mente che in effetti non è stato scritto una volta, ma due volte.

Ed eccoci subito nel bel mezzo della questione. Subito, con le prime righe di Eco. Cosa vuol dire tradurre? La risposta è già nello stesso titolo del libro pubblicato qualche anno fa da Bompiani: Dire quasi la stessa cosa. Con quel quasi che concentra tutta la fatica, il mistero, il fascino della traduzione.

Cosa c'è dentro questo quasi? Come si misura? Significa che ogni traduzione è un insuccesso? O un'affermazione di creatività?

Non mi avventuro a raccontarvi le tante cose che Eco spiega in questa opera, non facile, certo, ma intrigante anche per i non addetti ai lavori.

Però se vi incuriosisce sapere "ciò che c'é dietro" a ogni libro, questo è un libro che fa per voi. E di quel "quasi" difficilmente riuscirete a liberarvi.