venerdì 10 settembre 2010

Una cosa divertente che non farò mai più

E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato.
Ho visto spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo. Ho visto in completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato "Mister" in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l'Electric Slide.


Comincia così Una cosa divertente che non farò mai più (Minimun Fax) di David Foster Wallace, osannato e rimpianto talento della letteratura americana, che il New York Times ha chiamato un Emile Zola post-millennio e qualcun'altro ha salutato come la mente migliore della sua generazione, aggiungendo paragoni scomodi e tutto sommato non necessari con autori come Thomas Pynchon, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges.

E allora metto le mani avanti: non sono un grandissimo conoscitore di David Foster Wallace e in genere della più recente letteratura americana, quindi il mio può essere anche l'entusiasmo del neofita. Mi dicono anche che questo libro appartiene al Wallace "minore" (ma cosa vuol dire?) rispetto ad altre sue opere.

Sarà, e sarà anche che per quanto mi riguarda trovo congeniale il reportage narrativo piuttosto che la fiction pura. In ogni caso questo libro me lo tengo stretto come un gioiello.

Sette giorni e sette notti di crociera di lusso nei Caraibi raccontati da un grandissimo. Crociera tutto compreso, ma anche tutto sviscerato, anatomizzato, inchiodato e tagliuzzato da parole affilate come bisturi, da parole sulfuree, irriverenti, grottesche, divertenti, sconsolate, parole che ci aiutano a capire come la nostra civiltà sta proprio affondando - anche in una crociera di lusso.

Parole che allo stesso tempo ci sono preziose come ciambelle per aggrapparsi in mare aperto.

Lettura per riflettere, fosse solo per sviscerare i misteri del Sorriso Professionale. Lettura obbligatoria, e preventiva, per chi accarezza il sogno di una crociera che tutto promette come uno spot lungo una settimana.

giovedì 9 settembre 2010

Com'era buono il pane di Enzo Bianchi

Ai tempi in cui la vendemmia era una festa e non ci si sedeva intorno a un tavolo, ma si stava a tavola per condividere un pasto e le parole di un pasto.

Ai tempi in cui non c'erano nè televisione nè Internet ma non mancava la possibilità di una chiacchiera per strada.

Ai tempi in cui c'era anche più silenzio, magari ritmato dal rintocco di una campana...

Sì, è vero, il pane di ieri può essere buono anche il giorno dopo, anzi, se è ben fatto lo è senz'altro. E Enzo Bianchi ce lo spiega, con Il pane di ieri (Einaudi), un libro che forse non sarà un capolavoro, ma che si fa forte della semplicità che ho colto nelle pagine di Rigoni Stern.

Nessuna dissertazione teologica, nessuna avventura intellettuale nei territori dei sensi ultimi delle cose.

Tanto le cose il loro senso ce l'hanno di già: e non lo nascondono, se solo ci si sappia abbandonare a esse...

mercoledì 8 settembre 2010

Da Primo Levi a Maus, obbligo di memoria


Ci sono libri, che sono biglietti per il viaggio più difficile che la letteratura può regalarci e a volte obbligarci a fare. Libri che sono ferite aperte: ed è bene che sia così, perché è giusto essere richiamati al dovere della memoria.

Quando penso agli orrori della nostra storia più o meno recente, finisco sempre per tornare a Hitler e a una frase di Art Spiegelman, l’uomo che con Maus ci ha regalato una straordinaria storia a fumetti sulla persecuzione degli ebrei: la nostra civiltà – diceva - dopo Auschwitz, è come un personaggio dei cartoni animati che va avanti nel vuoto del canyon anche quando non ha più terreno sotto i piedi, e va avanti senza accorgersene. Tranne precipitare quando se ne accorge.

Non so se sono parole esagerate, però è sicuramente vero che la memoria è qualcosa di indispensabile, qualcosa che serve a ciascuno di noi, per capire meglio chi siamo e che cos’è l’uomo, nel bene e nel male.

Per la memoria abbiamo bisogno di parole. Di parole vere, di parole importanti. Abbiamo bisogno di persone come Primo Levi.

E parlare di Primo Levi, come degli altri testimoni, significa misurarsi con una domanda che può aggiungere sofferenza a sofferenza: è possibile raccontare? Ci sono parole per spiegare davvero cosa è successo?

Non tutti sanno che Primo Levi per anni non riuscì a pubblicare il suo capolavoro, Se questo è un uomo, poi stampato da una piccola casa editrice e venduto solo in qualche centinaia di copie, anni prima del successo mondiale.

Ma non è questo il punto. Il problema era essere davvero creduti.

Essere creduti, tanto più che la verità da raccontare è già una mezza verità, cioè la verità dei sopravvissuti, di coloro che si sono salvati. Non la verità di chi non si è salvato ed è per questo condannato al silenzio, assieme a tutti gli altri “sommersi”, come li chiamava Primo Levi.

Come spiegarlo a chi non c’è stato? Nei lager era proprio questo che i criminali dicevano alle loro vittime, predisponendosi per tempo a ucciderle una seconda volta: nessuno avrebbe loro mai creduto, dicevano così. E più si va avanti con gli anni, più quella lugubre profezia pare diventare vera.

Dicono che Primo Levi un giorno di primavera, più di 20 anni fa, si sia ammazzato gettandosi dalla tromba delle scale. Dicono che tutto questo abbia pesato sul suo gesto estremo.

E sul suicidio, in realtà, qualche dubbio rimane. Però è una cosa è sicura: c’è ancora bisogno di parole, di tante parole, per ricordare Auschwitz come qualsiasi altro mattatoio, dalla Cambogia alla ex Jugoslavia. C’è bisogno di storie, c’è bisogno di vite raccontate.

Primo Levi lo diceva in questo modo:

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre

Ed è vero: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Magari con la stessa consapevolezza del premio Nobel Eli Wiesel, che diceva:

Dopo Auschwitz siamo tutti ebrei

martedì 7 settembre 2010

Marco Lodoli e quella donna in fuga


E' così, un libro di Marco Lodoli, come una persona che non hai troppa smania di incontrare, tanto di lui sai già tanto, forse troppo, ma che se lo lasci fare ti sorprende con una pacca sulle spalle, con una parola che non ti aspettavi.

Come con questo piccolo romanzo - Sorella (Einaudi)- e questo singolare personaggio di Suor Amaranta, donna che ha preso i voti non per imperativo di fede ma per desiderio di fuga dal mondo, donna che ora vive nel dubbio e nell'impossibilità di donarsi.

Ma come cambiano le cose con quel bambino che entra nella sua vita come un lampo dal cielo. Come cambiano con solo tre parole incerte, insensate, non necessarie...

Beh, forse non è un libro ad alta intensità emotiva, però, come succede con Lodoli, sono pagine che depositano qualcosa nel fondo del cuore, come una vibrazione che rimane a lungo nell'aria dopo che la musica è finita.

lunedì 6 settembre 2010

Le barzellette dell'editore della memoria

Ancora un libro di barzellette ebraiche?

Non sono io a insinuare il dubbio, ma  lo stesso autore nella sua prefazione. Autore, poi: quando mai le barzellette hanno davvero un autore  riconosciuto?

Nessuno sa chi inventa le barzellette: questo è uno dei misteri insondabili dell'universo. Che sia Dio stesso? Forse per consolarci dell'essere nati.

E dunque, dopo aver confuso le acque, la domanda resta. Ancora un libro di barzellette ebraiche? Non bastava Moni Ovadia, tanto per fare un nome?

Assolutamente sì, io direi. Questo è un libro, anzi un libriccino che ci voleva. E non solo perché nelle pagine di Le mie migliori ne troverete di straordinarie, di quelle che almeno un sorriso proprio lo strappano.

E' che questa volta è proprio il nome dell'autore che ci dice qualcosa di significativo. Perché Daniel Vogelmann non è un noto umorista.

Si tratta dell'editore della Giuntina, la piccola prestigiosa casa editrice specializzata in letteratura ebraica, per intendersi, quella di Elie Wiesel e Liana Millu (e per inciso, anch'io ho avuto l'onore di essere ospitato nel suo catalogo con due titoli, Un nome e Una famiglia, ma questo è un altro discorso).

Una realtà a cui tutti dobbiamo essere grati, non solo per i grandi libri pubblicati, ma anche per il rigore con cui è stata coltivata la memoria delle persecuzioni razziali, quell'orrore che Daniel ha profondamente inciso nella vita.

L'altro giorno, in una intervista a Mario Lancisi del quotidiano Il Tirreno, Daniel ha usato queste parole:

E' difficile cancellare l'esperienza dell'Olocausto. Come figlio di un sopravvissuto me la porto ancora dentro. Ho pubblicato anche un libro sui figli dell'Olocausto. Qualcuno ha scritto che la depressione è un lutto non elaborato. Se mi capita di essere spesso malinconico è perché non credo sia possibile elaborare la morte di sei milioni di ebrei

Finora di Daniel conoscevo le poesia per Sissel, la sorellina di otto anni uccisa ad Auschwitz. Ora mi terrò care anche queste barzellette. Che ha lasciato così, con queste parole che sono come un messaggio in bottiglia affidato alle correnti:

E forse un giorno qualcuno, trovandosi in mano questo libretto, potrebbe dire: è Daniel Vogelmann, che l'ha scritto; era un malinconico piccolo editore di libri ebraici, che ha pubblicato anche qualche piccola poesia, ma forse il meglio di sé lo dava quando raccontava le barzellette

Non so se è proprio qui che Daniel ha dato il meglio di sé. So che anche questo mi suona come una lezione di vita cui essergli grati.

domenica 5 settembre 2010

La vita tranquilla di Salgari, capitano mancato

No, io non ero nato né per imitare il mestiere di mio padre, né per condurre una vita tranquilla, troppo tranquilla

Ancora una volta sono tornato a leggere le lettere e le note autobiografiche di Emilio Salgari, uno scrittore, ormai lo dovreste sapere, che per me è stato assai più di uno scrittore, perchè a lui devo i miei sogni di ragazzino, i primi e più emozionanti viaggi della mia vita di esploratore di carta.

E come ti si stringe il cuore, ad andare oltre i romanzi per cogliere la storia della sua vita. Non che la sua sia stata una vita tranquilla. Però non è stata comunque la vita sognata, quella in cui avrebbe dovuto essere un capitano di lungo corso, un esploratore, un avventuriero.

Lui che scriveva:

Fin dalla più tenere età io avevo una passione bizzarra incomprensibile, cioé quella di farmi marinaio, di avere un giorno una nave da comandare, un equipaggio sotto di me, di scorrere gli ampii mari in cerca di avevnture, di burrasche, di vere emozioni

Le uniche emozioni invece furono quelle vissute sulla carta. Però ci credeva: questo era il suo dono e la sua condanna.

E lo so che ha ragione Silvino Gonzato, autore di una delle più belle biografie dedicate a Emilio:


Era uno di quei predestinati all’errare randagio nell’universo senza limiti della fantasia, che per lui cominciava là dove l’Adige, sboccando nel mare, incontrava i pantani coperti di crema vegetale della Malesia, le tempestose acque dello Stretto di Bering, le placide lagune dei Caraibi, e le navi condotte da capitani coraggiosi che continuavano a battere gli oceani con l’unica preoccupazione di fermarsi una volta l’anno per raccontare le loro avventure

Ha ragione, perché se nella vita di Emilio non risultano scorribande a cavallo, assalti lancia in resta, glorie di ussari e cavalieri, questo è solo quello che si dice noi: bene o male è come se ci siano state.

sabato 4 settembre 2010

L'Argentina dei libri e l'Argentina degli emigrati

Non sono mai stato in Argentina, ma se un giorno riuscirò ad andarci sono convinto che la confonderò facilmente con il sogno dell'Argentina che mi accompagna da molti anni. Un'Argentina quasi esclusivamente letteraria, anche se non manca certo una buona colonna sonora. Le pagine di Jorge Luis Borges, ma anche quelle del mio amico Tito Barbini. Le storie di Magellano e degli ultimi indios. I racconti sul calcio e dintorni del grandissimo Osvaldo Soriano, che sapeva trasformare le parole di calcio in poesia, cosa del resto che faceva anche Maradona in campo. Qualche pennallata di Corto Maltese e poi anche le sottili inquietudini metafisiche di Julio Cortàzar. E così via.

Non avevo messo a fuoco - colpa mia - l'Argentina dei nostri emigranti. L'Argentina che per diversi anni è stata un'altra "Lamerica", forse migliore dell'altra, quella che accoglieva, si fa per dire, a Ellis Island. Storie comunque di fatica, sudore, emarginazione, non solo di speranza.

Ci ho pensato l'altro giorno, leggendo il libro di Erri De Luca Il giorno prima della felicità. Ci sono alcuni passi bellissimi su questa Argentina, fissati attraverso il racconto di uno dei personaggi, Don Gaetano: vent'anni di Sudamerica di cui riesce a rammentare quasi esclusivamente il viaggio, l'oceano.

I viaggi sono quelli per mare con le navi, non coi treni. L'orizzonte dev'essere vuoto e deve staccare il cielo dall'acqua. Ci dev'essere niente intorno e sopra deve pesare l'immenso, allora è viaggio. Qualcuno piangeva, pure nella miseria, che lo costringeva, gli rimordeva la perdita. Tranne pochi e peggiori, nessuno aveva spirito di avventura. I soldi del biglietto erano stati raccolti dai risparmi di varie famiglie. Erano il loro investimento nel futuro. Sarebbero stati rimborsati dalla riuscita del loro parente. Il compito schiacciante, l'obbligo di fare fortuna, sgomentava come la vastità del mare. A chi piangeva, dicevo che così allungava l'oceano con altra acqua salata. Il viaggio doveva servire a dimenticare il punto di partenza. Durava quasi un mese e alla fine sbarcavano uomini pronti, con il naso per aria

Poi l'Argentina è il passato che viene tagliato, una nuova vita che non si sa, ma che sarà comunque diversa: 

In Argentina ho dimenticato. Ogni cosa nuova che imparavo ne cancellava una della vita di prima

Un'opportunità, comunque, sul tavolo verde della vita. Fa bene ricordarsi tutto questo oggi.