domenica 28 maggio 2017

In cammino tra gli incanti e gli orrori dell'Appia Antica

Più di un cammino, perché prima di tutto c'era da ritrovarla la strada, che un tempo era la strada per definizione, la strada romana numero uno. C'era da ritrovarla e quindi percorrerla fino in fondo. E quindi tracciarla e restituirla di nuovo, in qualche modo, al paese che le aveva voltato le spalle, seppellendola sotto tangenziali e discariche, cave e parcheggi. E quindi c'era da raccontarla, la strada, scegliendo le parole giuste per metterla sotto gli occhi di chi finora l'aveva trascurata e degradata.

Davvero, è assai più di un cammino, e poi di un bel libro di viaggio, Appia di Paolo Rumiz. Dietro c'è tutta la storia della via tracciata da Appio, il console cieco. C'è la strada calpestata dai piedi dei legionari e poi dei pellegrini, da Roma a Capua, da Capua a Brindisi. C'è l'Occidente e c'è l'Oriente, che si respira arrivando al mare. Ci sono i santi e ci sono gli schiavi ribelli di Spartaco, inchiodati su una croce per l'ultimo supplizio.

Ma c'è anche un altro passato, fatto di scempi, amnesie, devastazioni, appropriazioni. Ville romane sequestrate dietro cancelli, rovi e rifiuti, asfalto dove c'erano gli antichi lastrici, archeologi additati al pubblico ludibrio, pietre portate via per i giardini privati - terrificante dilapidazione di un patrimonio, e attenti alla parola dilapidare, significa per l'appunto portare via pietre.

Così non sai se a parlarti è più il passato nobile della madre delle vie europee o il passato indegno di un paese che fino all'altro ieri ha fatto di tutto per mandare in rovina ciò che la storia gli ha consegnato. Non sai se sarà la rabbia, passo dopo passo, a piantare la bandiera nel tuo cuore. O piuttosto la meraviglia, un sentimento che scardina il cuore e ti fa più largo: perché comunque c'è infinita bellezza  lungo la strada.

Questo è il passato, questi sono i passati. Vai a sapere quale sarà il futuro, tra i tanti che se ne fregano e gli altri che dell'Appia si sono finalmente accorti. Tanto che sempre di più è oggetto di convegni, seminari, articoli sui giornali, l'Appia.

Ma essa - ci dice Rumiz - chiedeva qualcosa di più semplice e modesto. Essere lasciata in pace. Essere percorsa, vissuta.

Così come Rumiz, con i suoi compagni di viaggio, ha fatto per 29 tappe e 612 chilometri. Così come ci ha raccontato perché anche noi un giorno, zaino sulle spalle, forse si possa masticare indignazione e incanto. 

lunedì 22 maggio 2017

Il pastore che racconta il Lake District al posto dei poeti

Dici Lake District e pensi a uno dei posti più incantevoli dell'Inghilterra e dell'intera Europa, un paradiso per i camminatori e in particolare per quanti amano leggere un territorio attraverso la cultura che esso ha ispirato. Lake District: i laghi tra cui trovarono pace e ispirazione William Worsdsworth e tanti altri poeti, gli scenari naturali rappresentati da tanti pittori romantici che, tra le altre coxe, ci hanno regalato anche l'aggettivo "pittoresco".

Del Lake District diceva appunto Wordsworth: Al fondo di queste Vallate si trovava una perfetta Repubblica di Pastori e di Agricoltori. Poche parole per seminare l'invidia di un posto idilliaco, buono per ogni tentazione bucolica. Ma proprio questo è il punto, che il Lake District è stato sempre raccontato dai poeti, dai pittori, da chi comunque è arrivato da Londra o da altre città e che il Lake District l'ha scoperto e quindi scelto. Non da chi da sempre lo abita, tosando pecore invece di maneggiare penne e pennelli.

Per questo è sorprendente - oltre che incredibilmente affascinante - un libro quale La vita del pastore (Mondadori) di James Rebanks, che pastore lo è sempre stato e lo è ancora, nonostante le parabole della vita lo abbbiamo portato a laurearsi a Oxford.

Pensare che Rebanks, discendente di una famiglia che alleva pecore da seicento anni, a scuola non voleva nemmeno andare: in aula si raccontava un mondo che non era il suo, la sua storia, il suo mestiere, i suoi monti pareva non avessero diritto di cittadinanza tra quei banchi. Poi è andata come è andata e lui ha saputo andare avanti nella vita senza tagliare le radici.

Eccolo allora il suo mondo, che ancora resiste malgrado tutto, tra pascoli, rocce e pub dove la trattativa per un buon animale si conclude con una stretta di mano e una pinta di birra. Un mondo dove i terreni comuni e le regole comunitarie che ne disciplinano l'uso non sono stati spazzati via e dove i nomi dei padri sono interscambiabili con quelli dei figli, tanto quello che conta è il nome della fattoria. Dove  anche ai tempi del web 2.0 il lavoro è segnato dal sorgere e dal tramontare del sole.

Il Lake District: non solo un luogo letterario o la destinazione di uno splendido viaggio. Piuttosto un luogo che è il risultato del lavoro di secoli, la sommatoria di infiniti gesti, azioni, scelte. La vera storia della nostra terra dovrebbe essere la storia dei suoi perfetti sconosciuti. Vero, verissimo.

Come è vero che i libri costruiscono l'immaginario di un luogo. Per questo è importante che i libri siano scritti. E che siano scritti anche dalle persone che a quel luogo appartengono.

sabato 13 maggio 2017

La Spoon River dei calciatori avvelenati dalla fabbrica

La mia è una storia di rondine e palloni. La racconto perché da ragazzo amavo scrivere e giocare al calcio....

Ecco, si comincia così, con questo libro di poche pagine ma denso per capacità di liberare la parola e di trasformarla in ricordo, sogno, emozione. Non diresti con questi ingredienti: un'acciaieria a cui un'intera città ha affidato il suo destino e che oggi ci impressiona più per le statistiche dei tumori che per i fatturati; un campo da calcio spelacchiato e senza i riflettori della fama sportiva, dove si suda e si respira polvere. Eppure, eppure, Ilva Football Club di Fulvio Colucci e Lorenzo D'Alò (Edizioni Kurumuny) per me è stata una rivelazione. Uno di quei libri che ti rinfrancano e ti assicurano sulla possibilità della letteratura di raccontare il nostro paese, di fare opera di memoria e perfino di giustizia, senza tradire se stessa.

Taranto, dopo che la magistratura ha sequestrato l'Ilva per disastro ambientale. Un giornalista sportivo decide di riannodare i fili del passato, che è un passato che gli appartiene e che è ancora ferita aperta. Lo deve al padre, morto di tumore come tanti che hanno lavorato all'Ilva. Lo deve a quella generazione di calciatori degli anni Settanta e Ottanta che non hanno conosciuto gli stadi di serie A ma hanno speso polmoni e passione al vecchio impianto del quartiere Tamburi, sotto le ciminiere del colosso dell'acciaio. Operai anche loro, operai che la fabbrica ha sfamato per qualche tempo e poi ucciso.

La siderurgia e il calcio da amatori - che è cosa terribilmente seria. Le speranze di sviluppo e l'ecatombe. Questo e molto altro in un libro che è persino difficile riuscire a collocare in una casella precisa - cos'è davvero: memoir, inchiesta, romanzo collettivo? - come del resto succede con i libri più riusciti.

Quante cose davvero ci sono, compreso i sogni dei ragazzini che - come il sottoscritto - inseguivano i campioni del pallone sugli album delle figurine Panini e le cronache sportive, per poi gettare l'anima in partite fino a sera per strada. Riva, Pelè, Cruyff e gli altri olandesi che con il calcio totale annunciarono una rivoluzione che non era solo uno schema di gioco. Però anche una maglia grigia per scendere sul terreno del Tamburi, grigia come il cielo avvelenato. Il calcio che si fa romanzo popolare, in un mondo che si sente abbandonato da tutti, persino dai sindacati. Il senso di appartenenza che a volte ti può dare una squadra, soprattutto se c'è un allenatore che diventa maestro di vita.

Scendere in campo, partita dopo partita. Le formazioni che non finiranno mai nei tabellini della Gazzetta, ma che ci si porta dietro per una vita intera - vale anche per me, con i miei compagni di squadra quando avevo 16 anni. Finché c'è vita, finché la formazione non diventa elenco di chi non c'è più, Spoon River del quartiere e della squadra operaia.

Beh, poi dentro ci sarebbero anche Gramsci, anche Pasolini e le sue lucciole, anche.... ma insomma, mi fermo qui, con un libro che mi conferma una convinzione che ho da sempre, ovvero che lo sport - da Soriano a Pastorin - può essere formidabile per raccontare i sogni e le miserie del mondo. 

domenica 7 maggio 2017

Lungo i confini, per capire l'Europa che è e forse sarà

Comincia con un mappamondo in precario equilibrio nella stanza del figlio, assediato da pastelli colorati e da tante domande, ma diventa presto un lungo viaggio, anzi una sequenza di viaggi, non in Europa, ma intorno all'Europa.

Comincia interrogandosi sulla frontiera perduta - illusione di tutti coloro che, come il sottoscritto, hanno pensato a un'altra Europa dopo la caduta del Muro di Berlino - ma inevitabilmente si ritrova a fare i conti con i confini che da allora si sono persino moltiplicati e spesso sono anche diventati muro e filo spinato.

Ed è lì, ai margini dell'Europa, in luoghi che fino a qualche tempo fa era facile ignorare, che si può comprendere meglio cosa l'Europa è diventata, cosa siamo diventati noi.

Che bel libro che è Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere di Marco Truzzi, pubblicato da Exòrma, casa editrice che difficilmente sbaglia un colpo. Nonostante il titolo, che odora di saggio, è un libro di viaggio, un gran libro di viaggio. Dall'Europa che è in Africa, nell'enclave spagnola di Melilla, dove preme la disperazione di un intero continente, all'Europa che si sottrae all'Europa dell'ordinata e indifferente Svizzera. Dal nord della Scandinavia, dove davvero non è tutto oro quello che luccica e dove anzi il gioco delle identità e delle esclusioni si è fatto complesso, fino ai luoghi della disperazione di Calais e Idomeni. Lungo frontiere nuove e vecchie, confini dimenticati e poi ritornati di attualità, per raggiungere alla fine il luogo che non è frontiera segnata sulle mappe, ma che più di tutti è frontiera, anzi frattura, taglio netto tra un prima e dopo, luogo dove l'Europa è morta e da lì ha provato a rinascere: Auschwitz.

Bello, bello davvero questo libro, che sa sfuggire alle tentazioni del discorso autoreferenziale, delle tesi precostituite, della dimostrazione di ciò che si voleva dimostrare. Che si fa occhi che non si stancano di guardare, dita che cercano su una carta una destinazione che non si era messa in conto, domande alimentate da una salutare curiosità.

E l'autore - insieme all'amico Angelo, fotografo e compagno di viaggio - non si tira mai indietro. E nella scrittura c'è con tutte le emozioni che in viaggio del genere può destare. Non solo infinita tristezza, ma anche capacità di raccontare e raccontarsi con umorismo. Se non ci credete, leggete le pagine sui due dispersi in una qualche strada di una Svezia che è quasi Norvegia: con la Volvo in panne e le renne che forse sono alci.....

Ci ho ritrovato tante delle cose che anch'io ho provato a scrivere, magari nei libri con Tito Barbini, da Caduti dal Muro a I sogni vogliono migrare. Ma questo non c'entra, quello che conta è che questo è un libro che fa bene leggere. 

giovedì 4 maggio 2017

Il piacere della gentilezza, arte dei camminatori

Ciò di cui vorrei parlare è la gentilezza universale, vale a dire non la regola da applicarsi in un determinato posto e in una certa circostanza, ma l'intelligenza delle regole. 

Gentilezza universale, che bella espressione. Come per dire che non è che possiamo permetterci di essere gentili solo a casa propria, oppure di essere gentili solo con i nostri vicini e non ncon coloro che arrivano da lontano. E' qualità che ci riguarda sempre, la gentilezza. E' qualità che non va mai presa sottogamba, quasi fosse solo una questione di forma. A parte che anche la forma è importante, quali possono essere le conseguenze di un saluto non dato, di un rimgraziamento fatto mancare?

Ecco, di tutto questo parla Bertrand Buffon, ne Il piacere della gentilezza, ultima scoperta che ho fatto tra le ormai numerose uscite di quella splendida collana che è la Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo. Intrigante fin dal titolo che incrocia il piacere con la gentilezza - e non  era scontato - in queste pagine si ritrova il senso di ciò che deve rappresentare davvero la buona educazione.

E già che ne parli io mi suona strano, dopo una vita trascorsa a sbuffare su tante regole che, a mio parere, avrebbero duvuto far la stessa fine del Galateo del Monsignor Della Casa - roba da cortigiani, roba da gente snob.

Ma ovviamente c'è anche un'educazione del cuore. Ovviamente ci sono parole che è bene coltivare - poco importa se quasi sempre sono pronunciate per abitudine, come in una stanca liturgia.

Il senso della gentilezza va ricercato nella relazione che si stabilisce - spiega Buffon - Il suo scopo è di attirare gli uni verso gli altri e, in un certo senso, di farli incontrare.

Cosa evidente per chi, come me, cerca spesso di partire per qualche cammino. In città quasi sempre ci si incrocia per strada e nemmeno si solleva lo sguardo. Ma in un sentiero di montagna c'è sempre il modo di scambiarci un saluto: e in quel modo diventiamo comunità, anche con chi dopo pochi secondi ci sparirà per sempre alla vista. La gentilezza - dice ancora l'autore - è un'arte collettiva.

Un'arte - aggiungo io - che va particolarmente coltivata da chi viaggia. A volte basta una parola. Magari un arrivederci o un grazie in una lingua che non è la nostra.


venerdì 28 aprile 2017

La cura del mondo è cura di ogni silenzio

Il sole che ciascuno ha dentro non segue moti propri, se esso risplenda dipende anche da noi, anzi, dipende soprattutto da noi, dal modo in cui decidiamo di alimentarlo.

Pensare che il titolo di questo libro, altra perla di Ediciclo, è Il sole che nessuno vede. Non il sole dentro. Ma fin dall'inizio Tiziano Fratus, cercatore di alberi, uomo che nella natura e nella meditazione che a essa si intreccia ha trovato la sua dimensione, ci indica la strada: il sole di cui parla, non si vede, ma è dentro, c'è e sta noi trovarlo e curarlo.

Ecco qui, con buona pace di chi ritiene che meditare sia sottrarsi a se stessi, che inoltrarsi nel bosco sia un modo elegante di fuggire.

Così più ancora che altre volte mi sono tuffato nelle pagine di Tiziano, con la voglia di spremere tanti buoni consigli da una persona che ha cuore ed esperienza. Quante cose mi posso tenere strette ora, alla fine di questa lettura.

Con Tiziano ci ritroviamo dentro un bosco, soli con il nostro respiro, con i nostri pensieri. Soli, ma circondati dal mistero della vita. Ascoltiamo i nostri passi, ascoltiamo noi stessi. Una volpe si dilegua ai margine di un sentiero dietro gli alberi. Il nostro cammino scuote l'immobilità della scena. Lucertole scappano, anatre prendono il largo oltre i giunchi. Ma sta anche noi fermarsi e farsi albero, sasso, prato.

La cura del mondo è la cura di ogni silenzio, ci dice Tiziano. Vale anche per la cura di noi stessi. Ma quanti di noi hanno davvero provato a diradare ciò che non è essenziale, ad abbandonarsi al tempo, a scrutarsi nel riflesso di un torrente.

In questo cammino anche le parole contano fino a un certo punto, anzi molte possiamo lasciarle cadere come foglie in autunno. Troverai più nei boschi che nei libri, diceva anche Bernardo da Chiaravalle. Ma sono buone, sono utili, queste parole di Tiziano; momenti, luoghi, libri che ci possono riportare a noi stessi.

Non è un viaggio lontano. E' il più vicino, anche se magari per arrivare a destinazione è bene passare anche per un bosco. Il più vicino, ma ha ragione il grande Robert Frost:

La felicità ripaga in profondità quel che le manca in lunghezza.