mercoledì 1 ottobre 2014

Estasi e paura in una passeggiata nei boschi

Un giorno, non molto tempo dopo il mio trasferimento con la famiglia in una cittadina del New Hampshire, mi ritrovai su un sentiero che spariva in un bosco ai margini dell'abitato. Un cartello annunciava che non si trattava di un sentiero qualunque, ma del famoso Appalachian Trail...

Sono queste le prime parole di Una passeggiata nei boschi di Bill Bryson, autore con cui mi sento sempre in ottima sintonia e libro che, mi succede raramente, a distanza di diversi anni mi sono ritrovato a rileggere, per cercare conferma del buon ricordo e soprattutto per andare sul sicuro rispetto alla mia fame di pagine che rappresentino un elogio del camminare.

Il vero protagonista è quello che si annuncia fin da queste righe: l'immenso sentiero che attraversa da nord a sud tutti gli States, scendendo e risalendo le infinite cime degli Appalachi, oltre 3.400 chilometri in gran parte immersi nella wilderness americana, un percorso di incredibile suggestione per il quale pare ci vogliano cinque mesi e cinque milioni di passi, non propriamente una passeggiata con lo zainetto per la merenda.


Poi c'è lui, Bill, uno non molto diverso da me, capace di incantarsi alle meraviglie della natura come di infliggersi notti insonni per i rumori del bosco, perennemente in bilico tra estasi e paura. E c'è Katz (nomen omen...), il compagno di viaggio, ancora più improbabile, uno per cui il cammino sembra sia solo un intermezzo tra un'area di sosta e l'altra, un'attesa prima di ingurgitare merendine e bibite gassate. Eppure capace di qualche lampo di stravagante saggezza.

Fatica, bellezza, buon umore. E chissà, magari anche la possibilità di un nuovo senso da dare ai nostri giorni. Tutto questo, in una passeggiata nei boschi.


martedì 30 settembre 2014

Un racconto di viaggi è sempre una storia di incontri

E gli altri?

Per introdurre questo tema bisognerebbe precisare all'inglese: "last, but not least"... Insomma, la curiosità del viaggiatore e poi del narratore è una dote individuale, ma la storia che possiamo raccontare non sarà mai frutto solo del nostro lavoro.

"Senza l'aiuto degli altri non si può scrivere un reportage" diceva Ryszard Kapuscinski. Il reporter è solo "l'estensore finale", l'ultimo anello di una catena composta da moltissimi individui che ci offrono spunti, storie, riflessioni.

Un racconto di viaggio è sempre una storia di incontri. Non dimentichiamolo.

(Paolo Ciampi in Parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

lunedì 29 settembre 2014

La semplicità con cui venne alla luce il nome di Charlot


Il mio nome, solo a pronunciarlo, suscita ammirazione in ogni angolo del pianeta, in Birmania come nella Terra del Fuoco. 

Forse sarebbe meglio dire il nome del personaggio che ho creato, un pomeriggio di pioggia del 1914, durante la lavorazione di un cortometraggio, scegliendo degli abiti fuori misura in uno spogliatoio maschile.

Ma questi aneddoti li ho raccontati in ogni maniera, anche se mi sorprende sempre ricordare la misteriosa semplicità con la quale Charlot oi The Tramp, il vagabondo, come lo chiamo gli americani, venne alla luce.

(Fabio Stassi, L'ultimo ballo di Charlot, Sellerio)

sabato 27 settembre 2014

Thomas Cook, il predicatore dei viaggi organizzati

Thomas Cook era nato nel 1808 a Melbourne nel Derbyshire.  A vent'anni , dopo un po' di mestieri avventizi, aiuto giardiniere e falegname di sgabelli, preso dal fervore si era fatto predicatore laico della Chiesa Battista, cui apparteneva. Un predicatore ambulante.

Diffondeva il Verbo, distribuiva opuscoli, vendeva Bibbie. Era soprattutto uno dei più rigorosi membri della Lega della Temperanza, i cui benemeriti si agitavano singolarmente o in gruppi per far crociate contro gli alcolisti.

Cook il più zelante. Era capace di fare lunghi tragitti a piedi, tra un villaggio e l'altro, per esortare i "peccatori" ad allontanarsi dalle pinte di rum. A sue spese stampava volantini che promettevano fiamme infernali anche a chi si fosse accostato a una birretta. Era fatto così.

Si piantava davanti ai pub e apostrofava con veemenza quelli che ne uscivano. Arrivò a proporre che si vietasse il brandy nel Christmas pudding. 

Subiva tuttavia un handicap e se ne adontava. Non riuscire a intensificare, come avrebbe voluto, la sua presenza nei vari villaggi. Per raggiungerli, sia pur disposto, era costretto a percorrere fin a venticinque chilometri a piedi per arrivare, mettiamo, a Leicester e lì inveire contro chi alzasse il gomito.

Lo scenario è presto immaginato. Dopo una sgambata arriva Cook, giovane, un po' striminzito, che arringa per strada proletari ebbri. Ma se esiste un dio per gli ubriachi, deve esservene uno anche per astemi e proibizionisti.

E per Cook il protettore celeste si chiamò ferrovia.

Giusto in quegli anni, grazie a George Stephenson che aveva inventato la locomotiva a vapore, per vari territori inglesi si diffuse una rete di strade ferrate....

(Giuseppe Marcenaro, L'ex predicatore che inventò il gregge dei viaggi organizzati, dal Venerdì di Repubblica)

giovedì 25 settembre 2014

Il grizzly e i consigli di sta comodamente al computer



Tutti i libri sono  categorici nel dire che se un grizzly ci corre incontro, non si deve mai cercare di scappare.

Questo è il genere di consiglio che può venire solo da una persona che, nel momento in cui lo dà, si trova comodamente seduta davanti alla tastiera del suo computer.

Datemi retta: se siete all'aperto, senz'armi, e un grizzly vi si fa incontro, correte. Correte senza problemi.

Se non altro, occuperete produttivamente gli ultimi sette secondi della vostra vita.

(Bill Bryson, Una passeggiata nei boschi, Guanda)

martedì 23 settembre 2014

A Madrid, le domande di un uomo di passaggio

Mi sforzai di immaginare le mie poesie, ogni altra poesia, come macchine capaci di far accadere le cose.

In bilico tra due continenti e due paesi come la Spagna e gli Stati Uniti. Ma anche tra talento e vita ordinaria, tra poesia e assenza di parola, tra giorni da bohémien e prospettive di ritorno a casa e all'ordine famigliare. Ci sono molti modi per vivere una vita in bilico, per essere o sentirsi un uomo di passaggio. Quasi sempre assai di più di quanti siano i porti a cui attraccare, le destinazioni che si fanno scegliere.

E in fondo è questo di cui parla Un uomo di passaggio di Ben Lerner (Neri Pozza), libro sorprendente, ricco di umori e di sfumature, in parte senz'altro autobiografico (l'autore, poeta, ha vinto una borsa di studio a Madrid, come il protagonista del libro), denso di ironia, di malinconia, di domande.

Domande sul senso della poesia, sul significato e la possibilità del talento, sulla sostanza delle parole in un mondo, quello della cultura, in cui ci si può tenere anche a galla, ma vai a sapere a quale prezzo.

Quanta vanità, quanta arte ci può stare in una vita? Il protagonista di risposte ne ha poche, non è persona che sappia dare una vera direzione ai suoi passi, o che sappia almeno intenderli, lui che ritiene di possedere una profonda esperienza dell'assenza di profondità.

Poi, nella vita quotidiana, ci sarà l'irruzione di ciò che è ancora più grande, devastante, incomprensibile. Siamo nel 2004, a Madrid: gli attentati che fanno strage alla stazione di Atocha. E forse a non sapere scegliere, sarà altro a scegliere per noi. 

lunedì 22 settembre 2014

Come Charlot diventò Charlot

Per diventare l'attore che volevo essere dovevo imparare a stare nella testa della gente, a cavarmela da solo, a guardare. A far nascere ogni movimento dall'osservazione della vita...

Notte di Natale del 1971: la Morte, quella da leggenda e da film di serie B, con la veste nera e la falce, bussa alla porta di un uomo di 82 anni, arrivato alla sua ora dopo una vita che nemmeno in un romanzo. Però non se lo porta via. I due stringono un patto: ogni vigilia di Natale la Morte tornerà e se ne andrà a mani vuote se quell'uomo riuscirà a farla ridere. Andranno avanti per molti anni.

Si chiama Charlie Chaplin, quell'uomo. Meglio conosciuto da generazioni di ragazzi e ragazze di tutto il mondo come Charlot.

Parte con questo espediente, L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi (Sellerio), per raccontare e romanzare abbondantemente la vita impossibile di uno dei grandissimi del Novecento: la disastrata infanzia in Inghilterra, il circo e il vaudeville, i primi passi sul palcoscenico e i mille umili lavori per tirare avanti, accarezzando un sogno e una possibilità. Mentre intanto nel mondo sta succedendo qualcosa, con fasci di luce che cominciano a proiettare immagini in movimento su schermi bianchi, innescando la magia del cinema... 

E non importa quanto ci sia di vero o di inventato. Questo è un libro che sa parlare al cuore e alla fantasia, così come sapeva fare quel vagabondo con i baffetti e i calzoni larghi tenuti su dalle bretelle.


sabato 20 settembre 2014

Fermor: forse i viaggi non possono finire mai?

Forse i viaggi, i grandi viaggi, non possono finire mai?

Fermor non rispondeva a domande di questo genere. Aveva quell'atteggiamento di sospensione assolutamente inglese benché fosse ormai così greco e, come il suo amico Katsìmbalis (il poeta  che è il "colosso"  raccontato da Henry Miller in "Il colosso di Maroussi"), fosse invincibile in qualsiasi sfida di ouzo, anche nelle più sorde taverne del Pireo.

La Bbc lo aveva descritto come "un incrocio fra Indiana Jones, Bond e Graham Greene", ma è un quadro che potrebbe andar bene solo per chi non ne ha mai sentito il nome e soprattutto non ha mai letto i suoi libri.

Non era Byron, del resto, e non era Chatwin. Chatwin morendo aveva chiesto che le proprie ceneri fossero sparse accanto a una chiesetta peloponnesiaca a Exochori, poco lontano da Kardamili.

Fermor, malato da tempo e novantaseienne, quando capì che non c'erano più lettere da battere sulla macchina da scrivere e non c'erano più To Be Continued da vergare, lasciò la casa di pietra di Kardamili e prese un aereo per tornare dove era nato.

Il giorno dopo il suo arrivo, in Worcestershire, salutò tutti.

(da Matteo Nucci, Lo scrittore d'avventura, ricordo di Patrick Leigh Fermor sul Venerdì di Repubblica)

giovedì 18 settembre 2014

Con Saunders, il mondo ai tempi di Disneyland

Saunders è uno scrittore serio e moralmente appassionato, che esprime perfettamente la follia dei tempi in cui viviamo.

Così afferma Zadie Smith: e l'opinione è senz'altro autorevole. Però non conoscevo George Saunders e forse non avrei mai messo gli occhi su  Pastoralia - tanto meno lo avrei comprato - non fosse stato per l'impegno decisamente ridotto chiesto al mio tempo e alle mie tasche. Aggiungete che di Minimum Fax ho imparato a fidarmi, perché ci sono case editrici che sono assai di più di un marchio sulla copertina. E non ultimo, anche il fatto che d'estate, magari in viaggio, mi viene un po' più facile coltivare il racconto. E perché ignorare un autore che, in quarta, viene proclamato erede dei Mark Twain e Kurt Vonnegut?

E dunque l'ho acquistato e anche letto e non so se George Saunders sia davvero l'erede di cotanti scrittori, non so e non posso giudicare. Però che iniezioni di buona letteratura che sono le sue pagine. Stravaganza e talento che in Europa avrebbero spinto qualche suo collega a guardarsi compiaciuto l'ombelico. E che qui, invece, regalano uno sguardo obliquo e impietoso sul mondo. Il nostro mondo, o forse il mondo che verrà, giusto dietro l'angolo.

Roba da vertigine. Come nel primo racconto, quello del dipendente di un parco a tema costretto a fare il cavernicolo sotto gli sguardi dei (rari) visitatori. Il mondo al tempo di Disneyland.

Leggere per credere. Roba da vertigine, davvero.  Leggere e non precipitare. Fosse solo per qualche piccolo grande gesto di umanità - magari per un singulto di gentilezza. Solo questo, per aggrapparsi e non cadere nel vuoto.

martedì 16 settembre 2014

Il noir sul lavoro che non c'è

Alain Delambre pareva avere tutto quello che si può pretendere dalla vita: un lavoro da manager, con relativo stipendio; la confortante idea di potersi permettere tutto o quasi tutto; perfino una bella famiglia, tenuta ancora insieme da sentimenti non inariditi. Ma cosa succede se a un certo punto la tua azienda si ristruttura (ovvero taglia) e ti manda a casa?

E' quello che succede ad Alain: e a quasi 60 anni, con le porte di altre società irrimediabilmente sprangate, niente è più come prima. Dovrà contentarsi di lavoretti che nemmeno uno studente fuori sede. Dovrà rinunciare a cene e vacanze, rattoppare gli abiti, ragionare sulla vendita della casa. Parabola triste, devastante, solo che a un certo punto pare schiudersi un'altra occasione.... Potrà essere suo quel posto, però prima ci sarà un finto sequestro, al servizio di una folle selezione del personale...

Mi fermo qui, tanto sono solo all'inizio e dopo se ne vedranno delle belle. Perché Lavoro a mano armata (Fazi editore) è prima di tutto un noir, firmato da uno dei maestri del genere, Pierre Lemaitre. O forse no, è  prima di tutto un romanzo che racconta la crudeltà del lavoro (e della sua assenza) nei nostri giorni.

Eh sì, un libro che non sai se leggere tutto di un fiato, provando a reggere il ritmo incalzante dei colpi di scena. Oppure se indugiare con qualche sconsolata considerazione sulle nostre insopportabili incertezze.


lunedì 15 settembre 2014

Sul viaggio che è sempre ritorno

Mi pare che fosse in uno dei romanzi di Novalis, il grande romantico tedesco, che ci si rivolgeva ai viandanti con questa domanda: "Dove siete diretti?". E la risposta, inequivocabile, era questa: "Sempre verso casa".

Il viaggio in fondo è sempre un ritorno, perlomeno un ritorno a se stesso. Questo è anche il tema di fondo del mio viaggio più difficile e forse del mio libro più complesso, "Le rughe di Cortona". Un viaggio verso casa.

Un viaggio, aggiungo, in cui sono andato davvero a fondo. E lo so che per i pessimisti al fondo non c'è mai davvero fondo, ma io insisto a non annoverarmi tra di essi. Per me toccando il fondo non resta altro che putare i piedi e darsi la spinta per risalire.

In definitiva il senso del viaggio è stato proprio questo: chiudere un cerchio; smarrire il sentiero e poi ritrovarlo.

Arrivando comunque nel vivo delle mie questioni irrisolte.

(Tito Barbini, in Le parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

domenica 14 settembre 2014

Quando si spengono le mille luci di New York

"La vita continua, la gente cambia", è quello che ha detto Amanda. Per lei bastava.

Tu volevi una spiegazione, un finale che attribuisse la colpa a chi la meritava, un finale di giustizia. Hai preso in considerazione la violenza e la riconciliazione.

Ma quello che ti resta è il presentimento che la tua vita svanirà in te, come un libro letto troppo in fretta, lasciandosi dietro una labile scia di immagini e di emozioni, fino a quando non ricorderai altro che un nome.

(Jay Mcinerney, Le mille luci di New York, Bompiani)

venerdì 12 settembre 2014

Un idealista tedesco in Papua Nuova Guinea

Verrà perciò raccontata, a titolo esemplificativo, la vicenda di un singolo tedesco, un romantico, che come molti altri di questa specie fu un artista mancato, e se essa dovesse richiamare alla mente qualche analogia con un successivo romantico e vegetariano tedesco, che forse avrebbe fatto meglio a restare accanto al suo cavalletto, ebbene, ciò è del tutto intenzionale e non a caso.

Non che in realtà c'entri molto, l'Hitler evocato in questa citazione (a proposito, meglio sopprimere senz'altro quel "forse") con l'August Engelhardt che è il protagonista di Imperium di
Christian Kracht. Se non per il fatto che entrambi respirano l'aria della Germania di inizio secolo, così intrisa di volontà di potenza e di ideali che volano troppo alto, in attesa di schiantarsi al suolo.

Almeno al protagonista di Imperium non abbiamo massacri da attribuire, crudeltà da elencare, se non nei confronti di se stesso: giovane idealista, vegetariano, nudista, autore di un libro dal titolo che è insieme programma e auspicio - Un futuro spensierato. Il suo sogno? Avviare una piantagione di noce di cocco, non per calcolo imprenditoriale, ma per regalare all'umanità un nuovo modo di alimentarsi.

Un futuro da costruire, lontano, molto lontano: in un brandello di quell'impero coloniale che di lì a poco  la Grande Guerra avrebbe spazzato via anche dalle carte geografiche: perché chi si ricorda ora che c'era un pezzo di Germania in quella che oggi è Papua Nuova Guinea e che quella che chiamiamo Nuova Britannia un tempo era la Nuova Pomerania?

Come andrà a finire, mentre tutto il mondo vacilla sull'orlo del precipizio, non sto a dirlo. Ma questo è certamente un libro che si fa leggere: originale, intenso, spiazzante.

giovedì 11 settembre 2014

In viaggio con il rumore e il silenzio


Il mondo dei viaggiatori potrebbe essere diviso in queste due categorie: silenzio e rumore.

Ci sono luoghi del pianeta dove il rumore imperversa e luoghi che abbndano di slienzio.

E mi piace pensare che organizziamo i nostri viaggi sulla base di una miscela di questi due elementi, ogni volta che abbiamo bisogno più dell'uno o dell'altro.

(Alessandro Agostinelli, da Parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

mercoledì 10 settembre 2014

L'Italia dell'altrove, ripresa dai margini

Ma sì, ci sarebbe un'idea quanto mai vaga di tornare a raccontare l'Italia meno italiana. Meno ovvia e meno vista. 

Un esperimento che già feci negli anni Ottanta, quando giravo con le corriere e andavo in posti minuscoli, sconosciuti, dove non va mai nessuno. 

Un'Italia dell'altrove, ripresa dai margini, dai confini. Raccontata in modo quanto più possibile semplice, elementare. Rasoterra.

 Ma ammesso e non concesso che io sia ancora in grado di accollarmi un compito del genere, capisco sempre meno per chi poi si scrivono quelle eventuali pagine. 

Gli editori, sa, si lamentano perché i miei libri non vendono abbastanza. Vorrebbero da me un romanzo ben strutturato, ordinato e pulito, mentre al contrario a me piace sparpagliare le parole, accettare il loro disordine creativo. 

Mi piace partire da una certa vaghezza, o da barbagli di luce, dal sentito dire, per poi concentrami e ascoltare le più diverse voci: interne ed esterne. E recuperare così l'idea della letteratura come pensiero anonimo e collettivo. 

Ma gli editori non vogliono queste cose, per loro sono all'antica. Loro vogliono l'ebook! Si, buonanotte!

(Gianni Celati, da un'intervista a Franco Marcoaldi su Repubblica)

lunedì 8 settembre 2014

I fatti che ti portano fuori pista e le mille luci di New York

I fatti sono semplici, i fatti sono fatti
I fatti sono pigri, i fatti sono matti
I fatti dipendono dal punto di vista
Se non fai attenzione ti portano fuori pista

Così cantavano i Talking Heads, la band che più di tutte credo riassuma la scena newyorkese degli anni Ottanta. Così cantavano e queste parole ritrovo in Le mille luci di New York di Jay McInerney, romanzo divorato solo questa estate, molti anni dopo essersi imposto come best-seller, con tanto di film a ruota.

"Come hai fatto ad andare in rovina?" chiese Bill.
"In due modi", rispose Mike, "gradatamente prima, e poi di colpo"

E così nel libro di McInerney ritrovo anche le parole del grande Hem, in Fiesta.

Due citazioni che ci portano perfettamente dentro questa storia. Perché, in effetti, quali sono i fatti che hanno portato "fuori pista" il protagonista (il cui nome, in un libro imperniato sulla seconda persona, non è dato sapere)? Com'è che è andato in rovina?

Ecco, è questa la storia che si racconta, la storia di un giovane che è una nave che si incaglia su un fondale basso, che è un sipario che scende e non si sa se si riaprirà per un secondo atto, che è un'auto che ha innestato la retromarcia per tirarsi indietro da tutto ciò che sarebbe ragionevole e raccomandabile.

Non sarà granché originale, la trama. Ma poi metteteci la New York degli anni Ottanta, con i suoi locali, i ritmi che pulsano nelle notti e nelle vene, le luci che seducono e illudono, i fiumi di cocaina. Metteteci una buona pena capace di scavare dentro, a volte perfino di commuovere (penso allo scampolo di vita conclusiva della madre). E allora sì, questo è un libro che si fa davvero leggere.

domenica 7 settembre 2014

Quel che i luoghi fanno a noi

Sappiamo raccontare benissimo, anche se a volte con qualche imbarazzo, che cosa noi facciamo ai luoghi, mentre siamo assai meno bravi a dire quel che i luoghi fanno a noi. 

Da un po' di tempo ho l'impressione che per ogni paesaggio importante le due domande da farci dovrebbero essere le seguenti: primo, che cosa so quando sono in questo luogo che non posso sapere da nessun'altra parte? 

Dopo di che, e senza speranza di risposta: che cosa sa di me questo luogo che neanch'io posso sapere di me stesso?

(Robert Macfarlane, Le antiche vie. Un elogio del camminare, Einaudi)

venerdì 5 settembre 2014

Amoz Oz: uno prende e se ne va altrove

Uno prende e se ne va altrove. Quel che si è lasciato alle spalle resta lì e lo osserva mentre se ne va. Nell'inverno del Sessantacinque Yonatan Lifschitz decise di mollare sua moglie e il kibbutz in cui era nato e cresciuto. S'era messo in testa di cominciare una nuova vita.
 
Comincia così, in questo modo fulminante, quasi conclusivo, Una pace perfetta di Amos Oz, libro che mi sono deciso a leggere dopo essersene rimasto parecchio tempo sulla mia pila delle letture in attesa. Vai a sapere, non mi fidavo troppo, rischiava di essere un mattone. Certo conservavo ancora l'incanto di Una storia di amore e di tenebra, lettura non meno impegnativa, anzi. Certo era stato proprio grazie ad Amos Oz che avevo compreso qualcosa di più di Israele. Però....

Però ti capita di aprire questo libro e cogliere questo incipit: uno prende e se ne va altrove. Parole che richiamano qualcosa, che mettono in movimento la curiosità. Parole in cui qualche volta, nella mia vita avrei voluto riconoscermi. S'era messo in testa di cominciare una nuova vita. Se solo ci fosse stata l'occasione. Se solo non mi fosse mancato il coraggio.

E dunque, è molte cose questo libro di magnifica scrittura e affascinante complessità. Anzi, poteva essere un libro solo con alcune di queste cose, e sarebbe bastato: perché ci accompagna dentro un kibbutz, cioé dentro un mondo che voleva costruire un altro mondo; perché ci racconta impietosamente un'epoca di passaggio, di pionieri invecchiati, di ideali appannati, di giorni che non sono come ci si era immaginato, benché molti traguardi siano stati tagliati, e forse proprio per questo; perché ci spiega molte cose di Israele, colta alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni.

Poteva essere anche un libro sul complesso passaggio di consegne tra una generazione e un'altra, passaggio che tristemente, ma forse anche necessariamente, è più di responsabilità che di convinzioni. E anche questo sarebbe bastato.

E invece è in primo luogo un grande romanzo sulla libertà. Sulla libertà e sulla terra in cui essa deve esprimersi. Sulla libertà che può oltrepassare i confini. Con tanto Baruch Spinoza dentro: e la cosa non spaventi.

Il resto è la grande capacità di narrazione di Amos Oz. E mi rimarrano dentro a lungo Yonatan, il ragazzo che voleva cominciare una nuova vita, Azariah, così strampalato, così ingenuo, così capace di cambiare le vite altrui con la sua affabulazione. Mi rimarranno dentro a lungo pagine quali il picnic dei ragazzi del kibbutz al villaggio arabo abbandonato. Pagine che mi sembra dicano più di qualsiasi saggio su Israele e sul suo dramma.

mercoledì 3 settembre 2014

Carrère: preferisco ciò che mi rende simile agli altri

Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, ho trascorso qualche ora davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito.

La vita mi ha reso testimone di queste due disgrazie, una dopo l'altra, e incaricato, o almeno così ho capito, di renderne conto. 

A me le ha risparmiate, e prego perché continui a farlo.

Mi è capitato di sentir dire che la felicità si apprezza a posteriori. Che pensiamo: non me ne rendevo conto, ma a quel tempo ero molto felice.

Per me non è così. Sono stato a lungo infelice, e molto cosciente di esserlo; oggi amo quello che è il mio destino, e della sua amabilità non ho un grande merito, la mia filosofia si riassume nella frase che, la sera dell'incoronazione, avrebbe mormorato Madame Letizia, la madre di Napoleone: "Speriamo che duri".

Ah, e poi: preferisco ciò che mi rende simile agli altri a ciò che me ne distingue. Anche questa è una cosa nuova.

(Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, Einaudi)

lunedì 1 settembre 2014

La strada blu, in Canada, estremo Nord

Il Labrador. Avevo undici anni quando questo paese - la terra che Dio diede a Caino, come la chiamava il capitano Cartier - mi fece segno. Fu grazie a un libro e alle immagini che conteneva: indiani, eschimesi, montagne, pesci, e lupi bianchi che ululavano alla luna.

Ecco, non può essere per qualcosa del genere. Per le dita che frugano su un mappamondo fino a fermarsi su un colore e un contorno. Per la fantasia che galoppa a briglia sciolta sulle pagine di un libro. Per le scelte che solo a un'età tenera possono essere tanto pure e determinate da sentirsele come una pelle, che c'è ed è quella che è.

E' così che una terra diventa l'altrove, il tuo altrove. Te ne sei innamorato prima ancora di metterci piedi. Anzi, forse i piedi non ce li metterai mai. Non importa. Come, per quanto mi riguarda, non mi importa nemmeno capire se il mio autentico altrove è la Scozia di un viaggio adolescenziale e di alcuni film oppure il Sarawak di Emilio Salgari.

Per Kenneth White l'altrove è invece il Canada (un ottimo altrove, aggiungo io), anzi, più che il Canada il Labrador, l'estreno nord che anche per i canadesi non merita. Non c'è nulla, perché andarci?

Ma è proprio quel nulla che da sempre ha rapito Kenneth White. In quel nulla ci sono silenzi, spazi. In quel nulla, in effetti ci sono anche storie, persone.

Vite di ieri, come quelle dello scozzese che bruciò la Bibbia e si fece sciamano o del nobile francese che si confinò in un faro "lontano dagli imbecilli e, soprattutto, lontano dagli intellettuali". E vite di oggi come quelli di indiani che non si sa bene come vivano oggi, perché con loro il mondo è stato una corriera che non si è fermata e li ha abbandonati sul ciglio della strada. Però non rimangono solo bottiglie da scolare, ci sono segreti da conservare, orizzonti da scrutare, feste a cui invitare quello svitato di straniero.

Quante cose, davvero, in quel nulla. Silenzi da ascoltare, vuoti che non sono vuoti. E più si sottrae, più c'è. Più si può cogliere la possibilità di una poesia. La poesia definitiva che solo l'altrove personale, questo altrove, può davvero consentire.

Perché questo succede con la strada blu. Quella del titolo di un libro di viaggio, proposto da Amos edizioni, che e tra i più originali e intensi che mi siano capitati negli ultimi tempi.

Non ho capito bene cosa sia la strada blu. Però sto già indagando sulle parole che mi aiuteranno a designarla davanti ai miei passi...