venerdì 18 agosto 2017

Quando Stevenson disegnò una mappa e si inventò un'isola

Sulle sue pagine ho sognato fin da ragazzino, studiando la mappa dell'isola del tesoro o trattenendo il respiro per capire come sarebbe andata a finire con il dottor Jekyll e mister Hyde. E col tempo mi è venuto di considerarlo allo stesso modo di un amico che è andato ad abitare lontano.

Per pochi scrittori posso dire lo stesso e in genere appartengono alla mia adolescenza: Emilio Salgari, certo, Mark Twain, certo, per altri devo pensarci su. E come per Twain e Salgari anche la sua biografia mi ha appassionato come un romanzo: lui che sembrava destinato a costruire i fari e che invece l'irrequietezza e la tisi hanno consegnato a un altro destino, dalle brume della Scozia ai Mari del Sud.

Robert Louis Stevenson, sì, a cui sono debitore di tanti piaceri della lettura. E tuttavia non ero mai entrato nel laboratorio della sua scrittura, né tantomeno avevo avuto modo di leggere i suoi consigli di scrittura o comunque i suo saggi sulla letteratura, sulla buona letteratura.

Li ho trovati in quetso libriccino - L'arte della scrittura, edito da Mattioli 1885 - che è davvero un concentrato di piccoli grandi sorprese. Soprattutto quando Stevenson ci prende per mano e ci racconta come è arrivato a L'isola del tesoro.

Gli uomini - racconta  - nascono con le manie più varie: sin da piccolo, la mia era di trastullarmi immaginando degli eventi in successione e, appena imparai a scrivere, divenni un buon amico dei fabbricanti di carta.

Anni di tentativi senza successo, di fogli scarabocchiati e gettati via, di storie appena abbozzate. I primi saggi, gli articoli, ma un romanzo ancora no.

Chiunque può scrivere un racconto - un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. E' la lunghezza che uccide. 

Poi un giorno, quasi per caso, per inseguire la fantasia o per ammazzare il tempo, su un pezzo di carta disegna una mappa. Follia pensare che un giorno sarebbe diventata la mappa più importante nella storia della letteratura - e lo so, c'è anche la mappa della Terra di Mezzo in Tolkien...

Mi dicono che ci sono persone alle quali non interessano le mappe, ma faccio fatica a crederlo. 

Già, faccio fatica anch'io. Come è possibile, se dentro una mappa come quella, appena schizzata, c'era già un intero romanzo? Il romanzo che avrebbe fatto la fortuna di Stevenson e di tutti noi, ragazzi e adulti che non hanno smesso di essere ragazzini.

martedì 8 agosto 2017

L'America di Bull Mountain, così nera, così tentatrice

L'estate ha anche questo di bello, che vi sentite più liberi nelle letture e più disposti a inseguire l'istinto o l'intuito piuttosto che le recensioni. In queste giornate indolenti e calde si dissodano meglio i terreni dell'immaginario. Per me vien più facile anche cedere alla nostalgia non dico di libri, ma di atmosfere di quando ero ragazzo:  quei pomeriggi di agosto su una sedia a sdraio, un romanzo cappa e spada o un giallo davanti agli occhi, la caraffa di tè freddo a portata di mano.

Ecco l'estate è il tempo in cui è bello abbandonarsi ai libri di genere: e figurarsi quando il libro di genere non solo funziona e fa di tutto per non mollarti più, ma dimostra di essere molto di più di un libro di genere.

Ecco, è questo che è mi è successo con Bull Mountain di Brian Panowich, vincitore di premi nella categoria dei thriller. Beh, lo so bene che c'è thriller e thriller e che è ampio il numero di titoli da classificare semplicemente come ottima letteratura. In questo caso valga come indizio chi lo pubblica in Italia - NNE, la stessa di Kent Haruf e Tom Drury, piccola grande casa editrice che difficilmente sbaglia un colpo. E occhio anche alla biografia dell'autore, che per quanto possa significare non manca di suggestioni. Brian Panowich: musicista e pompiere stelle strisce dai molti talenti, uno di quei tipi che vi aspettate vada in giro con la camicia a quadri e il cappello da cow boy.

Come lui anche Bull Mountain è un libro che richiama l'America profonda, quella di Fargo ma anche di  molte pagine di Cormac McCarthy. Qui ci sono meno nevicate e più piantagioni di marijuana, meno orsi e più passioni nere. E' la saga di una famiglia attraverso tre generazioni, all'ombra di una montagna che sembra una Tortuga americana, territorio senza ordine nè legge, repubblica indipente del crimine. Ma è anche un romanzo sulle ragioni e i torti del sangue, sulla voglia di riscattare il passato e sul passato che ostinatamente ritorna, su un presente che non è mai davvero ciò che che si presume sia.

Armi, droga, tradimenti, come in tanti altri libri. Però Bull Mountain non è come tanti altri libri. Da leggere, in questa estate rovente.  Per tuffarsi nell'America che anche quando è così nera non smette di tentarci.
 


lunedì 31 luglio 2017

Il libro che è troppo di tutto e che funziona

Sì, tutto in questo libro è troppo. Troppe pagine, troppi personaggi, troppi dialoghi, troppe storie che si intrecciano, troppi sbalzi di umore. Forse anche troppa voglia di stupire e catturare il lettore. Troppa smania di proporre grande letteratura, che poi è una cosa naturale se sei un grandissimo scrittore, che per di più ritorna alla narrativa dopo dieci anni.

Troppo e in questo troppo ci si può perdere e allo stesso perdere il controllo delle proprie emozioni. Qualche tempo fa, a un gruppo di lettura a cui partecipo, questo libro mi ha dimostrato di poter attrarre su di sé grande amore e grande odio. Io stesso l'avevo abbandonato dopo le prime duecento pagine, solo che dopo aver sentito le opinioni del gruppo di lettura ci ho ripensato, l'ho ripreso in mano, ho cambiato marcia. Prima avevo faticato su ogni pagina, la seconda volta ho bruciato le pagine come per un giallo. Succede, a me succede addirittura spesso: a volte proprio per i libri più importanti, come l'Ulisse di Joyce.

E sono contento di averlo letto fino in fondo. Sono contento ora di provare a proporvelo. Non dico niente, né della trama, né dei protagonisti. Diciamo che è la storia di una famiglia molto particolare, che si dipana tra Washington e Israele in quattro settimane che forse è poco definire convulse.

Anche se la lettura non vi catturerà catturerete frasi memorabili, da sottolineare e segnare nel vostro taccuino. A piene mani. Anche se talvolta vi annoierete vi sorprenderete spesso a ridere come matti.

Lui è Jonathan Safran Foer. Il libro è Eccomi (Guanda). Può funzionare, in questi giorni di agosto. 

giovedì 13 luglio 2017

Dalla finestra della cucina vedo la collina

Prima di tutto il piacere del libro tra le mani, sensazioni che era una vita che non mi capitavano, l'idea di dover aprire le pagine con il tagliacarte come si faceva una volta, supplemento di cura e rito preparatorio della lettura. Prima di tutto la casa editrice - l'Italosvevo, una di quelle piccole case editrici che fanno grande, malgrado tutto, il panorama editoriale italiano - e il titolo della collana: Piccola biblioteca di letteratura inutile - a dimostrazione di quanto bisogno si abbia di ciò che è inutile.

Ma dopo queste premesse c'è lui, Valerio Aiolli, a mio parere uno dei migliori autori italiani dei nostri anni, tanti bei libri da Io e mio fratello al più recente Lo stesso vento. E con lui c'è questa storia  - o questi frammenti di storia come recita il sottotitolo - che ci porta nella Firenze di fine Ottocento, non più capitale di Italia, ma meta frequentatissima da scrittori e artisti anglo-americani.

Il carteggio Bellosguardo, questo è il titolo, concentra in poche pagine un intero mondo, tanta letteratura, parecchie riflessioni sull'amore - anzi, sull'amore trattenuto, sospeso, non corrisposto - e anche una tragedia finale.

E dunque Bellosguardo, la splendida collina sopra Firenze che anch'io ho tante volte frequentato, con le mie passeggiate e anche con un libro dedicato a un personaggio quale Jessie White - la Miss Uragano di Mazzini e Garibaldi - che proprio a questo stesso mondo appartiene.

E' qui che si intrecciano le vicende Henry James e di Costance Fenimore Woolson. Lui è il grande autore americano, un'opera che molti fili legano a Firenze e una vita sentimentale inesistente o ben nascosta. Lei è discendente dell'autore de L'ultimo dei mohicani, è donna facoltosa per mezzi ma già irrimediabilmente etichettata come zitella.

Cosa succederà non lo racconto, scopritelo da soli. Vi dico solo che c'è Firenze come in Camera con vista. Che c'è tanta letteratura. Che il titolo non vi deve ingannare, semmai rimanda a un grande libro di Henry James, Il carteggio Aspern, non a un saggio o a uno sfoggio di erudizione.

Dentro c'è perfino Roland Barthes con i suoi Frammenti di un discorso amoroso, a dimostrazione del tema su cui davvero ruota la narrazione di Aiolli. Dentro c'è persino Aiolli stesso - con la sua parabola di vita, con i suoi sentimenti e le sue ferite - lo si capisce fin dal primo rigo:

Dalla finestra della cucina vedo la collina.

Così si comincia. Il resto a voi.

venerdì 7 luglio 2017

Giappone, in questo mondo, un altro pianeta

E' nei luoghi di cui ignoravi perfino l'esistenza che finisci per essere più felice.

Così afferma Cees Nooteboom, grande viaggiatore, grande scrittore. E il Giappone, certo, non è un paese di cui ignorava l'esistenza, piuttosto è un paese che a lungo ha frequentato nei libri dei suoi scrittori, a partire dall'immenso Kawabata. Ma appunto, una cosa è il paese letterario, una cosa è il paese vero: e cosa c'è di più spiazzante, enigmatico, impermeabile del Giappone, anche del Giappone dei nostri tempi?

In Cerchi infiniti (Iperborea) sono raccolti saggi e reportage che Nooteboom ha dedicato al Giappone: e non si parla solo di viaggi, ma di tutti gli incontri, anche a distanza, con questo incredibile paese: comprese una mostra in Europa di Hokusai oppure un'attenta rilettura di quell'incredibile romanzo che è La storia di Genji.

Quali umori, quali sentimenti, da queste pagine? Senz'altro l'incanto per la bellezza che in Giappone si nasconde e si rivela nei modi e nei luoghi più inattesi, anche laddove l'idea stessa di bellezza pare travolta dal cememto, dall'asfalto, dai numeri da capogiro delle metropoli.

E poi? Poi c'è altro, soprattutto a partire dal secondo viaggio, quando la sorpresa incalza meno e dentro si fa largo lo spazio per la riflessione. Prevale il senso di esclusione, la sensazione di un mondo a parte rispetto al quale sarai sempre un estraneo: trattato con gentilezza, ma di fatto invisibile. Incompreso e incapace davvero di comprendere. Figurarsi, in un paese dove la stessa lingua è un problema insormontabile e i trasporti pubblici, ancorché inappuntabili, sono un supplizio per l'europeo che deve scegliere e orientarsi.

Può succedere, anche in altri posti del mondo: ma che cosa incredibile che avvenga proprio nel Giappone dei grattacieli, dei treni superveloci, degli immensi centri commerciali. Il nostro mondo e allo stesso tempo un altro pianeta.

Un altro pianeta da cui comunque Nooteboom si sente irrimediabilmente attratto. Si faccia pellegrino come gli antici monaci buddisti o contempli un giardino dove ciò che non c'è è più importante di ciò che c'è.

Se mai potessi avere un'altra vita, dovrebbe essere in un paese con una scrittura diversa.

Così afferma a un certo punto Nooteboom. Frase rivelatrice. Frase che vale per il Giappone, ma che forse va alla radice di ogni viaggio in luoghi distanti non solo per la geografia: luoghi che sono arene dove si combattono il desiderio di appartenenza e l'estraneità.

lunedì 3 luglio 2017

Due giornate in 20 anni e voi due senza di me

Per mettere le mani avanti: Emiliano Gucci lo conosco, di persona e per altri libri, che ho già avuto modo di leggere, apprezzare, segnalare. Per questo la sorpresa è ancora più grande e bella, di fronte a Voi due senza di me, pubblicato da Feltrinelli. Pensare che all'inizio ero un po' titubante: non sarà mica la solita storia di una coppia sfasciata, incapace di farsene una ragione?

Sbagliato, questo è appunto il libro che non ti aspetti. E il bello è che non ti cattura con chissà quali colpi di scena ed effetti speciali. Addirittura la trama potrebbe essere condensata in poche righe.

Una coppia che non è più una coppia, appunto, lui che dieci anni anni dopo, in una Firenze luminosa come solo certe mattine, scende dal treno e cerca lei per riannodare in qualche modo i fili. E dopo quella giornata un'altra giornata ancora, dieci anni più tardi, Firenze questa volta paralizzata dalla neve, e lei, non più lui, che si fa viva, a parti rovesciate.

Due giornate, così nell'arco di 20 anni, per una storia a cui manca la parola fine. Ma poi c'è molto altro: perché c'è un passato che incombe, un'altra giornata che ha fatto sì che niente fosse come prima e che non ha solo tolto il futuro a Michele e Marta - questi i loro nomi - nel futuro li ha anche imprigionati.

E quel passato parola dopo parola riaffiora, così come la voce che non è più voce: e che pure si fa racconto di ciò che è successo e succederà...  Sarà come in quel capolavoro che è Amabili resti di Alice Sebold? E come misurarsi con ciò che è successo, se nemmeno sappiamo cosa abbiamo fatto, se il passato è anche confusione, amnesia, reinvenzione?

E se fossi stata veramente io?

Non aggiungo altro, se non per invitarvi alla lettura di un libro che è indagine sulla complessità del dolore, romanzo di inquietudine e possibilità, storia di responsabilità con cui fare i conti e di rinnovata innocenza.