mercoledì 23 aprile 2014

Il paese della gente con il contro in testa

Confessa, Marco Revelli, di aver odiato la sua terra, come si può odiare una madre secca e muta, oppure un vuoto inabitale e senza contorni. O peggio come si può odiare ciò che scopriamo troppo simile a noi: man mano che mi conoscevo, temevo che non sarei stato altro da lei.

Così dice all'inizio, Marco Revelli, scrittore e musicista - ricordate Les Anarchistes? - delle Apuane. Dice così e si fa presto a non credergli. Perché è un atto di amore, ancorché contrastato e perplesso, il suo Il contro in testa. (Contromano Laterza). E poco importa che l'amore riguardi più le storie e il mito di una terra, che la terra stessa: anche con le persone, non si tratta prima di tutto di un'idea?

E dunque questa terra di marmo e di anarchia, di cave e di osterie, di fatiche e di fremiti di libertà. Le Apuane belle e ribelli, almeno così piace pensare. Montagne aggredite e divorate ma che ancora si ergono maestose. Sarà così anche per la gente?

Sai qual è la frase migliore per definire il carrarino? Il contro in testa, dice a un certo punto Silvano, in una delle tante chiacchiere bagnate di vino in queste pagine (Solo le osterie - rammenta Revelli - parevano essere quei luoghi dove cercare qualche verità viva di un passato scomparso alla vista, per respirarne i sensi rimasti).

E vengono in mente le antiche popolazioni apue che i romani riuscirono a soggiogare solo con la deportazione, i cavatori che brindavano alla fiaccola dell'anarchia, i fragili sognatori di una rivoluzione che non c'è mai, soprattutto in quegli anni Settanta dove ci si illuse di poter cambiare tutto. L'idea di una terra, davvero. Più che una terra. E le pagine di un libro che riescono a coltivare la nostalgia e a regalare il senso di un sentimento. 

lunedì 21 aprile 2014

Le ultime parole dell'imperatore morente

Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti....

Si conclude così Memorie di Adriano della grande Yourcenar, opera non facile, ma che è da catalogare a tutti gli effetti tra i grandi capolavori di sempre. Opera a cui ritorno sempre e che, vedrete, è fondamentale anche per il mio prossimo libro, in uscita tra qualche giorno.

Giunto al termine dei suoi giorni il grande imperatore scrive una lunga lettera al suo amico Marco Aurelio, guardando con occhio straordinariamente lucido alla sua vita toccata da un singolare destino. L'uomo che è stato il più potente del mondo si avvia da solo alla morte. Non ha troppi rimpianti, perché sa di aver vissuto nel giusto. Sa che la sua opera politica non è mai stata estranea a un senso di umanità.

Che questo porti alla felicità, è un altro discorso, ma di alcune cose è sicuro. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo, afferma l'imperatore morente.

E noi con lui comprendiamo che la grandezza è questa responsabilità.

Un libro che accoglie nelle sue pagine i problemi degli uomini di ogni tempo. Un libro prezioso per chi si è consegnato all'impegno della politica e a quanti si interrogano sulle effettive priorità della vita.

sabato 19 aprile 2014

Quando il passato era ancora a disposizione

In assenza di futuro non restava che rivolgermi al passato.

Si capisce che appartengo a una generazione passata: quando il passato era ancora a disposizione. Oggi, in assenza di avvenire, ai ragazzi non resta che un eterno presente.

E il passato più recente cui mi rivolgevo, e che mi faceva sentire orfano, erano quegli "anni di rame" che furono i Settanta (che, come noto, iniziarono nel '68). I quali Settanta, poi, erano l'immaginaria continuazione della Resistenza, tutto assolutamente con la maiuscola. 

Lo diceva anche Carlo, all'osteria: "Noi ci sentivamo i nuovi partigiani". Non diceva però se aveva continuato a crederci. Io, quando lo diceva, ci credevo.

Degli anni Settanta mi sentivo orfano, per esser colpevolmente cresciuto nei plasticosi anni Ottanta. Quella prima della mia sì che era stata una generazione potente, che invidiavo.

A me era toccata in sorte l'epica di "Drive in", invece, e maledicevo il tempo. Amavo tutto dei Settanta: la musica, il cinema, i libri. E rimpiangevo quando, nella mia terra, proprio in questa terra dove intorno non vedevo che il deserto, c'era una fitta schiera di ribelli. 

(Marco Rovelli, Il contro in testa. Gente di marmo e d'anarchia, Contromano Laterza)

giovedì 17 aprile 2014

Lo scrittore che coltiva le storie di Romagna

Ho aiutato mio nonno a potare e a vendemmiare, da ragazzino; la mattina del 29 maggio del 1987, giorno del mio tredicesimo compleanno, mi fece trovare in fondo al letto l'unico regalo della sua vita: una zappa nuova fiammante, con duemila lire tenute ferma da un elastico sul manico.

Non la usai mai: quello era il suo destino, non il mio.  Io ho cercato di prendermi cura come meglio potevo di un altro tipo di vitigno che cresce alle nostre latitudini.

Io ho coltivato le storie.

Già, coltiva storie, Cristiano Cavina, e le coltiva con la sapienza antica dei contadini. I quali sanno che la terra regala i suoi doni solo con  il rispetto che viene da lontano e l'attenzione da rinnovare ogni giorno. E' questo che ci dimostra, in Romagna mia! (Laterza), concentrato di storie, corteo di nonne e nonni, di zii e altri parenti, di avventori al bar, compagni di scorribande notturne, avversari a carte, affabulatori sul niente e sul tutto. Compagnia strana e lunatica che non ci accompagna solo nella provincia italiana, quella che sembra appartenere a un'altra epoca.

Di più, perché ci porta per mano dentro la Romagna, questa terra che si fa riconoscere più per i romagnoli che per i suoi confini invisibili e discutibili. Terra dove la gente se ha qualcosa da dire, parla; e se non ha niente da dire, parla ancora di più; terra di piadine e vino generoso; terra dove i nomi si pronunciano per intero solo al battesimo del prete, per il resto via ai soprannomi, i più improbabili, e anche questo qualcosa vorrà dire.

La Romagna - spiega Cavina - in fin dei conti è più un'invenzione dei suoi abitanti che una precisa espressione geografica: uno stato della mente, insomma, un'isola del carattere.

Sottoscrivo, dopo aver letto questo libro. 


martedì 15 aprile 2014

La Romagna è uno stato della mente

La Romagna non è un luogo preciso, ma uno stato della mente. Noi sappiamo benissimo di essere romagnoli, come sappiamo di avere quasi sempre la testa attaccata al collo.

Non ci sfiora nemmeno il dubbio che possano scambiarci per un altro.

Spesso, per rompere il ghiaccio, qualcuno mi dice di avere un conoscente che abita dalle mie parti. "Sa Cavina - mi dicono - anch'io ho un carissimo amico dalle sue parti. Di Reggio Emilia".

Io mi sforzo di non offendermi. Non tanto perché non voglio essere scambiato per un reggiano, ci mancherebbe; quelli sono dei signori, per carità. E' che soffro quando incontro gente che non sa dov'è la Romagna.

Reggio Emilia non è affatto dalle mie parti. Come può non conoscere la differenza? Certo, ci sono meno di cento chilometri di distanza, ma se ci mettete di fianco, siamo lontani anni luce.

Insomma, quella è gente che, se ha qualcosa da dire, ci fa un disco e se la canta: Guccini, Vasco Rossi, Gianni Morandi, Lucio Dalla, Ligabue, Zucchero, Luca Carboni, Cremonini, Nek.

Noi, se abbiamo qualcosa da dire, parliamo. E se non abbiamo niente da dire, parliamo ancora di più; sono buoni tutti a star zitti quando non si hanno argomenti.

(Cristiano Cavina, Romagna mia!, Laterza)

domenica 13 aprile 2014

I romanzi sono una seconda vita

I romanzi sono una seconda vita. 

Come i sogni di cui parla il poeta francese Gèrard de Nerval, i romanzi rivelano i colori e le complessità delle nostre esistenze e sono pieni di persone, facce e oggetti che sentiamo di riconoscere. Proprio come nei sogni, quando leggiamo i romanzi siamo a volte così fortemente colpiti dalla straordinaria natura delle cose che incontriamo da dimenticare dove siamo e da immaginarci in mezzo agli eventi fantastici e alle persone che vediamo.


In quei momenti, sentiamo che il mondo di finzione in cui ci imbattiamo e che ci fa divertire risulta più reale della realtà stessa.

Che queste seconde vite ci appaiano più vere delle realtà, spesso significa che scambiamo i romanzi per la vita, o almeno che li confondiamo con l'esistenza vera. Ma mai ci lamentiamo di questa illusione, di questa ingenuità.


Al contrario, proprio come in alcuni sogni, vogliamo che il romanzo che stiamo leggendo prosegua e speriamo che questa seconda vita continui a evocare in noi un costante senso di realtà di autenticità.


A dispetto di quello che sappiamo della fiction, siamo irritati e infastiditi se un romanzo non riesce a sostenere l'illusione che si tratti di vita vera.

(Orhan Pamuk)

sabato 12 aprile 2014

Ai viaggiatori a piedi i buoni propositi di Jerome

Non riuscimmo ad attuare interamente il nostro programma, per il semplice fatto che le azioni umane sono sempre inferiori agli umani propositi. E' facile dire e credere, alle tre del pomeriggio, che "ci alzeremo alle cinque del mattino, faremo una colazione leggera alle cinque e mezzo, e partiremo alle sei".

"Così riusciremo a fare un buon tratto di strada, prima che il caldo diventi afoso" osserva uno.

"In questo periodo dell'anno, l'aurora è la parte migliore della della giornata. Non vi sembra?" aggiunge un altro.

"Oh, indubbiamente".

"L'aria è così fresca e pura".

"E la luce è così dolce!".

La prima mattina, si mantiene il proponimento. Ci si riunisce alle cinque e mezzo. Il gruppo è silenzioso; individualmente, si è alquanto rabbiosi, propensi a lagnarsi dei cibi e anche di tutto il resto; l'atmosfera sembra carica di nervosismo represso in cerca di uno sfogo. E la sera si ode la voce del tentatore:

"Se partissimo alle sei e mezzo precise, potrebbe bastare, io credo"

(Jerome K. Jerome, Tre uomini a zonzo, Bur)

venerdì 11 aprile 2014

E adesso chi la salva questa storia?


E adesso - mi domandavo - adesso chi la salva questa storia, chi la racconterà più?

Sono sempre stata affascinata dalla marginalità, dai nomi intrappolati nelle note a piè di pagina, dai libri dimenticati, quelli di cui nessuno parla.

Finchè non li incontri per caso, finché non ti capitano tra le mani, quei nomi, quei libri sono addormentati, o forse addirittura morti.

Ecco perchè penso alla lettura e alla scrittura come a un fantastico incrocio dei destini.

(Melania Mazzucco da Ogni viaggio è un romanzo di Paolo di Paolo)

mercoledì 9 aprile 2014

Scrivere è una specie di impresa fraterna

Anche quando insegnava scrittura creativa, il tocco di Carver era leggero.

Non prendeva neanche in considerazione l'idea che il suo compito fosse quello di scoraggiare la gente. Diceva sempre che c'erano già tante cose scoraggianti nel mondo, per chi voleva diventare uno scrittore contro ogni pronostico, ed era chiaro che parlava per esperienza diretta.

La critica, come del resto la narrativa, era per Ray un atto di empatia, un mettersi nei panni dell'altro. Non riusciva a capire gli scrittori che fanno stroncature e una volta mi ha anche rimproverato per aver pubblicato una recensione negativa.

Era convinto che scrivere prosa e poesia sia una specie di impresa fraterna.

(Jay McInerney, da Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 7 aprile 2014

Se un punto è messo al punto giusto

In una poesia o in un racconto si possono descrivere delle cose, degli oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso e dotare questi oggetti - una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino - di un potere immenso, addirittura sbalorditivo.

Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi un brivido lungo la schiena del lettore  - l'origine del piacere artistico, secondo Nabokov - Questo è il tipo di scrittura che mi interessa di più.

Non sopporto cose scritte in maniera sciatta e confusa, sia che si presentino sotto pretese sperimentali sia che si tratti semplicemente di realismo reso in maniera goffa. 

Il narratore del meraviglioso racconto di Isaac Babel intitotlato "Guy de Maupassant", parlando della tecnica narrativa, a un certo punto dice:

"Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto".

(Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

domenica 6 aprile 2014

Le domanda che Rumiz si faceva sul grande Kapu

Diavolo di un uomo, pensai mentre ci avviavamo al check-in, dove starà la sua forza?

Come avrà fatto, quella specie di curato di campagna, a tornare con i taccuini pieni di storie?

Sul volo da Zurigo a Milano mi accorsi che ringraziava le hostess per ogni nonnulla. "La nostra professione dipende dagli altri", sorrideva quasi per scusarsi della sua gentilezza. "Se non hai rispetto per gli altri, ti si chiudono tutte le porte". 

Era euforico, non mostrava di avere più di diecimila ore di volo alle spalle. Non criticava nessuno, neanche le persone più detestabili. In Polonia girava voce che di fronte alla domanda: "Cosa pensa di Hitler?" avesse risposto con un memorabile: "Non era una brava persona"

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli)

sabato 5 aprile 2014

Liberi e schiavi nella storia dell'atomica

Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell'atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioé da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà.

Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. 

E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero - il che verrebbe a limitare la questione alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano e questi invece avevano - ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angonscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni, la consegnarono ai politici e ai militari.

(Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Einaudi)

giovedì 3 aprile 2014

Parla a tutti noi la scomparsa di Majorana

Un mistero, certo, ma che se mai si risolverà non lo sarà sciogliendolo dalla fine, dalla scomparsa del titolo. Perché non è una questione di indizi e nemmeno di testimonianze meno evanescenti. Parole scritte, voci che si rincorrono, ombre che appaiono e scompaiono come mosse dal vento. Figurarsi se è così che si saprà qualcosa di più di Ettore Majorana e del mistero che ormai la accompagna da più di tre quarti di secolo. Meglio indagare sulle profondità della sua persona. Meglio esplorare il suo rapporto con la scienza, con quella scienza che sta per superare il più terribile dei limiti.

Mi era sfuggito, ai tempi, La scomparsa di Majorana, uno dei pochi titoli di Leonardo Sciascia assenti dalla mia libreria. Sarà che su di esso mi ero fatto un'idea sbagliata. Fortuna che l'altro giorno l'ho trovato su uno scaffale di book crossing. Visto e preso: dimensioni ideali per un viaggio in treno.

E così mi sono avventurato sul mistero di questo giovane scienziato, così diverso da Enrico Fermi e dagli altri ragazzi di via Panisperna, perché Fermi e i "ragazzi" cercavano, mentre lui semplicemente trovava. Talento enorme, Majorana, capace più di tutti di varcare soglie verso l'ignoto. E di comprendere per tempo cosa questo avrebbe comportato.

Scontroso lo era sempre stato. E pure allergico a ogni cono di luce. Gli altri lo esortavano a pubblicare le sue scoperte e lui farfugliava che era roba da bambini. Certe idee di genio, per cui avrebbero penato interi centri di ricerca, lui le mise nero su bianco su qualche foglio sparso, per poi dimenticarsele nei pantaloni e gettarle via. Forse se la intese solo con il grande Werner Heisenberg, anche se non sapeva spiccicare parola nella sua lingua. Entrambi avevano capito a cosa si andava incontro. Entrambi avevavo intuito che, al cospetto di quel limite, ci si doveva solo fermare.

Dice Sciascia che nella storia della bomba atomica gli scienziati che dovevano essere schiavi si comportarono da uomini liberi. A differenza degli scienziati che potevano essere liberi.

Majorana forse la libertà se la conquistò solo scomparendo. E il suo mistero - il mistero di una scelta di fronte all'orrore - ancora oggi affascina e inquieta.

mercoledì 2 aprile 2014

Newton e il suo gatto, che ingrassava molto

Newton era un uomo estremamente solitario; visse tutta la sua vita al Trinity College di Cambridge, dove è ancora conservata la stanza in cui lavorava. Era entrato nel college con lo status degli studenti poveri che dovevano servire i compagni di studi.

Newton non viveva in un mondo come il nostro, ma in un mondo dove le diseguaglianze erano molto più forti. Tra i compiti di Newton c'era quello di pulire le calzature dei suoi colleghi e di vuotare i loro pitali tutte le mattine. Come si può facilmente immaginare, si trattava di compiti piuttosto umilianti e, di certo, lui li visse così.

Era un uomo estremamente difficile di carattere, ma dedito agli studi e alla ricerca con un'intensità sconosciuta ai suoi contemporanei, al punto che su questo aspetto della sua vita circolavano aneddoti: quando per esempio Newton avviava l'esame di un problema, o si era messo a scrivere qualcosa, il suo gatto ingrassava molto, perché Newton smetteva di mangiare. 

(Paolo Rossi, Newton e la rivoluzione scientifica, La Biblioteca di Repubblica)

lunedì 31 marzo 2014

Se Raymond Carver temeva di non saper insegnare

Se Carver nutriva dubbi sulla possibilità di insegnare a scrivere, non ha però mai dubitato che si potesse "imparare" a scrivere. Dopotutto, aveva imparato anche lui: lo studente mediocre che veniva dal cuore rurale dello Stato di Washington ha imparato a scrivere la raffinata prosa che ha indotto i critici del Daily Telegraph di Londra a definirlo "il maestro del racconto americano moderno".

Così scrivono i curatori de Il mestiere di scrivere di Raymond Carver (Einaudi), un libro prezioso che raccoglie interventi, saggi, lezioni di scrittura creativa, istruzioni per l'uso del grande Raymond, dalla prima all'ultima riga una decisa smentita al dubbio di cui sopra: timido com'era, impacciato nel ruolo di docente, con la sensazione di trovarsi quasi sempre fuori posto, Carver non era solo uno che aveva imparato a scrivere. Era anche una persona che sapeva insegnare - per quanto ovviamente si possa insegnare a scrivere - e questo faceva generosamente, senza risparmiarsi.

E allora c'è tutto Raymond, in queste pagine. Da leggere per raccogliere qualche buon consiglio, ma ancora di più per avvicinarsi ancora di più a questo grande della letteratura americana. E per approfondire il rapporto tra scrittura, linguaggio e vita quotidiana, in un autore di cui Jay McInerney affermava:

Un aspetto di quello che Carver sembrava dirci - anche a chi di noi non era mai entrato in una segheria o un un parcheggio per case mobili - era che la letteratura può essere ricavata da una rigorosa osservazione della vita reale, dovunque e comunque vissuta, anche se con una bottiglia di ketchup Heinz sul tavolo e il continuo ronzio di fondo del televisore.


domenica 30 marzo 2014

Le tre regole del poliziotto all'ultima indagine

"Sì" disse Jarnebring. "Ma negli ultimi giorni mi sei sembrato del tutto normale, e a volte si direbbe che tu abbia persino acquistato un lato umano".

"Ci sono tre cose che non ho dimenticato" disse Johansson, che sembrava non aver fatto caso all'ultima osservazione del suo migliore amico. "Il giorno in cui le dimenticherò, per me sarà la fine".

"Quali sarebbero?" chiese Jarnebring.

"Tirare fuori il meglio da ogni situazione, non complicare inutilmente le cose, diffidare delle coincidenze".

(Leif GW Persson, L'ultima indagine, Marsilio)

venerdì 28 marzo 2014

La bellezza del racconto scritto sulla neve

E' la storia più leggera, perchè raccontata con parole fatta di neve. La storia più fragile, perché destinata a svanire con il sole del giorno dopo. Però conta, eccome se conta, allo stesso modo delle manciate di sillabe che compongono un haiku giapponese: che è vero, possiamo ritrovare anche sulla pagina di un libro, ma che in realtà contano per il momento in cui prendono forma, potrebbero svanire l'istante dopo, però basta quell'istante di bellezza.

E' questo che mi è venuto in mente leggendo la notizia di un racconto scritto sulla neve a New York, in Prospect park, cuore verde di Brooklyn su cui si affacciano le abitazioni di scrittori come Paul Auster e Jonathan Safran Froer.

Lo ha scritto Shelley Jackson, scegliendo un titolo che, visto il contesto, non è particolarmente originale, però rende: Snow. Lo ha fatto lo scorso inverno, incidendo con la mano o con un ramoscello, le parole sulla neve fresca.

Avvicinarsi troppo alla neve è dimenticare cos'è, disse la ragazza che piangeva fiocchi di neve....

Ecco, ho letto che cominciava così. Non ne so più niente, non so come continua, perché le sue 805 parole sono evaporate. Il sole dopo la nevicata. E mi pare, la bellezza della scrittura che abbraccia il mondo intero.

mercoledì 26 marzo 2014

Le cose che si possono leggere in un pezzetto di legno

Allora Marco Polo parlò:

- La tua scacchiera, sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero. Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre?

Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l'obbligò a desistere -.

Il Gran Kan non s'era fin'allora reso conto che lo straniero sapesse esprimersi fluentemente nella sua lingua, ma non era questo a stupirlo.

- Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido d'una larva; non d'un tarlo, perché appena nato avrebbe continuato a scavare, ma d'un bruco che rosicchiò le foglie e fu la causa per cui l'albero fu scelto per essere abbattuto... Questo margine fu inciso dall'ebanista con la sgorbia perché aderisse al quadrato vicino, più sporgente...

La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venito a parlare dei boschi d'ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre....

(Italo Calvino, Le città invisibili, Oscar Mondadori)

lunedì 24 marzo 2014

Che la vita sia poi soprattutto questo?

Tra la fine di un anno e i primi mesi di un altro, Moraldo si trova sempre impegnato in una strana conta.

L'elenco delle cose fatte, quelle che si dicono importanti. Il risultato è sempre in passivo. Al netto delle ore spese per dormire, cosa può salvare? Di cosa è fatta la sua esistenza?

Più cerca di mettere in fila i libri letti, le cose capite, più la sua mente si affolla d'altro.

Vede se stesso sbucciare arance, passeggiare senza meta nella nebbia. Fare dei cerchi con la matita intorno a parole di cui non cogli più il senso. 

Che la vita sia poi soprattutto questo?

(Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, Feltrinelli)

sabato 22 marzo 2014

Senza pietre non c'è arco

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.

- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? - chiede Kublai Kan.
- Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge:
- Perché mi parli delle pietre? E' solo l'arco che m'importa.

Polo risponde: - Senza pietre non c'è arco.

(Italo Calvino, Le città invisibili, Oscar Mondadori)