lunedì 30 marzo 2015

Tra maori e polacchi, il mondo dimenticato a Montecassino


La Storia quasi sempre è storia dei grandi, non di coloro che la fanno e la subiscono davvero: dei generali e non delle truppe. Ma se la Storia, in questo senso, quasi sempre è amnesia e silenzio, la forza della scrittura sa restituire voce a chi non l'ha mai avuta, sa raccontare le storie nella Storia, forse perfino conservare brandelli di vita.

A tutto questo - mica poco - ho pensato immergendomi de Le rondini di Montecassino di Helena Janeczeck (Guanda), romanzo corale che raccoglie e racconta parabole di vita e di morte intorno alla terribile battaglia con cui, per quattro mesi nel 1944, gli Alleati tentarono di sfondare le linee tedesche in Italia. Ma chi erano gli Alleati? Americani chewing gum in bocca e cioccolata da distribuire? Inglesi capaci di andare all'assalto con il gusto di un'ultima battuta?

E no, c'era un mondo, in quella battaglia. Indiani, nepalesi, maghrebini. Un migliaio di ebrei che imbracciarono le armi per rivendicare il diritto a esistere, mentre il loro popolo veniva spinto verso le camere a gas. Un battaglione di maori che mai si sarebbe immaginato di combattere in Europa. Persino un esercito, quello polacco, resuscitato dai suoi stessi carnefici sovietici, quanto ne rimaneva, almeno, dopo le stragi di massa e l'invio nei gulag siberiani.

Non c'è la penna dello storico, in queste pagine, ma la penna della grande narratrice, che annoda e srotola storie, cambiando punti di vista, spostandosi da un tempo all'altro per raccontare le vicende di chi, pur combattendo con i vincitori, non è sfuggito al destino dei vinti. 

E per raccontarli può servire anche l'incontro in un taxi di Milano, o un viaggio in Italia del nipote di un veterano maori, oppure le esperienze di due ragazzi cresciuti a Roma nei nostri anni.... perché è anche così che si fa storia.

sabato 28 marzo 2015

La guerra che cominciò come una cosa da niente

Dopodiché è venuto il momento di salire in treno ed era passata esattamente una settimana dal suo giretto in bici allorché, partito da Nantes sabato alle sei del mattino, Anthime è arrivato lunedì nelle Ardenne a fine pomeriggio.

Ecco cominciò così, come una cosa da niente. Con uno sventolio dai campanili e con un annuncio salutato da brindisi e berretti lanciati in aria. Con una sbronza e una partenza che era solo un arrivederci, a presto, tanto tra quindici giorni è finito tutto. Con un ufficiale che rassicurava, delle pallottole non dovete preoccuparvi, ma dell'igiene sì, perché è la mancanza di pulizia che ammazza. Con una marcia per entrare nell'idea che si era sì soldati, ma tanto che sarà mai. Con un primo assalto i cui i fanti vestivano divise sgargianti ed erano preceduti da un'orchestrina che, sotto il fuoco nemico, intonava la Marsigliese.

Sapete, di libri sulla Grande Guerra ne ho letti diversi, in questo periodo, alcuni molti belli. E di diversi ne ho parlato qui, su questo blog. Eppure li batte tutti questo libro di poche pagine pubblicato da Adelphi, che non è un saggio e che è prima di tutto l'ennesima prova narrativa di Jean Echenoz, scrittore che vi consiglio caldamente.

Il titolo, essenziale, dice già tutto: '14. Così, semplicemente, anche con l'apostrofo.

Si comincia con l'irruzione della guerra in una cittadina nella Francia del Nord. Irruzione che è già una parola sbagliata, perché la guerra arriva di soppiatto, come un gatto nella cristalleria. Sembra un gioco, all'inizio.

Poi ci saranno gli assalti e le trincee, ci saranno gli amici che moriranno e i corpi fatti a pezzi. Ma soprattutto Anthime, questo personaggio di cui finiremo per assumere lo sguardo incredulo, leggero, malgrado tutto sorridente. Lo sguardo di chi fa fatica a crederci ma che alla fine sa adattarsi e resistere. Come se questo fosse davvero l'unico modo per scamparla.

venerdì 27 marzo 2015

Che fine ha fatto il secondo uomo sulla luna

Mattias è fatto così, è una persona che si è sempre tenuto lontano dalla luce dei riflettori. Gli piace essere invisibile, comunque non arrivare mai primo. Ci sono persone così al mondo. Sono strane, in un mondo dove l'importante è vincere, non partecipare, ma ci sono. Sono strane perchè pretendono di essere normali e lo sono.

Mattias da ragazzino era uno di quelli che non si siedono al primo banco, non alzano la mano per primi, non trovano mai le parole giuste per attaccar discorso con la compagna di classe che gli piace. Quando ha scoperto di avere una straordinaria predisposizione per il canto non ha cominciato a sgomitare per guadagnarsi un posto al sole.

Da sempre fantastica sulle avventure spaziali, ma il suo eroe non è Neil Armstrong, il "primo" uomo sulla luna, è Buzz Aldrin, il "secondo" uomo sulla luna, quello di cui nessuno si ricorda, e che, per inciso, era il più esperto e capace tra i due. Mattias guarda la luna ma sa farsi bastare un pò di terra per il suo lavoro di giardiniere.

Non è un libro sulla luna, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea) di Johan Harstad, giovane autore dalla Norvegia. O forse lo è, anche se tiene i piedi ben piantati sulle terre dei mari del grande Nord. Lo è perchè bisogna sempre andare lontano per ritrovare se stessi, e questo è il viaggio che racconta Harstad, il viaggio più difficile.

Norvegia e poi le Faroe, isole distanti da tutto, sferzate dal vento e dal mare. Perdersi e poi ritrovarsi. La difficile battaglia della solitudine per investire in autenticità e poi riscoprire i legami.

Non tutti hanno bisogno del mondo intero.
Io volevo solo stare in pace. 


E un nuovo inizio che forse avrà il colore di altri mari, il calore dei Caraibi. Prima inseguiti leggendo e rileggendo una guida fino a consumarla, poi possibilità, vita che svolta, capitolo che comincia. Imbarcazione che lascia il suo molo:

Le Faroe erano ridotte a una parentesi nell'oceano e noi eravamo scomparsi 

E fai fatica a scioglierti da questo viaggio di 450 pagine e accettare la separazione. E magari vorresti gettarti in acqua e raggiungere Mattias e i suoi amici, nemmeno ti sentissi già in colpa per non essere partito con loro.

Ps: Consiglio su consiglio, questo è un libro che metto idealmente accanto a un altro di qualche anno fa, altra scoperta, libro per me davvero necessario. La scoperta della lentezza di Sten Nadolny. Altra storia di anomala normalità o di normale anomalia, di saggezza che procede per la tangente, di vittorie che rovesciano il buon senso e le attese.

mercoledì 25 marzo 2015

E se le librerie avessero tanto futuro davanti?


Paradossalmente si può cominciare la mattina a spolverare libri sullo scaffale. E' importante dedicare un po' di tempo a questa mansione, e i benefici sono molti.

Può cominciare così, il lavoro di libraio. O forse poteva cominciare così, ai tempi in cui le librerie non erano date per spacciate, non si era ancora entrati nell'era degli ebook e del download gratis e il lavoro del libraio era appunto un lavoro, con il futuro davanti. O forse...

E' inevitabile, il groppo alla gola, leggendo Felicemente annegato nei libri (Leonardo edizioni) di Alessandro Falciani, storico libraio fiorentino che in 40 anni di attività ha visto cambiare un mondo, dai tempi in cui la sua piccola libreria del centro si poteva prendere straordinarie soddisfazioni (fino a ospitare le presentazioni di alcuni dei più importnati autori internazionali) ai tempi del disastro, con la chiusura dell'Edison, ferita ancora aperta nel corpo vivo della cultura fiorentina.

Quarant'anni e un mondo che se n'è andato, un libro che usa il registro della nostalgia e i verbi rigorosamente al passato... O forse no... Forse....

Meno male che mentre lo leggevo, pensando e ripensando al mestiere che mi sarebbe sempre piaciuto fare (per dire, come quello del palombaro), strane notizie hanno cominciato a rimbalzare nella mia città. Quasi tutte insieme.... una nuova libreria in un quartiere dove non ce n'erano mai state, un'altra in un altro quartiere tirata su dagli ex dipendenti dell'Edison, un'altra ancora...

Epidemia di incoscienza? Gli ultimi giapponesi del libro che non si riesce a stanare dalla giungla? Chissà. E se fosse che le librerie cambiano - magari si trasferiscono dal centro alla periferia, magari accettano di vendere anche penne e giocattoli - ma hanno ancora un lungo futuro davanti a sè? 





lunedì 23 marzo 2015

In Olanda, la mia idea di inverno

Questa pianura con tutte le gradazioni del verde. Queste file di salici piegati sull'acqua e dietro, belli dritti, i pioppi. Questi paesini in lontananza, di cui si intravede solo la punta del campanile e poco più. E le mucche ovunque. E la vela di un'imbarcazione che procede lungo un canale, solo che il canale, nascosto dietro l'argine, non si vede: perché perfino nei Paesi Bassi, evidentemente, non tutto si lascia scorgere, malgrado l'orizzonte spalancato. 

 Chissà come sarà, di inverno: saltare giù dal letto, schiudere le imposte, scoprire lo spettacolo del manto di neve intatto. Non sono sicuro, a dire il vero, che da queste parti abbiamo imposte, considerata la fame di luce nei lunghi mesi invernali. Però rende l'idea: il primo vero movimento dopo il risveglio, per accogliere la luce e la quiete. Un giorno di sole dopo la tempesta. La neve che copre tutto e che è leggerezza, riposo. Il bianco che abbaglia. 


È l'inverno che ho visto in molte opere fiamminghe e che da sempre è stata la mia idea di inverno, nonostante abiti in una città dove anni interi vanno in archivio senza nemmeno un fiocco. Da me la neve è quasi sempre solo un annuncio, un disagio, una poltiglia di fango.

Però per me è questo l'inverno. Una finestra che si apre al mattino e lo sguardo che spazia. Ovviamente anche il fumo che sale dal camino, promessa di tepore e di pasti caldi. 


La finestra e il camino. La mia idea di inverno che si porta, indissolubile, l'idea della casa: necessariamente ospitale.


(da Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

sabato 21 marzo 2015

Con Brecht, nella giornata mondiale della poesia



Oh, bello innaffiare il giardino,
per far coraggio al verde!
 Dar acqua agli alberi assetati!
 Dai più che basti e
non dimenticare i cespugli e siepi, perfino
quelli che non dan frutto, quelli esausti
 e avari. E non perdermi di vista
 in mezzo ai fiori, le male erbe, che hanno
 sete anche loro. Non bagnare solo
 il prato fresco o solo quello arido:
 anche la terra nuda tu rinfrescala.

(Bertolt Brecht, Poesie e Canzoni, Einaudi)

venerdì 20 marzo 2015

Quando dalle parole degli intellettuali discende il peggio

Quando le parole sono l'uovo del serpente: il crimine che fa la prova generale. Quando non è solo questione di idee, sballate come tante nella storia del pensiero. Quando le parole sono esse stesse crimine per cui non è possibile invocare libertà.

Tutto questo mi è venuto in mente leggendo Precursori dello sterminio (edizioni Ombre Corte), libro curato dagli storici Ernesto De Cristofaro e Carlo Saletti, intorno a un documento di due rispettabilissimi intellettuali della Germania di Weimar, un giurista e uno psichiatra. Era il 1920, Hitler era ancora un pittore fallito e rancoroso, nessuno si sarebbe mai potuto immaginare come sarebbe andata a finire, in questo paese uscito a pezzi dalla Grande Guerra.

Erano sostenitori dell'eugenetica, i due. Persone che si ponevano seriamente il problema della "degenerazione della razza" e dell'impoverimento genetico di un popolo. Discorsi che potevano far presa in una Germania che aveva visto morire al fronte la sua "meglio gioventù": perché ci si doveva far carico degli storpi e dei matti?

Poi sarebbe arrivato Hitler e quelle idee diventarono "buone pratiche": sterilizzazioni ed eutanasie, magari spacciate da "morte caritatevoli". Quindi altri "trattamenti" cominciarono a essere autorizzati: tutto nel rispetto delle regole, perché quello era un regime che sapeva darsi le regole e che quelle regole faceva rispettare.

Si arrivò al programma T4, per "disinfettare" la nazione ariana. E decine di migliaia di persone sparirono nelle cliniche. E per la prima volta si usarono i gas. Prove generali anche queste, di quello che sarebbe successo in terre più a est, con la guerra nazista.

Anni più tardi medici e scienziati si sarebbero difesi nei processi: erano solo idee; era un modo di manifestare pietà; in ogni caso non avevano fatto altro che obbedire agli ordini e stare dentro le procedure.

E dunque è un libretto da leggere, questo: un piccolo grande insegnamento su ciò che è e non è responsabilità.

mercoledì 18 marzo 2015

I buoni che non hanno posto nella letteratura

Si sa, e lo testimonia la storia della letteratura, che è difficile rendere interessanti i personaggi buoni e gentili, come sono rari i grandi romanzi che parlano di felicità.

Ed è un fatto, per quanto triste e sgradevole, che i media si crogiolano nelle sventure umane, e sono quelle che la gente ha voglia di leggere.

Quando è stata l'ultima volta che nelle pagine di cronaca si è dato ampio spazio alla notizie di qualcuno che ha fatto qualcosa di buono per il prossimo?

Perché siano le disgrazie, i lutti e il dolore a far aumentare le vendite di libri e giornali me lo sono spesso chiesto, senza trovare la risposta.

Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: esistono persone buone, che vogliono il bene degli altri, a volte addirittura a proprie spese, e fanno il possibile per evitare di danneggiarli o ferirli. 

Perché non dovrebbero avere diritto al loro posto nella letteratura?

(Bjorn Larsson, Diario di bordo di uno scrittore, Iperborea)

lunedì 16 marzo 2015

Com'è che il mondo si gettò nella guerra

Nessun momento della Grande Guerra è paragonabile, per interesse , al suo inizio. Il silenzioso, discreto, raccogliersi di forze gigantesche, l'incertezza sui loro movimenti e le loro posizione, la quantità di dati che non si conoscono né si possono conoscere rendono la Prima guerra mondiale un evento insuperato nella sua drammaticità.

Così scrive Winston Churchill dopo la guerra, riandando a quegli inizi, con un un senso di stupore che i lunghi anni di trincee e massacri non hanno sopito.

Ed è questo ciò che prova a raccontare Max Hastings con Catastrofe 1914. L'Europa in guerra (Neri Pozza). Questo e quanto avviene nelle settimane appena precedenti, nel tentativo di capire come sia stata possibile e a chi si debba chiedere davvero conto di tutto questo.

Libro superbo, forte, emozionante come raramente succede. Libro che non spaventa con le sue quasi ottocento pagine, perché ha il passo del romanzo - della storia raccontata come talvolta sanno fare i grandi storici (soprattutto anglosassoni); e perché in qualche modo la sua costruzione ha qualcosa anche del film, con il suo montaggio che alterna grandi scene di massa - le mobilitazioni verso il fronte, il dispiegarsi delle forze, gli attacchi in profondità prima che tutto si paralizzasse nella guerra di posizione - a primi piani su personaggi che forse ebbero la possibilità di scegliere un altro destino e non lo fecero: sovrani, ministri, diplomatici, capi di stato maggiore che portarono disinvoltamente il mondo verso un conflitto accolto disinvoltamente - tanto per Natale tutti sarebbero tornati a casa.

C'è anche tutto questo tra le forze che determinano la Storia: ambizioni, paure, umori. Ci sono i sonnambuli che danno il titolo a un altro straordinario libro su questo 1914.

Da leggere per sprofondarsi nella lettura e per meditare su ciò che sono le vicende degli uomini.

domenica 15 marzo 2015

Ripensando ai muri della storia, assieme a Marguerite

Non so se Marguerite Yourcenar abbia mai camminato lungo l'Hadrian's Wall, come sto facendo io in questi giorni. 

Pensate: le Memorie escono nel 1951, esattamente dieci anni prima del giorno in cui il pianeta si risvegliò per scoprire cosa era successo a Berlino. 

E ora lo capisco più di prima: il passato non è fermo una volta per tutte, così come è stato archiviato. Cambia con i nostri occhi. Non c'è solo il presente che sta nel tempo e il futuro che è un'incognita.

Anche la Yourcenar si guardava intorno. Non si preoccupava mica solo degli antichi romani. Leggeva l'autobiografia di Winston Churchill, signore di un'altra Britannia e in lui vedeva prima di tutto un uomo che, almeno entro certi limiti, sapeva spiegarsi e farsi capire. Scrutava il mondo così come era uscito dopo la guerra di Hitler. Si interessava dell'istituzione delle Nazioni Unite e, chissà, forse accarezzava la speranza di un governo mondiale capace di farla finita con tante cose. 

Meditava soprattutto sulla possibilità di un politico di genio, anzi, lo aspettava e lo auspicava. Uno da cui aspettarsi una pace duratura. 

Un po' come Dante Alighieri con  il suo Arrigo, un altro imperatore, un'altra speranza di pace: non che a entrambi sia andata un granché bene.

Lo stesso Muro, prima e dopo Berlino. In effetti un altro Muro, ai tempi in cui lei scriveva del suo imperatore.  

(Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

sabato 14 marzo 2015

La vita di tutti i giorni, fonte di stupore

E' una sensazione terribile, ci disse, leggere di sé, ma siccome vi siete date tanto da fare, va bene, faremo le necessarie "precisazioni".

Così alla fine la grande, grandissima  Wislawa Szymborska decise di concedersi alle due giornaliste polacche che si erano messe in testa di raccontare la sua vita. Lei, splendida poetessa che era approdata al Nobel e che, incredibilmente, aveva fatto la fortuna degli editori con i suoi versi (pensate, 180 mila copie vendute anche in Italia), fino a quel momento aveva centellinato le sue interviste. E se le aveva concesse non era stato certo per parlare di sé, ma di poesia:

Confidarsi in pubblico è come perdere l'anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé. Non si può disseminare tutto così.

Invece ecco che l'impresa di Anna Bikont e Joanna Szczesna è stata finalmente coronata dal successo. Non l'ho ancora letta, questa ponderosa biografia di oltre 400 pagine, che mi tenta fin dal titolo, in perfetta sintonia con la vita che l'ha ispirata: Cianfrusaglie del passato (Adelphi).

Però lo farò presto, tanto più che  mi si dice che dentro non ci siano rivelazioni e pettegolezzi. Niente di sopra le righe, niente di piccante. Ma solo la vita di una persona che è sempre stata se stessa, anche una volta conquistata la fama: semplice e attenta alle gioie della vita.

Una donna che aveva una predilezione per i ninnoli - mi vengono in mente le buone cose di cattivo gusto di Guido Gozzano - per le cartoline postali, per le lotterie e i telequiz. Che non sopportava il Monopoli, ma si lasciava accompagnare dai film di Woody Allen e dalla voce di Ella Fitzgerald. Che fino all'ultimo non ha rinunciato alle chiacchiere con gli amici e ai bicchierini di vodka.

La vita di tutti, quella consueta, è fonte incessante di stupore.

Così affermava la grande Wislawa. Ed ecco perché in lei, più che in tanti altri, avverto il miracolo della vita che si fa poesia e della poesia che è vita. Perché cosa è la grandezza di Wislawa se non lo sguardo di meraviglia sulle cose dei nostri giorni?

giovedì 12 marzo 2015

L'Olanda è un fiore, in bicicletta con i pittori fiamminghi

Tulipani e campi di grano, mulini a vento e vecchie birrerie segnate dal tempo, dal fumo e dai ricordi. 

Chi dice che in Olanda non c’è niente da scoprire? 

Bastano due biciclette, un battello un po’ sgangherato e un occhio che guarda oltre l’Amsterdam dei souvenir e dei coffee-shop.

Per esempio ricordando la pittura dei fiamminghi e la vita che ancora li anima. Sorpresa: si può pedalare in mezzo a un polder e ritrovarsi dentro un quadro di Rembrandt. Oppure guardare un tramonto sulle sponde di un canale e provare le stesse vertigini che provocano i colori e le pennellate di Van Gogh.

Un padre e un figlio si mettono in viaggio. 

Tra parole e dipinti, silenzi e memorie, finiranno per coprire qualcosa di più anche di loro stessi. 

(Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore. In bicicletta con Van Gogh, Ediciclo)

martedì 10 marzo 2015

Mettersi in cammino è accettare tutto

Sappi che se vuoi metterti in cammino devi accettare tutto. E godere di tutto.

Mettersi in cammino non corrisponde all'escursione domenicale, annullabile per via del maltempo, che si conclude in una gran mangiata in compagnia.

Questo non è un libro sul Camminare. Ripeto: non è un libro sul Camminare.

E' un libro sul cammino. La c maiuscola non c'è, perché le maiuscole sono legionari che portano il comandante in trionfo.

Il trionfo è l'antitesi del cammino.

(Luigi Nacci, Alzati e cammina. Sulla strada della viandanza, Ediciclo)

lunedì 9 marzo 2015

Se hai per nonno uno che si chiama Pavolini

Non sapevo che mio nonno fosse un gerarca fascista fucilato a Dongo e appeso a testa in giù a piazzale Loreto, fino a quando non mi sono imbattuto in una fotografia sul libro di storia della seconda media.

Sono bastate queste prime righe per scaraventarmi dentro Accanto alla tigre (Fandango) di Lorenzo Pavolini: e per cercare di andare dietro, con queste pagine, a un mistero che non appartiene solo alla nostra (peggiore) storia. Appartiene, a pieno titolo, anche al mistero dell'uomo, alla sua capacità di commettere il peggio, alle incalcolabili conseguenze che il male può produrre sulla rete delle relazioni e degli affetti.

Perché questa non è una biografia su Alessandro Pavolini, uomo di spicco nell'Italia di Mussolini, ministro, intellettuale raffinato e capace anche di sorprendenti aperture, che però si farà ricordare solo per ciò che commetterà dopo l'8 settembre: gerarca tra i più spietati, capo delle brigate nere, fanatico deciso a cavalcare la tigre fino all'ultimo, in un'escalation di rappresaglie e altri orrori. Proprio lui, il Pavolini che a Firenze aveva difeso anche scrittori e giornalisti che finiranno presto nel partito comunista e che pure a Firenze si lascerà dietro una terribile striscia di sangue, con i suoi franchi tiratori a sparare sui civili.

Ma non è questo, il libro, questo libro che non può essere una biografia. A scriverlo è un nipote che porta il suo stesso cognome e che non ha mai avuto un nonno ad aspettarlo all'uscita di scuola. Che, anzi, a scuola scopre la foto dei gerarchi appesi a piazzale Loreto e scopre così la storia che in famiglia non gli è mai stata raccontata.

Nel frattempo è diventato uno scrittore, Lorenzo, Vive a Roma, la Roma di oggi divisa tra memoria e amnesia, ma anche comunità lacerata rispetto a un passato mai risolto: la Roma della convivenza multietnica ma anche dei centri sociali di estrema destra.

E il libro è soprattutto questo, il libro di un nipote che si interroga sull'ingombrante eredità del suo cognome. E che per questa strada non si nasconde - e non ci nasconde - a questo nostro presente. 

venerdì 6 marzo 2015

Dopo Charlie Hebdo, il filosofo che ci aiuta a pensare

Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi credessero veramente di stare percorrendo la via della Verità, perché mai dovrebbero percepire i non credenti come una minaccia, perché mai dovrebbero invidiarli?

Slavoj Žižek  non è certo autore facile, anzi, fin dal suo cognome si presenta come piuttosto impervio. Come è anche giusto che lo sia, un filosofo la cui opera sembra tutta votata a non dare niente per scontato.

Nonostante il sorprendente successo di questo filosofo di Lubiana (ovviamente tutto è relativo, non si parla di Ken Follett), finora mi ero tenuto alla larga dai suoi libri, impaurito da titoli quali  Meno di niente. Hegel e l'ombra del materialismo dialettico. Sono stato invece felicemente tentato da questo L'Islam e la modernità (Ponte alle Grazie), non un saggio ponderoso, ma una riflessione di nemmeno cento pagine sul mondo in cui ci siamo risvegliati dopo la strage a Charlie Hebdo.

Un pamphlet, verrebbe da dire, con una parola un po' in disuso. Ma un pamphlet senza rancore, senza voglia di rivalsa, senza la tentazione dei luoghi comuni. Piuttosto l'azione responsabile di un grande intellettuale nei confronti di un mondo che ci fa paura. E cosa può fare un intellettuale, in un mondo così? Ci sono alcune righe che offrono la migliore risposta:

Ora che siamo tutti sotto shock, a causa della furia omicida che ha investito Charlie Hebdo, è il momento giusto per armarsi di coraggio e pensare.

Ecco cosa può fare: pensare. E aiutarci a pensare.

Jean-Claude Izzo, l'uomo che scriveva della miseria



Scrivo della miseria che è davanti ai nostri occhi e che facciamo finta di non vedere. Scrivo perché il lettore si ribelli, e non c'è altro modo che emozionarlo, che farlo innamorare con la verità

Che belle queste parole di Jean-Claude Izzo, scrittore che abbiamo perso troppo presto, autore di grandissimi noir ma prima di tutto cantore di un'umanità dolente. Uomo che sapeva guardare e che non nascondeva il suo sguardo. Gran solitario che aveva un maledetto bisogno degli altri. Allergico a ogni liturgia mondana che si trovò a gestire un successo inaspettato. Legato in modo indissolubile a un solo posto, Marsiglia, ma a un posto che da sempre ha nel suo Dna le lontananze e le mescolanze, porto che è come dire tutto il Mediterraneo, traffici e meticciato, scontri e incontri.

E' un mondo che ho imparato a conoscere anche attraverso i suoi libri, a partire dalla trilogia di Fabio Montale. Calli alle mani e bistrot, zuppe di pesce e casse da scaricare ai moli, mazzi di carte e parole arabe mescolate al francese.

Non sapevo che Jean-Claude Izzo era stato anche un bravo giornalista. Uno di quei giornalisti che non finiscono in televisione a ogni momento o che non sgomitano con il titolo più gridato. Un giornalista che lavorava con pazienza alle sue inchieste e non scriveva delle celebrità della Costa Azzurra, ma di vita in fabbrica e di quartieri dormitorio. Consumava scarpe, Jean-Claude Izzo, perché  un buon cronista fa così, prende e va a vedere. Un giornalista militante, si direbbe oggi, o meglio, si diceva allora.

Non so se ci vedete il nesso, ma per me tutto torna, gli articoli sul lavoro degli operai siderurgici e i personaggi come Lole la zingara. Verità e poesia. Poesia e verità.

mercoledì 4 marzo 2015

Sorpresa, un giallo che non annoia dalla Danimarca

Pensare che era un pezzo che mi erano venuti a noia i cosiddetti "gialli scandinavi", con tutto il parlare che se n'è fatto. Però un giorno hai bisogno di un bel romanzone da leggere per distrazione, di quelli che ti vedi già sul divano con teino e plaid, a divorare pagine per vedere come va a finire. E che sia anche bello lungo, per concederti il piacere dell'immersione. Senza motivo apparente - non è che la copertina sia di quelle che conquistano - la scelta ricade su questo titolo, di un autore a me sconosciuto, danese di successo: Il messaggio nella bottiglia di
Jussi Adler-Olsen (Marsilio). 

E sorpresa, il libro è scritto bene, mai appiattito su ciò che del genere è più trito e ritrito. Quanto a tensione riesce a reggere perfino verso la conclusione, laddove i più cadono miseramente. E sorpresa, non c'è solo la tensione su come andrà a finire. Perché c'è almeno un bel personaggio, questo ispettore svogliato e perennemente alle prese con una burocrazia che a modo suo infesta anche la Danimarca. E c'è questo colpo di occhio sul mondo sfuggente e inquietante delle sette religiose. Poi certo, c'è anche il solito serial killer... però, che dire, si sopporta anche lui. E non è davvero poco.

lunedì 2 marzo 2015

In bici a Sarajevo, nuovi ponti che uniscono

E' di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simile società, si dedichi all'esplorazione e al superamento dei confini.

Così affermava il mai troppo rimpianto Alex Langer. E io aggiungo che anche una bicicletta può aiutarci a superare i confini. A volte, anzi, è il miglior dei modi: sarà che si viaggia leggeri, senza ingombrare o reclamare attenzione.

Per capire cosa intendo provate a leggere Sarajevo ti entra nel cuore di Fabio Masotti (Ediciclo edizioni), viaggio su due ruote nei territori di uno Stato che non è uno Stato, di uno Stato che è tre Stati, di uno Stato che viene da definire come la società che ci è stata apparecchiata: semplicemente "liquido".

Eccoci nel cuore dei Balcani martoriato dalla guerra che prima dell'Ucraina veniva facile classificare come l'ultima dell'Europa, ora è meglio dire l'ultima del Novecento - secolo cominciato e concluso a Sarajevo. In quella Bosnia-Erzegovina che riconosciamo in una bandiera, in una nazionale di calcio, in confini tracciati sulla carta di un accordo ma non nella testa della gente. Musulmani, croati, serbi che ancora non hanno appreso la buona arte della convivenza.

Non si può capire, se non viaggiando lenti. Se non provando a sintonizzarsi con la gente che incontri. Il fruscio dei pedali, le soste, le conversazioni nei locali che sono di tutti. Spiedini e birra a volontà. Storie che si intrecciano. Storie che prima di diventare pagina di libro entrano  nelle borse da viaggio del cicloturista.

Da Spalato a Sarajevo, da Sarajevo a Visegrad, Goradze, Mostar. Città di ponti che per secoli hanno unito. Città di ponti che la guerra ha distrutto. Quindi il miracolo: le ruote della bicicletta - e poi le parole di questo libro - sono come pietre per tirare su nuovi ponti.

sabato 28 febbraio 2015

E' la sola differenza tra i morti e coloro che sono partiti?

- Chi ti ha detto che avevo un fratello?
- Nessuno. Ho sentito che gli parlavi. Gli parli, e lui è ovunque e in nessun luogo, quindi è morto anche lui.

   Lucas dice: 

- No, non è morto. E' partito per una altro paese. Tornerà.
- Come Yasmine. Anche lei tornerà.
- Sì, è la stessa cosa per mio fratello e per tua madre.

   Il bambino dice:

- E' la sola differenza tra i morti e quelli che sono partiti, vero? Quelli che non sono morti torneranno.

   Lucas dice:

- Ma come si fa s sapere se non sono morti durante la loro assenza?

                        (Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi)

giovedì 26 febbraio 2015

Il grande Kipling e i padri che hanno mentito

Se qualcuno domanda perché siamo morti,
Ditegli perché i nostri padri hanno mentito


Non mi incanta il Rudyard Kipling poeta - assai meno in ogni caso del Kipling narratore del Libro della giungla, di Capitani coraggiosi o di Puck il folletto - non mi incanta anche se i suoi versi sono una finestra spalancata sulla sua vita e su un mondo, quello dell'Impero britannico della regina Vittoria, che di fascino ne ha da vendere.

E sia chiaro, non che fosse un mondo giusto. Però come non perdersi in quelle atmosfere di riti coloniali e di tinte esotiche? Piantagioni e fumerie d'oppio, ricevimenti dal governatore e infamie coloniali. La voglia di dominare il mondo e quella di nascondersi al mondo. Ecco, proprio questa è la poesia di Kipling, che di volta in volta si assume la missione dell'impero - il deprecabile fardello dell'uomo bianco - ma cerca anche una via di fuga; e si fa parola di soldato e fuga di sognatore.

Non mi incanta, la sua poesia. Ma quante suggestioni che riesce a evocare, quello che già ai tempi era catalogato come un buon cattivo poeta.

In ogni caso c'è una parte dei suoi versi che non hanno niente a che vedere con l'India o altre terre dell'Estremo Oriente. Li ho scoperti solo ora, in un'antologia che gira intorno a If, la sua poesia più famosa - e che ancora una volta non mi incanta. Sono i versi che ha composto come lapidi immaginarie - ma poi non tanto - per i caduti della prima guerra mondiale. Una sorta di Spoon River europea, non per un cimitero di una piccola cittadina americana, ma per i morti ammazzati della grande ecatombe europea.

Niente retorica, niente fascino esotico. Ma forse le parole di un padre che in guerra ha perso suo figlio. E che da allora lavorò constantemente non per inventarsi altri capolavori, ma per alimentare la memoria. Dei tanti, degli innumerevoli come suo figlio.