sabato 27 agosto 2016

Dylan Thomas, il clown della luna che ancora ci parla

Che dire di lui? Che era pretenzioso, dissoluto, bugiardo, infedele, inaffidabile. Che si perdeva in fondo ai troppi bicchieri. Che per quanto riuscì a vivere fu sempre lacerato tra la tentazione di una vita normale e una vocazione a distruggersi che quasi sempre ebbe la meglio. Che assegnava un'eccessiva fiducia alle parole e alla loro capacità di giustificare più o meno tutto.


Certo, fu tutto questo, Dylan Thomas. In qualche modo lo diceva lui stesso: Dentro di me albergano una bestia, un angelo e un pazzo. Ma soprattutto fu un poeta. E fin da bambino, tra i vicoli di Swansea o i pascoli della campagna gallese, coltivò il sogno della poesia.

E si apra pure il dibattito sul potere salvifico della poesia, sulla sua possibilità di riscattare davvero una vita. Il fatto indiscutibile è che Dylan per noi sarà sempre il poeta capace di illuminarci con i suoi versi come lampi nell'oscurità e di restituirci l'intima e divina felicità vitale nascosta nel cuore di tutte le cose.

A distanza di tanti anni è ancora amato, letto, ricercato, citato, con una fedeltà che di solito non appartiene alla letteratura: e ci sarà pure un motivo. O forse più di un motivo, perché certo non può essere solo il fascino del poeta bohemièn, pronto a mandare in frantumi la sua vita.

La sua vita, appunto. Quella che ci racconta splendidamente il suo biografo Paul Ferris in Dylan Thomas. Essere un poeta e vivere di astuzia e birra (Mattioli 1885), libro che appassiona come un romanzo e va al cuore del mondo che Dylan popolò con le sue emozioni.

Il vero Thomas - spiega Ferris – si nasconde più in profondità: dietro alle capriole che improvvisava in pubblico. Mi sa che un libro così poteva scriverlo solo uno come Ferris, nato e vissuto a Swansea come Dylan, che ha camminato per le sue strade, bevuto nei suoi pub, consumato il suo tempo a guardare barche in partenza e basse maree. 

Mi è piaciuto leggerlo negli stessi giorni in cui girellavo per il Galles, in qualche modo inseguendo anch'io l'ombra di Dylan, nella sua Boat House a Laugharne, come nel museo che gli è stato dedicato a Swansea.

Clown della luna, lo definì Charlie Chaplin. Poeta, poeta comunque, come lui volle sempre essere, come confessò anche in quella riga che poi è divenuto lo splendido sottotitolo di questo libro:

Preferirei in qualunque momento essere un poeta e vivere di astuzia e birra.

A Swansea mi sono imbattutto in una parete con una scritta in lettere bianche su campo nero: More poetry is needed, c'è bisogno di più poesia. E' ancora Dylan, che qualunque cosa sia stata non smette di parlarci.



mercoledì 24 agosto 2016

Cosa c'è prima dei barconi del Mediterraneo

Ho impiegato molto tempo per capirlo. Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte. Sedersi per terra intorno a un fuoco e ascoltare le storie di chi ha voglia di raccontarle, come hanno fatto altri viaggiatori fin dalla notte dei tempi.

Dovessi scegliere le righe in grado di riassumere il senso e lo spirito de La frontiera di Alessandro Leogrande (Feltrinelli), non avrei dubbio, sono senz'altro queste. Giungono verso la fine di questo libro denso e intenso, che non è un romanzo, ma che si legge come un romanzo, che indaga sulle tragedie dei nostri giorni e sa allo stesso tempo acquistare un respiro più ampio, che racconta vicende di un'infinità di persone e che pure porta dentro la narrazione anche l'esperienza, il vissuto di chi scrive.

Ha scritto davvero un bel libro, Alessandro Leogrande, giovane scrittore e vicedirettore del mensile Lo Straniero. Senza retorica, con sguardo pulito, entra dentro l'immane tragedia dei nostri giorni, l'esodo di milioni di persone dai paesi della disperazione. Si interroga sulla nostra frontiera, quella linea immaginaria attraverso il Mediterraneo che unisce e più spesso separa, che è di tutti e di nessuno, che è possibilità di salvezza e tomba per tanti. Ma soprattutto intende andare oltre ciò che c'è alla fine del viaggio: un elenco di morti - di cui per la verità spesso ignoreremo anche i nomi - oppure una lista di richiedenti asilo scampati alla traversata ma non alle incognite del futuro.

E' importare scomporre questo esodo collettivo nei nomi, nei volti, nelle storie. E soprattutto è importante raccontare le storie di questi uomini, donne, bambini. Storie che iniziano prima, molto prima.

Libro importante, La Frontiera, proprio perché ci racconta questo prima. Sia esso l'Eritrea di una speranza rivoluzionaria degradata a orrenda dittatura, oppure la Libia implosa in terribili guerre tribali.

Storie, storie che sarebbe bello ascoltare dalla labbra stesse di chi ce l'ha fatta, perché è proprio con il racconto - dai tempi di Ulisse naufrago nell'isola dei Feaci - che lo straniero si fa davvero ospite. Ma in ogni caso racconto importante, racconto prezioso, in quest'epoca di confini che cambiano, di mura che si consolidano, di distrazione che cresce per il grido di dolore del mondo.


lunedì 22 agosto 2016

Tra fabbrica e pub, così era la vita in Inghilterra

Perché era sabato sera, il momento più felice e festoso della settimana, uno dei cinquantadue giorni di vacanza sulla lenta ruota panoramica dell'anno, un violento preambolo a una domenica di prostrazione.

Per Arthur, giovane operaio inglese, la febbre del sabato sera è un copione che si ripete: il giro dei pub, le sbronze, le risse, il sesso con donne sposate. Tutto quello che non c'è nel resto della settimana, perchè il resto è solo la routine del lavoro nella sua fabbrica di Nottingham.

L'adrenalina di questi fine settimana, il loro concentrato di pulsioni e trasgressioni, non cambieranno il mondo, anzi, non lasceranno niente se non un cerchio alla testa la domenica mattina. Eppure è tutto ciò che Arthur ha a disposizione per gridare il suo rifiuto contro una vita che per lui è già tutta scritta, faticare alla catena di montaggio e mettere su famiglia.

Prima di avventurarvi in queste pagine, osservate la data. Saturday Night e Sunday Morning  (ripubblicato in Italia da Minimun Fax) è del 1958: un'altra Inghilterra, un altro mondo, quello delle grandi fabbriche e del benessere che non esclude più gli operai. Anche loro possono cominciare a sperare in una casa di proprietà, nella televisione, nella settimana al mare.

Arthur, in fondo, beneficia di ciò che altri hanno conquistato sul terreno dei diritti. Ha soldi in tasca - poco importa se se li sputtana in birre - e un giorno avrà la sua pensione. Eppure, in una vita in cui mancano le speranze, in cui è già assente ogni soggetto collettivo (per dirne uno, il sindacato), Arthur è solo, Arthur non ha futuro.

Alan Sillitoe - lo stesso scrittore di La solitudine del maratoneta, uomo che viene dall'Inghilterra delle industrie e del lavoro proletario - ci ha regalato un romanzo di esordio folgorante, capace di rappresentare tutta un'epoca, ma anche con un personaggio destinato a rimanere.

Poco importa che Arthur non sia assolutamente simpatico. Che molte volte vorresti fermarlo, prenderlo per le spalle, portarlo via dal disastro incombente. Qui c'è tutta una generazione che non è stata raccontata. Con una frattura che la separa dai padri e che non è quella del giovane Holden e tantomeno quella del Sessantotto.

 Leggendolo ho pensato ad Arthur e poi ai ragazzi dei nostri anni con ancora meno futuro - dove è finito il lavoro? - e ancora meno capaci di intravedere una possibilità di protesta. Forse proprio questo libro del 1958 ci può aiutare a capire qualcosa in più. E magari a scorgere una qualche speranza all'orizzonte. Non fosse che per i lampi di tenerezza, improvvisi e disorientanti, che anche uno come Arthur sa manifestare.

martedì 16 agosto 2016

Cimiteri, parole, treni: la Bosnia di Azra è di tutti

E dunque, in primo luogo mi viene da ringraziare la casa editrice - la Spartaco di Santa Maria Capua Vetere - che ha proposto questo piccolo grande libro: ennesima conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che un'editoria piccola ma coraggiosa ci fa respirare l'aria di un mondo più vasto. In secondo luogo mi viene da ringraziare il libraio di una delle mie librerie predilette - l'Ora Blu di Firenze - che questo libro me l'ha messo tra le mani con la più incoraggiante delle frasi: prova a leggerlo, non te ne pentirai. In terzo luogo, mi viene da ringraziare l'autrice, Azra Nuhefendic, che con il suo Le stelle che stanno giù, mi ha dimostrato che c'è ancora spazio per una scrittura che sa insieme essere testimonianza, reportage, denuncia, narrazione elegante e partecipata.

Azra è una giornalista bosniaca musulmana, che ai tempi ha lavorato per la tv di Belgrado e oggi vive a Trieste. Nelle sue cronache - ma è riduttivo chiamare cronache, quasi fossero lavori destinati al consumo di un giorno - ci racconta la Jugoslavia - il paese che c'era prima - e quindi la Bosnia Erzegovina nel mezzo dell'orrore sopportato anche in prima persona. Ciò che è successo, come le cose sono cominciate e cosa ne è disceso, perché una guerra non si conclude mai solo con il cessate il fuoco.

Azra cerca ragioni, indaga sugli scheletri negli armadi, insegue parabole di vita, si interroga prima di tutto su ciò che è stato della sua vita, al crocevia come una delle grandi tragedie del Novecento.  Riepiloga terribili nefandezze, ma sa anche commuovere con giganteschi lampi di umanità, raccontando per esempio di quei "nemici" serbi, che nei giorni più duri, l'hanno nascosta, protetta, sfamata (un popolo è sempre al plurale, ci sono volti, nomi, storie, persone come un vicino di casa che ti può consegnare oppure salvare). 

Parla di cimiteri che ora dividono le comunità anche da morti, in un paese dove prima era comune accendere una candela per un'icona ortodossa, passare da una chiesa cattolica e poi condividere una preghiera con i musulmani. Parla di una lingua che prima era uguale per tutti e ora è il croato per i croati, il serbo per i serbi, il montenegrino per i montenegrini, il bosniaco per i bosniaci, con i linguisti al servizio dei nazionalisti per inventarsi ridicoli neologismi e gli interpreti chiamati per i primi incontri ufficiali dopo la guerra. Parla del treno tra Sarajevo e Belgrado che per diciott'anni non c'è più stato e delle altre linee, delle altre strade che sono state interrotte - Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finché la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio - non senza rammentare con nostalgia i treni della vecchia Jugoslavia socialista, che i giovani della sua generazione prendevano d'estate, per andare al sud, al mare: affollati, lenti, arroventati dal sole, ma anche carichi di un'idea di futuro che doveva essere per forza diverso.

Cimiteri, parole, treni: quante cose in questo libro. Quanti campanelli d'allarme da far funzionare, sempre e comunque. Quanta umanità di cui far tesoro in un mondo che non ha smesso di essere difficile. 

giovedì 11 agosto 2016

In viaggio con Tito, a caccia di ombre

Racconta Luis Sepùlveda in Patagonia Express:

Iniziai a camminare nel parco, poi per le strade deserte, e all'improvviso mi accorsi che l'eco dei miei passi si moltiplicava. Non ero solo. Non sarei stato solo mai più. Coloane mi aveva passato i suoi fantasmi, i suoi personaggi, gli indio e gli emigranti di tutte le latitudini che abitano la Patagonia e la Terra del Fuoco, i suoi marinai e i suoi vagabondi di mare.

L'avevo già incontrata, questa frase, però sono contento che Tito Barbini l'abbia scelta come epigrafe de Il cacciatore di ombre, che dopo esser uscito per Vallecchi, viene riproposto ora da Aska.

Soprattutto libro che non ci sarebbe mai stato senza la scoperta dell'autore di non essere più solo. Aveva per compagno di viaggio un uomo che solo per l'anagrafe non c'era più, Don Patagonia, straordinaria figura di missionario ed esploratore.

Da scoperte così, ne sono convinto, devono essere segnati i nostri viaggi. Per dire, come fate a percorrere ciò che rimane del Vallo di Adriano, nel nord dell'Inghilterra, senza avvertire alle vostre spalle i passi dell'imperatore e dei suoi centurioni? Come fate a incamminarvi per la Via Francigena senza lasciarvi accompagnare dalle ombre dei suoi pellegrini?

Non siamo mai soli, nei nostri viaggi. Non lo dobbiamo essere. Coltiviamo la compagnia che ci arriva da altri tempi. Altre profondità regalano ai nostri viaggi.

lunedì 8 agosto 2016

Lo scrittore in cammino nell'Inghilterra che non ti aspetti

Nell'agosto del 1992, quando la canicola cominciò ad allentarsi, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea di Suffolk in East Anglia con la speranza di sfuggire al vuoto che si stava diffondendo in me dopo la conclusione di un lavoro piuttosto impegnativo. Una speranza che sino a un certo punto si è anche realizzata, perché di rado mi sono sentito così libero come in quel periodo, durante le ore e i giorni passati a vagabondare.

Comincia così Gli anelli di Saturno (Adelphi), libro scritto in cammino attraverso il Suffolk - un posto che in effetti non verrebbe mai in mente di scegliere per un viaggio, almeno "prima" di questo libro - ma in realtà attraverso tutto il tempo e lo spazio che può abbracciare un viaggio, un viaggio che sa farsi spessore, profondità, squarcio, lampo di luce.

Chilometri lenti, chilometri a piedi, chilometri in paesaggi dai contorni sfumati dalla bruma, chilometri con i piedi gonfi e l'umidità che entra nella ossa. Altri avrebbero la sensazione di non arrivare mai da nessuna parte, ma W. G. Sebald, uno di cui chissà perché non viene di scrivere il nome per intero, fa venire il capogiro da quanto riesce ad arrivare lontano.

E dunque qui c'è perfino l'Africa nera di Joseph Conrad, c'è perfino la Cina al tramonto del Celeste Impero.

E tutto regge, tutto si tiene, tutto rimanda a tutto, nel passo leggero che si fa parola sommessa, ipnotica, coinvolgente, parola che sostiene a sua volta il cammino.

E l'ultima cosa che viene in mente, o forse la prima, non è che Sebald ci ha lasciato troppo presto, privandoci di vai a sapere quali altri libri. Ma che uno scrittore in cammino come lui non poteva che morire così, spazzato via in un incidente automobilistico, estrema beffa di una storia che  lui avrebbe saputo raccontare perfino troppo bene.

venerdì 5 agosto 2016

Quel circolo al bar nella Parigi di Sartre

Loro erano programmati per odiarsi e distruggersi e invece erano caduti l'uno nelle braccia dell'altro. Era bello sentire il proprio patronimico. In Francia, si aveva soltanto un nome. Di colpo, un poco dell'odore, della musica e della luce del loro Paese tornava, anche se l'uno era un russo bianco, ortodosso praticante, antisemita e misogino, che odiava i comunisti, e l'altro un ex nemico, un rosso fervente, convinto ed entusiasta, che aveva partecipato all'instaurazione del comunismo. Quel tipo di differenze, che vi facevano sbuzzare quando eravate al paesello, lì sparivano. Soprattutto se si trattava di due russi insonni.

Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia (Salani), mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

lunedì 1 agosto 2016

Quando partivano per rubare l'erba

Partivano. La gente di queste parti è sempre partita. Da questa borgata, da questa valle. Non per salire sulle creste, per vedere un orizzonte nuovo o per conoscere posti diversi. No. Partivano perché ci sono terre dove vivere è un lusso che non ci si può concedere sempre. Non tutto l'anno. E allora si va, finché ci sono posti dove andare.

Partivano, i pastori delle montagne del Piemonte. Partivano in albe gelide, con le ruote dei carri che scavavano solchi sulla ghiaia e i cani che correvano in qua e là per radunare le greggi. Partivano, per "rubare l'erba" dove l'erba c'era. Partivano, e non smettevano di partire, la loro vita era tutta una partenza, una partenza e un ritorno, d'estate verso gli alpeggi, di inverno verso i loro paesi.

Un altro mondo, non troppi  anni fa, eppure un'epoca fa. Il mondo prima della motorizzazione di massa, della televisione, di Internet. Il mondo che Marco Aime, antropologo, si ricorda bene, perché era il mondo della sua infanzia, delle sue radici famigliari.

Ci torna da adulto, da studioso, in quei posti. Ci torna, mescolando l'emozione dei suoi ricordi alle ultime testimonianze di ciò che è irrimediabilmente scomparso. Ci torna e accoglie volentieri la sua perplessità:

Ora mi sembra persino strano essere qui, a fare l'antropologo. Di solito un antropologo si occupa di cose lontane, va a ficcare il naso nelle case di gente straniera, diversa da lui.... 

Credo che sia proprio questa perplessità, con tutte le domande che ne discendono, a fare di Rubare l'erba (Ponte alle Grazie), un libro raro, con la sua bellezza impastata di malinconia.  

venerdì 29 luglio 2016

Paradiso e inferno nell'Islanda che fu

Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi.

Comincia così questa storia aspra e poetica, che appartiene profondamente all'Islanda, ai suoi mari tempestosi, alle sue montagne magnifiche e inospitali, e che pure sa andare alle cuore dei misteri della vita che sono di tutti.

Paradiso e inferno di Jon Kalman Stefansson, ex professore e bibliotecario di Reykyavik, di cui molti si stanno accorgendo, anche grazie a questo romanzo, da molto considerato tra i migliori della letteratura islandese degli ultimi anni. Meno male che in Italia Iperborea non ha mancato di farcelo scoprire.

Pochi elementi, essenziali come la natura di questa isola dei ghiacci e allo stesso modo potenti. Un ragazzo segnato dalla solitudine, un pescatore di merluzzo innamorato dei libri. Un comunità di pescatori di tempi in cui si esce in mare con la forza dei remi e non si sa mai se un'onda finirà per rovesciare la barca e frantumarla sugli scogli.

Un giorno tra le mani del pescatore capita tra le mani un libro - il Paradiso perduto di Milton - che è allo stesso tempo raro, complesso, splendido. Inseguendo le parole che uniche sono in grado di consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, il pescatore andrà incontro al suo destino.

Parole che aiutano a illuminare il buio dell'universo e del cuore, parole che a volte possono essere anche letali. La bellezza, il mistero, il destino. E in questa danza di vita e morte, il cerchio che si chiude, il viaggio che si completa.


mercoledì 27 luglio 2016

I misteri della vita nei giardini di Italia


Non ho parole per descrivere la bellezza del mondo...

Così afferma nell'introduzione del suo nuovo libro Tiziano Fratus, poeta, scrittore, ma soprattutto cercatore di alberi, viaggiatore nei misteri e negli incanti della natura. Più che manifestazione di modestia credo si tratti di consapevolezza delle possibilità comunque limitate della lingua che abbiamo a disposizione, di fronte agli spettacoli della natura e di certi lavori. Ma in ogni caso le parole le usa e le usa bene in L'Italia è un giardino (Laterza), serie di passeggiate in alcuni dei più straordinari luoghi di bellezza della nostra penisola.

Come era prevedibile per un uomo che nei paesaggi cerca le connessioni spirituali e negli alberi dei maestri di vita, è tutt'altro che una semplice guida. Piuttosto un vero libro di viaggio, con suggestioni particolari, come l'indicazione di un brano musicale per ognuno dei luoghi visitati (per esempio la Suite numero 1 per violoncello di Bach per il giardino di Boboli o il Requiem in re minore di Mozart per la reggia di Caserta).

Nulla più delle ore passate a contatto in giardino mi ha avvicinato alla comprensione delle leggi della vita o, dal mio punto di vista, ad accettare il suo mistero, ha scritto Gian Lupo Osti, appassionato di camelie e autore del De senectute in horto.

Fratus ci prende per mano con questa stessa visione. In ciascun luogo che ha raccontato in questo libro, confessa, ha provato a mettere alla prova il bambino che gli si nasconde dentro. Ha mischiato gioie e nozioni, passi e contemplazioni. E come l'adulto ha ritrovato il bambino, così nelle stagioni e nell'età delle piante dei giardini ha scovato gli indizi e forse anche il senso del tempo che tutto consuma.

lunedì 25 luglio 2016

Il Grande Nord e i i ricordi che ci guardano

Pensare che sono ricordi di infanzia, raccontati senza sprechi ed effetti speciali, con quella limpidità che volentieri attribuiamo ai cieli del grande Nord.

Pagine semplici, essenziali, pulite. Eppure quante questioni potrebbero porre.

Per esempio se è utile conoscere la vita di un poeta per comprenderne la poesia. Oppure, come ci suggerisce Fulvio Ferrari nella sua nota conclusiva in questa edizione di Iperborea, se non sia piuttosto utile la poesia per comprendere l'autobiografia di un poeta.

Nel caso di Tomas Transtromer - perdonate la dieresi che manca perché non la trovo sulla tastiera - forse è proprio così. E non solo perchè in Italia presumibilmente nessuno aveva mai sentito parlare di colui che è il più grande poeta svedese vivente, almeno fino al conferimento del Nobel per la letteratura.

E' che in Tomas Transtromer c'è una corripondenza potente tra i versi e le esperienze della vita. Anche prima della vita da adulto che per anni ha diviso i suoi giorni tra il lavoro di psicologo e la scrittura.

La vita, soprattutto la vita di un poeta, può essere davvero una scia di luce. Come una cometa che solca il cielo. E di quella cometa la testa non può che essere l'infanzia e poi l'adolescenza.

Gli anni in cui le possibilità emergono e prendono forma, compresa la possibilità della poesia.

E come nel titolo - conciso e bellissimo: I ricordi mi guardano - sono gli anni che guardano il poeta e il suo cammino nella vita.

Che lo guardano e ne svelano il commovente mistero.

sabato 23 luglio 2016

La Cornovaglia e il corvo di re Artù

Ha cominciato il suo volo nella stagione indefinita del mito, quando il suo corpo è diventato l'involucro che ripara l'anima di re Artù. E', si dice, la ragione per cui i corvi volano per il cielo d'Inghilterra indisturbati, nessuno li tocca, ignorando quale di loro sia il mitico sovrano che un giorno tornerà in fattezze umane a regnare sul paese.

Che bello il viaggio immaginario che rileggo in un vecchio numero di Tuttolibri. Marta Morazzoni lo dedica a una delle terre che più di tutte pare svanire dietro le nebbie dei tempi remoti e delle leggende, la Cornovaglia. Dimostrazione, ancora una volta, che ci sono molti modi di viaggiare; e che uno dei migliori è senz'altro conquistarsi un posto sul tappeto volante dell'immaginazione.

Tra qualche giorno mi spingerò in quella punta estrema dell'antica Britannia, protesa nell'Atlantico con la determinazione di un Occidente che non accetta niente oltre di sé: è la prima volta. Eppure in Cornovaglia mi pare di essere stato molte altre volte, sfidando gli scogli battuti dall'Oceano e molte altre insidie. Ho inseguito re Artù senza mai sospettare che potesse essere un corvo che volava alto. Mi sono accompagnato ai cavalieri della Tavola Rotonda. Ho cercato la mia Camelot, reggia fantastica che è un po' il Santo Graal dei castelli.

Per quello che valgono i buoni propositi, questo inverno voglio anche rituffarmi nei romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, così da ritrovarmi con vecchi amici quali Lancillotto e Percival.

E insomma, vedremo: ma è bello che esistano terre straordinarie anche solo per ciò che evocano.

Ps: a proposito di corvi e di Cornovaglia, come non dimenticare anche Gli uccelli di Daphne du Maurier, da cui il grande Hitchcock trasse ispirazione per uno dei più terribili incubi cinematografici? Ci sono molti modi per viaggiare, ma anche molti modi in cui i sogni possono declinarsi...

giovedì 21 luglio 2016

Tucidide, il mestiere dello storico malgrado l'uomo

Tucidide, per diversi e anche per il sottoscritto un nome piuttosto ispido e parecchie imprecazioni nei lontani tempi del liceo, per quelle versioni dal greco tutte in salita.

Così è, ma se qualcuno volesse saperne di più ecco un libro di Luciano Canfora, edito da Laterza, che ci dice molto, perfino troppo. E che, nella giungla delle fonti e delle molte interpretazioni che dell'uomo ci sono state date, ci restituisce anche il fascino e l'importanza dello storico.

Uomo di parte, Tucidide, discendente di famiglia importante nell'Atene del quinto secolo, personaggio di primo piano della politica, uomo con le mani in appalti e altri affari non del tutto trasparenti. Eppure in primo luogo storico. E storico di un genere particolare: non si tuffa in un passato lontano e ormai anestetizzato dal tempo trascorso, ma racconta esclusivamente ciò che avvenne ai suoi tempi.

E' lui che ci descrive con minuzia gli anni della guerra tra Atene e Sparta. Lui che mette al servizio della storiografia con un lavoro senza precedenti la geografia, l'economia, la scienza militare. Lui che  prova a individuare torti e ragioni, a volta costringendosi a risalire le correnti avverse delle appartenenze. Lui che prova a ricostruire i fatti senza le lenti distorte delle passioni.

Vai a sapere che uomo era davvero, Tucidide, come si comportò nella Grecia dei colpi di mano, delle disfatte in battaglia, dei tradimenti. Il sottotitolo del libro di Canfora - la menzogna, la colpa, l'esilio - qualcosa ci dice.

Eppure, pensate, fu questo ricco signore ostile alla democrazia a raccontarci per filo e per segno la
democrazia ateniese. Le cose, in fondo, non erano andate male sotto Pericle. Anche se forse più che la sostanza della democrazia erano state salvaguardate le forme.

Allo stesso modo fu lui, Tucidide, a indicarci i pericoli di una democrazia affidata solo alle maggioranze assembleari, dove chi ha ragione è spesso perdente. E raccontarlo non fu facile. Forse accompagnò le sue parole con un sorriso amaro o forse no.

Non so che uomo sia stato davvero, Tucidide, al di là di tutte le illazioni che non poteva non alimentare. Ma mi piace pensare che in lui si incarni lo storico quale essere: fedele a un lavoro di verità, malgrado tutto, malgrado anche se stesso.


lunedì 18 luglio 2016

Emile Zola e le parole di cui un paese ha bisogno

Ed è volontariamente che mi espongo. Quando alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore nè odio.... E l'atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l'esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice

Che parole sono queste, parole da scolpire nei cuori, parole che non sono retorica, ma che piuttosto impongono scelte, esigono comportamenti, sottraggono la possibilità della quiete interessata, che sa ma preferisce non sapere, che piuttosto distoglie lo sguardo.

Non sono retorica, per lo meno non lo sono state, perché proprio queste parole un tempo sono state grido che ha smosso le coscienze, chiamato all'esercizio della responsabilità, ripristinato il sentimento della giustizia. Sono tratte dal J'accuse di Emile Zola, uno dei più grandi esempi della cultura che sceglie il coraggio e la verità. Di uno scrittore che scorge e riconosce il punto di svolta, il crinale oltre il quale le cose non saranno più come prima. Che scende in campo perché sa che salvare un uomo - nel caso Alfred Dreyfus, l'ufficiale francese vittima di un'atroce macchina accusatoria - significa salvare un'intera civiltà.

Mi sa che in un paese normale le pagine di Zola sarebbero coltivate come patrimonio universale, da insegnare nelle scuole, assieme per esempio alla lettera sulla compassione di Rosa Luxemburg. E invece, sarà un caso che in Italia da molti anni non fossero ristampate?

Ci ha pensato ora la Giuntina: e queste sono le cose che ti fanno pensare a quanto possano essere preziose piccole case editrici senza ambizioni da classifiche di best seller. Con la prefazione - sarà anche questo un caso? - di Roberto Saviano:

Esistono storie, come questa, che quando le incontri non puoi cacciarle da te. Emile Zola mi ha insegnato che quando una storia ti entra dentro, tutto cambia. E non puoi riferirla, raccontarla, scriverne senza che i tuoi lettori sappiano tu da che parte stai

Parole da tenere di conto. Parole buone per un intero paese.

giovedì 14 luglio 2016

Tanto tempo fa, le vite che erano

Sono nato tanto tempo fa.

E' questo il primo rigo di Genealogia, l'opera con cui Izrail Metter, ebreo russo che ha attraversato tutto il Novecento, prova a mettere in ordine ciò che gli rimane del tempo.


Quanto potrebbe raccontare. Assai più, in effetti, di quanto ritroviamo in questo libro smilzo uscito per Einaudi. Assai più, se solo questa intendesse essere una autobiografia o un saggio storico.

Figurarsi, con tutto quello che Metter ha visto, fatto, subito, da uomo che arriva da quel mondo ebraico orientale spazzato via da Hitler, che ha conosciuto l'Unione Sovietica di Lenin e dei poeti della Rivoluzione, che ha resistito all'assedio di Leningrado, che è sopravvissuto allo stalinismo....

Eppure più che un filo da seguire, qui c'è bisogno di scavo. Di tornare indietro, di scavare, di oltrepassare il resoconto dell'esperienza, oppure di illuminare la propria esperienza con ciò che c'era prima e da cui in qualche modo discendiamo.

Genealogia, appunto. Genealogia che è mistero, buco nero, lapide che conclude le vite che ci hanno preceduto. Non fosse per qualche bagliore che ancora arriva a noi. Non fosse per il poco che avanza.

Come quella foto del bisnonno, un altro mondo e due o tre epoche prima. Una foto di metà Ottocento, che vai a sapere come non si sia persa. Un vecchio triste, pensoso, che indossa il soprabito a lunghe falde che era degli ebrei polacchi e galiziani. Siede con una mano poggiata sopra un ginocchio e l'altra su un grosso libro aperto.

Proprio questo libro - scrive Metter - aveva acceso la mia immaginazione.

Quel libro, esibito con orgoglio, è la dimostrazione che da tempo immemorabile nella sua famiglia si sapeva leggere. E si leggeva.

Un bagliore dal passato. La vita che non c'è più ma che ancora lancia un richiamo, come la luce di una stella ormai fredda. Riverberi della memoria, incanti, empatie. Ciò che oggi noi siamo.

lunedì 11 luglio 2016

Le parole che gonfiano le vele del mito

Non fatevi ingannare dal titolo - Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio - o meglio, sintonizzatevi con questo titolo, che prova a mettere insieme ironia e avventura, leggerezza e voglia di andare a vedere cosa c'è di là, perché, come recita la saggezza popolare, se non si va non si vede.

Titolo curioso per un libro curioso, che Riccardo Ferrazzi pubblica in una collana curiosa, Bassastagione, dell'editore Fusta di Saluzzo. Opere - a cura di Marino Magliani e Stefano Costa - capaci di mettere insieme geografie umane e paesaggi letterari, scommettendo su una singolare qualità.

Se volete capirne di più, ecco anche il sottotitolo, certo più esplicativo: Breve discorso sul mito. Ma anche in questo caso non fatevi ingannare. Questo non è un saggio denso e faticoso, su un tema che peraltro è tra i più importanti e intriganti che hanno accompagnato la storia dell'umanità.

Perché i miti - ci spiega Ferrazzi - contengono la prima manifestazione della nostra civiltà, sono il repertorio dei nostri vizi e dei nostri valori, la cartina tornasole del coraggio e della sofferenza. Per comprenderli bisogna in un certo modo mettersi in viaggio e rendersi disponibili all'avventura.

E dunque, questo è il viaggio che Ferrazzi ci propone. Dai miti della Genesi, della Cacciata dal Giardino, del Diluvio Universale - con quel senso di colpa che è il più primordiale dei sentimenti. Fino al mito dell'Isola Felice, dell'isola che non c'è ma che l'uomo ha costantemente cercato, da Dante a Cristoforo Colombo.

E quante storie che ci sono in mezzo. Mesopotamia ed Europa medievale, Inferno e Paradiso, Don Giovanni e Don Chisciotte.

E' una caccia al tesoro questo libro, un'indagine per fare luce sui luoghi remoti da cui un giorno siamo salpati e a cui forse un giorno ritorneremo.

Basta salpare, basta alzare le vele e lasciarle gonfiare ai venti delle parole.


giovedì 7 luglio 2016

Congo, questa è la nostra storia

Me l'avevano caldamente consigliato, solo che non ci credevo. Come si fa a leggere un libro sul Congo di quasi settecento pagine? Cosa ci sarà mai da raccontare sul Congo? E soprattutto, cosa c'entro io col Congo?

Ecco, domande così, giusto per mettere le mani avanti. Giusto per staccare un attimo, prendere fiato e azzardarmi in questo giudizio: signori, era vero, Congo di David Van Reybrouck è un capolavoro. Un libro da leggere e da regalare, a dispetto di tutto. Un libro che ci insegna come si può raccontare la storia di un paese, con tutte le storie che ci sono dentro. Mica solo quelle di un dittatore sanguinario, di qualche guerra incomprensibile e di un pugile che non era solo un pugile - si chiamava Muhammad Alì - che a Kinshasa entrò nella leggenda. 

Prima di tutto è una questione di sguardo. E' questione di sguardo sul nostro sguardo. Dici Congo e pensi a un esploratore che si chiamava Stanley, al celeberrimo "Dottor Livingston, suppongo?", galateo britannico in mezzo alla giungla, pensi a quell'incontro e al fatto che tutto sembra cominciato in quel modo. 

Bizzarro, però, cominciare la storia del Congo con un europeo, quando è qui cominciata la storia  dell'uomo.... E che bravo Van Reybrouck ad azzardare un colpo di occhio su ciò che c'è stato prima, per quanto se ne possa sapere, nel silenzio di ogni parola... "Allora non sapevamo che nel mondo esistessero persone con un colore della pelle diverso dal nostro... "

Questione di sguardo sul nostro sguardo, appunto. Il Congo, così remoto, così a parte, una sua storia, certo, ma una storia che non ci riguarda. E invece, ecco qui: la colonia personale del re del Belgio, il suo caucciù e il suo uranio che cambiano l'economia del mondo. Il crack di Wall Street del 1929 che arriva sin qui, le due guerre mondiali che anche il Congo combatte - perfino nelle trincee europee - e un vittoria sull'esercito fascista che fu uno dei peggiori - e più dimenticati - disastri del colonialismo italiano....

Solo per dire qualcosa, solo per dire che Congo è un grande mare in cui ci si può immergere e trovare l'insospettabile: fili che legano gli anni e che ci riportano a noi. 

Poi arrivate in fondo e capite finalmente che perfino la parola globalizzazione ha trovato un altro senso, che per capirla non importa andare a lezione dai grandi dell'economia. 

lunedì 4 luglio 2016

Tutti dormono sulla collina, come a Spoon River

Tutti, tutti dormono sulla collina.

No, non sono le poesie di Edgar Lee Masters e nemmeno li versi di un indimenticabile disco di Fabrizio De Andrè. Sono le parole di un libro che fa paura da quanto è grande e massiccio, pare un mattone, eppure può entrare nei vostri giorni come l'acqua del rubinetto, tenervi compagnia fino a pretendere un posto sul comodino accanto al letto.

Dormono sulla collina di Giacomo di Girolamo (edizioni Il Saggiatore): non fatevi impaurire dalla mole, dalle milleduecento pagine e più. Scivolano via, le pagine, come le vite che provano a fermare per un istante, le vite dopo la morte, le vite dopo che i riflettori si sono spenti.

Centinaia di storie che si incrociano, sulla collina. Centinaia di persone che provano a prendere la parola e a raccontare quello che sono stati, il destino che hanno avuto in sorte. Di loro ciò che rimane è questo, le parole che potrebbero occupare una lapide, una frase o due strappata al silenzio, la manciata di minuti che possono pretendere dalla nostra attenzione.

Eppure c'è tutta la storia di Italia che abbiamo appena dietro di noi, sulla collina. Storia prevalentemente tragica, quando non ridicola. Bombe, trame, esecuzioni. Misteri e vergogne. Una lunga terrificante striscia di sangue e tanti nomi inghiottiti come corpi che spariscono in una tempesta, senza che dopo ne rimanga niente.

Anch'io, quante cose, quante persone, ho dimenticato negli anni. Di quante forse non ho saputo nulla nemmeno ai tempi.  Ritrovo tutto qui, sulla collina.

Opera enciclopedica, si è detto. Non so se sia la definizione più giusta, in fondo è solo il colpo d'occhio che è facile sulla collina, dove tutti finiscono prima o poi, i giusti e gli gli ingiusti, i poeti e gli assassini.

Però davvero, non fatevi spaventare. Questa è la nostra Spoon River. Non c'è conclusione, sulla collina. Non c'è ordine. Tenetevelo accanto, questo libro. Ogni tanto apritelo, a caso. E' da lì che si ricomincia, sempre.


venerdì 1 luglio 2016

L'Olanda, i pittori e i libri che sono strada davanti a te

Le parole che gettano ponti, che creano possibilità di condivisione, che talvolta si fanno scrittura e addirittura libro. E che nei libri vivono e rivivono ogni volta che potranno incontrare un lettore.

Non solo lettere – magari d'amore – come nel quadro gemello di Gabriel Metsu, quello con la destinataria della lettera scritta dal giovin signore, seduta in una stanza inondata di luce, mentre una cameriera tira la tenda di una finestra che si spalanca su un mare agitato – restino fuori le vicissitudini della vita e i turbamenti dello spirito.  

Ma libri, uomini e donne assorti nella lettura di libri.

Per esempio la Vecchia signora che legge di Gerrit Dou. Se si segue lo sguardo dell'anziana sembra di poter riconoscere le lettere della pagina della Bibbia, nitide come le screpolature della mano che avvicinano il volume al volto.  

Gerrit Dou era stato apprendista di Rembrandt e si fece conoscere per la minuzia delle sue opere. E allora perché non ricordare, di Rembrandt, la sua Sacra famiglia di notte


Però tra tutti a me colpisce soprattutto la Donna che legge di Pieter Janssens Elinga, pittore di cui si ignora quasi tutto ma che si presume sia stato anche musicista. Sarà per questo che le sue scene di vita quotidiane paiono dotate di una particolare armonia.

Non è una signora, a essere colta dal pittore, mentre legge. Ma una servetta, una di quelle presenze taciturne nelle case dei benestanti, che in altri quadri vediamo versare il latte o lavare i panni. È seduta, girata di spalle. Immersa in un libro che si presume non sia una dotta dissertazione sull'astronomia o la teologia, piuttosto un romanzo cavalleresco. Uno dei best seller dell'epoca, insomma. Peccato che non ci fosse ancora qualcosa di simile a un bell'Harry Potter. In ogni caso la lettura l'ha rapita alle faccende domestiche. Si capisce che la padrona è via e che lei, la servetta, sta approfittando della sua assenza. Che dire della fruttiera appoggiata sulla sedia? E soprattutto delle pantofole abbandonate in mezzo alla stanza?

Chissà se di tutto questo dovrà rendere conto, al ritorno della padrona. Però, come mollare il libro ora, sul più bello?


Non sono solo riparo alle tempeste del mondo, le parole scritte. Possono essere anche altro, insubordinazione, atto di giustizia, presenza che invoca i suoi diritti. 

Possono essere strada che chiede solo di essere imboccata e percorsa, poi si vedrà. Come noi ora. Dai, Ernesto. Partiamo. 

(da  L'Olanda è un fiore, Ediciclo editore)

mercoledì 29 giugno 2016

Troppa felicità e quello che succede dopo

E' sempre lei, straordinaria nella dimensione di racconti che per densità e profondità potrebbero essere grandi romanzi, capace di scrivere con la scioltezza di un pittore ispirato,  ogni pennellata una nuova luce sulla nostra umanità. Alice Munro, canadese, premio Nobel qualche tempo fa, per quanto questi riconoscimenti possano contare qualcosa. Per me significano poco, quello che mi importa è la capacità delle pagine di catturarti e non lasciarti più.

Mi mancavano, i dieci racconti della raccolta Troppa felicità (Einaudi). Dieci storie, dieci luci che si accendono su mondi, che irrompono nella quotidianità di famiglie, di comunità di provincia, di esistenze che potrebbero passare per serene, quasi soddisfatte. Qui ci sono persino padri che uccidono i loro figlioletti in un raptus o figli che fanno fuori anziani genitori per una casa. Però potrebbero anche non esserci, perché poi è altro che alimenta la narrazione di Alice Munro, ciò che sta alla superficie ma soprattutto ciò che si agita dentro; illusioni che vengono meno, improvvise prese di coscienza, attimi di straniamento che cambiano tutto, amori che vengono meno non si sa come, pulsioni che incitano alla bugia o a sottili crudeltà.

Racconti da cui ho fatto fatica a separarmi. Più una sorpresa, l'ultimo racconto, quello che dà anche il titolo alla raccolta, inatteso perché con un'ambientazione storica e con una protagonista scovata tra le pagine di una biografia, Sofia Kovalevskaja, donna e matematica russa, con le sue vicissitudini nell'Europa dell'Ottocento.

"La verità è che la matematica richiede molta immaginazione", diceva Sofia. Mi emoziona a pensare alla potenza dell'immaginazione che accomuna quella donna dell'Ottocento ad Alice Munro.