lunedì 1 settembre 2014

La strada blu, in Canada, estremo Nord

Il Labrador. Avevo undici anni quando questo paese - la terra che Dio diede a Caino, come la chiamava il capitano Cartier - mi fece segno. Fu grazie a un libro e alle immagini che conteneva: indiani, eschimesi, montagne, pesci, e lupi bianchi che ululavano alla luna.

Ecco, non può essere per qualcosa del genere. Per le dita che frugano su un mappamondo fino a fermarsi su un colore e un contorno. Per la fantasia che galoppa a briglia sciolta sulle pagine di un libro. Per le scelte che solo a un'età tenera possono essere tanto pure e determinate da sentirsele come una pelle, che c'è ed è quella che è.

E' così che una terra diventa l'altrove, il tuo altrove. Te ne sei innamorato prima ancora di metterci piedi. Anzi, forse i piedi non ce li metterai mai. Non importa. Come, per quanto mi riguarda, non mi importa nemmeno capire se il mio autentico altrove è la Scozia di un viaggio adolescenziale e di alcuni film oppure il Sarawak di Emilio Salgari.

Per Kenneth White l'altrove è invece il Canada (un ottimo altrove, aggiungo io), anzi, più che il Canada il Labrador, l'estreno nord che anche per i canadesi non merita. Non c'è nulla, perché andarci?

Ma è proprio quel nulla che da sempre ha rapito Kenneth White. In quel nulla ci sono silenzi, spazi. In quel nulla, in effetti ci sono anche storie, persone.

Vite di ieri, come quelle dello scozzese che bruciò la Bibbia e si fece sciamano o del nobile francese che si confinò in un faro "lontano dagli imbecilli e, soprattutto, lontano dagli intellettuali". E vite di oggi come quelli di indiani che non si sa bene come vivano oggi, perché con loro il mondo è stato una corriera che non si è fermata e li ha abbandonati sul ciglio della strada. Però non rimangono solo bottiglie da scolare, ci sono segreti da conservare, orizzonti da scrutare, feste a cui invitare quello svitato di straniero.

Quante cose, davvero, in quel nulla. Silenzi da ascoltare, vuoti che non sono vuoti. E più si sottrae, più c'è. Più si può cogliere la possibilità di una poesia. La poesia definitiva che solo l'altrove personale, questo altrove, può davvero consentire.

Perché questo succede con la strada blu. Quella del titolo di un libro di viaggio, proposto da Amos edizioni, che e tra i più originali e intensi che mi siano capitati negli ultimi tempi.

Non ho capito bene cosa sia la strada blu. Però sto già indagando sulle parole che mi aiuteranno a designarla davanti ai miei passi...

sabato 30 agosto 2014

Ti sembra importante, questa faccenda delle frasi

Perché scrivere?

Per comporre una certa frase, per finire una certa pagina.

Preoccuparsi delle frasi è un capriccio estetico, l'equivalente culturale del pizzicare la cetra mentre Roma brucia? Questa tesi non l'ho mai capita. Che altro ha a disposizione uno scrittore se non delle frasi? 

Chiedere a uno scrittore di non pensare alle frasi è come dire a un costruttore di non preoccuparsi della qualità dei mattoni.

Perché scrivere?

Perché ti sta a cuore questa faccenda delle frasi: ti sembra importante.

E le vuoi scrivere alla tua velocità da lumaca, con tutta la complicata attenzione che meritano.

Non è solo una cosa degli scrittori: in tutto il mondo la gente sta cominciando a capire la natura rivoluzionaria delle dimensioni ridotte e della lentezza. Del fare le cose con le proprie mani. Del prendersi il tempo che serve. Delle vite su scala umana.

Sono tutti modi di rivendicare le nostre capacità di esseri umani in un mondo che spesso ci vede esclusivamente come produttori o consumatori.

(Zadie Smith, Perché scrivere, Minimum Fax)

giovedì 28 agosto 2014

La strada blu, nel silenzio blu del Labrador

Forse la strada blu è questo paesaggio fra i silenzi blu del Labrador.

Forse l'idea di andare il più lontano possibile - fino al limite di se stessi - fino a un territorio dove il tenpo si converte in spazio, dove le cose appaiono in tutta la loro nudezza e il vento soffia, anonimo.

Forse.

La strada blu, forse, è semplicemente il cammino del possibile.

In ogni caso, volevo uscire, andare lassù e vedere.

(Kenneth White, La strada blu (viaggio in Canada), Amos edizioni)

mercoledì 27 agosto 2014

La voce di Eva Peròn, in quella Argentina

Qualsiasi cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a modo proprio. Ma è già molto se le pietre usate sono autentiche.

Così affermava la grande Marguerite Yourcenar - dandoci prova di quello che intendeva in un'opera straordinaria quale le Memorie di Adriano, vita dell'imperatore insieme vera e immaginata, o se si preferisce, ricostruita con i materiali che rimangono dopo la distruzione (non importa se di una guerra, di un terremoto o semplicemente del tempo).

Abel Posse, scrittore argentino, non solo cita la Yourcenar, ma ne segue i passi, per raccontare la parabola di vita di Eva Peròn, oltre il mito, oltre le note di una canzone o le immagini di film che certo non rendono a fronte di un personaggio così complesso e controverso.

E' un bel libro, un libro importante, La passione secondo Eva (Vallecchi editore). Non una biografia, nemmeno una storia linerare. Piuttosto un racconto corale, fatto di molteplici punti di vista, di coni di luce che si accendono e si spengono, di incursioni avanti e indietro nel tempo. E anche di malintesi, di equivoci, di amnesie che forse suggeriscono di più di tante memorie ufficiali.

Eva Peròn e il ventre profondo dell'Argentina in mano ai militari e ai latifondisti. Eva Peròn e la polverosa provincia da cui un giorno arriva questa ragazza minuta e bistrattata dalle circostanze, più voce calda che corpo oggetto del desiderio. Eva Peròn e la Buenos Aires del tango e dei teatri, dei caffè con cui si ammazza le notti e dei bordelli. Eva Peròn e la miseria di un popolo. Eva Peròn e una malattia che la porterà via troppo presto e che, certo, contribuirà non poco a insediarla per sempre nel cuore dei tanti.

Ci saranno saggisti e storici che sapranno spiegare meglio che cosa è stata e cosa ha rappresentato Eva Peròn. Ma quanta verità in questo libro. Quanta poesia.

lunedì 25 agosto 2014

New York, nel paese delle automobili e delle lavatrici

Per certi versi, i comportamenti e le abitudini di New York sono remoti da quelli del resto del paese come Venezia lo è dal resto d'Italia.

Non solo remota dal punto di vista geografico, né perché la sua testa ancora si volge metaforicamente verso l'Europa. Remota nei modelli e nelle attività fondamentali della civiltà: muoversi, mangiare, fare il bucato.

New York è una città di gente che si muove a piedi, in un paese di automobili; New York è una città compressa in un paese di grandi spazi; New York è una città in cui la gente porta i panni sporchi al lavasecco del quartiere, scarpinando per tre isolati.

Noi ci affidiamo ai piedi e al treno, e a qualche pedalata ricreativa in bicicletta, mentre l'America è - prima di tutto, soprattutto e definitivamente - un paese di automobili e lavatrici.

                                            (Adam Gopnik, Una casa a New York, Guanda)

sabato 23 agosto 2014

Faccio il poeta, anzi no, l'avvocato

"Quando mi siedo davanti al computer, mi coglie la disperazione!" è una cosa molto letteraria da dire.

"Quando mi siedo davanti al computer mi sento inutile" è, secondo me, un'affermazione un po' più vicina alla verità. Perché ci sono poche cose che possano far sentire più ridicoli, in questo anno del signore 2011, del sedersi a tavolino a scrivere un "romanzo".

No, in realtà eccone una: sedersi a tavolino e scrivere una poesia.

Il ruolo dello scrittore è diventato assurdo. Forse i lettori non se ne sono ancora accorti, ma gli scrittori lo avvertono intensamente. Conosco un poeta che, se gli si chiede cosa fa nella vita, risponde "L'avvocato" anche se non lavora come avvocato da più di dieci anni. 

Gli sembra che starsene in una stanza di Londra, nel 2011, e dire "Faccio il poeta" sia come dire "Accendo i lampioni a gas" o "Sono il banditore del villaggio".

(Zadie Smith, Perché scrivere, Minimum Fax)

venerdì 22 agosto 2014

Dimenticare Augusto, nell'"epoca della rozzezza"

Stendiamo un pietoso velo sul Mausoleo di Augusto, da molto tempo chiuso per restauri e allagato nell'unico giorno in cui era stato riaperto per celebrare il bimillenario (dicesi bimillenario). Questa è evidentemente l'Italia che non si smentisce nel modo in cui maltratta i suoi beni culturali. Ma la domanda è: come mai un personaggio come Augusto, così decisivo nella storia di Roma e diciamo pure dell'umanità, non è riuscito a entrare se non nel nostro immaginario almeno nel cono di luce della nostra attenzione?

Perché questo è fuor di dubbio, altri imperatori - per rimanere agli imperatori - ci sono riusciti assai meglio: Adriano, per esempio, e non solo per lo splendido libro della Yourcenar; e perfino Nerone, con tutto quello che ha combinato. E allora?

Una bella risposta l'ha data qualche giorno Maurizio Bettini sulla cultura di Repubblica, in un intervento in cui, appunto, si interroga sui motivi per cui abbiamo dimenticato l'imperatore che inventò la pace globale (non senza fare le sue guerre, in ogni caso). Scrive Bettini:

Augusto rappresenta la classicità della classicità, una sorta di classicità esponenziale, quella propria del signore di un'epoca che amò la perfezione della forma, l'eleganza, l'ironia, la cultura, perfino l'erudizione: tutti valori che la nostra società, incline alle sensazioni forti e dedita talora alla poetica delle rozzezza, rispetta e ammira, almeno a parole, ma certo non sente proprie.

Ecco, ora mi torna più. Non è per Augusto. E' la nostra "epoca della rozzezza" che ha i suoi problemi. Ora che ci penso, non ne dubito.


mercoledì 20 agosto 2014

Un bar per diventare finalmente adulti

Molto prima di avermi come cliente, il bar mi ha salvato. Mi ha ridato fiducia quand'ero bambino, si è preso cura di me quand'ero adolescente e mi ha accolto quand'ero un giovane uomo. Anche se siamo attratti, temo, da ciò che ci abbandona o promette di abbandonarci, alla fine credo che sia quello che ci accoglie a segnarci

Figlio unico di madre single, J.R. insegue la figura del padre, dj di New York, che conosce solo come una voce alla radio. Non lo troverà mai, o lo troverà solo quando sarà troppo tardi, come quasi sempre capita. Ma troverà un bar - un bar di quartiere, di quelli che fanno tanto America - che lo accoglierà con la sua varia umanità e lo farà crescere, accompagnandolo attraverso gli studi, le scelte del lavoro e degli affetti, la difficile battaglia per conquistare un senso e un equilibrio.

Bello, bellissimo, Il bar delle grandi speranze di J.R Moehringer (Piemme)
, uno dei più belli tra quanti letti negli ultimi tempi. Un libro che ho sottolineato fino a consumare la matita e da cui, a distanza di mesi, pesco ancora una pagina, una citazione.

Per intendersi, non un libro sull'alcol e relative sbronze. Si beve molto, certo, ma qui non siamo nei paraggi di Charles Bukowski e delle sue mosche da bar. Piuttosto è una storia su come si diventa grandi, sulla confusione dei giorni, sul modo in cui se ne può uscire.

E quante cose che ci sono: la gente del bar come un porto di mare a cui attraccano tutte le storie e i sentimenti, ma anche il rapporto tra la madre il suo unico figlio, una storia di amore poco più che adolescenziale complicata come solo a quell'età, gli esordi di colui che diventerà un grande giornalista... già, perché in questo libro così tenero e appassionante, melanconico e divertente, c'è anche il coraggio dell'autenticità. Il valore del raccontarsi mettendosi a nudo.

Un indimenticabile ritratto - leggo nella quarta di copertina - di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti. Per una volta la quarta di copertina la sottoscrivo al cento per cento.

lunedì 18 agosto 2014

J. R. Moehringer: Ogni libro è un miracolo

Il venerdì pomeriggio Bill e Bud mi interrogavano su quel che avevo letto quella settimana a scuola. Poi, disgustati, mi portavano in giro per la libreria riempiendo una borsa di libri senza copertina. "Ogni libro è un miracolo" diceva Bill.

"Ogni libro rappresenta un momento in cui una persona in silenzio - e quel silenzio è parte del miracolo, ricorda - cerca di raccontare a tutti noi una storia".

Bud poteva parlare senza sosta della speranza dei libri, della promessa dei libri. Diceva che non era un caso se un libro si apriva proprio come una porta.

Inoltre, diceva, intuendo una delle mie nevrosi, potevo usare i libri per mettere ordine nel caos. A quattordici anni mi sentivo più vulnerabile che mai al caos. Il mio corpo cresceva, si riempiva di peli, era animato da pulsioni che non capivo. E il mondo fuori dal mio corpo sembrava altrettanto volatile e capriccioso.

Le mie giornate erano controllate dagli insegnanti, il mio futuro era in mano alla genetica e alla fortuna. Ma Bill e Bud mi garantivano che il cervello era mio e lo sarebbe sempre stato. 

Dicevano che scegliendo i libri, i libri giusti, e leggendoli lentamente, attentamente, avrei potuto tenere sotto controllo almeno quello.

(J.R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze, Piemme)

sabato 16 agosto 2014

Charles Bukowski: mi ubriaco per aggiustare la parte ubriaca

Charles Bukowski: Oh, non scrivo mai a macchina la mattina. Non mi alzo la mattina. Bevo la sera. Cerco di stare a letto fino alle dodici, voglio dire a mezzogiorno. Di solito se mi devo alzare prima non mi sento bene tutto il giorno. Quando guardo e dice dodici allora mi alzo e comincio la mia giornata.
Poi di solito c'è un ippodromo vicino e mangio qualcosa e corro all'ippodromo dopo che mi sono svegliato, guido la macchina, scommetto sui cavalli, poi torno a casa e Linda cucina qualcosa e parliamo un po', mangiamo, beviamo qualcosa e poi vado di sopra con un paio di bottiglie e mi metto a scrivere a macchina. Comincio circa verso le nove e mezzo e vado avanti fino all'una e mezzo, le due, le due e mezzo di notte. Ecco.

Fernanda Pivano: Mangi solo una volta al giorno?

Charles Bukowski: Due volte al giorno. Mai tre.

Fernanda Pivano: E poi scrivi a macchina e poi riscrivi tutto?

Charles Bukowski: Sì, da ultimo ho riscritto senza bere, per farlo diventare chiaro, perché ero ubriaco quando ho scritto la prima volta. Poi mi ubriaco di nuovo per aggiustare la parte che ho scritto quand'ero ubriaco. Mi ubriaco per aggiustare la parte ubriaca. E funziona. Va molto bene così. Lo rende più divertente.

(Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, in Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle, Feltrinelli)

giovedì 14 agosto 2014

Dorme più profondamente chi è stato inondato dalla Storia


Ogni nave piena di pensiero e conoscenza segua la sua rotta
Gli avvenimenti oscillano e infine cadono prima degli uomini
Ma l'oscurità non ha lanterna antivento
Dov'é Mileto dov'è Pergamo dove Attalia e dove
Costan Costantino tinopoli?
Tra i mille sonni uno è quello del risveglio ma per sempre.

Artemide Artemide tienimi il cane della luna
Morde i cipressi e s'inquietano gli Eterni
Dorme più profondamente chi è stato inondato dalla Storia
Su, incendiala con un fiammifero come fosse alcol

E' solo Poesia
Quello che rimane. Poesia. Giusta sostanziale e retta
Come forse la immaginarono le prime creature
Giusta nell'acerbo del giardino e infallibile nel tempo

(Odisseas Elitis, da Come Endimione, in Elegie, Crocetti editore)

martedì 12 agosto 2014

L'atto d'amore degli accaniti lettori di Marcel Proust

Andrè Gide ne rifiutò la pubblicazione per poi mangiarsi le mani, tanto da ammettere nero su bianco che quello era stato "uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti" di tutta una vita. Succede anche con i capolavori. Dopo molti rifiuti Marcel Proust fu costretto a pubblicare a proprie spese Dalla parte di Swann, il primo dei volumi della Recherche. E pensare che a un secolo di distanza godono ancora di buona salute i lettori di Proust.

In genere non coltivano la loro passione nel segreto della stanza. Sarà che non esitano a fare outing. Si riconoscono e si lasciano andare al gioco delle citazioni e delle predilezioni. Così dalle parole di Proust discendono altre parole: scambiate in un circolo di lettura ospitato da una libreria come depositate nelle pagine di una rivista.

In questo contesto il più bell'omaggio per il centenario - non solo un omaggio in effetti - è il volumetto Dalla parte di Marcel uscito per le Edizioni Clichy con cui si raccolgono pensieri, articoli, interviste, disegni su Proust e la Recherche, pubblicati in questi anni sulla rivista Cultura Commestibile: redazione che, evidentemente, è anche un covo di accaniti proustiani, pervicacemente convinti che la Recherche sia il "libro che ha cambiato il modo di scrivere, forse anche di pensare".

E' una miniera di sorprese, questo libriccino. Io mi limito a riportare un consiglio, sottratto alla Guida essenziale per il buon proustiano:

La Recherche è l'opera più laicamente sacra dell'umanità e come tale va letta e riletta costantemente anche una sola pagina al giorno.

Buona lettura.

lunedì 11 agosto 2014

Così si fa festa in Olanda

Il compleanno è molto sentito a Zeewijk, e presumo lo sia ovunque in Olanda.

Se è il compleanno di vostra sorella, qui non si fanno gli auguri solo a lei, ma all'intero blocco familiare, vengono gli invitati, posano il regalo e stringono la mano a fratelli e sorelle e figli e genitori del festeggiato, facendo loro gli auguri. 

Auguri per il compleanno di tua sorella.

Credo si estenda persino ai cognati, ma non ci giurerei.

La festa olandese si riconosce dalla musica popolar triste a massimo volume, canzoni di barche che non tornano e di piccoli caffé sul porto, di padri che raccontano al figlioletto che la vita è amara e alla fine contano solo i numeri, e giù birra.

E qui ci sarebbe da aggiungere un lungo capitolo. L'abitante di Zeewijk accoglie tutto ciò che riguarda la parola birra con un ghigno, un gemito di piacere. 

Se vi incontra al supermercato con una cassetta di birra nel carrello, state pur certi che si fa una risata. Lo stesso succederà se passandovi accanto alla spiaggia d'estate vi sorprenderà con una birretta in mano. 

La birra fa ridere prima ancora di essere bevuta. La birrà è complicità.

(Marino Magliani, Soggiorno a Zeewijk, Amos edizioni)

sabato 9 agosto 2014

Tornando nella Firenze di Vasco Pratolini

Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. 

Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini.

Via Pietrapana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l'Arno sulla destra, i Giardini e l'Annunziata sulla sinistra. Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l'Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d'angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie "grasse" del Trecento.

Via de' Malcontenti ne era un'arteria e un monito; via dell'Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in un'età lontana un'immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò miracolare in mezzo al popolo, "rallegrandolo".

Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.

La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.

(da Vasco Pratolini, Il quartiere, Mondadori)

venerdì 8 agosto 2014

Quanto costò quella guerra fatta quasi per gioco

 Figurarsi che noi ce la siamo praticamente dimenticata, ci siamo lasciati scappare anche l'occasione del centenario. Giusto qualche reminiscenza dei tempi di scuola, prima di un'alzata di spalle, prima di andare avanti: una guerricciola da niente, di quelle che non fanno troppo male.

Poi arriva un libro come La Scintilla di Franco Cardini e Sergio Valzania, pubblicato ne Le Scie di Mondadori, e la prospettiva cambia non poco. Perché, ci spiegano i due storici, la guerra di Libia non è stata solo una conquista piena di pagine ingloriose, crudeli, scellerate. Peggio, molto peggio, perché è stato con quell'impresa, chiamiamola così, voluta dall'Italia sostanzialmente per ragioni di politica interna, che il mondo intero si è messo in movimento, oltre ogni previsione e capacità di controllo, fino a precipitare nella voragine della Grande Guerra.

Certo, non "la" causa, la ragione di tutto.  Piuttosto la piuma che aggiunta al peso fa franare tutto. La scintilla, appunto, che appicca il fuoco alla polveriera. C'era già prima, la polveriera, ma chi c'è entrato dentro in quel modo?

Fino a quel momento l'Europa aveva saputo controllare le tensioni, gestire le crisi, trovare una via di uscita. Ma da quando gli italiani sbarcarono sull'altra sponda del Mediterraneo, per appropriarsi di quello "scatolone di sabbia", senza nemmeno sospettare l'esistenza del petrolio, niente fu come prima.

L'impero ottomano dimostrò una volta per tutte la sua irrimediabile debolezza. Sui relativi appetiti si scatenarono due guerre balcaniche. Soprattutto in cancellerie di Stato e quartier generali si diffuse l'idea che la guerra potesse essere un buon modo di risolvere la crisi: rapido e abbastanza indolore, una sorta di Risiko per rettificare confini ed equilibri.

Poi successe tutto quello che è successo. In Tripolitania e in Cirenaica cominciò davvero il secolo breve della lunga guerra. E tutto per un'avventura su cui, ancora oggi, rimane il giudizio senz'appello di Gaetano Salvemini, un uomo quale ce ne vorrebbero molti ancora oggi in Italia, ma che ha avuto il problema di essere compreso solo troppo tardi:

Sia il quando, sia il perché, sia il come dell'impresa libica non si spiegano, se non tenendo presenti la incultura, la leggerezza, la facile suggestionabilità, il fatuo pappagallismo delle classi dirigenti italiane.

Un libro da meditare. 

mercoledì 6 agosto 2014

Chi riscopre Tarchetti, poeta della Scapigliatura

Meno male che c'è chi non si arrende e, anzi, proprio ora ci prova. Malgrado la crisi, malgrado i conti che non tornano mai, malgrado i tempi bui non solo per le vendite ma anche per la fatica che fa a farsi largo la qualità. Meno male che esistono ancora case editrici senza grandi spalle, ma che vanno avanti con le  loro proposte che niente hanno a che vedere con calcoli miopi che alla lunga fanno solo male. In natura c'è la biodiversità, ma anche nella cultura c'è qualcosa di simile, da tenere come cosa preziosa.

Prendete per esempio DeComporre edizioni, casa editrice di Gaeta, piccola, coraggiosa, intraprendente. Ricca soprattutto di passione, e lo posso dire, visto che ho avuto modo di conoscere le persone che la animano.

Ecco una loro proposta: Disjecta di Iginio Ugo Tarchetti.

Chi era, Iginio Ugo Tarchetti? Nemmeno io lo conoscevo, eppure un posto nella letteratura italiana ce l'ha avuto. Siamo verso la metà dell'Ottocento. Tarchetti è un ragazzo che ha appena voltato le spalle a una promettente carriera nell'amministrazione militare. Si è trasferito a Milano, che non è più la Milano degli Asburgo e delle Cinque Giornate. E' sempre più la Milano della buona borghesia, ma allo stesso tempo è la città dove soffia una brezza di inquietudine, che chissà, forse un giorno si farà tempesta.

All'ombra della Madonnina il nostro entra in contatto con i salotti della Scapigliatura e ne diventa una delle penne più rappresentative. Scrive, scrive molto, prima di morire troppo presto, a nemmeno 30 anni, consumato dalle difficoltà economiche e dalla tisi: epilogo quasi scritto sui muri per un poeta dell'Ottocento, per uno scapigliato che come tale non immaginiamo a mettere su famiglia e a invecchiare.

Disjecta è la sua raccolta poetica, pubblicata postuma nel 1879. Io la trovo bella, intensa, commovente. Può piacere o non piacere. Fatto sta che a riproporla, nella sua versione originale e integrale, è oggi DeComporre. Non uno dei nostri grandi editori. E allora: facciamo tesoro dei nostri piccoli.

martedì 5 agosto 2014

Cinque capitali per l'Europa che non ti aspetti

C'è Bucarest, che non è più la  città brutalizzata da Ceacescu e che comunque non è solo distesa di cemento, perchè i deliri del dittatore non hanno cancellato del tutto la sua storia e nemmeno i suoi alberi.

C'è Belgrado, che dai tempo di Milosevic e delle follie nazionaliste, di strada ne ha fatta tanta e oggi guarda al futuro con la sua movida in salsa balcanica.

C'è Sofia, la più enigmatica, un nome che evoca profumi e nostalgia, capitale di un paese che evocava grigiore e conformismo per antonomasia, e che oggi, al contrario, è capace di sorprendenti aperture al mondo.

C'è Varsavia, che finora poteva passare per la città simbolo delle sciagure del Novecento, questo e poc'altro, se non tristezza, tanta tristezza, e che invece oggi è più vicina a Berlino, per dire una grande città che vive nella contemporaneità.

E c'è Tirana, che per noi italiani evoca ancora non solo gli orrori della dittatura ma anche i disastri del post-comunismo, e che invece in questi anni ha fatto passi da gigante, magari anche grazie a un sindaco più artista che amministratore, bravo a capire che la storia si cambia anche colorando le facciate delle case.

Cinque città, cinque capitali, cinque storie che disegnano il volto della nuovo continente. Così rapidamente da sorprendere i nostri pregiudizi, duri a morire, con le loro radici che affondano in un'Europa cancellata dalla caduta del Muro:  quasi un quarto di secolo fa, ormai, e non sembra vero.

Solo ora mi è capitato di leggere A est di Flavia Capitani ed Emanuele Coen (Einaudi). Pagine che è un piacere leggere, un po' guida, un po' libro di viaggio, generose nelle riflessioni della storia e nell'esame delle nuove tendenze. Ci sono arrivato con qualche anno di ritardo, e chissà cos'è cambiato nel frattempo. Ma intanto mi basta, per spingermi con la fantasia e progettare nuovi viaggi, verso l'Oriente di Europa. 

domenica 3 agosto 2014

Ecco come finisce una guerra, per chi rimane

Ecco come finisce una guerra, mio povero Eugène, un immenso dormitorio di gente stremata che non si è nemmeno capaci di rispedire a casa come si deve.

Nessuno che ti dice una parola o soltanto che ti stringe la mano.

I giornali ci avevano promesso archi di trionfo, e invece stiamo ammassati in sale esposte ai quattro venti. Il "grazie affettuoso della Francia riconoscente" (l'ho letto sul "Matin", ti giuro, parola per parola) si è trasformato in beghe continue, stanno a lesinare sui 52 franchi di premio di smobilitazione, a lagnarsi per i vestiti, la zuppa, il caffé che ci danno.

Ci trattano da ladri....

(Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù, Mondadori)

sabato 2 agosto 2014

Uno si crede incompleto ed è soltanto giovane

Alle volte – diceva Italo Calvino - uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.

Beata incompletezza, allora: cosa se non l'incompletezza permette di tendersi come un arco, di essere freccia scoccata verso il futuro?

È questo che dona il coraggio e regala la possibilità della scelta.

È questo, essere giovani. A prescindere dall'epoca e dalle circostanze. Perché è l'ora di finirla, una volta per tutte, con coloro che rivendicano l'esclusiva sulla meglio gioventù, come se fosse un titolo di nobiltà, un carattere iscritto nei cromosomi. La generazione di coloro che osò cambiare il mondo, ai tempi della rivoluzione. I reduci di oggi.

Basta, per favore. Ogni generazione ha la sua meglio gioventù, la sua rivoluzione. Anche se non hai un Palazzo di Inverno da assaltare, una scuola da occupare, uno slogan da gridare.  Ogni generazione tiene viva la speranza e prepara la sua disillusione, solo per consegnare il testimone di una nuova speranza. Anche nella crisi più nera.

Per questo contemplo l'incompletezza di mio figlio e degli altri che come lui trascorrono giornate con i video di Mtv o i giochini del Nintendo. Non li giudico, semmai li invidio: hanno tutta una partita da giocare, loro.
Tra loro si annida la nuova speranza. Incoraggiamoli col nostro tifo.

E a chi scuote la testa, a chi va pontificando che i giovani di oggi sono tutti uguali, mica come ai suoi tempi, io infliggerei la visione obbligata e meditata dei Cento passi di Marco Tullio Giordana. Perché solo cento passi separano Peppino Impastato dalla casa dei mafiosi, che alla fine ti sembrano come te. Solo che dentro quei cento passi c'è una distanza di anni luce, c'è un altro mondo che solo l'energia dei cuori può far raggiungere. 

mercoledì 30 luglio 2014

I versi di Callimaco in un vecchio quaderno di liceo

Io consiglio a te anche questo, di non andare dove camminano i carri, e non spingere il carro sulle stesse orme degli altri né per una strada larga, ma per strade non battute, anche se spingerai il tuo carro per una strada più stretta.

Ho fatto una prova: questa frase è facile pescarla su Internet, anche se non sapete chi l'ha scritta, né a quale opera appartenga. Basta digitare la parola gioventù e scegliere su uno dei tanti elenchi di citazioni. Un attimo ed ecco qui: non andare dove camminano i carri...

Pochi click per catturare parole che resistono da duemila anni e più: il prologo delle Origini di Callimaco, poeta dell'antica Alessandria di Egitto... non spingere il carro sulle stesse orme degli altri...

Qualche giorno fa mi sono imbattuto proprio in questa frase, però non su Internet. Su un mio quaderno del liceo. Più precisamente sul suo retro di copertina. Come se per me avesse un valore particolare.

Però non per la fatica della traduzione – chissà se l'ho davvero mai tradotta dal greco – o perché mi potesse tornare utile in vista di una interrogazione.

Quei versi dovevano essere importanti come per me lo erano i versi di Garcia  Lorca, di Pablo Neruda, di Vladimir Majakovskij.

I versi che un ragazzo di nemmeno diciotto anni ricopia inseguendo i suoi sogni.