lunedì 28 luglio 2014

Vivere il tempo al tempo dello zapping digitale

Forse sto cambiando anch'io, allo stesso modo di chi, fino a qualche tempo fa, trattavo con una certa sufficienza. Io, la persona che aveva sempre tre o quattro libri in lettura contemporaneamente. Uno per la colazione, uno da portarsi in giro tutto il giorno, un altro paio per la buona notte.

Parole scritte per il tè coi biscotti e parole scritte per i minuti alla fermata del bus. Parole scritte per stare a casa e parole scritte per viaggiare.

Ora sempre più spesso acquisto libri destinati a ingrossare le pile delle letture in attesa, come le chiamo con un pizzico di consapevole ipocrisia. Ospiti garbati, i libri. Sistemati sul ripiano della credenza, accanto al vassoio della frutta, aspettano in silenzio il loro turno. Magari non arriverà mai.

Piuttosto sempre più spesso metto via un libro, accendo il computer, mi collego al mio profilo su Facebook e posto la prima cosa che mi viene in mente. Notizie, curiosità, citazioni, battute, saluti. Oppure plano su Twitter, incantato dal suo ritmo, dalla velocità con cui scorrono le sue righe, altrettante finestre sul mondo.

 È come salire su un tappeto volante e lasciarsi portare via.  Il mio zapping digitale: dopo la tv il mondo incantato del Web 2.0.

Vero, sto cambiando anch'io, non solo il mondo. E solo di tanto in tanto avverto il tarlo del dubbio.

L'altro giorno ci ho riflettuto un po' di più. Non è quello che faccio, mi sono detto. In realtà ciò che conta, ciò che sta davvero cambiando, è  il mio sentimento del tempo.

Ed è questo che mi sembra di aver capito: queste immagini, queste parole che scorrono sugli schermi, che circondano la mia vita, mi illudono di vivere il mio tempo. Ma non è questo, vivere il tempo, così come non è nuotare abbandonarsi alla corrente di un fiume.

Non è una successione di istanti ancorati a un eterno presente, il tempo. Ha bisogno di profondità, ha bisogno di spessore, il tempo.

sabato 26 luglio 2014

Abele e Caino, nelle parole del grande Borges

Abele e Caino s'incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. 

I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. 

Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. 

Abele rispose: "Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima". 

"Ora so che mi hai perdonato davvero" disse Caino "perché dimenticare è perdonare. Anch'io cercherò di scordare". 

Abele disse lentamente: "È così. Finché dura il rimorso dura la colpa".

(Jorge Luis Borges, da Elogio dell'ombra)

mercoledì 23 luglio 2014

Uno scrittore di noir per il libro che racconta i reduci

Sapeva che ci riprende da tutto, ma da quando aveva vinto la guerra, aveva l'impressione di perderla ogni giorno un po' di più.

Crepuscolare, visionario, spiazzante. Ci vogliono aggettivi in abbondanza per un libro come Ci rivediamo lassù (Mondadori) di Pierre Lemaitre, libro non sulla Grande Guerra, ma su cio che rimane, se rimane, dopo la guerra. Libro che parte dalle trincee per inoltrarsi nella terra di nessuno popolata da chi è sopravvissuto, libro che racconta le macerie della società e delle esistenze quando non ci sono più colpi da sparare, solo storie di vita a cui dare un senso.

Le illusioni dell'armistizio e l'ipocrisia di chi pensa di cavarsela innalzando qualche monumento a chi non c'è più. Lo sbandamento dei reduci e i valori della convivenza civile che non è che riprendono il loro posto appena i cannoni tacciono, fosse così facile. E molto, molto di più.

E' una lettura assai poco convenzionale, ma perfetta, in questo centenario della Grande Guerra. Fosse solo per riflettere che non c'è fine alla fine.

Però anche con un motivo in più. Perché questo non è l'opera che ti aspetteresti da Pierre Lemaitre, scrittore indubbiamente conosciuto soprattutto per i suoi noir. Eppure proprio per questo: perché malgrado i temi che affronta, malgrado le domande della storia e della morale, Ci rivediamo lassù sa essere appassionato come un grande noir.

lunedì 21 luglio 2014

I libri non sono lunghi, sono larghi

Quando tutto quanto fa spettacolo, noi siamo gli spettatori. Sempre più passivi e annoiati, sempre più affamati di emozioni nei confronti delle quali siamo sempre più impermeabili. Lo stesso meccanismo delle dipendenze – tabacco o scommesse non fa la differenza. Lo stesso vuoto dei ragazzi del muretto.

A volte quando ci penso, lascio risuonare dentro di me le parole che furono di un grande poeta, Paul Valéry:

Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Ancora il presente, insomma, con i suoi problemi nei confronti del passato e del futuro. Ancora il tempo.
Solo che dove fin qui ho scritto tempo, ora vorrei cancellare e tracciare la  parola cultura.

È come il tempo, la cultura. Non è un flusso di messaggi che arrivano e scivolano via, allo stesso modo degli aggiornamenti su Internet. Anzi, è tempo, la cultura.

Quando ci penso mi viene da guardare con affetto i miei ospiti silenziosi e pazienti, le letture in attesa. E con gratitudine, oltre che con affetto, accarezzo anche gli altri ospiti, i libri che un giorno mi hanno fatto compagnia. Anche loro se ne stanno pazienti – e anche un po' rassegnati - sugli scaffali.

Pensare che per qualcuno appartengono a un'altra epoca, come i vecchi giradischi e le cabine del telefono. Roba da collezionisti, o poco più. Che tristezza.

 Per fortuna a soccorrermi c'è sempre qualche citazione. Queste parole di Umberto Eco, per esempio:

Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio.

O più bella ancora, questa di Giorgio Manganelli:
 
Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi.

Ed è vero, mi piace pensarli così, queste invenzioni così singolari. Tanto strette da lasciarsi sistemare una accanto all'altro in libreria. Tanto larghe da abbracciare il presente, il futuro. Il tempo. La vita.

sabato 19 luglio 2014

Cosa lega i libri ai luoghi

La domanda da cui ogni volta sono partito ha a che fare con i libri. E con i luoghi.

Nasce dalla volontà di capire che cosa lega, che cosa può legare pagine di carta e inchiostro alla geografia fisica e sentimentale. 

Nella vita di ogni lettore appassionato ci sono singolari corrispondenze tra libri e paesaggi attorno.

Per questo "la tentazione di accoppiare luoghi e letteratura - ha scritto Giorgio Montefoschi - non ce la scrolliamo di dosso".

(Paolo Di Paolo, Ogni viaggio è un romanzo, Laterza)


venerdì 18 luglio 2014

Che tempo farà oggi? E domani?

Che tempo farà oggi? E domani?

Fino a qualche anno fa non mi preoccupavo molto di domande così. La meteorologia era questione da colonnelli dell'aeronautica o da anziani signori, piuttosto annoiati. Era la mappa dell'Italia prima del telegiornale, cioè prima delle notizie che davvero contavano. Era l'appuntamento con previsioni che non sempre ci azzeccavano e soprattutto non avevano niente a che vedere con ciò che avrei potuto fare o non fare. Indifferenti a gesti quali riciclare la carta, abbassare un termosifone, lasciare l'auto sotto casa.

Non è che ora mi appassionino, le previsioni del tempo. Le lascio volentieri agli inglesi che, così segnalano curiose statistiche, se le coccolano come il loro primo argomento di conversazione. Però è un pezzo che i miei pensieri girano intorno a questa storia dell'effetto farfalla.

Oggi è facile che questo concetto desti la tipica insofferenza riservata alle espressioni inflazionate. Però oltre l'uso e l'abuso, c'è la solidità della scienza. In fondo è di questo che parlava già il matematico inglese Alan Turing, uno degli uomini che dobbiamo ringraziare se oggi il computer è uno strumento di uso domestico come la moka per il caffè.

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Così diceva il grande Alan Turing, a cui fece seguito un altro matematico, Edward Lorenz, un nome legato alla teoria del caos:

Un meteorologo fece notare che, se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.

Era il 1963: a battere le ali era ancora un gabbiano, e non una farfalla; quel movimento leggero come un fremito non era stato collegato a varie tipologie di disastro, dal tornado in Texas al terremoto a Tokio. Però il concetto c'era già tutto. Sono contento che sia arrivato fino a me.

Insomma, oggi sono convinto che dalle cause più lievi si possano scatenare effetti giganteschi. E che più cause apparentemente lievi abbiano maggiori possibilità di scatenare effetti giganteschi. Gesti impalpabili, passi che in apparenza non lasciano orme. E sull'altro piatto della bilancia mica solo disastri. Anche doni di vita, possibilità di salvezza.

(in Paolo Ciampi-Massimo Orlandi, Semi di cambiamento, edizioni Romena)

mercoledì 16 luglio 2014

Wislawa mi insegna cos'è la poesia

Una raccolta da tenere sul comodino e da aprire a caso, con il rispetto per le cose belle e rare. Versi che ci porgono un dono inestimabile, il senso dell'attenzione, la sua necessità.

Attenzione che è rispetto, capacità di ascolto, gratitudine. Profondità, anche.

Torno e ritorno a La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska, la raccolta, credo completa, delle sue poesie\, pubblicata da Adephi. Non mi stanco di questo libro. Un giorno sono riuscito a domare la mia riluttanza per un nome troppo difficile, che mi evocava una scrittura fredda e astrusa e ho scoperto tutto questo.

Sono contento di aver scoperto Wislawa Szymborska. Le sono grato, perché continua a farmi compagnia.
Perché  mi rammenta insieme cos'è la poesia, in primo luogo: dare valore a ciò che rischia di scivolare via, frettolosamente bollato come irrilevante.

lunedì 14 luglio 2014

Il leopardo delle nevi che sta dentro di noi

Era il 1973 e l'inverno era alle porte. Partire prima di tutto è rispondere a una domanda che ancora oggi risuona: cos'è che spinge un uomo a partire e percorrere a piedi più di 400 chilometri, tra le montagne dell'Himalaya? 

Cosa c'è prima di questo bel libro che il tempo non ha logorato, Il leopardo delle nevi di Peter Matthiesen (edizioni Neri Pozza)?


Forse il fascino dell'antica civiltà tibetana, ancora non travolta dai tempi moderni. Forse il richiamo di questi posti, di queste cime innevate e gole profonde. 

O forse proprio quell'animale, quella creatura che è più un mito che una presenza. E in effetti solo in questo modo si può dare un senso a questo incredibile viaggio di due mesi e centinaia di chilometri dietro un animale raro ed elusivo, tanto che sembra avere la consistenza del sogno.

Del leopardo delle nevi di Peter Matthiesen riesce più facile raccontare qualcosa intorno a un fuoco che rintracciare le orme. Però è proprio questa la sfida. 

Tranne comprendere che, in qualche modo, il leopardo delle nevi siamo noi stessi e che in effetti ciò a cui si dà la caccia è un significato alla vita

sabato 12 luglio 2014

In cammino con Simona Baldanzi, per abitare davvero i nostri luoghi

Racconta un viaggio a piedi, l'ultimo libro di Simona Baldanzi, e detto così non è che dico molto, perché sono tanti negli ultimi tempi i libri su viaggi a piedi - anch'io ho dato il mio contributo. Però aggiungo subito: questo è un viaggio a piedi che consente di scrivere un libro molto particolare.

Perchè in Il Mugello è una trapunta di terra (Contromano Laterza) si racconta più un ritorno che un distacco e si guarda a ciò che è vicino piuttosto che a ciò che è distante. Perché più che descrivere un viaggio si raccolgono le storie che si incontrano quando ci si mette davvero in gioco. Perché con i piedi si attraversa anche il tempo e si prova a regolare diversi conti in sospeso, giusto per intravedere una possibilità di riconciliazione.

Simona è scrittrice del Mugello, che dal Mugello si è allontanata e che ora sembra voler stringere con la sua terra un nuovo patto, attraversandolo con scarpe da trekking e zaino in spalla. Della sua terra ha già parlato in tante sue pagine - raccontandone in cambiamenti che ha subito e le responsabilità di chi glieli ha inflitti, denunciando gli orrori ambientali e i disastri del lavoro. Ma ora, ora chissà, si può ripartire, senza dimenticare i torti, le violenze subite, ma sì, si può ripartire.

E' tutta lì la forza del camminare - afferma Simona - sapere da dove vieni e dove devi andare e tenere insieme le due cose. Perché nella vita di tutti i giorni non è possibile?

Allora meglio inanellare uno dietro l'altro i 120 chilometri di sentieri dalla Barbiana di don Milani al Monte Sole delle stragi nazifasciste - storia prima di un'altra storia, storia che deve appartenere al nostro presente. Meglio lasciarsi accompagnare dalla parabola dell'Emmelunga, l'azienda di mobili che un'era geologica prima dell'Ikea conquistò gli italiani con i suoi sogni da televendita, quando apparire era tutto, quando ai mobili del noce bastava avere solo il colore.

Storie di gente in viaggio, storie dalla terra che si attraversa. Storie senza tempo e storie di oggi, quasi sempre storte. Ma con una nuova convinzione, che si può abitare diversamente le proprie case - non più con i componibili dell'Emmelunga - e allo stesso modo si può abitare, abitare davvero, la propria terra. Perché è così:

Dovremmo tornare ad abitare davvero l'Italia, ad averne cura come se fosse sempre casa nostra, dalle pianure alle montagne, dalle coste alle rive dei fiumi, dalle piazze alle strade, dalle salite alle discese, dalle grandi città ai minuscoli paesi. Ogni angolo, ogni minimo pezzettino oltre le nostre case, oltre i nostri muri, oltre i nostri giardini, averne cura più dei nostri mobili e delle nostre stanze ricolme.

venerdì 11 luglio 2014

Il grande Raymond e le forbici dell'editor

"Tu credi di raccontare una cosa. In realtà, ne racconti dieci nello stesso tempo. Deve essere l'alcool".
"E se fosse quello che descrivo? Gli effetti dell'alcool?"
"Tu hai qualcosa da dire, ma troppe parole per dirlo. E a quel punto arrivo io".

Dedicato a tutti coloro che nella propria libreria hanno riservato un posto particolare a Raymond Carver - come del resto il sottoscritto. Ma non sono a loro, perchè in realtà Forbici di Stéphane Michaka (Edizioni Clichy) non può non catturare tutti coloro che nei libri cercano i segreti degli stessi libri.

Gli strani percorsi della creatività, la scrittura come inferno e paradiso, i meccanismi del successo editoriale, le inesauribili complicazioni del rapporto tra le opere e la vita... tutto questo e anche altro ho ritrovato in questo libro sorprendente che gira intorno al grande Raymond e delle persone che molto hanno contato nei suoi pochi anni.

Sono uno scrittore. Cioè, spero di diventarlo. 

E' questo il demone che agita la vita di Raymond, unica certezza tra molti incubi e fiumi di alcool. Lo ha deciso a soli 15 anni: sarà Hemingway, o nient'altro. E sarà nient'altro, sembra. Chi potrà mai scommettere su di lui? Il sogno americano e i suoi cocci, quasi una sentenza senza appello.

Poi c'è quell'editor che decide di pubblicarlo. Ma sono davvero suoi i suoi racconti? Suoi o dell'editor che a forza di tagli lo imporrà per quello che è e non è mai stato, il maestro del minimalismo?

E ci sono anche le due donne della vita, c'è la maledizione del bere, c'è la maledizione della malattia quando il peggio sembra ormai alle spalle, quando una nuova vita si spalanca...

Da leggere, questo libro singolare, spiazzante. Che raccomando anche per i quattro racconti che intervallano la narrazione, o piuttosto si intrecciano alla narrazione, in un vertiginoso gioco di corrispondenze tra la vita e la scrittura. Racconti così squisitamente carveriani, del resto....

mercoledì 9 luglio 2014

Carlo Pisacane finalmente raccontato come si deve

Combatteranno con me tutti i dolori e tutte le miserie d'Italia.

Combatteranno e non riusciranno a imporre la loro verità, a manifestare la fame di giustizia di questo nostro paese. Combatteranno per andare incontro, quasi sempre, a disastri annunciati e a belle morti buone per il ricordo di chi verrà. Allo stesso modo dell'uomo che quelle parole le ha pronunciate, in una sorta di testamento che riguarda tutti noi.

Avevamo bisogno di una buona penna che ci ricordasse chi è stato Carlo Pisacane, che ci raccontasse di come è morto e prima ancora di come è vissuto questo ufficiale borbonico che le bizzarrie della storia ci hanno consegnato come il primo socialista italiano. L'abbiamo trovata, la buona penna intendo, in Emilia Sarogni, scrittrice che da tempo ci consegna personaggi che meritano attenzione e gratitudine.

L'amore. L'Italia. Il socialismo. Questo è  il sottotitolo della biografia pubblicata per le edizioni Spartaco. Tre parole che sembrano poter contenere una vita che invece, nei pochi anni a disposizione, tentò sempre di oltrepassare ogni confine dettato dalle convenienze e dal conformismo.

Emilia Sarogni questa vita la dipana con il rigore di studi scrupolosi, ma anche con la passione di chi sa che ha una grande storia da narrare, un personaggio che meriterebbe un romanzo definitivo. E no, non cede alla tentazione del romanzesco, agli effetti speciali. Semplicemente mostra, lascia che gli eventi parlino da soli.

E così ecco che in qualche modo ci siamo anche noi, a fianco di Carlo Pisacane. Magari mentre fugge da Napoli, non per una cospirazione fallita ma per amore della sua Enrichetta. Eccolo, mentre va incontro al suo destino, alla mattanza che più tardi entrerà nei versi della spigolatrice di Sapri - Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti! 

E quasi non si vorrebbe proseguire per quelle pagine che raccontano di una sconfitta già scritta, di una morte fin troppo messa in conto, di una solitudine insopportabile, magari anche di quell'ultimo atto di generosità, l'ordine di non sparare sui massacratori.  

Quasi non si vorrebbe proseguire, tranne poi congedarsi con un pensiero che può essere anche un impegno: farà bene al nostro paese far conoscere Carlo Pisacane, raccontarlo ai ragazzi, nelle scuole, spiegare loro che non è solo un monumento, il nome di una strada.

lunedì 7 luglio 2014

Buone parole per raccontare buoni viaggi


È stato al termine di un'intensa giornata di docenza alla Scuola di narrazioni “Arturo Bandini”, qualche tempo fa. Avevo appena salutato le persone con cui avevo trascorso otto ore di confronto su molte esperienze e molte parole. Il tempo era volato via e anch'io me ne tornavo a casa con qualcosa in più di quando, quella mattina, mi ero presentato in aula. Prima di andarmene lo sguardo mi era caduto su alcuni fogli: gli appunti che mi ero preparato per l'occasione.

Non che li avessi seguiti passo passo. Anzi, tutto sommato li avevo trascurati, affidandomi agli interessi e agli umori di chi avevo davanti. Però erano stati utili – se non altro perché mi avevano aiutato a mettere a fuoco alcune idee sulla scrittura legata al movimento nel tempo e nello spazio. Ora li avevo abbandonati sul tavolo, come una cartella stampa dopo che si è scritto un articolo o come il biglietto di uno spettacolo appena concluso. Peccato, però. Forse, lavorandoci sopra, a qualcosa potevano ancora servire.

È stato in quel momento che mi sono venute in mente alcune persone che con me condividono la passione per il viaggio e soprattutto per la scrittura di viaggio. Buoni viaggiatori – senz'altro in questo migliori di me – in confidenza con la parola che si mette in cammino per raccontare quella fondamentale esperienza dell'uomo che è, appunto, il viaggio. Amici che scrivono, che leggono molto, che raccontano. Amici che, quando non sono in viaggio, spesso e volentieri sono impegnati in presentazioni, incontri, lezioni. Figurarsi se anche loro non avevano qualcosa, anzi, molto da condividere. Perchè non assem
blare le nostre esperienze, i nostri sguardi, i nostri consigli, per costruire insieme una piccola guida per la scrittura di viaggio?

L'idea è piaciuta ed ecco che n'è venuto fuori: questa piccola guida che vi proponiamo con la convinzione che in realtà si tratti dell'inizio di un percorso. Di un viaggio di parole – diciamo così – che intendiamo fare insieme – insieme anche a voi – per riflettere sul significato, sulle possibilità e anche sulle tecniche della scrittura.

Si parte da qui, con questa nostra squadra e con questo titolo nella collana Fuorirotta della Romano editore che contiamo diventi occasione per incontri, lezioni, seminari, chiacchierate in luoghi accoglienti e partecipati. E chissà che grazie a questo lavoro, fatto anche di proposte, approfondimenti, stimoli, perfino critiche, altre edizioni di questa guida e altri strumenti non possano vedere presto la luce.

Noi siamo qui. Pronti a questo viaggio. 

(Paolo Ciampi, con Alessandro Agostinelli e Tito Barbini, Parole in viaggio, Romano editore)

sabato 5 luglio 2014

Il matematico indiano che era come una stella lontana

Perché lo sorprendeva ancora sapere così poco di Ramanujan?

Era troppo vecchio per continuare a credere di aver toccato più di un frammento di quella vasta mente infernale. Nessuno di loro ci era riuscito, né Littlewood, né Eric, né Alice. Ramanujan era entrato nel loro mondo, e per qualche tempo le loro vite avevano ruotato intorno a lui, proprio come pianeti lontani ruotano intorno a una stella di cui riescono a discernere solo la più vaga penombra.

Eppure quella stella, nonostante la sua lontananza, governa le loro orbite e regola la loro gravità.

Ancora adesso, sogni su Ramanujan strappavano Hardy dal sonno ogni mattina. E quando andava a dormire una guizzante radiosità pervadeva i suoi sogni, come la luce riflessa da una mazza da cricket verniciata, o dalla spda brandita da un gurkha.

(David Leavitt, Il matematico indiano, Mondadori)

venerdì 4 luglio 2014

Quando camminare ha il sapore della nostalgia

Quando Sergio e Marinella mi hanno chiesto di andare con loro a camminare, mi sono vista con la tuta rosa, le mollette nei capelli, il K-Way rosso e il bastone nodoso di fianco al babbo sulla strada bianca e stretta verso le cima di Lavaredo, ho sentito la voce della mamma che raccomandava di stare attenta a non inciampare e mio fratello dirmi che tanto sarebbe arrivato prima lui.

Ho assaporato in bocca il bombolone alla marmellata della bottega di fronte al nostro affittacamere, ho visto i nostri scarponi allineati sul balconcino stretto come una scatola di fiammiferi e ho avvertito il piacere della doccia calda prima di infilarmi il pigiama.

Ho detto di sì perché per un istante ho rivisto la dodicenne che ero e m'è parso quasi di acciuffarla per i capelli.

Ho detto di sì perché ho nostalgia dei sentieri e della disciplina, delle sveglie la mattina presto e dei silenzi, della borraccia da riempire e della cartina che non si ripiegava mia per bene.

(Simona Baldanzi, Il Mugello è una trapunta di terra, Contromano Laterza)


mercoledì 2 luglio 2014

La bellezza non è una qualità delle cose stesse

Lo diceva Fëdor Dostoevskij, lo scrittore russo che con i suoi capolavori ha illuminato con sciabolate di luce le profondità dell'anima: si può vivere senza la scienza, si può vivere senza pane, solo senza la bellezza non si potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo.

È vero: tutti in un modo o nell'altro, cerchiamo la bellezza. La cerchiamo anche se non ne siamo consapevoli.

Allo stesso modo respiriamo, senza interrogarci su quello che stiamo facendo, senza riflettere su quanta sia necessaria e complessa questa azione.

Tutti cerchiamo la bellezza, solo che ognuno di noi abbiamo modi diversi di intenderla. Succede con ciò che più richiama la nostra umanità: l'amore, la  compassione, la giustizia. Provate a cercare definizioni buone per tutti.

Così è con la bellezza: la cerchiamo, solo che abbiamo modi diversi per intenderla. E forse è proprio questo, il bello della bellezza.

Non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza.

Sono le uniche parole che conosco di David Hume, il grande filosofo dell'illuminismo inglese: e mi piacciono.

Non so come definirla davvero, la bellezza. Però so che è nel mio sguardo, nella mia capacità di stupirmi e di rinnovare questo stupore.

(da Paolo Ciampi e Massimo Orlandi, Semi di cambiamento, Romena edizioni)

Sarajevo 1914, con gli occhi di due ragazzi su quel giornale

E rifletto su Ugo e Maria, adolescenti che a scuola studiano Pascoli e Leopardi, presumo come i ragazzi di oggi, adolescenti ora alle prese con un fatto tanto grosso da non poterlo intendere, pure questo immagino come i ragazzi di oggi, se oggi – scongiuri - capitasse qualcosa di simile.
 
E vorrei sapere quanti sono gli italiani a cui questa data - 28 giugno 1914 – dica qualcosa, esattamente un secolo più tardi. Quanti sono davvero consapevoli che il secolo breve della lunga guerra, perché questo è il Novecento, è cominciato a Sarajevo e si è concluso a Sarajevo. 

E penso ancora una volta a Tania, che per abitare davvero quella casa, per fare in modo che Domenico, Amalia, Ugo e Maria siano assai di più che nomi, si è spinta fino a consultare i quotidiani dell'epoca. A leggerli con i loro occhi. 

E sono confuso, maledettamente confuso, ma sono contento di esserci finito in mezzo. 

(Paolo Ciampi, con Tania Maffei, Nel libro, figlio, tu vivrai, Sarnus editore) 

lunedì 30 giugno 2014

Albert Camus, giornalista di verità in Algeria

E' il giugno 1939, mancano ancora pochi mesi alla guerra di Hitler, Albert Camus è un ragazzo di 25 anni alle prese con le sue emozioni e le sue letture, cui la tbc ha sottratto la passione per il calcio ma non la possibilità di ingegnarsi in mille mestieri. Legge Nietszche e Kierkegaard, si è iscritto al partito comunista, ha appena terminato di scrivere alcuni racconti lirici, in cui medita sulla assurdità della condizione umana e sulla possibile felicità.

Vive in Algeria, nella sua Algeria, l'Algeria che è dei francesi che si sentono diversi dai francesi che abitano l'altra sponda del Mediterraneo. E su un giornale di Algeri, modesto nei mezzi più che nelle ambizioni, firma un reportage in undici puntate: una sua inchiesta sulla schiavitù e la miseria della Cabilia, terra tra mare e monti baciata dalla bellezza della natura e dannata dagli orrori dell'uomo.

E' un piccolo grande libro da leggere, Miseria della Cabilia, questo il titolo scelto da Aragno per l'edizione italiana (e meno male che possiamo ancora contare su piccoli e medi editori capaci di proposte del genere).

Da leggere perché ci racconta molto sull'Algeria, anche alla luce di tutto ciò che è successo dopo, dalla guerra di liberazione fino alla terribile guerra civile di non troppi anni fa. 

Da leggere anche per Albert Camus. Non per lo scrittore che sarà, ma per il giornalista che è: capace di far buon giornalismo, giornalismo allo stesso tempo militante e di verità. Senza nascondere niente, a costo di incorrere nelle reazioni della censura. Senza nascondersi, a dispetto anche delle proprie convinzioni.

Nella bella prefazione che precede il reportage Laura Barile afferma che senza questo rapporto con la verità non si riuscirebbe nemmeno a capire il personaggio più grande e inquietante uscito dalla penna di Camus, il Meursault de Lo Straniero.

Perché, infatti, Mersault non sta al gioco? Cosa rifiuta? Lo stesso Camus risponde nella prefazione all'edizione universitaria americana dell'opera del 1955: "La risposta è semplice. Rifiuta di mentire... Lo anima la passione dell'assoluto e della verità".

Sulla passione per l'assoluto ci sarebbe di che dire. Ma sulla passione per la verità basta aprire queste pagine. E sentirne il richiamo.


venerdì 27 giugno 2014

Quando l'astronomia diventa un viaggio per tutti

Questo non è un libro di astronomia. O per lo meno non è un libro di astronomia come gli altri. Certo, di astronomia si parla e tanto, ma si parla anche di altro. Di una cosa, in particolare, la mia vita.

Mette le mani avanti, Emiliano Ricci, all'inizio di I viaggi dell'Orsa Maggiore. Alla scoperta delle stelle e dell'astronomia (edizioni Scienza Express). E forse è proprio per due righe così che mi sono avventurato in questo libro, senza temere di esserne respinto, da lettore allergico per partito preso alle cose di scienza.

Ho fatto bene, perchè Emiliano Ricci, da giornalista e divulgatore scientifico di ottima penna, riesce perfino a trasmettere qualche concetto scientifico a uno zuccone quale il sottoscritto. Però fa di più, Emiliano Ricci. Molto di più: trasmette una passione.

Lo fa parlando della sua vita. Raccontando una vita di passione che ha saputo trasformare in studio, lavoro, ricerca, e anche in affetti, in vita sociale, cosa questa assai meno scontata.

Quasi un'autobiografia, certo. Ma non di un Nobel, di uan star della scienza, piuttosto di una persona che in questa passione ha letto fin dall'inizio una sorta di destino. Era scritto nello stesso nome del padre, Sirio.

E allora ecco il babbo che lo porta a vedere le partite della Fiorentina e all'uscita dallo stadio gli parla delle stelle. Ecco il libro di Margherita Hack che gli cambia le vita e la solenne dichiarazione di intenti in salotto, mentre in tv c'è Canzonissima: babbo, mamma, da grande farò l'astronomo. Ecco le notti trascorse insieme con altri ragazzi conquistati dalle stelle, tra una birra e una partita a calcino, sempre con la giusta colonna sonora - e sempre, a degna conclusione, Watcher of the sky dei mitici Genesis, per sentirsi davvero, tutti insieme, "guardiani del cielo".

Ecco i viaggi - perché questo, a suo modo, è anche un libro di viaggi: l'Arizona che non è solo la terra dei Navajos di Tex Willer e di Vil Coyote (nostri comuni miti, adolescienziali e non) ma anche delle più entusiasmanti osservazioni astronomiche; le Hawaii dove non c'è scienziato che in laboratorio non custodisca una tavola da surf; e un lago dell'Austria dove arrivare in tempo per contemplare la meraviglia di un'eclissi, emozione che sta appena sotto all'emozione per la nascita di un figlio....

Eppure il viaggio più bello deve essere stato nella testa della gente, nel tentativo di incuriosirla e appassionarla ai fatti del cielo, perché l'astronomia non può, non deve essere cosa solo di scienziati un po' svitati. E allora questa è anche la storia dell'astronomia in strada, dei telescopi puntati da piazza della Signoria e da altri luoghi sacri della storia fiorentina. E' la storia di migliaia di persone i cui sguardi per la prima volta si sono davvero avvicinati alle stelle...

E fosse solo per questo, per questa passione viva per cui anche alla scuola dei figli ora chiamano Emiliano il "babbo delle stelle", per questa passione che non si è rinchiusa in un laboratorio ma ha acceso qualcosa perfino dentro il sottoscritto, ecco, anche solo per questo, merita leggere I viaggi dell'Orsa Maggiore: a costo di fare i conti perfino con una goccia di invidia.



mercoledì 25 giugno 2014

Tra Linus e Stephen King, quanto ci manca OdB

Era piccolo, tondo, curioso. Era un gigante. Irrequieto a oltranza, anarchico anche negli abbracci. Era Oreste del Buono. Detto Orestino da Federico Fellini. Detto Odb per brevità. Detto Mahatma per deferenza dai fumettari che ha scoperto, nutrito, accudito per una trentina d'anni sulle scintillanti pagine del suo Linus. Oltre a migliaia di articoli, i romanzi, i racconti, le centonovanta traduzioni, ha firmato cento dimissioni in vita. Tutte revocabili per cambio di umore....

Che meraviglia il ricordo che del grandissimo Oreste del Buono ci ha fatto qualche tempo fa, sulle pagine del Venerdì di Repubblica, Pino Corrias: grande anche lui per il modo con cui sa restituirci personaggi che è bene tenerci cari, con qualche legittima preferenza per la Milano che era la Milano di Enzo Jannacci e Beppe Viola.

Anch'io me ne ero quasi dimenticato. Ma quante cose devo a Odb. Solo per cominciare, i numeri di Linus che ancora oggi custodisco con maniale gelosia - e su cui non mi sono solo divertito, ho imparato cose del mondo più che in mille saggi; i Gialli Mondadori, per i quali si dice OdB abbia letto e proposto mille titoli, con la scoperta, tra l'altro, di Raymond Chandler, Dashiell Hammett e di altri "narratori della scuola dei duri col cuore morbido"; e Stephen King, la cui lettura lo avrebbe folgorato una notte, alla Fiera di Francoforte, da dove il giorno dopo partì una telefonata perentoria all'editore: "Comprate tutto, è un genio"...

Solo per cominciare, con questo uomo che aveva letto di tutto e che in casa conservava qualcosa come 30 mila libri, un alluvione di libri che aveva rotto gli argini delle librerie per occupare ogni spazio, tanto che per attraversare la sala bisognava passare sopra una scala in orizzontale, gettata sopra di essi.

Oreste del Buono amava Corto Maltese di Hugo Pratt e amava più di ogni altro libro Alice nel Paese delle Meraviglie. Aveva più di un punto in comune con Luciano Bianciardi, anarchico senza tempo. Anche lui si definiva anarchico, magari anarchico stalinista. Insofferente a molte cose, ma quasi sempre capace di emozionarsi.

Per il suo Milan, magari. E soprattutto per quel piacere del leggere che oggi, come no, vive un'epoca di stento. Di quanti Odb avremmo bisogno, oggi. 

lunedì 23 giugno 2014

Il tempo senza lavoro e la parola per ripartire

Non a caso si dice posto di lavoro. "Ho cambiato posto", "Qui sono a rischio dei posti di lavoro", "Ho perso il posto". Avere un posto di lavoro è anche avere un posto nel mondo.

E dunque prima di tutto c'è il disastro. L'azienda dove hai lavorato per una vita che ha smesso di pagarti. E quindi il lavoro che finisce, perché quell'azienda chiude e lascia dietro di sè un cumulo di macerie che hanno a che vedere con i conti dell'economia ma anche con i bilanci delle esistenze, di molte esistenze.

E ci sono tanti lavoratori che con il posto di lavoro hanno perso anche un posto nella vita. Che con la cassa integrazione hanno ritrovato una possibilità di tempo che non avevano mai avuto, solo che non sanno che farsene di questo tempo. Più facile abbandonarsi sul divano di casa, come un naufrago al relitto. Più facile abbandonarsi a un senso di colpa che fa più male perchè è una colpa che non si spiega.

Ecco, prima di tutto c'è questo. Però poi c'è un sindacalista un po' a modo suo, che forse non sa bene che fare dopo che è finito il periodo della lotta, ma sa che qualcosa va fatto. C'è l'idea che al sindacato non serva solo un delegato sindacale, ma anche, chiamiamolo così, un delegato sociale, capace di fare i conti anche con la sofferenza delle persone e del modo con cui questa sofferenza si intreccia con il lavoro (e il non lavoro).

E c'è questa idea strampalata. Di costruire tra gli ex lavoratori una sorta di gruppo di auto aiuto - nemmeno fossero alcolisti anonimi. Di farli incontrare con uno come Massimo Cirri, che non è solo la voce di Caterpillar, è anche un uomo che per un quarto di secolo ha lavorato nei servizi pubblici di salute mentale. Uno che al primo incontro viene presentato come il "nostro psicologo" e la cosa perfino la disturba. C'è silenzio, a quel primo incontro, c'è l'aria che si taglia con il coltello di quando non si sa bene perché si è dove si è. Finchè arriva il pianto di una lavoratrice che scioglie qualcosa. E molte altre cose si mettono in movimento.

Poi c'è quest'altra idea strampalata. Di fare scrivere i lavoratori. Magari con l'aiuto di Elena Varvello della Scuola Holden. Mancava solo una scuola di scrittura, assieme alla Camera del Lavoro e a uno come Massimo Cirri. Eppure funziona. Non sarà il lavoro, ma l'idea che un futuro ci può essere. Perfino il tempo della cassa integrazione non è più il tempo del lavoro perso, ma un tempo che in qualche modo va speso e speso bene.

Da tutto questo ne è venuto fuori un libro - Il tempo senza lavoro (Feltrinelli) - nel quale Massimo Cirri, incidentalmente ma non tanto, ci spiega come l'Italia ai tempi d'oro dell'Olivetti aveva saputo proporre il primo personal computer del mondo. L'Ibm era schiantata di invidia. Ma più che la concorrenza era stata l'Italia stessa a liquidare un settore - l'informatica - che pareva non avesse futuro. Meglio le macchine da scrivere.

Ma insomma, questa è un'altra storia. Il libro è da leggere per questo: perché è una storia sulla parola che racconta e svela, che alleggerisce e cura.